L'educazione all’accoglienza dei migranti nell’Iniziazione cristiana. File audio di una relazione di Andrea Lonardo tenuta presso la chiesa di Santa Sofia degli ucraini a Boccea (unitamente ai file audio degli altri intervenuti)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 12 /06 /2016 - 14:30 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito i file audio dell'incontro tenutosi presso la chiesa di Santa Sofia degli Ucraini a Boccea, il 16/4/2016, per il corso della storia della Chiesa di Roma. Per altri files audio di Andrea Lonardo vedi la sezione Audio e video. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Immigrazione, accoglienza e integrazione, intercultura nella sezione Carità, giustizia e annunzio.

Il Centro culturale Gli scritti (12/6/2016)

Saluto del Vescovo ausiliare di Kiev per i cattolici di rito bizantino, S.Ecc. Josyf Miljan

Registrazione audio

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Riproducendo "migrantes ausiliare kiev".


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Introduzione di mons. Pierpaolo Felicolo

Registrazione audio

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Riproducendo "migrantes felicolo".


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Relazione di don Andrea Lonardo (vedi sotto l'Antologia di testi utilizzata)

Registrazione audio

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Riproducendo "migrantes lonardo".


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Don Marco Semehen, responsabile della comunità degli ucraini di rito bizantino di Roma

Registrazione audio

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Spiegazione della chiesa e dei mosaici di Santa Sofia a Boccea

Registrazione audio

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Riproducendo "migrantes spiegaz ssofia".


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Antologia di testi utilizzata nella relazione di Andrea Lonardo

Andrea Lonardo L’educazione all’accoglienza degli immigrati nell’Iniziazione cristiana

www.gliscritti.it Canale Youtube Catechisti Roma FB Andrea Lonardo

Nuovi video per i catechisti delle cresime

Due nuovi video sulla speranza e la carità appena girati. Speriamo di terminare i video entro giugno

Vi suggerisco anche questo bellissimo corto girato dal regista dei nostri video Alessandro Franchi, che si può vedere con i ragazzi delle cresime, per parlare della timidezza, del coraggio e dei dolori che i ragazzi portano nel cuore

1/ Evocare per educare

Dante Alighieri, Paradiso, Canto XVII

Tu lascerai ogne cosa diletta 
più caramente; e questo è quello strale 
che l'arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale 
lo pane altrui, e come è duro calle 
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

E quel che più ti graverà le spalle, 
sarà la compagnia malvagia e scempia 
con la qual tu cadrai in questa valle;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia 
si farà contr' a te; ma, poco appresso, 
ella, non tu, n'avrà rossa la tempia
.

Alessandro Manzoni, Promessi sposi, Cap. VIII

- Dopo di ciò, - continuò egli, - vedete bene, figliuoli, che ora questo paese non è sicuro per voi. È il vostro; ci siete nati; non avete fatto male a nessuno; ma Dio vuol così. È una prova, figliuoli: sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che verrà un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade. Io ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto, io spero, potrete ritornar sicuri a casa vostra; a ogni modo, Dio vi provvederà, per il vostro meglio; e io certo mi studierò di non mancare alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel servizio di voi suoi poveri cari tribolati. Voi, - continuò volgendosi alle due donne, - potrete fermarvi a ***. Là sarete abbastanza fuori d’ogni pericolo, e, nello stesso tempo, non troppo lontane da casa vostra. Cercate del nostro convento, fate chiamare il padre guardiano, dategli questa lettera: sarà per voi un altro fra Cristoforo. E anche tu, il mio Renzo, anche tu devi metterti, per ora, in salvo dalla rabbia degli altri, e dalla tua. Porta questa lettera al padre Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale in Milano. Egli ti farà da padre, ti guiderà, ti troverà del lavoro, per fin che tu non possa tornare a viver qui tranquillamente. Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione -. È un torrente a pochi passi da Pescarenico. - Lì vedrete un battello fermo; direte: barca; vi sarà domandato per chi; risponderete: san Francesco. La barca vi riceverà, vi trasporterà all’altra riva, dove troverete un baroccio che vi condurrà addirittura fino a ***.
Chi domandasse come fra Cristoforo avesse così subito a sua disposizione que’ mezzi di trasporto, per acqua e per terra, farebbe vedere di non conoscere qual fosse il potere d’un cappuccino tenuto in concetto di santo.
Restava da pensare alla custodia delle case. Il padre ne ricevette le chiavi, incaricandosi di consegnarle a quelli che Renzo e Agnese gl’indicarono. Quest’ultima, levandosi di tasca la sua, mise un gran sospiro, pensando che, in quel momento, la casa era aperta, che c’era stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da custodire!
- Prima che partiate, - disse il padre, - preghiamo tutti insieme il Signore, perché sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra tutto vi dia forza, vi dia amore di volere ciò ch’Egli ha voluto -. Così dicendo s’inginocchiò nel mezzo della chiesa; e tutti fecer lo stesso. Dopo ch’ebbero pregato, alcuni momenti, in silenzio, il padre, con voce sommessa, ma distinta, articolò queste parole: - noi vi preghiamo ancora per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo. Noi saremmo indegni della vostra misericordia, se non ve la chiedessimo di cuore per lui; ne ha tanto bisogno! Noi, nella nostra tribolazione, abbiamo questo conforto, che siamo nella strada dove ci avete messi Voi: possiamo offrirvi i nostri guai; e diventano un guadagno. Ma lui!... è vostro nemico. Oh disgraziato! compete con Voi! Abbiate pietà di lui, o Signore, toccategli il cuore, rendetelo vostro amico, concedetegli tutti i beni che noi possiamo desiderare a noi stessi.
Alzatosi poi, come in fretta, disse: - via, figliuoli, non c’è tempo da perdere: Dio vi guardi, il suo angelo v’accompagni: andate -. E mentre s’avviavano, con quella commozione che non trova parole, e che si manifesta senza di esse, il padre soggiunse, con voce alterata: - il cuor mi dice che ci rivedremo presto.
Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore?
Appena un poco di quello che è già accaduto.
Senza aspettar risposta, fra Cristoforo, andò verso la sagrestia; i viaggiatori usciron di chiesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando loro un addio, con la voce alterata anche lui. Essi s’avviarono zitti zitti alla riva ch’era stata loro indicata; videro il battello pronto, e data e barattata la parola, c’entrarono. Il barcaiolo, puntando un remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi l’altro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L’onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s’andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d’addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l’occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all’estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e, seduta, com’era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.
Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti.
Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.
Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla riva destra dell’Adda.

Da Mariella Carlotti, Imparare ad educare, di Mariella Carlotti (su www.gliscritti.it)

Ho avuto una carriera al contrario, perché ho incominciato ad insegnare al Liceo, poi per altre ragioni legate ad altre vicissitudini mi sono spostata cinque volte di città e di provincia, e nello Stato quando uno si sposta di provincia è un casino... per cui praticamente sono passata dal Liceo Scientifico al Liceo Linguistico, a Ragioneria, al Tecnico Agrario, di nuovo in Ragioneria, e poi sono finita ad insegnare, quindici anni fa, in un Professionale.

Uscita da scuola, non potendo piangere a scuola, mi fermavo nell’autogrill dalla parte opposta e piangevo...praticamente ho fatto due anni a piangere a Peretola Est e Peretola Ovest...

Perché piangevo? Perché quando sono arrivata in questa scuola io non capivo se ero arrivata in uno zoo, in cui io ero il domatore o l’assistente sociale, oppure se era ancora una scuola

Senti c’è una quarta che non vuole nessuno, perché è una classe terribile, e nessuno è mai sopravvissuto. Questa classe è composta da sedici extra-comunitari e quindici italiani. Ho provato a darla via a tutti, ma non la vuole nessuno... però soprattutto io penso che lì tu puoi riuscire, perciò la prendi te”.

Ecco, mentre pensavo queste cose, ad un certo punto mi ha attraversato la testa una domanda: “Signore, e se fossi Tu a darmi questa situazione per la mia conversione?”.

Comunque io quella mattina lì tornai a casa e pensai “devo ribaltare tutto, con questi qui io non posso più insegnare come ho sempre pensato di insegnare”. Non posso entrare in classe e dire a quei ragazzi, come ho sempre detto, “Leopardi è nato a Recanati nel 1798”, perché solo per spiegare a cinque pakistani dove è Recanati ci metto tre mesi. E come mai il fatto che sia nato a Recanati è significativo?

La seconda questione decisiva è stato il pomeriggio, quando mi sono chiesta “ma che gliene frega a dei pakistani di Leopardi? Perché dovrebbe studiare Leopardi?” il pormi questa seconda domanda è stato interessantissimo, perché per rispondere a questa domanda io me ne dovevo fare un altra “ma a me che me ne frega di Leopardi?” solo facendo un lavoro sul mio interesse, andando fino in fondo al mio interesse io trovavo il pakistano. Perché il pakistano non è l’altro da me, è il fondo di me.

Io adesso faccio una lezione di italiano, vi chiedo di ascoltarmi un ora, e di decidere alla fine di questa ora se vale la pena ascoltarmi tutto l’anno o no. Io mi sottopongo totalmente al vostro giudizio. Alla fine di questa ora voi deciderete... e farete quello che vorrete a partire dal giudizio che darete dopo questa ora di lezione. Io poi mi comporto di conseguenza, ho il registro e vi boccio. D’altronde ognuno si assume le sue responsabilità. Però io voglio fare questo tentativo, che ci si possa intendere. Ci state ad ascoltarmi un ora?”. I capi della classe si guardano tra loro con cenni di intesa, poi parla uno di loro e dice “un’ora” (N.B. Io avevo due ore di lezione con loro). Ho risposto: “mi basta, però quest’ora mi ascoltate veramente”.

Inizio la lezione, dicendo loro che come prima lezione devo spiegare un poeta italiano che si chiama Giacomo Leopardi. Leopardi è un poeta che ha scritto tante poesie. Normalmente queste poesie sono poesie che lui scrive in prima persona, cioè normalmente tutte le sue poesie lui le mette in bocca a se stesso. Ma c’è una poesia, una delle più suggestive delle sue poesie, che lui non mette in bocca a sé stesso. L’unica che lui mette in bocca ad un pastore delle vostre parti, un pastore pakistano. Si intitola Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

E sapete perché lui ad un certo punto ha sentito l’esigenza di mettere in bocca ad un pastore dell’Asia questa poesia? Questa poesia è un lungo dialogo del pastore con la luna, in cui il pastore fa alla luna le eterne domande dell’uomo. Chi sono? Perché sono nato? Perché soffro? Perché dovrò morire? Leopardi mette queste domande in bocca ad un pastore dell’Asia, perché è come se dicesse “guardate, c’è un livello di noi, c’è un livello in ognuno di noi, che non appartiene a me perché sono istruito, ma appartiene anche al pastore. Che non appartiene a me in quanto europeo, ma appartiene anche a te che sei dell’Asia. Che non appartiene a me perché faccio parte di una tradizione cristiana, perché appartiene anche a te che fai parte di una tradizione musulmana. C’è un livello che ci rende uomini che è senza tempo e senza spazio”.

Questo è il Canto notturno di un pastore errante nell’Asia. Poi ho detto: “io adesso vi leggo questa poesia e voi dovete fare la fatica di ascoltarmi mentre la leggo. Poi alla fine io vi chiederò: ma Leopardi ha sbagliato titolo? Più umilmente doveva intitolare questa poesia Canto notturno di uno insignificante poeta italiano dell’Ottocento? Oppure il titolo è giusto? E a questa domanda non risponderà la classe, io la farò ad ognuno di voi, e ognuno di voi per rispondere dovrà paragonare le parole che io leggo con il suo cuore. Dove per “suo cuore” intendo il brivido che avete sentito magari guardando un cielo stellato, o guardando il mare, o innamorandovi per la prima volta, oppure voi del Pakistan quando siete saliti su un aereo e avete visto la vostra terra che si allontanava e una terra che si avvicinava in cui sareste stati trattati quasi come schiavi.”

Io ho letto questa poesia in un silenzio irreale. Avevo paura mentre leggevo le parole. Alla fine nessuno fiatava. Allora, io ho preso il registro e ho incominciato a chiamarli, dal più lontano al più vicino, cominciando dai pakistani, poi i latino americani, poi i rumeni, gli algerini, i marocchini... e ho incominciato a chiedere: “Mohamed, è il tuo canto notturno?”. “Sì, prof.”. “Alì, è il tuo canto notturno?”. “Sì, prof.”... trentuno sì. Allora ho detto “ragazzi non so voi, ma io stamattina ho fatto una scoperta dell’altro mondo... ho scoperto che quella cosa che ho sempre intuito, che c’è un fondo di noi che ci fa fratelli, è vera! E che noi abbiamo una prateria su cui possiamo correre. La letteratura è questa corsa, ci state a farla?”.

2/ La testimonianza di papa Francesco (ieri a Lampedusa, oggi a Lesbo)

Omelia tenuta da papa Francesco nella celebrazione a Lampedusa l’8/7/2013

Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta.

Non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà! Grazie! Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto, il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco signora Giusi Nicolini, grazie tanto per quello che lei ha fatto e che fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che, oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià! [mio respiro, mio fiato]

Questa mattina, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere.

E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello!

Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.

«Dov’è il tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio!

E una volta ancora ringrazio voi abitanti di Lampedusa per la solidarietà. Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare.

«Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno!

Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?».

Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo "poverino", e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto.

La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!

Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti "innominati", responsabili senza nome e senza volto.

«Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?». Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie?

Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del "patire con": la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi…

Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?

Signore, in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore!

Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».

3/ La situazione… solo qualche accenno

Prima che scoppi la tempesta. ​Intervista a monsignor Fragkiskos Papamanolis alla vigilia del viaggio papale a Lesbo, di Lucetta Scaraffia, da L’Osservatore Romano del 13/4/2016
È una situazione drammatica quella delle migliaia di profughi nei campi dell’isola greca di Lesbo dove il Papa si reca sabato. A descriverla in un’intervista esclusiva all’Osservatore Romano è il presidente dell’episcopato ellenico, il vescovo Fragkiskos Papamanolis.

Lei ha seguito da vicino, in questi ultimi mesi, il dramma dei profughi che arrivano nelle isole greche, e in particolare a Lesbo. In generale, come è stata la reazione degli abitanti?

Il fenomeno migratorio dei profughi, nell’attuale modalità di arrivo di una massa disorganizzata, è cominciato circa un anno fa, e ha trovato i paesi europei impreparati. All’inizio i profughi sono stati classificati come “immigrati clandestini”. Poi, in Grecia, sono arrivati sempre più numerose e più di frequente. Si è così perduto il controllo, e invece di trattarli come clandestini mancanti di documenti si è cominciato a pensare come sistemarli alla meno peggio. Già nell’agosto del 2015 il Papa invitava le famiglie cattoliche a ospitare questi fratelli che erano senza casa, senza un tetto. Nelle isole greche di Kos, Samos, Chios, Lesvos, vicine alle coste della Turchia, in settembre il numero dei profughi oltrepassava quello degli abitanti. In un intervento alla plenaria del Consiglio delle conferenze episcopali europee, tenuta in Terra santa, ho informato i presidenti degli episcopati di queste situazioni create dal continuo flusso di profughi: per aiutarli infatti non bastava più il sentimento caritativo cristiano degli abitanti. Si sentiva già la necessità che il nostro governo facesse qualcosa per questi fratelli e queste sorelle. Ma anche il governo si è trovato impreparato perché era la prima volta che aveva luogo un fenomeno migratorio di massa di profughi. Comunque il governo ha cominciato a fare quel che poteva, ma era sempre poco di fronte ai bisogni di questa popolazione.

Cos’è cambiato nell’ultimo mese?

Abbiamo visto gli abitanti accogliere con sentimenti caritatevoli questi profughi. Tutti i nostri canali televisivi hanno dedicato e dedicano lunghi servizi a alle situazioni, direi disumane, in cui vivono queste povere persone che veramente suscitano compassione. Ognuno era disposto a fare quel che poteva per aiutarli. Vedere questi poveretti vivere nel freddo, sotto la pioggia, e non avere niente con cui ripararsi faceva male il cuore. Era terribile vedere una mamma che faceva il bagno al suo bambino con l’acqua della pioggia, un’altra ha partorito nel fango. Molti portavano ai profughi cibo, succhi di frutta, bottiglie d’acqua, pane e tutto quello che potevano raccogliere. Alcuni riempivano la loro macchina e andavano a portare soccorsi a quelli che erano più lontani. Dalla mia antica diocesi, l’isola di Syros, nelle Cicladi, ieri è partito per Idomeni, ai confini con la ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, un camion lungo 16 metri pieno di viveri raccolti dagli abitanti per i profughi. Questi suscitavano anche la nostra ammirazione perché in genere si comportavano con rispetto verso gli abitanti. Ammiravamo la loro pazienza e la loro forza di resistenza nel sopportare situazioni disumane. Il nostro governo ha fatto molto, ha creato sia nel continente che nelle isole vari centri di accoglienza. Vari organismi, primo tra tutti la nostra Caritas Hellas, hanno fornito molto materiale: tende, servizi igienici, vestiti, scarpe. Sono stati affittati tre alberghi da duecento letti, due ad Atene e uno a Lesvos. Tutto questo con l’aiuto economico delle Caritas nazionali europee e degli Stati Uniti. Senza il loro sostegno non avremmo avuto nessuna possibilità di farlo. Così, attraverso Caritas Hellas, la Chiesa cattolica ha dato e dà una splendida testimonianza. Il cambiamento nelle relazioni tra profughi e popolazioni locali si è verificato dopo l’accordo dell’Unione europea con la Turchia del 18 marzo scorso, perché la situazione giuridica è cambiata: i profughi cioè non sono considerati più “immigrati clandestini” ma “detenuti” e non accettano di essere espulsi dalla Grecia, non vogliono andare in Turchia. Non obbediscono alle forze dell’ordine e fanno resistenza. Non vogliono stare nei centri di accoglienza. Il porto del Pireo è quasi occupato dai profughi. E nelle isole protestano nella maniera che possono. D’altra parte, nelle isole, con la Pasqua cattolica è cominciata la stagione turistica, che per gli abitanti delle isole è l’unica fonte per guadagnarsi il pane quotidiano anche per il prossimo inverno. I turisti in questa situazione annullano le prenotazioni. Il danno economico è immenso per l’economia nazionale, ma anche per gli agenti turistici e gli armatori. E tutto questo mentre la crisi economica svuota i portafogli. Anche la Chiesa cattolica è vittima della crisi. Siamo obbligati a chiudere opere sociali, addirittura a non proseguire alcune attività pastorali.

Com’è cambiato l’atteggiamento delle popolazioni costiere in questa situazione ormai drammatica?

La situazione ormai non è pacifica. E non so come si svilupperà. Tutti hanno ragione. I profughi hanno ragione perché non resistono nelle situazioni disumane nei centri di accoglienza. Gli abitanti hanno ragione perché temono vedendo reazioni violente dei profughi, saccheggi di negozi, specialmente di generi alimentari. Il male è che gli abitanti hanno cominciato a comprare armi. In televisione un venditore di articoli per la caccia diceva che in un mese ha venduto più fucili che in un anno. Anche il governo ha ragione, perché non ha la possibilità economica di fare quello che sarebbe necessario, perché le casse dello Stato sono vuote, e cerca in ogni modo di assicurare almeno il funzionamento dello Stato, mentre cresce l’esasperazione della gente.

Qual è il ruolo dei cattolici?

La Chiesa cattolica in Grecia è minoritaria. Dopo la caduta del comunismo, l’entrata nell’Unione Europea e l’apertura dei confini a molti immigrati, i cattolici sono saliti al 2,5 per cento, mentre i cattolici greci siamo circa lo 0,5 per cento: in questa situazione che ruolo possiamo avere?

Come vede il futuro per queste zone di confine, e in particolare per la Grecia, già duramente provata dalla crisi economica?

Noi cattolici in Grecia siamo abituati a vivere nella precarietà e facilmente vengono travolte le nostre decisioni e i nostri programmi. Non so cosa accadrà ma sabato sarò a Lesvos per la visita del Papa.

3.2/ La questione internazionale (ancora solo qualche accenno)

3.2.1/ Capire la radicale diversità rispetto al passato recente per aiutare ad integrare

Non dipende dal conflitto nord-sud del mondo!

Oggi i nuovi ricchi sono cinesi e indiani (e nessuno denuncia le loro multinazionali)

Oggi, se anche ci sono stati errori degli USA (la politica di Bush e di Obama è stata disastrosa), da un lato il vero problema è interno al mondo islamico, dall’altro (vedi Eritrea) è in questione un regime di stampo socialista dittatoriale

Scopriamo che c’è una vera questione religiosa, culturale, non solo le strutture, come la causa della cultura alla maniera vetero-marxista… la religione non c’entra? O è l’oppio dei popoli? O solo il cristianesimo è “cattivo”?

Diversi leader musulmani stanno invocando una “rivoluzione culturale” del mondo islamico che è ricchissimo, ma vuole costruire moschee e non scuole

Lettera aperta al mondo musulmano, di Abdennour Bidar, da Le Huffungton Post del 10/1/2015 un articolo scritto da Abdennour Bidar e tradotto dal francese all'italiano da Stella Punzo
Tu urli "Non sono io!", "Non è l'Islam". Rifiuti che i crimini commessi da questo mostro siano commessi sotto tuo nome (hashtag #NotInMyName). Sei indignato davanti ad una tale mostruosità, insorgi quando il mostro usurpa la tua identità, e hai sicuramente ragione di farlo. È indispensabile che davanti al mondo proclami, ad alta voce che l'islam denuncia le barbarie. Ma è assolutamente insufficiente! Poiché tu ti rifugi nel riflesso dell'autodifesa senza assumerti anche, e soprattutto, la responsabilità dell'autocritica. 

LA grande domanda: perché questo mostro ti ha rubato il volto? Perché questo mostro ignobile ha scelto il tuo viso e non un altro? Perché ha preso la maschera dell'islam e non un'altra? La verità è che dietro quest'immagine del mostro si nasconde un immenso problema che tu non sembri pronto a guardare in faccia. Tuttavia è necessario, è necessario che tu abbia il coraggio.
Questo problema è quello delle radici del male. Da dove provengono i crimini di questo cosi detto "Stato islamico"? Te lo dirò, amico mio. E questo non ti farà piacere, ma è mio dovere di filosofo. Le radici di questo male che oggi ti ruba il volto risiedono in te, il mostro è uscito dal tuo ventre, il cancro è nel tuo corpo. E cosi tanti nuovi mostri, peggiori di questi, usciranno ancora dal tuo ventre malato, fintanto che tu ti rifiuterai di guardare in faccia questa verità e che impiegherai del tempo a ammettere e ad attaccare finalmente questa radice del male!
Anche gli intellettuali occidentali, quando dico loro questo, lo vedono con difficoltà: la maggior parte ha talmente dimenticato che cos'è la potenza della religione, nel bene e nel male sulla vita e sulla morte, che mi dicono " no, il problema del mondo musulmano non è l'islam, non è la religione ma la politica, la storia, l'economia, etc.". Vivono in società cosi secolarizzate che non si ricordano per niente che la religione può essere il cuore del reattore di una civilizzazione umana! 

Tutto quello che ho evocato, una religione tirannica, dogmatica, letteraria, formalista, maschilista, conservatrice, regressista, è troppo spesso, non sempre, ma troppo spesso, l'islam ordinario, l'islam quotidiano che soffre e fa soffrire troppe coscienze, l'islam della tradizione e del passato, l'islam deformato da tutti coloro i quali lo utilizzano politicamente, l'islam che riesce ancora a mettere a tacere le Primavere arabe e la voce di tutti i giovani che chiedono qualcos'altro. Allora quando farai la tua vera rivoluzione? Questa rivoluzione che nelle società e nelle coscienze farà definitivamente rimare religione con libertà, questa rivoluzione senza ritorno che si accorgerà che la religione è diventato un fatto sociale tra altri ovunque nel mondo, e che i suoi esorbitanti diritti non hanno più alcuna legittimità!
Sicuramente nel tuo immenso territorio ci sono degli isolotti di libertà spirituale: delle famiglie che trasmettono un islam di tolleranza, di scelta personale, di approfondimento spirituale; dei contesti sociali nei quali la gabbia della prigione religiosa si è aperta o semi-aperta; dei luoghi in cui l'islam da ancora il meglio di sé che corrisponde ad una cultura della condivisione, dell'onore, della ricerca di sapere e una spiritualità alla ricerca di questo luogo sacro dove s'incontrano l'essere umano e la realtà ultima chiamata Allah. In Terra islamica e ovunque nelle comunità musulmane del mondo ci sono delle coscienze forti e libere, ma esse sono condannate a vivere la loro libertà senza certezza, senza riconoscenza di un diritto veritiero, lasciate a loro rischio e pericolo di fronte al controllo comunitario o addirittura talvolta di fronte alla polizia religiosa.

Pertanto, ti prego, non ti stupire, non fare più finta di stupirti che dei demoni come il cosi detto Stato islamico ti abbiano rubato il volto! Poiché i mostri e i demoni rubano solo i volti già deformi a causa di troppe smorfie! E se vuoi sapere come fare per non mettere più al mondo tali mostri, te lo dirò. È allo stesso tempo semplice e molto difficile. Devi iniziare dal riformare tutta l'educazione che fornisci ai tuoi bambini, è necessario che tu riformi ciascuna delle tue scuola, ciascuno dei tuoi luoghi di sapere e di potere. 

-è per amore che si deve chiedere un assunzione di responsabilità

Video su www.gliscritti.it
Il papà di Aylan Kurdi: "Vorrei che i governi arabi, non i paesi europei, vedano cosa è successo ai miei figli e per questo aiutino i profughi siriani". A dirlo è Abdullah Kurdi, la cui famiglia è annegata davanti alle coste turche mentre cercava di raggiungere la Grecia. "Loro sono dei martiri e quello che spero è che la loro morte possa aiutare chi ha ancora bisogno. Basta con questa guerra" ha detto Abdullah ai giornalisti nella città turca di Mursitpinar, sul confine con la Siria.

-è falso e pericolosissimo dire che la responsabilità è altrove

Lettera ai terroristi islamici, di don Andrea Lonardo (su www.gliscritti.it)

3.2.2/ I luoghi di partenza

Siria (l’Iraq ha in mezzo l’Islamic Stare)

Certo c’è un dittatore, il presidente Assad, ma che non è di certo peggiore di Gheddafi o di Saddam Hussein… non ci sono crimini certi

Da sempre orbita in area russa, c’è un porto della marina militare russa, Tartus (ma che ulteriori basi)

Gli USA sono contrari ad Assad perché Assad è filo-russo, ed entrambi sono filo-iraniani

. Sono contro l’Islamic State, ma sono anche contro Assad che lo combatte

C’è soprattutto l’Islamic State con la sua necrofilia: Chi odia non ha conosciuto Dio… sono idolatri, non atei! Vogliono ritornare alle origini

Siamo dinanzi ad una crisi dell’Islam… cosa è?

I vescovi scongiurano i cristiani di rimanere. Aiutare in loco

Ci sono in mezzo popolazioni kurde che lottano contro l’Islamic State, ma sono osteggiate dai turchi

Nigeria, Niger, Ciad

Sia l’integralismo di Boko Haram (istruzione occidentale proibita), sia il capitalismo europeo, sia il tribalismo

Eritrea

20 anni di indipendenza dall’Etiopia

Dittatore Isaias Afewerki

Indipendente, ma non libera

Leva obbligatoria illimitata, impedito lo studio

Il patriarca ortodosso imprigionato nel 2007

50% musulmani

40.000 nelle carceri per ragioni politiche

3.000 cristiani in carcere… avere la Bibbia comporta l’arresto e lo stupro poi con violenze e torture

-In Africa i grandi problemi del tribalismo e della corruzione

3.3/ Le organizzazioni criminali del traffico

Moltissimi muoiono nel deserto (e questi noi non li conosciamo)

Un vice-prefetto ricordava un giovane che diceva: “Ho attraversato il deserto!”

Sbarchi da luoghi diversi

Prima dall’Albania (negli anni ’90)

Prima sbarcavano, perché le imbarcazioni erano migliori, ora sono “terminate”, quindi non possono arrivare in Sicilia

Le due rotte, mediterranea e balcanica (il problema dei vuoti di potere), contro l’anarchia

3.4/ Le vere mete dei profughi sono il nord Europa, il Canada, gli USA, ecc. non l’Italia

I paesi dove sono i campi

La Turchia 3+3 miliardi di euro per mantenerli in loco con l’aggiunta di facilitazioni per i turchi in Europa

(nell’ambiguità del ruolo del paese)

L’Italia

I migranti e noi: ciò che si dice, ciò che è, di Leonardo Becchetti da Avvenire del 12/3/2016

I migranti stanno invadendo i Paesi ricchi? Rapporto rifugiati per 1.000 abitanti: Libano 232, Giordania 87, Malta 23, Svezia 9, Italia 2 (media Ue 2). I musulmani ci invadono? Meno di un terzo tra gli immigrati che arrivano in Italia sono musulmani. Gli immigrati ci tolgono ricchezza? Con i 5 miliardi di differenza tra contributi versati e percepiti dagli immigrati l’Inps paga le pensioni di 600mila italiani. Saremo travolti da milioni di poverissimi? Sono prevalentemente quelli dei ceti medi che riescono ad arrivare nei nostri Paesi perché i soli con le risorse economiche necessarie per fare il viaggio. Rischiamo una catastrofe demografica? Il Paese si sta spopolando, con la perdita di 180mila italiani nel 2015, rimpiazzati da meno di 40mila stranieri immigrati.

L’arrivo degli immigrati ridurrà le nostre possibilità di sviluppo? Come ricordava ieri su questa prima pagina Massimo Calvi, gli Stati Uniti calcolano che l’invecchiamento della popolazione toglierà 0,8% punti di Pil all’anno per i prossimi otto anni: figuriamoci da noi dove la popolazione invecchia ancor più e non vogliamo forza lavoro giovane immigrata. Il Pil è la somma di beni e servizi prodotti e venduti e, a parità di competitività, con più anziani e meno forza lavoro (e forza lavoro più anziana) si produce meno e a tassi di produttività inferiori. Semplice. E drammatico. La differenza tra realtà e pregiudizio sul tema delle migrazioni, come anche qui si continua a documentare, è sostanziale.

Il tema delle migrazioni è ostaggio delle chiacchiere del bar dello Sport e di una narrativa ansiogena che certa politica, e purtroppo anche certi media, hanno interesse ad alimentare. Questa narrativa è lo specchio delle paure e delle ansie della popolazione nei confronti della globalizzazione, alimenta le opinioni di settori importanti dell’elettorato e riduce lo spazio per le politiche d’integrazione. Nessun governo può pensare di approvare leggi lungimiranti in materia, conservando il consenso dell’opinione pubblica in presenza di questa congiuntura comunicativa e culturale avversa. Se le statistiche non bastano a contrastare la narrazione distorta (e qualcuno del bar dello Sport arriverà a pensare che la statistica fa parte del "complotto") c’è bisogno di contro-narrazioni e di iniziative che possano contrastare il fenomeno.

Per risolvere il problema "politico" non basta dunque (anche se è ottimo e doveroso) proporre iniziative eccellenti che tante realtà della società civile organizzano rendendo vivo e tangibile il principio della sussidiarietà. In questo, la nostra cultura del "fare il bene, ma non dirlo" non aiuta affatto. Non si tratta di vantare quello che si fa quanto di affrontare una missione culturale. Bisogna anche sporcarsi le mani "entrando nel bar dello Sport" e affrontando direttamente il problema della narrativa distorta (come, ripeto, su queste pagine si fa spesso). Confutando innanzitutto il falso principio della "torta fissa". Come è noto in letteratura scientifica, la paura e l’ostilità per lo straniero è alimentata dal pregiudizio che l’economia e la società siano un gioco a somma zero.

La torta delle risorse è fissa e, se c’è un nuovo arrivato, bisognerà dargliene una fetta e quindi ridurre la nostra (la recessione da questo punto di vista aggrava il problema di percezione in questione perché per anni la torta si è ridotta). L’economia, invece, è un gioco a somma positiva, perché quella torta bisogna produrla, e farlo in un Paese che invecchia è sempre più difficile. La produttività dipende anche dallo spirito imprenditoriale e dalla struttura per età della popolazione. Le nuove risorse ed energie che vengono da altri Paesi diventano quindi preziose per far funzionare l’economia, stimolare creatività e innovazione. Le abilità e le qualifiche degli stranieri sono molto spesso complementari e non sostitute di quelle degli italiani e rendono più vivo e vitale il "tessuto produttivo" del Paese.

Per contrastare la narrazione culturale dominante ci vuole un lavoro paziente e capillare di formazione che faccia incontrare concretamente i 'diversi'. Lo straniero è molto più minaccioso quando è un’entità astratta che entra in casa nostra attraverso le ansie alimentate dalla televisione. Può diventare relazione quando è persona della porta accanto che entra nella nostra vita. Accanto a questo lavoro paziente e impegnativo c’è anche bisogno di produrre narrative diverse. In questa seconda fase della globalizzazione in cui i movimenti di persone stanno diventando fluidi e veloci quasi come i movimenti di capitali è illusorio (oltre che moralmente ed economicamente sbagliato) opporre resistenza alla società meticcia che verrà ed allora la cosa più giusta che possiamo fare è predisporre nel modo migliore possibile il nostro Paese a un’accoglienza ben regolata e intelligente. Da questo punto di vista c’è bisogno di raccontare in modo efficace storie diverse (quale sarà il commediografo che scriverà l’Indovina chi viene a cena dei nostri giorni?), di abitare sporcandosi le mani lo spazio dei social media perché altrimenti quello spazio lo occuperanno altri producendo livori e diffondendo la cultura del mors tua vita mea e degli 'italiani prima'. E di organizzare momenti visibili di piazza. È arrivato il momento di mobilitazioni che affrontino il tema. L’Europa di questi anni sarà giudicata per il modo in cui ha accolto chi è nel bisogno e ha preparato il suo stesso futuro. Oltre al Family day, per valorizzare la troppo sottovalutata bellezza e la forza della famiglia, sta forse arrivando il giorno di un Migration day, per valorizzare la complessità buona e la ricchezza del fenomeno migratorio nel nostro Paese. Per chiedere, anche qui, una legalità salda e accogliente. E per cambiare la percezione della globalizzazione.

A Lampedusa nell’ottobre del 2013 morti moltissimi eritrei

Mare nostrum, operazione militare italiana, criticata dall’Europa perché si diceva che era attrattiva

Renzi ha posto termine a Mare nostrum ed è iniziata l’operazione europea Triton

L’Europa ha, almeno apparentemente, accettato di intervenire ed aiutare

Dal punto di vista della legge ci sono coloro che hanno diritto all’asilo (cause di guerra o pericolo di vita) e gli irregolari

Se arrivano, debbono essere identificati, ma alcuni rifiutano (ora è comunque obbligatorio)

Gli irregolari identificati dovrebbero essere per legge rimpatriati, ma, di fatto, in Italia restano, perché l’azione della polizia non si regola sulla legge, per un tacito accordo

Non così è negli altri paesi

Per il regolamento di Dublino lo stato competente è lo stato di primo ingresso

Ora si è aggiunti ad alcuni accordi di relocation

Per l’Italia si parla di 170.000 migranti (che potrebbero raddoppiare)

2 modalità di accoglienza

la “prima accoglienza” – rivolta a richiedenti protezione internazionale ancora non riconosciuti che saranno inviati dalla Prefettura di Roma – o la “seconda accoglienza”, per rifugiati già riconosciuti e che hanno terminato il periodo di assistenza nel circuito dell’accoglienza dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati)

 

4/ Due prospettive inscindibili: accoglienza e integrazione

4.1/ Accogliere, senza se e senza ma…

Gaudium et spes che pone al centro Genesi

L’uomo, il fratello

Laura Pausini: «Perché il cuore di chi ha un altro Dio è uguale al mio. Per chi spera ancora in un sorriso, perché il suo domani l'ha deciso ed è convinto che il suo domani è insieme a te». 

Nella diversità della fede che deve poter essere detta… Cfr. catecumenato e musulmani che si battezzano in segreto

4.1.1/ Il grande valore delle nostre forze armate, mediche, di prima assistenza, ecc. ecc.

4.1.2/ Riscoprire il valore dei piccoli segni, incoraggiarli, farli conoscere, mostrare che è possibile accogliere

4.1.2.1/ Il nuovo sforzo di tante comunità

I numeri dell’accoglienza diocesana al 29 febbraio 2016

La Caritas di Roma, attraverso il proprio ente gestore “Cooperativa Roma Solidarietà” – Società Cooperativa Sociale ONLUS promossa dalla Caritas di Roma accoglie:

-54 uomini nel circuito SPRAR presso il centro “Ferrhotel”

-30 donne del circuito SPRAR presso il centro “Monteverde”

-10 uomini in semi-autonomia presso il centro “Ferrhotel”

-7 donne in semi-autonomia presso il centro “Venafro”

…per un totale di 101 persone

Il Progetto “Ero forestiero e mi avete ospitato…” che ha coinvolto Parrocchie e Istituti Religiosi prevede:

-50 posti di prima accoglienza in convenzione con la Prefettura di Roma distribuiti in 18 Parrocchie ed Istituti religiosi. Al momento soltanto 24 uomini sono stati inviati dalla Prefettura.

-45 posti di seconda accoglienza distribuiti in 15 Parrocchie ed Istituti religiosi

…per un totale di 95 persone

Complessivamente 196 posti distribuiti in 37 strutture diocesane, parrocchiali e di istituti religiosi.

Il progetto ”Ero forestiero e mi avete ospitato” nella parrocchia San Giuseppe al Trionfale. Un’intervista a cura dell’Ufficio catechistico ad Angela Melchionda, catechista

La parrocchia di San Giuseppe al Trionfale è stata fra le prime parrocchie romane a rispondere all’appello di papa Francesco. L’accoglienza di 2 ragazze ha messo in moto le parrocchie della prefettura che hanno iniziato a collaborare per poter sostenere la loro accoglienza. Intervistiamo una catechista della parrocchia, Angela Melchionda. Su questa esperienza è stato girato anche un video, dal titolo “Giubileo. L’altro sguardo”, disponibile on-line sul Canale YouTube Caritas Roma.

Angela, chi avete accolto, facendo spazio nella vostra comunità?

Sono state accolte due ragazze, una proveniente dal Togo e l’altra dalla Nigeria. Sono in Italia da circa tre anni e hanno affrontato numerose difficoltà prima di arrivare nella nostra comunità.

Come è maturata nella comunità la decisione di accogliere?

L’iniziativa è nata dal parroco, don Wladimiro, guanelliano, il quale a settembre scorso, ha colto l’invito prima di Papa Francesco e poi del cardinal Vallini ad ospitare nella nostra parrocchia una famiglia di immigrati che la Caritas diocesana ci avrebbe affidato.

La sua proposta è stata poi condivisa nel Consiglio Pastorale e tutti i partecipanti hanno approvato l’iniziativa. Il progetto ha visto la sua realizzazione nell’ambito della Prefettura: nove parrocchie hanno collaborato per provvedere alle necessità di diverso genere delle nostre ospiti. Il coinvolgimento della Prefettura e delle Istituzioni civili in maniera stabile e ordinata si può considerare un successo!

Dove risiedono le ragazze?

La provvidenza ha voluto che alcuni ambienti della parrocchia di San Giuseppe al Trionfale si liberassero a causa della scadenza di un contratto di comodato d’uso. Un locale, quindi, è stato destinato alle giovani ospiti.

In questo progetto c’è stato un coinvolgimento dei catechisti e dei ragazzi?

In particolare nella nostra comunità una catechista e una mamma di famiglia si sono rese disponibili per accompagnarle alle visite mediche, agli uffici per ottenere documenti di soggiorno o anche semplicemente per ascoltarle e prendersi cura di loro. Tutta la comunità è a conoscenza del progetto e pian piano il coinvolgimento di tutti sta crescendo.

L’avete fatto a me!, di Marco Vitale Di Maio

Da più di un anno, la nostra comunità parrocchiale di Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione in Roma si stava interrogando su come impegnarsi, in modo più diretto e coinvolgente, nel servizio ai più bisognosi. La possibilità di accogliere una coppia di richiedenti asilo, dunque, ci è sembrata da subito una preziosa opportunità. Dopo qualche settimana di riflessione e discernimento a diversi livelli, ci siamo resi disponibili per l’accoglienza e ci siamo messi subito al lavoro.

Innanzitutto abbiamo intrapreso una capillare opera di sensibilizzazione della comunità parrocchiale e, contemporaneamente, abbiamo dato vita ad una corsa di solidarietà per raccogliere i fondi necessari per risistemare i locali parrocchiali. Abbiamo avuto così la possibilità di sistemare uno spogliatoio dell’oratorio e lo abbiamo organizzato per essere un accogliente bilocale.

L’arrivo della coppia di rifugiati è stata un’emozione forte, per tutti! Ormai quasi ogni giorno si sente in televisione di sbarchi o di esodi ma stringere la mano ad uno di questi fratelli guardandolo negli occhi è un’altra cosa!

Lei 18 anni, lui 23, sguardo perso nel vuoto, lui qualche parola di francese mentre lei conosce solo il dialetto del suo Paese di origine.

Appena arrivati è cominciata la staffetta da parte di oltre 50 famiglie per offrire una cena tutta per loro che ogni sera puntualmente gli viene portata in parrocchia. Dopo le prime difficoltà iniziali per conoscere i loro gusti e necessità alimentari siamo ormai arrivati ad una buona gestione dei pasti.

La presenza di questi due ragazzi sta mobilitando gran parte della comunità parrocchiale per le più svariate attenzioni nei loro confronti: accompagnarli per i diversi impegni burocratici e sanitari, proporgli ripetizioni di lingua italiana, piuttosto che invitarli al laboratorio teatrale dell’oratorio o inventarci un corso di cucito per la ragazza. In questo modo le loro giornate sono piuttosto piene: al mattino corso di italiano in Centro, pranzo presso una delle mense della Caritas diocesana; il pomeriggio studio, appuntamenti in Prefettura e qualche attività ludica in parrocchia.

Ovviamente le tante ricchezze che emergono da questa esperienza non sono immuni da qualche piccola difficoltà pratica nel portare avanti il progetto di accoglienza. Le differenze culturali e religiose con i nostri ospiti ci spingono costantemente a cercare di capire la cosa migliore da fare nel momento più opportuno e questa attenzione permanente è sicuramente l’impegno primario per tutta la comunità parrocchiale. Ci sono anche le fatiche di coordinamento tra tutte le famiglie coinvolte nel progetto e con la stessa Caritas diocesana e i suoi operatori.

Tutte queste difficoltà sono comunque un’occasione per fare un’opera di carità impegnativa e che va continuamente motivata e studiata nel concreto.

4.1.2.4/ Noi catechisti dobbiamo lavorare in questa direzione… la risposta c’è, ma deve crescere

4.1.2.5/ Il lavoro ordinario delle cappellanie dei migranti

4.2/ Integrare

Il fallimento dell’integrazione in nord Europa… bisogna cercare un’altra via e con determinazione

La situazione del degrado e della guerra non è causata dall’Europa. Amare vuol dire non solo accogliere, ma anche aiutare a riconoscere una responsabilità

4.2.1/ Accogliere è possibile non dimenticando la propria identità, ma anzi rafforzandola

Il rabbino Di Segni: "Noi ebrei esempio di integrazione". Un’intervista di Stefania Rossini a Rav Riccardo Di Segni

"Io so’ judio romano..." Quando il rabbino capo Riccardo Di Segni deve trovare una sintesi che renda al meglio la sua identità, il suo credo, l’amore per la sua città e il travaglio della sua gente, ricorre al verso di un sonetto di Crescenzo Dal Monte, considerato il Gioacchino Belli della Roma ebraica.

da MULTICULTURALISMO? La convivenza alla prova: il contributo dell’ebraismo, di Giorgio Israel

Le complesse vicende dell’identità ebraica insegnano soprattutto una cosa: il carattere velleitario e astratto del multiculturalismo. Naturalmente, quando dico questo non mi riferisco alla multiculturalità, che è un dato di fatto. Il monoculturalismo non è mai esistito. Tutte le società della storia sono formazioni “meticcie”, ovvero sono la sintesi di una miriade di apporti diversi. Quel che conta è che, in date fasi storiche, questi apporti danno luogo a sintesi del tutto originali che riescono a proporsi come modello sociale e culturale per l’intera società, almeno fino a quando riescono a conservare una capacità di sviluppo dinamico e una vitalità. 
Viceversa, il multiculturalismo è un progetto di società che prevede la convivenza, fianco a fianco, di gruppi sociali e culturali diversi, e la cui tolleranza reciproca dovrebbe essere garantita dal fatto che nessuno di essi eserciti una prevalenza sugli altri e neppure s’impicci di quel che accade nella “zona” occupata dagli “altri”, nell’indipendenza assoluta di usi, costumi, religioni, regole di vita e principi etici.
La storia dimostra, al contrario, che la convivenza funziona soltanto in contesti caratterizzati da una identità dominante, la quale stabilisce i principi generali e le regole di tale convivenza. Naturalmente, questa predominanza identitaria deve essere improntata alla tolleranza e non deve cedere alla tentazione di assorbire, assimilare e inglobare, ovvero di annullare l’identità altrui. È un equilibrio difficile, ma una convivenza è impossibile se non vengono stabilite in qualche modo, e necessariamente da parte di una maggioranza, le regole generali della vita associata. 
Per venire ad un esempio concreto, le società europee sono dominate da una concezione della vita associata che deriva dai principi della giustizia, della tolleranza e del rispetto della persona che, a loro volta, si radicano nelle tradizioni ebraico-cristiana e della democrazia liberale. Questa visione della società può essere aperta a culture diverse e disponibile ad accoglierle con tolleranza e interesse, ma senza venir meno a una cornice generale di principi: ad esempio, non potrebbe accettare modi di vita o costumi lesivi dei diritti e della dignità della donna, come la poligamia o l’infibulazione
Per converso, l’accettazione di una suddivisione della società in zone in cui ciascuno agisce come meglio crede porterebbe alla dissoluzione di quella cornice di principi e, in definitiva, alla distruzione di ogni possibile forma accettabile di convivenza sociale basata sul rispetto reciproco.  […]

Chi vive in Italia sa di vivere in un paese prevalentemente cattolico e le cui forme di convivenza sono ancora (sebbene in forma meno accentuata di un tempo) caratterizzate da tale prevalenza. Potrebbe anche accadere, nel futuro, che l’Italia diventi un paese dominato da una cultura diversa, come fu nel passato: visti i candidati a tale sostituzione è una prospettiva che non ritengo auspicabile… 
La peggiore prospettiva sarebbe comunque quella che essa divenisse un mosaico multiculturale, perché di certo diverrebbe allora un luogo di intolleranze razziali di brutalità inaudita, come mostrano chiaramente i primi embrioni di forme di convivenza comunitarista che si affacciano in Europa, per esempio in Olanda o nelle periferie londinesi. Oltretutto, una simile disgregazione comunitarista aprirebbe la strada all’affermarsi dell’egemonia delle identità più aggressive e intolleranti.
Qui risiede una differenza fondamentale tra l’ebraismo e l’islam, che ha avuto un ruolo importantissimo nella storia d’Europa ma è ben presto uscito – non tanto o soltanto espulso, ma volontariamente uscito – dal processo di costituzione dell’identità europea. Ed ora che tende a rientrare nella storia d’Europa, tende a farlo, a causa del prevalere di correnti integraliste, con un atteggiamento di totale estraneità e persino di ostilità all’identità europea, vista come qualcosa da rifiutare e magari anche distruggere. Le vicende dell’ebraismo europeo, e italiano, sono state spesso dolorose, dolorosissime, ma non sono mai state estranee a un rapporto profondo con il mondo cristiano, non sono mai uscite da un dialogo talora molto difficile, ma comunque particolare e privilegiato, con il cristianesimo

4.2.3/ Multiculturalismo o inter-cultura?

Da J. Ratzinger, Inculturazione o inter-culturalità? Cristo, la fede e le culture

Riprendiamo sul nostro sito il testo della conferenza tenuta dall’allora cardinal Joseph Ratzinger in occasione dell’incontro dei vescovi della FABC (Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche), tenutosi ad Hong Kong nei giorni 2-6 marzo 1993. Il testo è stato tradotto da Piero Gheddo e Rodolfo Casadei e pubblicato su ASIA NEWS, n. 141, 1-15 gennaio 1994, con il titolo Cristo, la fede e la sfida delle culture.

L’inculturazione presuppone la potenziale universalità di ogni cultura, che in tutte le culture la stessa natura umana sia al lavoro e che cercare l’unità è la comune verità della condizione umana come si esprime nelle culture. In altre parole, il programma di inculturazione ha senso solo se non si compie nessuna ingiustizia nei confronti di una cultura quando, data l’universale disposizione dell’uomo a cercare la verità, la cultura è aperta e viene sviluppata da una nuova potenza culturale.
Ne consegue che ogni elemento che in una cultura esclude questa apertura e scambio va giudicato come una deficienza di quella cultura, poiché l’esclusione degli altri va contro la natura dell’uomo. Il segno della nobiltà di una cultura è la sua apertura, la sua capacità di dare e di ricevere, che le permetta di essere purificata e di diventare più conforme alla verità e all’uomo. […]

una cultura approfondisce e raffina le proprie intuizioni e valori, nella misura in cui è aperta o chiusa, internamente vasta o stretta. Questo può portare ad una profonda evoluzione della sua primitiva configurazione culturale e questa trasformazione non può in nessun modo essere definita alienazione o violazione. Una trasformazione ben riuscita è spiegata dall’universalità potenziale di tutte le culture, che diventa concreta in una data cultura attraverso l’assimilazione delle altre e la sua interna trasformazione.
Un tale procedimento può anche risolvere l’alienazione latente dell’uomo dalla verità e da se stesso, che una cultura può albergare. Può significare la Pasqua di salvezza di una cultura: mentre sembra morire, la cultura realmente nasce, ritrovando pienamente se stessa per la prima volta.
Per questo motivo noi non dovremmo più parlare di "inculturazione", ma di incontro di culture o "inter-culturalità", se vogliamo forgiare una nuova espressione. Infatti l’inculturazione presume che la fede, liberata dalla cultura, sia trapiantata in un’altra cultura religiosamente indifferente, dove due soggetti, sconosciuti l’uno all’altro, si incontrano e si fondono.
Ma questo modo di concepire l’incontro della fede con le culture è anzitutto artificiale e irrealistico, perché, con l’eccezione della civiltà moderna tecnologica, non esiste una fede senza cultura o una cultura senza fede. È difficile immaginare come due organismi, estranei l’uno all’altro, possano diventare improvvisamente un insieme coerente in un trapianto che arresta lo sviluppo di ambedue. Invece, se è vero che le culture sono potenzialmente universali e aperte l’una all’altra, l’inter-culturalità può portare a una fioritura di nuove forme. […]

La conoscenza della dipendenza dell’uomo da Dio e dall’eternità, la conoscenza del peccato, della penitenza e del perdono, la conoscenza della comunione con Dio e con la vita eterna, e infine la conoscenza dei precetti morali fondamentali come hanno preso forma nel decalogo, tutte queste conoscenze permeano le culture. Non è certo il relativismo a trovare conferma. Al contrario, è l’unità della condizione umana, l’unità dell’uomo che è stata toccata da una verità più grande di lui.

Miracolo a Le Havre, Almanya - La mia famiglia va in Germania, Terraferma. Qualcosa di strano, qualcosa di consueto: nei recenti film sull’accoglienza degli immigrati si torna a valorizzare la famiglia ed il rifiuto dell’aborto, continuando a parlare male della fede cristiana. Breve nota di A.L. (da www.gliscritti.it)
Tre novità
In tre recenti film che affrontano la tematica dell’immigrazione divengono improvvisamente belle tre scelte che non sono "politicamente corrette".

In Miracolo a Le Havre, di Aki Kaurismäki, il lustrascarpe Marcel Marx, che aiuterà un giovane immigrato nordafricano, vive un rapporto d’amore con sua moglie Arletty nel quale lei lo sostiene prendendosi cura di lui, nonostante la sua inadeguatezza. Scene da un matrimonio strano ma sereno, si potrebbe dire.

In Almanya - La mia famiglia va in Germania, di Yasemin Samdereli, Hüseyin Yilmaz, emigrato in Germania dalla Turchia negli anni ’60, incoraggia la nipote a non abortire pur essendo lei ed il suo ragazzo appena maggiorenni.

In Terraferma, di Emanuele Crialese, Sara, giovane mamma etiope, difende la sua gravidanza nata da uno stupro subito nelle carceri libiche, affermando che suo marito, se la ama veramente, capirà.

Insomma, ciò che il cinema italiano non accetterebbe di presentare positivamente se vissuto da giovani europei viene improvvisamente – e fortunatamente – sdoganato in riferimento a giovani immigrati.

I produttori dei film citati potrebbero non essersi resi conto della novità delle posizioni espresse dai loro film in tema di etica familiare e sessuale, ma certamente il senso morale delle culture di origine di molti dei nuovi immigrati provoca la riflessione di uno sguardo occidentale che si è asssuefatto alla secolarizzazione e scopre, invece, modi diversi di vivere, carichi di fede e di moralità.

Tre banalità

Banale, invece, perché secondo gli stilemi del “politicamente corretto-scorretto solo verso il cristianesimo” è la presentazione della presenza della Chiesa.

In Miracolo a Le Havre non appare nessun prete a difesa degli immigrati e gli unici due sacerdoti che entrano in scena discutono saccentemente mentre il lustrascarpe Marcel Marx pulisce le loro scarpe. In una battuta del film si afferma esplicitamente che solo chi svolge lavori umili vive le beatitudini.

In Almanya - La mia famiglia va in Germania per ben tre volte si rappresenta il crocifisso come qualcosa di spaventevole per i giovani immigrati turchi - ad esempio, una volta appare in un incubo di un figlio come una presenza sanguinante che sta per cadere sul letto dove il piccolo dorme. Se, da un lato, questo ricorda che per una vera integrazione la scuola deve operare a livello culturale perché chi non conosce il cristianesimo ne scopra almeno la dignità, pur non volendo aderire ad esso, d'altro lato ricorda che una banalizzazione della fede cristiana è sempre alle porte.

Infine, in Terraferma, brilla l'assenza di ogni riferimento a Dio ed ai santi - dalla Vergine, a Santa Lucia, a Santa Rosalia - così cari alla popolazione siciliana. L'unica che ha un riferimento a Dio è la giovane immigrata, mentre nessuno degli abitanti dell'isola prega o ricorda la tradizione popolare impregnata di cristianesimo.

Merita ricordare qui una riflessione estremamente densa e illuminante di Benedetto XVI:

«L’anima africana e anche l’anima asiatica restano sconcertate di fronte alla freddezza della nostra razionalità. Proprio la fede cristiana non è un impedimento, ma invece un ponte per il dialogo con gli altri mondi. Non è giusto pensare che la cultura puramente razionale, grazie alla sua tolleranza, abbia un approccio più facile alle altre religioni. Ad essa manca in gran parte “l’organo religioso” e con ciò il punto di aggancio a partire dal quale e con il quale gli altri vogliono entrare in relazione. Perciò dobbiamo, possiamo mostrare che proprio per la nuova interculturalità, nella quale viviamo, la pura razionalità sganciata da Dio non è sufficiente» (dall’intervista rilasciata da Benedetto XVI a Radio Vaticana ed a tre televisioni tedesche il 13 agosto 2006). 

4.2.4/ Un nuovo senso del territorio ed una riscoperta della Costituzione

La teoria delle finestre rotte (da Wikipedia)
La teoria delle finestre rotte è quella teoria sociologica secondo la quale investendo le risorse, umane e finanziarie, nella cura dell'esistente e nel rispetto della civile convivenza si ottengono risultati migliori rispetto all'uso di misure repressive.

Ad esempio l'esistenza di una finestra rotta (a cui il nome della teoria) potrebbe generare fenomeni di emulazione, portando qualcun altro a rompere un lampione o un idrante, dando così inizio a una spirale di degrado urbano e sociale. La teoria fu introdotta nel 1982 in un articolo di scienze sociali di James Q. Wilson e George L. Kelling.

Storia Nel 1969, presso l'Università di Stanford (USA), il professor Philip Zimbardo condusse un esperimento di psicologia sociale. Egli lasciò due automobili identiche, stessa marca, modello e colore abbandonate in strada, una nel Bronx, zona povera e conflittuale di New York, l'altra a Palo Alto, zona ricca e tranquilla della California. Quindi due identiche auto abbandonate, due quartieri con popolazioni molto diverse e un team di specialisti in psicologia sociale, a studiare il comportamento delle persone in ciascun sito. Ciò che accadde fu che l'automobile abbandonata nel Bronx cominciò ad essere smantellata in poche ore, perdendo le ruote, il motore, specchi, la radio, ecc...; tutti i materiali che potevano essere utilizzati vennero rubati e quelli non utilizzabili vennero distrutti. Al contrario, l'automobile abbandonata a Palo Alto, rimase intatta.

In tali casi è comune attribuire le cause del crimine alla povertà, attribuzione sulla quale si trovano d’accordo le ideologie più conservatrici (sia di destra che di sinistra). Tuttavia, l'esperimento in questione non terminò così. Infatti, dopo una settimana, quando la vettura abbandonata nel Bronx era stata completamente demolita e quella a Palo Alto era rimasta intatta, i ricercatori decisero di rompere un vetro della vettura a Palo Alto. I ricercatori assistettero alla stessa dinamica di vandalismo che avevano registrato nel Bronx: furto, violenza e vandalismo ridussero il veicolo nello stesso stato di quello abbandonato nel quartiere malfamato di New York.

La pubblicazione dell'articolo di James Q. Wilson e George L. Kelling, ebbe molto successo negli ambienti di studio della criminologia. Nel 2007 e nel 2008 Kees Keizer e colleghi, all'Università di Groningen, hanno condotto una serie di esperimenti sociali controllati per determinare se l'effetto del disordine esistente (come la presenza di rifiuti o l'imbrattamento da graffiti) avesse aumentato l'incidenza di criminalità aggiuntive come il furto, il degrado o altri comportamenti antisociali. Hanno scelto diversi luoghi urbani successivamente trasformati in due modi diversi ed in tempi diversi. Nella prima fase "il controllo", il luogo è stato mantenuto ordinato, libero da graffiti, finestre rotte, ecc. Nella seconda fase "l'esperimento", esattamente lo stesso ambiente è stato trasformato in modo da farlo sembrare di proposito in preda all'incuria e carente di alcun tipo di controllo: sono state rotte le finestre degli edifici, le pareti sono state imbrattate con graffiti ed è stata accumulata sporcizia. I ricercatori hanno poi segretamente controllato i vari luoghi urbani osservando se le persone si comportavano in modo diverso quando l'ambiente era stato appositamente reso disordinato. I risultati dello studio hanno corroborato la teoria.

Applicazione a New York

Nel 1994 il neoeletto sindaco di New York Rudolph Giuliani, con l'aiuto del commissario Bill Bratton, applicò la teoria della finestra rotta per combattere il crimine nella metropolitana della città. L'operazione da cui ebbe il via la Tolleranza zero, consisteva semplicemente nel far pagare il biglietto ai viaggiatori. Questo bastò a cancellare l'idea che la metropolitana fosse una zona abbandonata e senza regole, producendo un crollo delle attività criminali.

Islam e Repubblica italiana: la via è nella Costituzione, di Carlo Cardia da Avvenire del 30/3/2016
Francia e Belgio, si torna a parlare del profilo istituzionale che dovrebbe riguardare l’islam presente in Italia. Non di rado, però, lo si fa prescindendo dai princìpi della Costituzione che pone al primo piano la tutela della libertà religiosa, e insieme chiede alle Confessioni religiose il rispetto dei diritti umani fondamentali e dei valori essenziali del nostro ordinamento. Forse è necessaria una riflessione di verità su un tema così decisivo.

Esaminiamo alcune recenti proposte, e suggestioni, emerse nei giorni scorsi, sull’argomento. Non mi soffermo, ma devo richiamarli, sui tentativi di voler limitare per l’islam presente in Italia l’esercizio dei diritti costituzionali, a cominciare dalla libertà religiosa. Si tratta di pulsioni inaccettabili, pervase dalla paura, e che provocano paura e disordine. Mi interessano di più proposte apparentemente interessanti. Ad esempio di chi vuole che lo Stato faccia un «albo degli imam», con diritti e doveri specifici, dimenticando però che il nostro non è uno «Stato giurisdizionalista» che interviene negli interna corporis delle Confessioni; come non interviene, secondo quanto prospettano altre proposte, per regolare i luoghi di culto, moschee comprese, al di là di quelle norme generali che valgono per tutti.

Si ventila poi l’ipotesi di dare alle associazioni religiose gli stessi diritti delle Confessioni, scardinando così lo stesso sistema costituzionale che eleva la Confessione a un livello di tutela superiore, in quanto struttura che regola una importante settore della società civile.

Ancora, si propone di stipulare un’Intesa con l’islam, ma si dimentica che, per giungere all’Intesa, il culto interessato deve essere prima riconosciuto ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione e della legge 1159/1929.

Anche la proposta di dare all’islam l’8 per mille è, per il momento, quasi un’astrazione perché l’8 per mille non è una regalia discrezionale dello Stato, né un istituto a sé stante: è il risultato di un cammino che passa attraverso il riconoscimento della Confessione e la stipulazione dell’Intesa, mentre per l’islam non c’è ancora né l’uno né l’altra. E già oggi, deve essere chiaro, lo Stato ha tutti i poteri per intervenire quando si presentino attività sovversive, o della sovversione fiancheggiatrici, a prescindere dalla qualifica religiosa dell’organizzazione.

Torniamo allora ai princìpi cardine del nostro assetto costituzionale. La libertà religiosa è valore primario dell’ordinamento italiano (e internazionale), e non è concessa a discrezione dei poteri pubblici, essendo un bene prezioso per la collettività. Essa è un diritto individuale e collettivo perché il suo esercizio contribuisce a far crescere la coesione sociale, nel rispetto delle norme costituzionali che la disciplinano.

C’è però un problema di fondo che riguarda l’organizzazione che le confessioni religiose si danno, nel caso specifico i musulmani: la rappresentatività di chi governa comunità, moschee e altre strutture religiose. L’islam non conosce il nostro concetto di personalità giuridica, tende a vivere in modo atomistico, senza organizzazioni rappresentative nazionali, capaci di interloquire con lo Stato e le pubbliche istituzioni.

Ciò ha impedito sino a oggi di seguire la via maestra della Costituzione che riconosce il diritto di (tutte) le Confessioni religiose a darsi i propri Statuti purché non contrastino con i princìpi dell’ordinamento giuridico. Si tratta d’un caposaldo non aggirabile, ma col passar del tempo s’è determinato un paradosso quasi unico. Da un lato aumenta e cresce la presenza dei musulmani, immigrati o cittadini italiani, sul nostro territorio (fino al punto che essi costituiscono una delle minoranze religiose più cospicue presenti in Italia), dall’altro non è mai stata riconosciuta alcuna confessione islamica ai sensi dell’art. 8 della Costituzione e della Legge 1159/1929. Di fatto l’islam vive attraverso una molteplicità di strutture, centri, moschee (spesso piccole, o fatiscenti) che operano orizzontalmente sul territorio e nell’ordinamento senza voler raggrupparsi in uno, due, o tre, organizzazioni veramente rappresentative a livello comunitario. Esistono alcune eccezioni, come quella del Centro culturale legato alla Grande Moschea di Roma, che però è un ente con ramificazioni internazionali; o della Co.Re.Is che ha fatto il massimo e lodevole sforzo di costituirsi in confessione, ma la cui rappresentatività è assai ridotta. Ma in genere prevale una realtà frammentaria, a volte inafferrabile. Bisogna allora comprendere che organizzarsi in una Confessione non è un dato giuridico o formale, essa fa entrare la comunità di fedeli in una dimensione nuova: nel caso dell’islam, fa uscire da una semi-clandestinità moschee e centri culturali, li inquadra in un orizzonte certo di diritti e doveri, giova al consolidamento della identità collettiva, la fa evolvere in collegamento con la società esterna. La costituzione della Confessione comporta il coinvolgimento dei fedeli, la formazione di uno Statuto con diritti e doveri anche interni alla confessione, l’attivazione di organismi dirigenti responsabili di fronte alla società, e via di seguito.

Insomma, la fuoriuscita dalla semiclandestinità immette in un circuito di conoscenza, e di controlli, un pulviscolo di strutture e organizzazioni e centri che altrimenti vivrebbero per sempre isolati.

Per questa ragione, nel 2008, con una Dichiarazione di Intenti, i massimi esponenti delle Comunità islamiche si proposero di creare una Federazione dell’islam, con la quale si proclamava l’accettazione e la fedeltà ai princìpi di libertà religiosa, all’eguaglianza tra uomo e donna, al valore della vita umana e si dichiarava di «rifiutare ogni collegamento con organizzazioni integraliste» e di voler «marcare un confine netto nei confronti di ogni tipo di fondamentalismo». Il tentativo si esaurì con la caduta del secondo Governo Prodi, e nulla più è stato fatto. Ogni gruppo islamico vive ancora oggi separato rispetto agli altri, con una permanente frammentazione che lascia aperte le porte a diverse possibilità.

Riprendere oggi tesi sciagurate di matrice illiberale e xenofoba contro la libertà religiosa dei musulmani, oltre a contraddire i diritti umani che competono a tutti, accentuerebbe proprio l’isolamento e l’abbandono di una rilevante minoranza religiosa, esponendola tra l’altro alle lusinghe di estremisti e fondamentalisti.

D’altronde, immaginare fughe in avanti, con l’8 per mille da dare all’islam, la stipulazione di un’Intesa con entità ancora neanche riconosciute, vuol dire immaginare obiettivi che potranno un giorno realizzarsi ma che richiedono,prima, un impegno da parte di tutti nel realizzare quel cammino previsto dalla Costituzione per la regolarizzazione una Confessione religiosa. A questo bisogna dedicarsi.

Un’Europa non farisaica per l’islam integrato e contro l’islam terrorista, di Samir Khalil Samir, AsiaNews del 24/3/2016 (su www.gliscritti.it)
Roma (AsiaNews) - I tragici attentati di Bruxelles, hanno prodotto in Europa due atteggiamenti: uno guerriero e uno sentimentale. I terroristi che hanno compiuto gli attentati erano conosciutissimi dalla polizia, dai servizi segreti, eppure hanno fatto quello che hanno voluto. La nostra gente allora è diventata “guerriera”: attuare un sistema di sicurezza preciso, controllare i confini, rifiutare tutti i migranti, maledire tutte le proposte di integrazione.

Poi c’è la gente comune, per esempio alcuni giovani che chiedono solo tranquillità e delegano la difesa a uno Stato divenuto ormai così fragile. Ma loro non si sentono responsabilizzati in nulla.

Di fatto vi è la diffusa paura che il terrorismo ci derubi del nostro modo di vivere spensierato e “libero”. Molti giornali poi sottolineano “la guerra” dell’Europa. Ma l’Europa è in guerra da tanto tempo contro il jihadismo.

Certo vi è ormai una escalation. La febbre islamista è ormai dappertutto. Non vi è più solo una zona o un Paese preciso. I jihadisti operano ovunque: per le strade, nei ristoranti, all’aeroporto, in metro. Sembra non ci sia più scampo.

I terroristi approfittano di ogni situazione per far saltare tutto: Pakistan, Bangladesh, Nigeria, Kenya, Libia,… Magari non sono le stesse persone o lo stesso gruppo, ma tutta questa violenza ha lo stesso cespite, che è il salafismo. C’è una ramificazione del pensiero islamico, che cerca di mondializzare il terrore.

Il prof. Pierre Vermeren su Le Monde di ieri mostra la storia di questi gruppi marocchini, a cui appartengono i terroristi di Parigi e di Bruxelles. Essi o i loro genitori sono arrivati in Europa col boom delle industrie minerarie e dell’acciaio; con la crisi sono divenuti disoccupati; dopo la disoccupazione sono diventati criminali (spacciando hashish). Ma a questo punto, anche per uno strano patto economico con il mondo saudita, sono cominciati ad arrivare decine di predicatori wahhabiti, costruendo moschee su moschee. E questo fondamentalismo li ha presi e resi terroristi.

Un fatto simile è avvenuto anche in Francia. Ma Belgio e Francia, con governi secolari, disinteressati alla religione, non si sono curati di questo aspetto e lo hanno lasciato crescere fino ad oggi. Gli Stati pensavano di poter controllare la situazione in modo politico e sociologico. E invece il fenomeno è loro scoppiato in faccia.

In Belgio ci sono ormai quartieri dove la polizia non entra più. A Molenbeek [il quartiere di Salah Abdeslam, il terrorista arrestato in Belgio, responsabile delle stragi di Parigi – ndr], ma anche in altri quartieri, la polizia arriva, ma uomini barbuti li bloccano dicendo che quella è “casa loro” e le forze dell’ordine non ci devono entrare.

Sono zone non più controllabili. In Francia c’è una situazione simile con quartieri dove la delinquenza giovanile fa il bello e il cattivo tempo. Anche se i loro genitori, più anziani, non sono d’accordo, i giovani si comportano da padroni e sono loro la legge. D’altra parte i prezzi e gli affitti in centro città sono molto alti e questa gente va a vivere nelle periferie, che diventano delle città a sé stanti. Il wahhabismo si diffonde dappertutto: coi soldi, con le moschee, con gli imam pagati dall’estero e questo è il risultato.

La malattia islamica

Gli Stati europei ora fanno proclami su un sistema di sicurezza forte, condiviso, ma non confessano la superficialità con cui hanno lasciato ad Arabia saudita, Qatar e altri Paesi finanziare predicatori, imam, moschee, lasciando predicare in arabo, lasciando crescere l’ideologia jihadista.

Pochi Paesi, come l’Austria e la Svezia, hanno dato regole precise: non si accettano progetti di moschee finanziate dall’estero; le prediche nelle moschee devono avvenire nella lingua del Paese ospitante; gli imam devono essere formati nel Paese. In Austria ad esempio, si è cercato di iniziare una scuola teologica islamica locale dentro l’università, con programmi accademici: chi vuole essere imam riconosciuto, deve passare di là.

Occorre mettere un minimo di regole: ad esempio, non si può pregare bloccando le strade. Questo, che è una specie di ricatto, è diventato molto diffuso. Una volta succedeva anche a Milano; a Parigi succede ancora adesso; a Marsiglia vi sono quartieri interi sequestrati per la preghiera!

Gli Stati non capiscono nulla della religione e ancora meno della religione islamica e lasciano fare. Magari ai cattolici metteranno divieti, ma verso i musulmani si mostra accondiscendenza.

La Francia, ad esempio, è spesso anti-cattolica nel suo governo e fa di tutto per frenare i cattolici, ma facilita i musulmani allo scopo di avere voti da loro. Forse lo stesso avviene in Italia.

In Francia l’allora presidente Sarkozy ha messo in atto una legge dell’800, per la quale con il pagamento di un franco all’anno è possibile affittare per “motivi culturali” un terreno per la durata di 99 anni. Egli ha incoraggiato tutti i sindaci a affittare i terreni ai musulmani e non ai cristiani.

E questo solo per motivi politici ed economici, per attirare voti e investimenti da parte di Arabia saudita, Qatar, Emirati. Qatar e Arabia saudita sono ufficialmente wahhabiti. In Europa nessuno li accusa di terrorismo, ma nella stampa araba tutti lo dicono, perché sono loro che aiutano i jihadisti. Sono loro a finanziare l’Isis; le armi comprate da loropassano attraverso la Turchia e finiscono proprio nelle mani dei jihadisti che poi ci ritroviamo in Europa.

La Turchia fa il doppio gioco: si mostra “europea” e nello stesso tempo lascia passare i foreign fighters fino in Siria. Eppure nessuno critica questi Paesi. Da quasi un anno Riyadh sta bombardando lo Yemen, nelle regioni dove ci sono i sciiti, colpisce ospedali e piazze del mercato con civili, e nessuno protesta.

È ovvio pensare che ci sono accordi economici di alto livello. Lo scorso anno la Francia ha venduto al Qatar 24 aerei da guerra Rafale per 3,5 miliardi di dollari Usa. Così le violenze contro i diritti umani vengono taciute. Riyadh aiuta anche l’Egitto e in cambio il nostro Paese deve lasciare un po’ di spazio ai Fratelli musulmani.

Insomma, nella lotta al terrorismo e nelle denunce che fa l’occidente c’è molto farisaismo.

Anche l’accordo della Ue con la Turchia per il rimpatrio dei rifugiati soffre di molta ambiguità. Sembra fatto in fretta e con superficialità. Come si può pensare di far tornare indietro un profugo che ha pagato 5mila euro per imbarcarsi, ha rischiato la vita per arrivare in Europa, per poi rimandarlo in Turchia, non certo un modello di diritti umani, e in più una base degli scafisti? C’è una piaga, una malattia islamica dentro l’islam e tutte le lotte sono interne all’islam per definire che cosa sia la vera religione. Una parte di questa lotta è finanziata da questi Paesi che vogliono far vincere l’islam wahhabita. Ad Al-Azhar, l’università più autorevole  del mondo sunnita, non sono wahhabiti, ma poiché l’Arabia saudita sostiene l’università, essi insegnano questo islam fondamentalista. Loro dicono: No, no, stiamo cambiando, ma non è vero. I libri sono sempre gli stessi: irridono verso le altre religioni, verso i kuffār (i pagani), … Un mese fa alcuni grandi pensatori egiziani accusavano al-Azhar alla televisione: “Non potremo fare nulla – essi dicevano – finche questa università non cambia i suoi programmi di insegnamento”.

L’integrazione con le regole

Per cambiare la situazione abbiamo pochi strumenti in mano. L’unica via d’uscita è che l’Europa sia rigorosissima nelle norme, insegnando a qualunque immigrato, anche ai musulmani, che qui ci sono leggi precise e precise tradizioni culturali che vanno rispettate. Non è ammissibile cedere e lasciare che si preghi per strada bloccando il traffico, aiutando per questo e per quest’altro; non si può accettare che essi rifiutino di andare a scuola e poi pretendano il sussidio di disoccupazione.

Tempo fa seguivo alcuni profughi musulmani nelle periferie di Parigi. E ho osservato che le ragazze studiavano in modo molto proficuo, la sera stavano a casa a studiare le lezioni. I giovani invece la sera se la spassavano, andavano al bar fino a mezzanotte, e così hanno concluso male la scuola. In questo modo trovavano solo lavori precari, temporanei, o andavano a rifugiarsi alla moschea chiedendo un sostegno. Le famiglie non riescono a guidare i loro ragazzi. Occorre educare al rispetto delle regole della convivenza. In Germania, ad esempio, nella città dove passo alcuni mesi ogni anno, dopo le 10 di sera non si può fare chiasso. Che ci sia festa o no, non si può fare rumore. La polizia arriva e mette in guardia i colpevoli. Dopo due volte porta i trasgressori in prigione per alcuni giorni.

L’integrazione è anche questo. E prima di dare a tutti questi profughi il permesso di soggiorno, occorre un periodo di prova per vedere se loro sono capaci di integrarsi. In Germania, a 200 metri dalla parrocchia dove vado, c’è un campo profughi a maggioranza musulmana. Provengono da Siria, Libano, Medio oriente, Africa…  e sono felicissimi. Con loro parlo in arabo, o in francese con gli Africani. E tutti loro dicono sempre in coro: Dio benedica la Germania!

Cosa fanno? Li ospitano per esempio in una scuola dismessa, ogni famiglia in una stanza, molto sobri, e danno loro non soldi, ma buoni per comprare le cose necessarie (cibo, vestiti, ecc.., non tabacchi o alcol). I bambini vengono messi a scuola a imparare la lingua. Per i genitori vi è la scuola per adulti, tenuta da volontari. Dentro queste regole ferree, loro ringraziano il governo tedescoIn questo modo l’Europa può anche mostrare il suo stile di attento umanesimo. Una famiglia libanese di quel campo profughi, ad esempio, è rimasta colpita che il papà sia stato sostenuto a fare un’operazione molto delicata al cuore e la riabilitazione. Mi dicevano: Al nostro Paese nessuno avrebbe accettato di aiutarlo. L’integrazione significa anche lavoro. Occorre una formazione intorno ai due anni; poi è necessario metterli alla prova; e se dimostrano la loro capacità di integrazione, ricevono il permesso di soggiorno. In seguito, qualcuno di loro può anche chiedere la cittadinanza.

In Germania, usando questo metodo ci sono meno problemi, anche se vi sono diversi milioni di rifugiati.

Occorre che i nostri politici, insieme coi musulmani che capiscono i problemi dell’occidente, trovino una strada per educare all’integrazione. In Italia, invece, ho trovato problemi. Ad esempio ho incontrato due egiziani i quali rifiutano di lavorare, rifiutano di integrarsi e vivono alla giornata. L’unica cosa a cui aspirano è di trovare qualche donna italiana da sposare per mettersi a posto con il visto e restare in Italia.

Purtroppo le donne si sono lasciate conquistare, ma ora si lamentano perché nel periodo di corteggiamento i due erano gentili, corretti, disponibili. Dopo, quando si sono sposati, hanno cominciato a comandare le loro donne come se fossero in Medio oriente: non andare di là, dove ci sono troppi uomini; stai dietro al tuo uomo e mai al suo fianco, ecc… Integrazione significa far comprendere che qui in Italia l’uomo e la donna hanno gli stessi diritti e doveri, sono perfettamente alla pari. Anzi, se c’è da privilegiare qualcuno, questa è la donna. E questo è proprio il contrario della cultura medio-orientale.

Noi rifiutiamo l’adulterio, ma abbiamo misericordia per l’adultera

4.2.5/ La proposta cristiana a chi emigra e l’identità dell’Italia

-Se sono cristiani, accogliamo dei santi e dei martiri

Papa Francesco al movimento del Rinnovamento nello Spirito
«Noi sappiamo che quando quelli che odiano Gesù Cristo uccidono un cristiano, prima di ucciderlo, non gli domandano: “Ma tu sei luterano, tu sei ortodosso, tu sei evangelico, tu sei battista, tu sei metodista?”. Tu sei cristiano! E tagliano la testa. Questi non confondono, sanno che c’è una radice lì, che dà vita a tutti noi e che si chiama Gesù Cristo, e che c’è lo Spirito santo che ci porta verso l’unità! Quelli che odiano Gesù Cristo guidati dal maligno non sbagliano, sanno e per questo uccidono senza fare domande».

-Se non lo sono

Ceneri e digiuno

Valore della religione… (maggiore sobrietà nel vestire)

Teatro Maria Pia Martini e maestra sarda

Il piccolo grande presepe dei dimenticati, di Davide Rondoni [N.B. de Gli scritti: come fare un Presepe includente a scuola, in chiave inter-culturale]
Riprendiamo da Il Sole 24Ore del 24/12/2009 un articolo di Davide Rondoni. Restiamo a
E' un presepe strano. Il presepe dei poveri della cronaca.

Vorrei fare un presepe con i nomi che ci hanno commosso, che hanno suscitato forti sentimenti con le loro storie dure lanciate dai media e poi se ne sono andati nell'oblio di tutti, tranne di quelli che li hanno amati veramente. Un presepe degli esibiti e poi dimenticati.

Presepe di Arianna, ad esempio, che fu uccisa insieme alla madre dal padre marocchino a Treviso. E presepe del marito di Monica, che era uscito per andare a prender le pizze per la moglie e i due piccoli e al ritorno ha trovato lei con il coltello in mano e il cadavere di Alessandro, tre anni.

Presepe di quei duecentotredici o duecentocinquantasette o quanti erano che affondarono davanti alle coste libicheSenza nome, proprio come le statuine del presepe, identificabili per qualcosa che fanno, o che gli succede (il filatore, il panettiere, quello che ha un colpo di sonno davanti a Dio…).

Presepe del sorriso di Rachida, marocchina, liberata a Limbiate, Milano, dopo dieci anni di schiavitù del clan di zingari che l'aveva rapita in Marocco. 

O della fisarmonica di Petru, che suonava alla fermata Montesanto a Napoli, e il 26 maggio cadde colpito a caso durante la sparatoria di otto sicari di camorra, davanti alle telecamere.

Davanti alla grotta con il Bambino, sotto la stella, mettiamo questa sfilza di poveri nomi sparati a caratteri cubitali o nei titoli che corrono sugli schermi di tutti, per uscire dal lato che sembra portare al niente.

Invece, no: memoria e presepe di questi e degli infiniti altri che riemergono negli archivi della mente o del web, chiamata anche di questi sperduti di fronte al segno universale di speranza, di loro non più solo come nomi da dare in pasto al circo dei media ma da posare, delicatamente, tra il muschio e i sassolini, come per un'offerta, un risarcimento, un omaggio.

Perché il presepe, si sa, è la festa umile e altissima delle comparseDi coloro che hanno valore per il fatto solo d'esserci. Il Dio che s'è incarnato per risarcire e salvare le comparse nel teatro del mondo che sembra dominato dai potenti e dai famosi accetterà anche questo strano presepe, fatto di ritagli di giornale, di vite illuminate per un attimo dai faretti televisivi, e di senza più fama.

Perché è Natale anche nelle redazioni dei giornali e dei network di media. E ognuno deve mettere nel presepe qualcosa di caro.

Quei nomi sono la cosa più cara, più onorevole, più importante nel lavoro non facile di dare e commentare le notizie.

4.2.6/ L’idea di cittadinanza

Amoris laetitia 46. Le migrazioni «rappresentano un altro segno dei tempi da affrontare e comprendere con tutto il carico di conseguenze sulla vita familiare». L’ultimo Sinodo ha dato una grande importanza a questa problematica, affermando che «tocca, con modalità differenti, intere popolazioni, in diverse parti del mondo. La Chiesa ha esercitato in questo campo un ruolo di primo piano. La necessità di mantenere e sviluppare questa testimonianza evangelica (cf. Mt 25,35) appare oggi più che mai urgente. […] La mobilità umana, che corrisponde al naturale movimento storico dei popoli, può rivelarsi un’autentica ricchezza tanto per la famiglia che emigra quanto per il paese che la accoglie. Altra cosa è la migrazione forzata delle famiglie, frutto di situazioni di guerra, di persecuzione, di povertà, di ingiustizia, segnata dalle peripezie di un viaggio che mette spesso in pericolo la vita, traumatizza le persone e destabilizza le famiglie. L’accompagnamento dei migranti esige una pastorale specifica rivolta alle famiglie in migrazione, ma anche ai membri dei nuclei familiari rimasti nei luoghi d’origine. Ciò deve essere attuato nel rispetto delle loro culture, della formazione religiosa ed umana da cui provengono, della ricchezza spirituale dei loro riti e tradizioni, anche mediante una cura pastorale specifica. […] Le migrazioni appaiono particolarmente drammatiche e devastanti per le famiglie e per gli individui quando hanno luogo al di fuori della legalità e sono sostenute da circuiti internazionali di tratta degli esseri umani. Lo stesso può dirsi quando riguardano donne o bambini non accompagnati, costretti a soggiorni prolungati nei luoghi di passaggio, nei campi profughi, dove è impossibile avviare un percorso di integrazione. La povertà estrema e altre situazioni di disgregazione inducono talvolta le famiglie perfino a vendere i propri figli per la prostituzione o per il traffico di organi». «Le persecuzioni dei cristiani, come anche quelle di minoranze etniche e religiose, in diverse parti del mondo, specialmente in Medio Oriente, rappresentano una grande prova: non solo per la Chiesa, ma anche per l’intera comunità internazionale. Ogni sforzo va sostenuto per favorire la permanenza di famiglie e comunità cristiane nelle loro terre di origine».

Da Immigrazione e cittadinanza: quale modello per l'integrazione?, di Fabio Macioce in Paradoxa, Anno VI - Numero 2 - Aprile/Giugno 2012, Uomini o cittadini? (a cura di Francesco D'Agostino)
Ciò che non pare adeguato alla complessità dei fenomeni in questione è l’idea che essi possano trovare un quadro istituzionale appropriato nell’istituto della cittadinanza – ovvero nella attribuzione di tipo ascrittivo di una serie di diritti collegati ad essa – e in una logica individualistica modellata sulla figura del diritto soggettivo. In particolare, il modello della cittadinanza si è sempre costruito, nella modernità come il fondamento di un rapporto verticale e duale fra il singolo – che è o chiede di essere – cittadino e lo Stato, che in virtù di tale status riconosce al singolo una serie di diritti e forme di tutela (T.H. Marshall, 1964). In un paradigma del genere, evidentemente, non entra né viene presa in considerazione la dimensione relazionale; più precisamente, l’insieme delle relazioni che qualifica l’identità del singolo, e che anzi determina tale identità, è del tutto irrilevante.

Il problema è che i diritti e le tutele che il singolo chiede all’ordinamento, per contro, non sono affatto indipendenti da tale sistema di relazioni; anzi, la dimensione relazionale è l’unica che, in molti casi, dia senso e sostanza ai diritti di cui il soggetto è riconosciuto titolare. Ciò si nota nelle difficoltà in cui si imbatte l’ordinamento ove tenti di gestire i problemi legati all’interazione fra culture differenti, e alla disciplina delle pratiche culturalmente rilevanti; anche in tale contesto, infatti, la prospettiva resta pur sempre quella individualista: è il diritto del singolo al riconoscimento della propria identità che si cerca di garantire ed armonizzare con l’ordinamento, o al contrario di ostacolare laddove contrasti con i diritti di altri soggetti, non comprendendo che la cultura non è tanto uno specifico orientamento dell’autonomia individuale quanto una forma di vita, ovvero qualcosa entro cui acquistano senso le relazioni di un determinato gruppo sociale (L. Wittgenstein, 1967, 143; E.F. Isin - P.K. Wood, 1999; E.F. Isin - B.S. Turner, 2007, 5).

Insomma, usare il principio di cittadinanza come perno per l’edificazione di una disciplina dei fenomeni migratori e della realtà sociale conseguente, significa utilizzare uno strumento che sino ad ora è stato pensato per qualificare e determinare l’appartenenza del singolo alla comunità, definendola come un rapporto verticale e ascrittivo fra il soggetto medesimo e lo Stato (per la legittimità di tale prospettiva D. Zolo, 2000, 5). Ciò si rende ancor più evidente laddove (come mi sembra capitare oggi) l’appartenenza del singolo alla comunità si appiattisca sulla dimensione giuridico-istituzionale; nel senso che la cittadinanza, ed i diritti ad essa legati, si riducono sostanzialmente ad una concessione di tipo politico e amministrativo, all’attribuzione di uno status personale modellato su una figura giuridica astratta.

Tuttavia, in tal modo, viene misconosciuta la dimensione sovra-funzionale della cittadinanza; essa non può essere infatti ridotta al piano, pur essenziale, dei rapporti politico giuridici che un individuo intrattiene con una comunità, dovendosene per contro riconoscere la dimensione sociale e relazionale. La cittadinanza è una realtà che si produce e si determina socialmente, e che sul piano delle relazioni sociali si evolve e si riempie di contenuti che stanno ben al di là di quello giuridico e politico (M. Walzer, 1981; J.L. Hudson, 1986, 6); appiattirla su tale livello, perciò, significa misconoscere la rilevanza di tutte le altre dimensioni che la qualificano, e che sono di tipo psicologico (i sentimenti di appartenenza e di identificazione), culturale (le pratiche e le tradizioni con cui ci si identifica), economico (il sistema di scambi e rapporti in cui ci si trova) e sociale (i rapporti che vengono vissuti e le regole che li disciplinano) (P. Donati, 1993, 27).

Da un lato, pertanto, il modello verticale, ascrittivo, della cittadinanza, non è adeguato né per favorire un modello di integrazione, né si coordina con le pratiche sociali che la favoriscono. E dunque, basare le strategie di integrazione sul paradigma della cittadinanza (e dei tempi e dei modi per attribuirla) significa fallire fatalmente l'obiettivo poiché, invece di muoversi secondo due binari paralleli, tali dimensioni sono gestite secondo logiche del tutto diverse e non necessariamente compatibili. Ciò, come detto, perché la cittadinanza ascrive diritti e doveri in un rapporto verticale che lega il singolo individuo all'ordinamento e allo Stato; mentre l'integrazione, come ho cercato di mostrare nel terzo paragrafo, si costruisce anzitutto in una dimensione orizzontale, nel complesso delle relazioni di riconoscimento che si instaurano fra comunità, famiglie, individui, e fra questo livello e il livello della politica e della legislazione.

D'altro canto, il modello della cittadinanza, ma in effetti anche le molte forme di stabilizzazione della permanenza, gestiscono l'immigrazione come se tale fenomeno riguardasse prevalentemente gli individui (i singoli migranti) e i loro diritti, e non piuttosto i sistemi relazionali che sono coinvolti nelle dinamiche migratorie. Al contrario, per gestire l'immigrazione, è necessario considerare oltre ai singoli individui anche i vincoli relazionali che determinano e supportano la scelta migratoria, così come l'arco temporale plurigenerazionale nella quale essa si inquadra (N. Gerd Schiller et aa., 1992).

5. Conclusione. Verso un modello di inclusione non ascrittivo.

Se dunque si vuole disciplinare correttamente e (più di tutto) efficacemente la realtà dei fenomeni migratori, è necessario recuperare al concetto di cittadinanza la sua dimensione sovra-funzionale, e dunque il carattere organico (e non meramente ascrittivo) dell’appartenenza alla comunità; in altri termini, bisogna cominciare a ripensare il soggetto sociale non solo come colui che gode di uno status particolare che gli viene attribuito dall’ordinamento, e che lo inserisce in una rapporto di tipo verticale con lo Stato, ma come colui che è inserito in quella rete di relazioni che costituiscono la società, e che a causa di ciò sono giuridicamente rilevanti. Si tratta, in un certo modo, di invertire la prospettiva: non fa parte della società ciò (colui) cui l’ordinamento attribuisce rilievo, ma viene riconosciuto giuridicamente ciò che (colui che) si inserisce organicamente nel sistema delle relazioni sociali.

È necessario, insomma, che tale contesto relazionale, sia quello di partenza che quello di destinazione, sia messo al centro delle politiche di riconoscimento; non solo la decisione sulla destinazione finale della migrazione viene presa in considerazione delle possibilità per il soggetto di inserirsi in un sistema relazionale già radicato in loco (una comunità di parenti o connazionali), ma sono queste stesse reti che svolgono un ruolo di primo piano nell'organizzazione del viaggio, nella ricerca di una collocazione abitativa e lavorativa, nell'adempimento di obblighi amministrativi, nella fornitura di risorse cognitive se non anche economiche indispensabili per il viaggio(C. Regalia - E. Scabini - G. Rossi, 2009). Sono queste reti che, se non possono supplire a eventuali carenze funzionali del migrante, o a un difetto di competenze, costituiscono il riferimento essenziale sul piano esistenziale, rendono possibile concretamente l'attuazione del progetto migratorio, e forniscono i riferimenti indispensabili per un'integrazione effettiva nel contesto di destinazione.

Allo stesso modo, il contesto familiare svolge un ruolo cruciale sia per la definizione del progetto migratorio sia per la valutazione dei suoi esiti. Tanto la decisione di migrare, quanto le sue modalità e le tappe del suo svolgimento, quanto infine la valutazione dei risultati della migrazione, sono tutti elementi che vengono valutati, elaborati e programmati all'interno del nucleo familiare di riferimento. La famiglia procede alla designazione del soggetto migrante, conferendogli spesso una sorta di mandato, e pianifica anche il successivo ricongiungimento, ove possibile. Insomma, attiva col migrante un complesso legame che va dal momento della realizzazione del progetto migratorio all'elaborazione di una serie di vincoli anche finanziari all'interno di un meccanismo di restituzione e di obbligazione reciproca tra migrante singolo e gruppo familiare di riferimento.

Ancora, la vicenda migratoria si colloca all'interno di un arco temporale che copre più generazioni, ed è in rapporto a tale sfondo che essa va compresa. Sul singolo migrante e sulle sue capacità di integrazione pesano infatti tanto la sua capacità di costruire legami e relazioni orizzontali con la comunità di accoglienza, scegliendo come costruire la sua identità in rapporto al contesto di destinazione, quanto l'asse verticale entro il quale si colloca la sua esperienza: il legame di fedeltà con le generazioni precedenti da un lato, la capacità di costruire un contesto solido e integrato per i figli dall'altro. In altre parole, la famiglia, tanto nella dimensione verticale quanto in quella orizzontale, è uno dei nodi principali di una rete relazionale che unisce il singolo migrante, la comunità di provenienza e quella di accoglienza, ed è all'interno di questa rete che vengono filtrati i contenuti culturali e religiosi, le aspettative, gli strumenti materiali e cognitivi per l'integrazione.

Anche in tal caso perciò, concentrarsi sui problemi e le capacità di una generazione di migranti, valutando il successo o l'insuccesso delle politiche di integrazione con esclusivo riguardo ad essa, significa perdere di vista l'orizzonte familiare verticale nel quale la migrazione si colloca, orizzonte che può conoscere, in fasi diverse e per diverse generazioni, problemi del tutto differenti, fasi di crisi e fasi di relativamente facile integrazione, e così via. Solo considerando, ancora, la famiglia come la protagonista della vicenda migratoria, tale deficit epistemologico può essere colmato.

5/ Incontri e strumenti nella catechesi per sensibilizzare fin dall’Iniziazione cristiana

-l’incontro diretto con le persone: La catechesi come luogo dell’integrazione… ascoltare le famiglie dei bambini che vengono da altri luoghi

-l’incontro diretto con le persone: il catecumenato

-strumenti multimediali

Una proposta radicale dinanzi agli attentati che continuano e continueranno: educare con passione e in libertà, a cominciare dalle bambine e dalle ragazze. Breve nota di Andrea Lonardo
Non serve a molto dire «io condanno» e «not in my name», dinanzi ai continui – continueranno – gesti di mortea Lahore (contro famiglie cristiane), ad Alessandria in Iraq (contro bambini sciiti al termine di un incontro di calcio), a Bruxelles (contro civili occidentali), a Mostaba in Yemen (contro musulmani) e ad Aden sempre in Yemen (contro le suore di madre Teresa ed un prete salesiano), ad Istanbul (contro israeliani e occidentali), ecc. ecc.

Bisogna creare una cultura nuova, soprattutto a partire dalle nuove generazioni.  La mia proposta è di puntare nella scuola inter-culturale, nelle parrocchie, nelle moschee, nei luoghi di dialogo inter-religioso, nei luoghi di incontri «laici» sulla testimonianza di persone che hanno già trovato la soluzione: educare con passione, insegnando a leggere e a dibattere liberamente di tutti i temi, approfondendo ogni insegnamento religioso che invita alla libertà e al  perdono, a partire dalla possibilità di studio per le donne.

Solo con uno studio più libero e più appassionato nel cercare il bene e la libertà si potrà rispondere al male: il cuore umano non va lasciato a se stesso, ma va aiutato con i doni degli uomini e di Dio per affrontare il male. L’educazione è la vera arma contro la povertà, l’ingiustizia, la violenza. Anche noi siamo dei radicali e non dei moderati, crediamo che Dio voglia oggi che lottiamo tutti insieme contro povertà, ingiustizia e violenza impegnandoci nell’educazione. Le due testimonianze più alte che ho in mente sono di due donne, due ragazze, una musulmana ed una cristiana, Malala e Maryam. Ci impegniamo a farle conoscere a tutti? I video che propongo sono notissimi, ma mai abbastanza – da far vedere a scuola, in parrocchia, in moschea, negli incontri non religiosi. Sono due donne, due ragazze, che hanno da insegnare a tutti, innanzitutto agli uomini e agli adulti.

1/ Malala Yousafzai è la giovane pakistana musulmana colpita alla testa e al collo da un colpo di pistola esploso da un talebano il 9 ottobre del 2012. Ha tenuto il 12 luglio 2013 nella sede di New York delle Nazioni Unite, nel giorno del suo sedicesimo compleanno, durante l’Assemblea della Gioventù, il discorso che riproponiamo.

Video con l'intervento di Malala (trascritto più sotto)

2/ Maryam è la ragazza cristiana iraqena che fuggì da Qaraqosh a causa delle violenze dell’Isis/Daesh. In un’intervista all’emittente Sat 7 Arabic raccontò la sua vita a Erbil (Kurdistan) e, con parole semplici ma profonde, anche la sua fede, già così certa sebbene la giovanissima età. In un secondo video, pubblicato il 24/3/2016, presenta un modo per venire in soccorso attraverso il sostegno ad Aiuto alla Chiesa che soffre (Fondazione pontificia) e racconta la sua vita attuale: il bus, la scuola, le preghiere e il desiderio di diventare una cantante o una suora.

Video con l'intervista a Myriam

Il testo integrale del discorso che Malala Yousafzai - la giovane pakistana colpita alla testa e al collo da un colpo di pistola esploso da un talebano il 9 ottobre del 2012 - ha tenuto il 12 luglio scorso nella sede di New York delle Nazioni Unite, nel giorno del suo sedicesimo compleanno, durante l’Assemblea della Gioventù.
In nome di Allah, il massimo benefattore e la suprema misericordia, […] Cari amici, il 9 ottobre 2012, i talebani mi hanno sparato sul lato sinistro della fronte. Hanno sparato ai miei amici, anche. Pensavano che i proiettili ci avrebbero messi a tacere, ma hanno fallito. Anzi, dal silenzio sono spuntate migliaia di voci. I terroristi pensavano di cambiare i miei obiettivi e fermare le mie ambizioni. Ma nulla è cambiato nella mia vita, tranne questo: debolezza, paura e disperazione sono morte; forza, energia e coraggio sono nati. Io sono la stessa Malala. Le mie ambizioni sono le stesse. Le mie speranze sono le stesse. E i miei sogni sono gli stessi.
Cari fratelli e sorelle, io non sono contro nessuno. Né sono qui a parlare in termini di vendetta personale contro i talebani o qualsiasi altro gruppo terroristico. Sono qui a parlare per il diritto all'istruzione per tutti i bambini. Voglio un'istruzione per i figli e le figlie dei talebani e di tutti i terroristi e gli estremisti. Non odio nemmeno il talebano che mi ha sparato.
Anche se avessi una pistola in mano e lui fosse in piedi di fronte a me, non gli sparerei. Questo è il sentimento di compassione che ho imparato da Maometto, il profeta della misericordia, da Gesù Cristo e Buddha. Questa è la spinta al cambiamento che ho ereditato da Martin Luther King, Nelson Mandela e Mohammed Ali Jinnah. Questa è la filosofia della non violenza che ho imparato da Gandhi, Bacha Khan e Madre Teresa. E questo è il perdono che ho imparato da mio padre e da mia madre. Questo è ciò che la mia anima mi dice: stai in pace e ama tutti.
Cari fratelli e sorelle, ci rendiamo conto dell'importanza della luce quando vediamo le tenebre. Ci rendiamo conto dell'importanza della nostra voce quando ci mettono a tacere. Allo stesso modo, quando eravamo in Swat, nel Nord del Pakistan, abbiamo capito l'importanza delle penne e dei libri quando abbiamo visto le armi. Il saggio proverbio "La penna è più potente della spada" dice la verità. Gli estremisti hanno paura dei libri e delle penne. Il potere dell'educazione li spaventa. Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa. Questo è il motivo per cui hanno ucciso 14 studenti innocenti nel recente attentato a Quetta. Ed è per questo che uccidono le insegnanti donne. Questo è il motivo per cui ogni giorno fanno saltare le scuole: perché hanno paura del cambiamento e dell'uguaglianza che porteremo nella nostra società. Ricordo che c'era un ragazzo della nostra scuola a cui un giornalista chiese: "Perché i talebani sono contro l'educazione dei ragazzi?". Lui rispose molto semplicemente: indicò il suo libro e disse: "I talebani non sanno che cosa c'è scritto in questo libro".
Loro pensano che Dio sia un piccolo esseruccio conservatore che punterebbe la pistola alla testa delle persone solo per il fatto che vanno a scuola. Questi terroristi sfruttano il nome dell'islam per i propri interessi. Il Pakistan è un Paese democratico, amante della pace. I Pashtun vogliono educazione per i loro figli e figlie. L'Islam è una religione di pace, umanità e fratellanza, che dice: è un preciso dovere quello di dare un'educazione a ogni bambino. La pace è necessaria per l'istruzione. In molte parti del mondo, in particolare il Pakistan e l'Afghanistan, il terrorismo, la guerra e i conflitti impediscono ai bambini di andare a scuola. Siamo veramente stanchi di queste guerre. Donne e bambini soffrono in molti modi in molte parti del mondo.
In India, bambini innocenti e poveri sono vittime del lavoro minorile. Molte scuole sono state distrutte in Nigeria. La gente in Afghanistan è colpita dall'estremismo. Le ragazze devono lavorare in casa e sono costrette a sposarsi in età precoce. La povertà, l'ignoranza, l'ingiustizia, il razzismo e la privazione dei diritti fondamentali sono i principali problemi che uomini e donne devono affrontare.
Oggi, mi concentro sui diritti delle donne e sull'istruzione delle ragazze, perché sono quelle che soffrono di più. C'è stato un tempo in cui le donne hanno chiesto agli uomini di difendere i loro diritti. Ma questa volta lo faremo da sole. Non sto dicendo che gli uomini devono smetterla di parlare dei diritti delle donne, ma il mio obiettivo è che le donne diventino indipendenti e capaci di combattere per se stesse. Quindi, cari fratelli e sorelle, ora è il momento di alzare la voce. Oggi invitiamo i leader mondiali a cambiare le loro politiche a favore della pace e della prosperità. Chiediamo ai leader mondiali che i loro accordi servano a proteggere i diritti delle donne e dei bambini. Accordi che vadano contro i diritti delle donne sono inaccettabili.
Facciamo appello a tutti i governi affinché garantiscano un'istruzione gratuita e obbligatoria in tutto il mondo per ogni bambino. Facciamo appello a tutti i governi affinché combattano il terrorismo e la violenza. Affinché proteggano i bambini dalla brutalità e dal dolore. Invitiamo le nazioni sviluppate a favorire l'espansione delle opportunità di istruzione per le ragazze nel mondo in via di sviluppo. Facciamo appello a tutte le comunità affinché siano tolleranti, affinché rifiutino i pregiudizi basati sulle casta, la fede, la setta, il colore, e garantiscano invece libertà e uguaglianza per le donne in modo che esse possano fiorire. Noi non possiamo avere successo se la metà del genere umano è tenuta indietro. Esortiamo le nostre sorelle di tutto il mondo a essere coraggiose, a sentire la forza che hanno dentro e a esprimere il loro pieno potenziale.
Cari fratelli e sorelle, vogliamo scuole e istruzione per il futuro luminoso di ogni bambino. Continueremo il nostro viaggio verso la nostra destinazione di pace e di educazione. Nessuno ci può fermare. Alzeremo la voce per i nostri diritti e la nostra voce porterà al cambiamento. Noi crediamo nella forza delle nostre parole. Le nostre parole possono cambiare il mondo, perché siamo tutti insieme, uniti per la causa dell'istruzione. E se vogliamo raggiungere il nostro obiettivo, cerchiamo di armarci con l'arma della conoscenza e di farci scudo con l'unità e la solidarietà.
Cari fratelli e sorelle, non dobbiamo dimenticare che milioni di persone soffrono la povertà, l'ingiustizia e l'ignoranza. Non dobbiamo dimenticare che milioni di bambini sono fuori dalle loro scuole. Non dobbiamo dimenticare che i nostri fratelli e sorelle sono in attesa di un luminoso futuro di pace. Cerchiamo quindi di condurre una gloriosa lotta contro l'analfabetismo, la povertà e il terrorismo, dobbiamo imbracciare i libri e le penne, perché sono le armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo. L'istruzione è l'unica soluzione. L'istruzione è la prima cosa.

Cfr. anche la canzone Il cielo di Beirouth (dallo Zecchino d’oro)