“La letizia dell’amore: il cammino delle famiglie a Roma”. Relazione del Cardinale Vicario a conclusione del Convegno Pastorale della diocesi di Roma del 2016

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 09 /10 /2016 - 09:33 am | Permalink
- Tag usati:
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito la relazione tenuta da S.Em. il cardinal Agostino Vallini nella Basilica di San Giovanni In Laterano il 19 settembre 2016 a conclusione del Convegno Pastorale della diocesi di Roma del 2016 sul tema “La letizia dell’amore: il cammino delle famiglie a Roma”. Cfr. anche Papa Francesco al Convegno della diocesi di Roma sulla Letizia dell’amore [testo integrale con le risposte alle tre domande] e i Laboratori per il Convegno diocesano 2016. Strumenti di lavoro con tutti i testi. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Famiglia, affettività e sessualità nella sezione Carità, giustizia e annunzio.

Il Centro culturale Gli scritti (10/10/2016)

1. Un caro saluto a tutti e grazie per la vostra presenza e per l’impegno nel portare avanti, di anno in anno, la nostra missione ecclesiale. Sono grato a quanti si sono adoperati per la buona riuscita del Convegno, particolarmente i prefetti, i parroci e la segreteria organizzativa. Grazie a tutti.

2. Il Convegno di quest’anno ha affrontato un argomento che si rivela sempre più importante, anzi decisivo, per la comunità cristiana e, di riflesso, per la stessa società civile: la pastorale familiare. Nell’Occidente secolarizzato siamo dinanzi a trasformazioni epocali e a stili di vita che investono la famiglia, in nome dei diritti individuali della persona. Sono sfide che destrutturano di fatto i vincoli familiari naturali, modificano profondamente il concetto di famiglia, di genitorialità biologica, dando spazio ad un crescente relativismo affettivo e procreativo, così che la famiglia quale struttura antropologica primaria della società e paradigma di beni relazionali fondamentali perde forza ed importanza. Dentro questa crisi di valori, un volta comunemente condivisi, e di una diffusa “anemia spirituale” di tante persone, la famiglia è diventata un soggetto fragile e ogni desiderio individuale è considerato e agognato come un diritto da raggiungere ad ogni costo. Pensiamo – per fare un solo esempio – alle distorte relazioni affettive che tanto frequentemente sfociano in tragici fatti di violenza e in omicidi di donne nelle famiglie, maturati in una cultura del possesso e della vendetta. Tutto ciò dà molto da pensare e i cristiani non possiamo rimanere inermi spettatori o amareggiati nostalgici. Questi “segni dei tempi” sono un appello, talvolta un grido, che la Provvidenza ci rivolge per stimolarci a riproporre con impegno il Vangelo del matrimonio e della famiglia.

3. Papa Francesco ha voluto affrontare ed approfondire il tema con due Sinodi mondiali , i cui frutti sono confluiti nell’Esort. Apost. Amoris laetitia (AL), nella quale ha messo a fuoco l’esigenza di una “conversione pastorale”, perché è in gioco la capacità della Chiesa di annunciare il Vangelo della famiglia. Nel discorso poi con il quale, lo scorso 16 giugno, ha aperto il nostro Convegno ci ha chiesto di assumere tre atteggiamenti, di fare nostre tre condizioni verso le famiglie: non ragionare più di famiglia in astratto; resistere alla logica che ci separa dagli altri per difendere la nostra identità cristiana; dare importanza alla testimonianza degli anziani. Il Papa ha concluso il suo discorso invitandoci a sviluppare con coraggio una pastorale familiare capace di accogliere, accompagnare, discernere e integrare.

4. Sulla base di queste indicazioni, dei suggerimenti emersi nei Laboratori e di altre proposte, raccolgo alcuni orientamenti pastorali che guideranno il nostro lavoro a partire da quest’anno.
Permettetemi ancora due annotazioni previe:
1) negli anni passati, nella nostra diocesi, si è lavorato molto per promuovere la pastorale familiare; poi in tempi più recenti, salvo alcune belle esperienze, l’impegno si è un po’ affievolito. Naturalmente non facciamo colpa a nessuno, costatiamo che i profondi mutamenti che investono oggi la famiglia domandano di rivitalizzare “una pastorale specificamente orientata alle famiglie”(AL,202), con scelte che impegnino tutte le parrocchie, per le quali è necessaria “una formazione più adeguata per i presbiteri, i diaconi, i religiosi e le religiose, per i catechisti e per gli altri agenti di pastorale” (AL, 202).
2) Le tappe del progetto pastorale di questi ultimi anni hanno più volte chiamato in causa la famiglia: quando abbiamo riproposto i Centri di ascolto della Parola nelle famiglie, nella qualificazione della celebrazione dell’Eucarestia domenicale, nell’impegno per una più incisiva testimonianza della carità, soprattutto nel rinnovamento dell’Iniziazione cristiana con la pastorale battesimale e post-battesimale e con il coinvolgimento delle famiglie nelle tappe della Prima Comunione e della Confermazione dei ragazzi. Le famiglie, soprattutto quelle giovani, le abbiamo sempre considerate un campo da arare. Adesso avremmo l’ambizione di armonizzare questi impegni, che non vanno messi da parte, in una visione più ampia che guardi alle famiglie, particolarmente a quelle in cui i genitori hanno 30-50 anni, cercando di promuoverle come soggetti di pastorale e non solo come destinatari di servizi ecclesiali, evitando – ci chiede il Papa – due estremismi: “il desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, [oppure all’opposto] l’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali” (AL, 2; cf. 199).
Nel proporre gli orientamenti pastorali, dichiaro in partenza che tutto sarà condizionato da quanto saremo audaci e lungimiranti, e capaci di aggregare e formare nuovi operatori pastorali, che entrino nello spirito e nella lettera di Amoris laetitia, senza i quali tutto rischia di rimanere un libro di sogni. Sono anche consapevole che ci prefiggiamo mete ambiziose; ma non dobbiamo essere rinunciatari, se non vogliamo che la vita cristiana familiare finisca nell’insignificanza di una cultura laicista e secolarista sempre più invasiva. Infine, da tutti i Laboratori è stato suggerito di lavorare “in rete” tra parrocchie e di intensificare la collaborazione nelle Prefetture: mi sembra una proposta opportuna; dove viene praticata i frutti si vedono.

5. Orientamenti pastorali

1) Il matrimonio cristiano è un bene irrinunciabile
Il nostro primo impegno è di continuare a proporre con convinzione il matrimonio cristiano, testimoniato anche da tante buone famiglie. Il Papa lo afferma con chiarezza: “Come cristiani non possiamo rinunciare a proporre il matrimonio [cristiano] allo scopo di non contraddire la sensibilità attuale, per essere alla moda, o per sentimenti di inferiorità di fronte al degrado morale e umano” (AL, 35). Contro una mentalità che considera il matrimonio non più attraente e preferisce la convivenza, declassando di fatto il vincolo matrimoniale ad un esperimento, la pastorale deve offrire motivazioni e presentare valori che facciano riscoprire la bellezza e la gioia del matrimonio cristiano e dell’amore “per sempre”, facciano crescere l’amore tra gli sposi e motivino i giovani a scegliere il matrimonio e la famiglia.
Dobbiamo però ripartire da lontano: anzitutto è necessario riproporre con forza che la persona umana non può essere considerata un “oggetto di piacere”, ma un valore in sé, per cui condividere la vita con un’altra persona fino a trasmetterla nei figli, esige che il rapporto sia protetto da un istituto che si chiama “matrimonio monogamico e indissolubile”. Esso si iscrive nelle istanze profonde dell’uomo, che realizza pienamente se stesso in un tessuto naturale di relazioni in cui manifesta se stesso. Per noi cristiani questo modo di esistere porta l’impronta di Dio, che libera l’uomo da quella malattia mortale che è la solitudine: “Dio disse: Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” (Gn 2,18). “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicativi, riempite la terra e soggiogatela” (Gen 1, 26-28). Gesù ha fatto proprio questo disegno primordiale, riprendendo il mandato della Genesi: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Mt. 19, 5; cf. Gen. 2,24). L’uomo e la donna sono fatti l’uno per l’altra, ad immagine della Trinità .
Un secondo passaggio poi deve essere ben ribadito. La riuscita di un rapporto sponsale è legato alla capacità della coppia di fare comunione. In senso stretto, la comunione è la vita di Dio; l’uomo non può produrre comunione se prima non è raggiunto dall’amore di Dio che Cristo gli partecipa. La comunione tra marito e moglie non è soltanto opera loro; il solo sforzo umano prima o poi si esaurisce. Essi possono viverlo soltanto vivendo la vita di Dio nello Spirito Santo dove l’uno si dona e include in sé l’altro. Qui si fonda il sacramento del matrimonio. Gli sposi hanno bisogno di incontrare Dio, di unirsi definitivamente in Lui e vivere di Lui. Senza la grazia sacramentale, soprattutto oggi, è impossibile che l’uomo si mantenga fedele all’amore vero.
La Chiesa dunque non difende “una dottrina fredda e senza vita”, ma annuncia il mistero della famiglia alla luce dell’amore infinito di Dio (cf. AL, n. 58-59). Questo è il messaggio di fondo di Amoris laetitia. E’ evidente che questa ricca concezione dell’amore matrimoniale non può essere assimilata nei pochi incontri alla vigilia delle nozze. Educare all’amore deve cominciare fin dall’adolescenza.

2) I ragazzi, i giovani e l’educazione all’affettività
Le relazioni dei Laboratori attestano che questo argomento ha suscitato grande interesse, per essere a fondamento del resto, ed ha fatto emergere anche tante difficoltà. Poco o niente infatti ci si preoccupa dell’educazione affettiva delle giovani generazioni. La famiglia – scrive un Laboratorio – “è spesso assente, per essere una coabitazione di individui solitari”. Molti ragazzi sono figli di separati, lontani dalla fede e dalla vita ecclesiale, e quando i genitori ci sono, sono in imbarazzo per la difficoltà di entrare in rapporto con i figli per i linguaggi totalmente diversi dai loro, così nell’assenza di una vera guida i figli diventano quasi sconosciuti ai genitori, o al massimo i genitori consigliano i figli di prendere le dovute cautele. Taluni istituti scolastici si muovono nella stessa direzione proponendo già da tempo dei corsi di educazione sessuale che in realtà non sono itinerari per far crescere i ragazzi verso l’amore vero, ma piuttosto corsi di prevenzione delle malattie, di contraccezione, o corsi che confondono l’identità sessuale. Lasciati a se stessi i ragazzi, con gli smartphone personali, precocemente vengono a contatto con immagini e tematiche di pseudo-educazione sessuale e di pornografia. Essi, invece, desiderano sapere se esiste un amore vero, se l’amore può vincere il tempo o se non c’è scampo alla fine dell’amore, e vedere incarnati da testimoni credibili i valori essenziali della vita di coppia e familiare: la fedeltà, l’unicità, la relazione personale e la donazione reciproca.
Bisogna partire dal fatto che ai ragazzi è sconosciuta la dottrina della Chiesa sull’amore e che dell’amore vero prima si fa esperienza e poi se ne può sentire parlare con frutto. Si tratta di una grande sfida educativa da affrontare su tre fronti: una solida formazione degli educatori; la presenza di testimoni credibili; il difficile rapporto tra famiglia, scuola e parrocchia.
In questo contesto, desidero precisare che ogni proposta di educazione affettiva o sessuale troppo precoce da parte della scuola, soprattutto se indifferente al primato della famiglia in ambito educativo, sembra fuori luogo. Laddove simili iniziative siano poste in atto dalle scuole, si chiede a tutti coloro (famiglie e insegnanti) che condividono una visione integrale della persona, di rendersi presenti nelle sedi opportune, affinché si tratti di iniziative di autentica educazione affettiva, che non riducano la questione a mera informazione sulle “meccaniche” della sessualità e della riproduzione.
Quanto agli itinerari di Iniziazione cristiana dei pre-adolescenti e degli adolescenti – in particolare il cammino verso la Confermazione – essi devono affrontare il tema dell’affettività e dell’amore in un orizzonte vocazionale, in maniera seria e positiva , e certo non basta un’ora di catechesi per costruire relazioni che permettano una azione educativa robusta. Gli adolescenti sono pieni di desideri, positivi e negativi, e hanno bisogno di essere aiutati a discernere gli uni dagli altri. Può aiutare la metodologia suggerita dal Papa: accogliere, ascoltare, accompagnare, discernere, integrare.
Abbiamo bisogno dunque di preparare bene i catechisti, aiutandoli a scoprire il loro servizio come una vocazione, a dedicare (possibilmente) più tempo ai ragazzi e ad affrontare, con l’aiuto anche di esperti, questo tema; spesso invece sono gli stessi catechisti a dichiararsi inadeguati. Molte volte poi sono o troppo adulti o troppo giovani. In un Laboratorio è stato suggerito di affiancare ai catechisti giovani una coppia di sposi, così che i ragazzi possano guardare ad una famiglia spesso diversa dalla loro. Dovremmo anche puntare, nelle forme opportune, a interessare e coinvolgere i genitori in questo processo educativo dei figli. Un altro Laboratorio chiede di preparare un sussidio che aiuti i genitori ad affrontare il dialogo formativo con i figli. Infine sarà bene promuovere in ogni Prefettura un gruppo interparrocchiale che si interessi stabilmente dell’argomento.

Alcune proposte operative:
- L’Ufficio Catechistico Diocesano nel prossimo anno comincerà ad organizzare uno stage su questo argomento per i catechisti giovani della Confermazione per riflettere sul linguaggio e gli strumenti da utilizzare al riguardo. Si adopererà a che i catechisti, nel corso degli itinerari, coinvolgano coppie sposate, giovani e anziane, sagge e serene, per testimoniare ai ragazzi la bellezza dell’amore. Incoraggerà i catechisti a proporre ai ragazzi la pratica della direzione spirituale ed esperienze di amore gratuito (es. volontariato in Caritas e in altre forme). Infine l’Ufficio Catechistico metterà a disposizione sul canale YouTube «Catechisti Roma» video utili a riflettere sulle tematiche affettive per il cammino formativo dei ragazzi .
- L’Ufficio per la Pastorale Scolastica, che ha già offerto negli anni scorsi qualificate iniziative di formazione sull’argomento riservate agli insegnanti di Religione Cattolica, si metterà a disposizione delle famiglie, degli insegnanti (di Religione Cattolica e non) e delle scuole cattoliche che lo desiderino, avvalendosi anche della collaborazione di esperti qualificati.
- La pastorale universitaria offrirà ai giovani universitari – nelle Cappellanie, nelle Università, nei Gruppi universitari parrocchiali e nei collegi – un itinerario che aiuti a fare sintesi tra formazione intellettuale e maturità affettiva, incoraggiando la loro ricerca vocazionale.

3. Accogliere e accompagnare verso il matrimonio
Dai Laboratori è emerso ripetutamente che è da ripensare a fondo la preparazione al matrimonio , superando la prassi del cosiddetto “corso per i fidanzati”, insufficiente e da molti piuttosto sopportato (una sorta di tassa da pagare per poter celebrare il sacramento).
A questo importante tema pastorale AL dedica ben 12 numeri (nn. 205-216) e ne parla come di una “iniziazione al sacramento del matrimonio” (AL, 207), una specie di catecumenato che accompagni alla scoperta della fede per giungere alla comprensione del mistero santo delle nozze. Cosa possiamo prevedere al riguardo?

1) Dobbiamo essere realisti, accettando ancora un itinerario breve per chi non è disposto ad un itinerario lungo, sapendo però che una dozzina di incontri non bastano a riaccendere la fede e sperando in un possibile rapporto che continui dopo. La parrocchia offra, con il metodo del dialogo, un cammino su alcuni temi fondamentali: vita di fede, esperienza sacramentale, appartenenza alla Chiesa, la famiglia nel progetto di Dio, le motivazioni per l’amore matrimoniale, la famiglia vive di Dio, i ruoli nella coppia, la generazione e l’educazione dei figli, i rapporti con le famiglie di origine. Utilmente si proponga anche un ritiro spirituale, come già è praticato. Non dimentichiamo che la preparazione è una occasione speciale per riprendere i contatti con la Chiesa e un cammino di fede.

2) Ma la sfida che vogliano affrontare – all’inizio pensiamo a livello di prefetture, non di parrocchie – è di proporre un itinerario diocesano lungo, che duri almeno due anni, cominci all’inizio del fidanzamento o quando la coppia di conviventi si orienta al matrimonio. Dovrebbe essere un itinerario di accompagnamento che abbia le seguenti tappe:

- Accompagnare vuol dire innanzitutto camminare insieme con i nubendi, perché “scoprano la via migliore per superare le difficoltà che incontrano sul loro cammino” (AL, 200). E’ necessario entrare in relazione, una relazione empatica, con ciascuna coppia, affinché si senta destinataria di cura e della preoccupazione della Madre-Chiesa. A queste persone non serve sentirsi dire dal primo incontro qual è la dottrina della Chiesa o le norme canoniche sul matrimonio – che spesso potrebbero riceverle come divieti o proibizioni – hanno bisogno di camminare insieme, di incontrare testimoni che tocchino il cuore.

- In secondo luogo, accompagnare vuol dire aprire la mente e il cuore all’intelligenza della fede, come fece Gesù con i due discepoli di Emmaus (Cf. Lc 24, 13-33). Dobbiamo annunziare loro il Vangelo per creare un legame con la persona di Gesù Cristo, che guarda ciascuna coppia con amore e tenerezza, con pazienza e misericordia: “Vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). Dobbiamo fare come ha fatto Gesù con la samaritana: “rivolse una parola al suo desiderio di amore vero, per liberarla da tutto ciò che oscurava la sua mente e guidarla alla gioia piena del Vangelo”. Il nostro obiettivo è realizzare ciò che con grande lucidità ha scritto Papa Benedetto XVI nella Deus caritas est, n. 1: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva”.

- Accompagnare vuol dire far comprendere e sperimentare l’amore vero, vivere insieme alla persona amata, dialogare e trasmettere convinzioni, comunicare la gioia di stare insieme nel Signore, favorire lo sviluppo della maturità affettiva, così importante per la libera scelta della vita matrimoniale . In una parola, far scoprire la forza salvifica del sacramento del matrimonio . E’ evidente che questo cammino richiede tempo e disponibilità da parte nostra e dei nubendi; dunque è un periodo di catecumenato;

- E’ stato suggerito anche di chiedere agli sposi il luogo della loro residenza per poterlo comunicare al nuovo parroco e di organizzare, all’inizio dell’anno, nella parrocchia di arrivo una “festa dell’accoglienza” delle nuove famiglie.

Alcune note di metodo:
- è necessario dare all’itinerario un taglio esistenziale, di condivisione comunitaria; evitare lo schema delle lezioni frontali ;
- decisive saranno le coppie che accompagnano i nubendi;
- ogni coppia deve sentirsi protagonista del cammino, e non al seguito di un sacerdote o di un animatore;
- focalizzare la formazione principalmente sulla relazione di coppia. Evidentemente non per mettere in secondo piano il sacramento, ma per far capire che il sacramento del matrimonio ha a che fare con la relazione di coppia per conoscere e crescere nella propria relazione in Dio. Il nostro compito – dice Amoris laetitia – è “far crescere l’amore”, “renderlo normale”, rinforzarlo, facendo in modo che i due diventino protagonisti e competenti della propria relazione. Ciò non vuol dire lavorare prima sul piano umano e poi su quello spirituale. Gli animatori devono avere bene in mente che il centro è il sacramento, la vita spirituale degli sposi, e devono impastare ogni incontro come tappe di un cammino di vita nello Spirito;
- scopo ultimo dell’itinerario è servire la coppia, perché giunga a “prendersi per mano” in modo serio e a sentirsi dentro la comunità ecclesiale, come nella propria famiglia di fede.

3) Col matrimonio tutto comincia: accompagniamo le famiglie
E’ necessario superare l’idea di una pastorale familiare impegnata soltanto a preparare la celebrazione dei sacramenti: matrimonio, battesimi, prime comunioni e cresime; passati i quali il compito è finito o quasi. Così pure che debbano essere i sacerdoti gli unici ad occuparsi delle famiglie. La svolta pastorale consiste nell’inventare un accompagnamento adatto a tutte le situazioni e che, insieme ai sacerdoti, “le famiglie accompagnino le famiglie”.
Il Papa nell’Esortazione Apostolica ha elencato molti suggerimenti per dare vita ad una pastorale delle famiglie in ogni parrocchia e realtà ecclesiale . Nella nostra diocesi non mancano esperienze significative al riguardo . Si tratta ora di sviluppare e fortificare ciò che abbiamo e cominciare a lavorare dove siamo scoperti.
A me pare tanto importante che le giovani famiglie nei primi anni di matrimonio siano accolte e accompagnate con la pastorale di accoglienza della vita e di quella post-battesimale, che – come sappiamo – ha come destinatari i genitori. Ripeto una cosa di cui sono profondamente convinto: le giovani famiglie sono il futuro della Chiesa, e sono abbastanza aperte, chi più chi meno, ad un cammino ecclesiale a partire dalla richiesta del Battesimo dei loro bambini. Una seconda attenzione dobbiamo dedicare a quelle famiglie i cui figli vivono gli anni dell’iniziazione cristiana. Rinvio a quanto ho detto nella relazione del Convegno dell’anno scorso, con due sottolineature: valorizzare le giornate insieme (vacanze, gite di famiglie, ecc.) e la vita dell’oratorio, come occasione di prossimità dei genitori con attività collaterali che coinvolgano anche loro. Non mi sfugge però l’obiezione vera di tanti genitori la cui settimana è un gioco frenetico ad incastro per i numerosi impegni cui devono attendere per i figli. E’ tutto vero; noi facciamo quanto ci è possibile fare!
Mi sia consentito per questa fascia di famiglie fare una considerazione, ricordando anche quanto ci insegnano le scienze umane. La famiglia è il luogo dell’interpretazione simbolica del reale, nella quale la percezione della realtà da parte delle persone viene organizzata, strutturata e dotata di significato, è il luogo dove la persona costruisce il mondo che abita, il nucleo più profondo del proprio essere. Per questo motivo la famiglia non può essere facilmente sostituibile, perché è in famiglia che si realizza la socializzazione primaria e anche la socializzazione religiosa attraverso la relazione genitori/figli, nella quale il bambino acquista fiducia in se stesso e negli altri. Altrettanto avviene nella prima adolescenza: gli atteggiamenti e i comportamenti dei genitori, soprattutto del padre, verso la fede influiscono fortemente sul futuro atteggiamento dei figli nei confronti della vita cristiana. I simboli più potenti per orientare il rapporto dell’uomo con Dio sono dunque i comportamenti dei genitori. Questo ci dice quanto sia decisivo, anche per questo motivo, l’accompagnamento dei genitori nella loro crescita spirituale.
Per le tante famiglie invece che, non interessate ai cammini sacramentali dei figli, non frequentano regolarmente la comunità parrocchiale, come pure per le famiglie monoparentali o separate, o che hanno vissuto il dramma dell’aborto e vivono in solitudine, la prima sfida pastorale dev’essere quella di moltiplicare le occasioni di contatto e di incontro nel quartiere e nei palazzi, impegnando – se possibile – le famiglie più vicine ad aprirsi ad altre famiglie: la loro casa potrebbe diventare un prolungamento della parrocchia in cui accogliere e incontrare, in amicizia e condivisione, le altre famiglie, con uno sguardo particolare a quelle che vivono momenti difficili . O anche semplicemente gruppi spontanei di famiglie amiche che senza fini immediati di catechesi o altro si riuniscono intorno a una famiglia cristiana. Una Chiesa inclusiva non è solo quella che si riunisce in parrocchia.
In secondo luogo, si promuovano aggregazioni e gruppi di famiglie che rispondano ad interessi formativi o di sostegno alla vita cristiana: dai gruppi di preghiera, a quelli biblici o di particolari spiritualità, ai gruppi culturali, caritativi, sportivi, ecc. Con le famiglie interessate si potrebbe leggere e discutere pian piano Amoris laetitia: tutto può aiutare. La parrocchia poi può offrire una rete feconda di rapporti intorno alla vita liturgica, all’attenzione e la cura delle persone, dai bambini agli anziani, all’accoglienza di quelle più bisognose, soprattutto – ha detto recentemente il Papa ai Vescovi polacchi – “ se c’è un confessionale con la luce sempre accesa, sempre la gente va”.
La creatività e l’inventiva dei parroci e degli operatori pastorali saprà trovare nuove occasioni per integrare quante più famiglie possibile ed essere vicini a quelle sofferenti. Il vero spartiacque è la convinta importanza da dare al soggetto “famiglia”, da ritenere centrale nella comunità ecclesiale. Sarà facile realizzare tutto ciò? Certamente no. Basta crederci e cominciare.

4. Un’azione pastorale paziente, compassionevole e misericordiosa
Nell’Esort. Apost. Amoris laetitia il Papa scrive: “«Ai Pastori compete non solo la promozione del matrimonio cristiano, ma anche «il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà», per «entrare in dialogo pastorale con tali persone al fine di evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre a una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza». «In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro», sempre possibile con la forza dello Spirito Santo” (AL, 297).
Io penso sinceramente che l’atteggiamento pastorale di noi sacerdoti romani verso le persone che hanno fatto scelte di vita dissonanti con la morale matrimoniale cristiana sia stato sempre improntato a comprensione e rispetto; ma, fedeli al mandato di custodire la fede e la morale, dinanzi a casi del genere, abbiamo preso atto con dispiacere di non poter fare molto; d’altra parte, tante volte i fedeli stessi si sono allontanati dalla vita ecclesiale.
Dopo Amoris laetitia, mentre ci è chiesto di essere fedeli alla dottrina della Chiesa, che rimane quella di sempre, ci è chiesto anche di non fermarci all’osservanza della norma morale ma di prenderci cura delle persone segnate – dice il Papa – “dall’amore ferito e smarrito” e “si trovano in mezzo alla tempesta” (AL, 291). Su questo tema, mi preme fare una puntualizzazione: tra queste persone vi sono anche i “separati testimoni della fedeltà matrimoniale”, quei cristiani cioè che non si sono voluti risposare per rimanere fedeli al coniuge e ai figli, nonostante tutto. Non dobbiamo dimenticarli. Anche essi hanno bisogno di trovare nella Chiesa vicinanza, comprensione e sostegno spirituale.
Tutto ciò premesso, domandiamoci: come muoverci verso questi fratelli e sorelle? Il Papa chiede ai Vescovi di dare opportuni “orientamenti” (AL, 300). Ecco dunque gli impegni che gradualmente vogliamo assumere.

I) Il primo atteggiamento è di intensificare o di cominciare ad occuparci di queste persone, andandole anche a cercare. Le occasioni non mancano, la pastorale ordinaria ci offre già momenti propizi: spesso sono genitori che chiedono il Battesimo per i loro bambini, accompagnano i figli agli itinerari di iniziazione cristiana, o si incontrano in occasioni di matrimoni, di funerali, oppure ci vengono segnalati da altri. “Queste situazioni – afferma il Papa – vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo” (AL, 296).

II) E’ necessario distinguere le varie situazioni. I casi più delicati sono quelli dei divorziati risposati legati da un precedente vincolo sacramentale.
Il primo aiuto da offrire è di prodigarci per mettere a loro disposizione un servizio d’informazione e di consiglio in vista di una verifica della validità del matrimonio. Come sapete, il Papa ha emanato delle norme che hanno parzialmente riformato la procedura delle cause di nullità matrimoniale, prevedendo in alcuni casi una via brevior (una procedura più rapida) .
Come muoverci in concreto? Il parroco (gli operatori pastorali o chiunque) prenda l’iniziativa di parlarne con gli interessati, li incoraggi a far esaminare il loro caso e proponga un colloquio con gli addetti del Tribunale del Vicariato per accertare l’esistenza o meno del fondamento per una causa di nullità. Basta rivolgersi al Vicario giudiziale del Tribunale di I° grado, che metterà a disposizione i ministri per una consulenza. Ma possiamo fare un passo avanti, avvicinando il Tribunale alla gente. E’ nostro desiderio organizzare in ogni Prefettura, o in Prefetture vicine, la presenza di un servizio periodico del Tribunale per ascoltare chi è interessato. Con i Vescovi Ausiliari e i Prefetti nelle prossime settimane studieremo gli aspetti organizzativi di questo servizio. I Parroci comincino a parlarne.

III) Quando la via processuale non è percorribile, perché il matrimonio è stato celebrato validamente ed è naufragato per altre ragioni, dunque la nullità matrimoniale non può essere né dimostrata, né dichiarata, è necessario sviluppare un’azione pastorale, che preveda un lungo “accompagnamento”, nella linea del principio morale del “primato della persona sulla legge”. Il Papa afferma: “La Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, […], ridonando fiducia e speranza” (AL, 291). Queste persone sono in difficoltà con la vita cristiana, hanno bisogno di essere accolte, di sentirsi ripetere spesso che il Signore non è lontano da loro, particolarmente quando “hanno subito ingiustamente la separazione, il divorzio o l’abbandono, oppure sono stati costretti dai maltrattamenti del coniuge a rompere la convivenza” (AL, 242), ma anche, all’opposto, quando vivono situazioni di cui sono stati essi i responsabili. Sono casi difficili, uno diverso dall’altro, a cui avvicinarsi con carità e rispetto, evitando il rischio sia della rigidità che dell’arbitrarietà.

IV) La Chiesa “non vuole condannare eternamente nessuno” (AL, 296); pertanto la via da seguire è quella della “gradualità”, vale a dire di far maturare nel tempo la consapevolezza di un bene maggiore da conseguire attraverso tappe di crescita, allo scopo di “integrare tutti”, aiutando ciascuno a “trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale” (AL, 297).
Nel caso dei divorziati risposati, bisogna distinguere: una cosa è “una unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa… e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. La Chiesa riconosce situazioni in cui l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione. C’è anche il caso di quanti hanno fatto grandi sforzi per salvare il primo matrimonio e hanno subito un abbandono ingiusto, o quello di coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido. Altra cosa è un nuova unione che viene da un recente divorzio, con tutte le conseguenze di sofferenza e di confusione che colpiscono i figli e le famiglie intere”. In questi casi il Sinodo ha chiesto un cammino lungo di riconciliazione con se stessi, di discernimento da parte dei pastori, perché “non esistono ricette semplici” (AL, 298).
Analogamente vanno considerati i casi di matrimoni civili o di convivenze prolungate negli anni e con figli. Anche per questi c’è bisogno di un paziente accompagnamento fino a condurli alla libera decisione di celebrare il sacramento.

V) Il passo successivo è un “responsabile discernimento personale e pastorale”(AL, 300). Per esemplificare: accompagnare con colloqui periodici, verificare se matura la coscienza di “riflessione e di pentimento”, l’apertura sincera del cuore nel riconoscere le proprie responsabilità personali, il desiderio di ricerca della volontà di Dio e di maturare in essa. Qui ogni sacerdote ha un compito importantissimo e assai delicato da svolgere, evitando il “rischio di messaggi sbagliati”, di rigidità o di lassismo, per concorrere alla formazione di una coscienza di vera conversione e “senza mai rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio” (AL, 307), secondo il criterio del bene possibile .
Questo discernimento pastorale delle singole persone è un aspetto molto delicato e deve tener conto del “grado di responsabilità” che non è uguale in tutti i casi, del peso dei “condizionamenti o dei fattori attenuanti”, per cui è possibile che, dentro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o non lo sia in modo pieno – si possa trovare un percorso per crescere nella vita cristiana, “ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa” (AL, 305) .
Il testo dell’Esortazione Apostolica non va oltre, ma nella nota 351 si legge: “In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti”. Il Papa usa il condizionale, dunque non dice che bisogna ammettere ai sacramenti, sebbene non lo escluda in alcuni casi e ad alcune condizioni. Papa Francesco sviluppa il Magistero precedente nella linea dell’ermeneutica della continuità e dell’approfondimento, e non della discontinuità e della rottura . Egli afferma che dobbiamo percorrere la “via caritatis” di accogliere i penitenti, ascoltarli attentamente, mostrare loro il volto materno della Chiesa, invitarli a seguire il cammino di Gesù, far maturare la retta intenzione di aprirsi al Vangelo, e ciò dobbiamo fare avendo attenzione alle circostanze delle singole persone, alla loro coscienza, senza compromettere la verità e la prudenza che aiuteranno a trovare la giusta via. E’ importantissimo stabilire con tutte queste persone e coppie una “buona relazione pastorale”. Vale a dire, dobbiamo accoglierle con calore, invitarle ad aprirsi a partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, ai gruppi di famiglie, a svolgere qualche servizio, es. caritativo o liturgico (coro, preghiera dei fedeli, processione offertoriale). Per sviluppare questi processi è quanto mai preziosa la presenza attiva di coppie di operatori pastorali e gioverà molto anche il clima della comunità. Queste persone – dice il Papa – “non devono sentirsi scomunicat[e], ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa” (AL, 299).
Non si tratta di arrivare necessariamente ai sacramenti, ma di orientarle a vivere forme di integrazione alla vita ecclesiale. Ma quando le circostanze concrete di una coppia lo rendono fattibile, vale a dire quando il loro cammino di fede è stato lungo, sincero e progressivo, si proponga di vivere in continenza; se poi questa scelta è difficile da praticare per la stabilità della coppia, Amoris laetitia non esclude la possibilità di accedere alla Penitenza e all’Eucarestia . Ciò significa una qualche apertura, come nel caso in cui vi è la certezza morale che il primo matrimonio era nullo, ma non ci sono le prove per dimostrarlo in sede giudiziaria; ma non invece nel caso in cui, ad esempio, viene ostentata la propria condizione come se facesse parte dell’ideale cristiano, ecc.
VI) Come dobbiamo intendere questa apertura? Certamente non nel senso di un accesso indiscriminato ai sacramenti, come talvolta avviene, ma di un discernimento che distingua adeguatamente caso per caso. Chi può decidere? Dal tenore del testo e dalla mens del suo Autore non mi pare che vi sia altra soluzione che quella del foro interno. Infatti il foro interno è la via favorevole per aprire il cuore alle confidenze più intime, e se si è stabilito nel tempo un rapporto di fiducia con un confessore o con una guida spirituale, è possibile iniziare e sviluppare con lui un itinerario di conversione lungo, paziente, fatto di piccoli passi e di verifiche progressive. Dunque, non può essere altri che il confessore, ad un certo punto, nella sua coscienza, dopo tanta riflessione e preghiera, a doversi assumere la responsabilità davanti a Dio e al penitente e a chiedere che l’accesso ai sacramenti avvenga in maniera riservata. In questi casi non termina il cammino di discernimento (A.L., 303: “discernimento dinamico”) al fine di raggiungere nuove tappe verso l’ideale cristiano pieno.

VII) Proprio la delicatezza di saper discernere la volontà di Dio su queste persone, caso per caso, chiede a noi sacerdoti di prepararci bene per essere in grado di prendere tali gravi decisioni. Quest’arte non si improvvisa. Dobbiamo metterci a studiare, parlare tra di noi, approfondire lo stile misericordioso di Amoris laetitia e rivedere il nostro abituale atteggiamento portato ad applicare la norma morale. Senza tradire la verità oggettiva, nondimeno dobbiamo entrare, con la luce dello Spirito, nelle pieghe delle coscienze per guardare con benevolenza le persone così come sono, sapendo che il Signore le ama, le cerca, le attrae e offre loro una nuova possibilità, proponendo l’ideale della vita cristiana, seppure è prevedibile che possano ricadere. Insomma dobbiamo imparare l’arte del discernimento, a cui siamo poco abituati. Questo è un lavoro lungo e paziente, di piccoli passi che possono essere gradualmente capiti e assimilati; ed anche noi sacerdoti dobbiamo poco a poco imparare ad accompagnare le persone con prudenza, retto giudizio e buonsenso.
A questo riguardo, fin da questo anno pastorale, insieme con i Vescovi Ausiliari e i Prefetti, cercheremo di offrire a tutti i sacerdoti occasioni formative. Anche gli operatori pastorali laici hanno bisogno di formazione, che verrà curata dall’Ufficio Famiglia del Vicariato, con l’aiuto dei Consultori familiari e altri Centri di formazione .

5. Gli animatori della pastorale familiare a livello di Prefetture
Le relazioni dei Laboratori del Convegno esprimono l’auspicio di un sostegno della Diocesi per formare e accompagnare la pastorale familiare nelle Prefetture e nelle Parrocchie, con una rete di animatori, riprendendo le belle iniziative del passato. Vorremmo ripartire, proponendo la formazione nei Settori o, in quelli più grandi, in più Prefetture vicine. L’Ufficio Famiglia ha già fatto un censimento delle forze esistenti, da convocare e ascoltare per rilanciare la formazione degli operatori pastorali, accompagnare quanti già operano, e invitare altri a prepararsi per questo servizio. E’ stato opportunamente suggerito di invitare le persone che si sono rese disponibili come facilitatori in occasione del Convegno diocesano. Viviamo un momento provvidenziale, c’è attesa da parte dei laici: è opportuno ripartire con fiducia e coraggio.
L’Ufficio si attiverà per preparare un programma diocesano di formazione, avvalendosi delle indicazioni offerte dall’Esortazione Apostolica (AL, 204) e delle molte competenze presenti a Roma.
Io mi limito ad indicare alcune piste.
1) Contenuti. Gli operatori di pastorale familiare hanno bisogno di una formazione cristiana di base che faccia scoprire e vivere con gioia l’esperienza della fede, della vocazione matrimoniale nel Signore e del servizio alla famiglia. Dunque contenuti essenziali e avvincenti.
2) Metodo. Dovrebbe essere quello che poi vorremmo applicare con le coppie che si incontreranno. Un metodo scandito dai verbi indicati dal Papa: accogliere, annunciare, accompagnare, discernere, integrare. Pertanto, il metodo formativo non può essere quello di lezioni frontali né solo a livello contenutistico.
3) Competenza relazionale. E’ fondamentale insegnare e far fare esercitazioni per tessere relazioni con le coppie. Non si tratta solo di conoscere contenuti/regole/dottrina (che naturalmente non devono mancare), ma di saper accogliere e accompagnare. E’ un’arte da apprendere. Amoris Laetitia usa l’espressione “pastorale del vincolo”: vuol dire pastorale delle relazioni, che ha al centro il legame/relazione coniugale. Le tre scansioni dell’ itinerario formativo potrebbe essere queste: a) relazioni di coppia, b) relazioni familiari, c) relazioni sociali/comunitarie.
4) Lavorare su di sé. Al centro del percorso di formazione deve esserci la relazione di coppia degli stessi operatori. Essi devono apprendere a lavorare su di sé, a camminare in questa direzione: questo cammino non va presupposto. Il percorso, pertanto, deve stimolare il lavoro della coppia (e verificarlo). E’ un percorso lungo, messo a rischio quando nascono figli, che va accompagnato. Gli operatori devono ascoltare un annuncio che c’entra con la loro vita (che tenga conto della singolarità di ognuno), e siano accompagnati a camminare.
6) Sperimentino l’accoglienza. Saper accogliere non vuol dire solo dare il “benvenuto”; è capacità di ascolto, di conoscenza, di presa a carico, di accettazione delle persone così come sono.
7) Generatività. Altro tema è quello della generatività. Non si tratta solo di “far figli” biologici, ma della più ampia generatività sociale, di sapere che si è chiamati a creare relazioni nella società. Questo vale anche per le coppie che non hanno figli.
8 ) Benessere psico-fisico. L’itinerario formativo degli operatori pastorali, nelle forme possibili, dedicherà attenzione anche al tema della promozione del benessere psico-fisico nella vita dell’amore coniugale e della famiglia. Si potrà sviluppare una riflessione culturale e sociale sull’assistenza domiciliare come via di sostegno al ruolo della famiglia nell’accoglienza della malattia e della fragilità. Aiuterà, per questo aspetto, l’Ufficio di Pastorale sanitaria.
9) Infine gli operatori di pastorale familiare (PF) devono aver chiara la differenza tra pastorale familiare come settore e come dimensione della pastorale (Cfr. Direttorio pastorale familiare). La PF non va pensata come un settore (uno tra i tanti settori, una delle cose da fare) ma come dimensione di tutta la pastorale. Sarà importante far comprendere anche a tutti i catechisti, ai collaboratori parrocchiali, agli animatori delle altre attività parrocchiali che è necessario avere un’attenzione alla famiglia in ogni attività ( es. guardare le persone che si hanno davanti non come un lupetto, un ragazzo dell’oratorio o una catechista, etc… ma come figli di una famiglia, come mamma, papà, ecc. Ma è un traguardo da raggiungere.

6. Le famiglie afflitte da altre sofferenze
Un piano diocesano di rinnovata pastorale familiare non può non volgere lo sguardo anche alle famiglie segnate da due altre sofferenze: la disabilità e la piaga della droga.
1) L’accresciuta attenzione alla disabilità implica un grande amore alle famiglie che ne sono segnate. I genitori cercano un aiuto ed, insieme, desiderano che i loro figli con disabilità siano considerati preziosi per la società e per la Chiesa. Per poter meglio accompagnare queste famiglie vorremmo proporre in questo anno pastorale, attraverso l’Ufficio Catechistico, alcune iniziative, che ci auguriamo crescano nel tempo, anche se non copriranno tante altre esigenze:
- un corso sulla lingua dei segni nei settori Nord, Sud, Est e Ovest, per fornire a catechisti e animatori i primi strumenti per un dialogo con i sordi;
- uno stage diocesano su “Autismo e catechesi” per proporre vie di approccio a chi vive questa sindrome e ai catechisti per aiutarli ad ideare percorsi idonei;
- un servizio gratuito di alcune ore da proporre ai nonni da offrire ai genitori che non possono pagare altre forme di assistenza.
Inoltre, vorrei invitare le comunità parrocchiale a dare qualche attenzione nella celebrazione eucaristica domenicale alle famiglie che hanno figli con disabilità. L’appuntamento domenicale, che fa incontrare tutti i genitori – ognuno con le proprie fatiche e le sue gioie – è occasione per conoscersi e imparare a condividere la crescita dei figli. La bellezza del rito, il canto, i gesti, aiutano tutti, anche i bambini con disabilità, a scoprire quanto la vita di ognuno sia preziosa non solo agli occhi di Dio, ma anche dei fratelli. L’assemblea liturgica si abituerà a qualche parola o gesto imprevisti e ad apprezzare quella presenza per essere ancor più comunità che cammina insieme.

2) Il discorso sulle famiglie afflitte dal flagello della droga sarebbe molto lungo; esistono in diocesi varie e apprezzate attività. Per fare un passo avanti è mia intenzione istituire un gruppo di lavoro dove, con il supporto degli Uffici Famiglia e di Pastorale sanitaria, collaborino esperti psicologi, psicoterapeuti, avvocati, per promuovere una rete di servizi mediante l’apertura di “sportelli di ascolto” per le famiglie che non sanno affrontare da sole le problematiche dei loro figli vittime della droga e di altre dipendenze.

Conclusione
Vi ringrazio per la vostra attenzione. La Vergine Maria, Regina degli Apostoli e Salus Populi Romani, accompagni il nostro cammino pastorale e interceda per noi e per tutte le famiglie di Roma.

Agostino Card. Vallini