L'immaginario infantile delle slot-machine, di Fabrice Hadjadj

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /10 /2016 - 22:25 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 25/9/2016 un articolo scritto da Fabrice Hadjadj. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per ulteriori testi di Fabrice Hadjadj, cfr. al tag fabrice_hadjadj. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Nuove schiavitù.

Il Centro culturale Gli scritti (16/10/2016)

I bambini, prima dell'età dalla ragione e talvolta anche dopo, sono persuasi che il bancomat sia una sorgente inesauribile. Ci si va ad attingere denaro a volontà, quando ci pare, e allora il papà sembra un asceta molto austero. Come spiegare altrimenti il fatto che ancora non compra tutte le bellissime cose che gli strizzano l'occhiolino dalle vetrine? Invece di riempire perbene il suo portafoglio, egli si accontenta di prelevare solo alcune banconote, spesso di piccolo taglio, e paga con queste ciò che pare essere lo stretto necessario se confrontato con tutto ciò che incessantemente viene offerto con molti vantaggi e sorrisi.

Questo immaginario è molto ingenuo. Non bisogna però riderne troppo. Come tutto ciò che viene dell'infanzia, rimane intatto sotto i nostri strati di scienza e di seriosità. Per esempio è largamente sfruttato - come si sfrutta un giacimento profondo - dalle slot-machine. Intorno ad esse fluttua la fantasia di una fontana da cui le monete d'oro sgorgano senza fine, o perlomeno potrebbero farlo, per noi, se la buona fata ci desse la buona stella o se Excalibur ci fosse stata misteriosamente riservata. La macchina è così splendente, così ludica, che ci vuole un certo tempo prima di rendersi conto che la sua leva non è una pompa per il denaro, ma il funesto braccio del “bandito monco”.

Si può pensare anche che è precisamente questo a sostenere il meccanismo di fascinazione: non il guadagno di denaro, ma un ritorno all' infanzia. Il denaro è qualcosa di serio, “adulto”, legato al lavoro e alla fatica, e allora ci si sente autorizzati a questa regressione infantile, si può decorarla con un motivo utilitaristico o attinente a un superfluo degno dell'uomo maturo, ma lo scopo resta quello di regredire verso un'irresponsabilità scintillante…

Le slot-machine sono molto cambiate dalla “Liberty Bell Slot Machine” inventata nel 1898 da Charles August Fey, un bavarese emigrato in California, che non esitò a inserire il simbolo dell'indipendenza americana nel primo “automatic payout mechanism”: meglio di picche, cuori o ferri di cavallo, la campana della libertà faceva risuonare una cascata di quarters battuti con il profilo di George Washington… Oggi, tuttavia, siamo ben lontani dal tintinnio di quelle monete, dai rulli che girano e poi si bloccano, insomma da tutto l'ambaradan di ferraglia che rendeva il nostro bandito quasi simpatico. Costui ha perso il suo braccio.

Monete e gettoni hanno ceduto il passo alla carta di credito (che si introduce come in un bancomat) e al giocatore non resta che muovere un solo dito, spingendo un bottone o sfiorando lo schermo tattile che, grazie alla perizia degli esperti in scienze cognitive, sa dosare esattamente perdite e guadagni, stimoli e pause, al fine di catturarci il più possibile. Con le fasi di gioco rese abilmente brevi, la nuova slot-machine va perfino a scavare più indietro della nostra infanzia, fino a ciò che il paleolitico ha lasciato nel nostro cervello: residuo di un adattamento evolutivo d'importanza capitale all'epoca in cui eravamo circondati da predatori, l'introduzione di una qualsiasi novità nel nostro campo visivo provoca in noi una “reazione di orientamento”, che ci tiene in allerta, ci mobilita per fronteggiare l'imprevisto.

È in questo modo che i canali di sole notizie ci trattengono, non tanto per il loro contenuto quanto per la loro forma breve, filante, lampeggiante - con le “breaking news” moltiplicate ovunque nel riquadro e sui bordi dello schermo. Ed eccoci avvinti come il coniglio davanti alla danza della donnola, incapaci di muoverci, perché continuamente rivalutiamo il modo migliore di reagire di fronte a quei dati che scorrono senza fine.

Il caso della combinazione vincente non è lasciato dunque più al caso di una meccanica ma è gestito elettronicamente da un programma di Rng (Random Number Generation) bloccato su un tasso di ridistribuzione retto dalla legge (in Francia, non deve essere inferiore al 85%, in Italia si scende fino al 74% nei bar): su un collocamento di 100, la macchina ridistribuisce in modo aleatorio ai suoi clienti 85 su un ciclo più o meno lungo, così che uno può avere la fortuna di arraffare il jackpot - il denaro degli altri - mentre al casinò è comunque garantito un reddito di 15).

Ma il dosaggio più sapiente, l'abbiamo detto, sta altrove: nell'ergonomia generale dell'apparecchio, le eccitazioni sensoriali del suo monitor, il suo mondo a parte. Natasha Dow Schüll studia questa “zona della macchina” nel suo libro Addiction by Design: Machine gambling in Las Vegas («uno degli studi di scienza sociale più importanti dei trenta ultimi anni», secondo Matthew B. Crawford). Attraverso un'inchiesta che va dagli ideatori e dai gestori delle macchine fino ai giocatori professionisti e i membri degli “scommettitori anonimi”, essa chiarisce il dispositivo della dipendenza e quella che bisogna chiamare «tossicodipendenza algoritmica».

In Nordamerica, le slot-machine generano l'80% dei profitti dei casinò e sono la causa dell' 80% dei casi di “gioco patologico”; la dipendenza si instaura tre volte più velocemente rispetto ai giochi da tavolo per i quali sussiste ancora una relazione interpersonale. I giocatori allora non cercano più di guadagnare, ma di immergersi, di dimenticare se stessi nel gioco (una donna confessa che si veste sempre di nero: talvolta lo stato ipnotico le fa rimandare il momento di andare al gabinetto fino al limite fatale, e allora le macchie sono meno vistose).

Qui, come nell'avarizia, il denaro non è bramato come mezzo per acquistare beni materiali. L'avaro non ne spende mai: se ne serve come riserva proiettiva, immaginando tutto ciò che potrebbe avere con quel denaro, rinchiudendosi nella sfera di un potere segreto che lo strappa al mondo comune. Allo stesso modo, dopo un certo periodo di incubazione, il giocatore non rincorre più il denaro quanto la stessa macchina e la sua macchinazione che gli permettono di stare in una bolla semplificatrice, dove la sua azione sembra ubbidire a regole perfettamente chiare e ridursi a un gesto e a delle gratifiche virtuali.

Si allontana così da una realtà troppo dura, troppo ingarbugliata o troppo insignificante ai suoi occhi. Smaterializzato e trasformato in carburante dell'algoritmo, il denaro diventa mezzo per separarsi dai beni materiali (e dai loro mali) - fino all'alba. Allora il risveglio è terribile, la materia si fa bruscamente presente attraverso le tasche asciutte e i calzoni bagnati, la perdita e le perdite.