La Misericordia in Dante: madre di beneficio, di Maurizio Signorile

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 24 /10 /2016 - 09:43 am | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito, per gentile concessione, uno studio di Maurizio Signorile. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (23/10/2016)

Di misericordia Dante non solo ha scritto ma soprattutto ha vissuto, spesso ha cercato, anche senza trovarla, e la rilevanza che tale tema ha nelle sue opere si spiega anche con l’esperienza che il Poeta ne ebbe in vita. La misericordia richiesta in gioventù alla donna amata e anelata nel periodo dell’esilio trova finalmente nella Divina Commedia una soluzione in Maria; essa diviene il compimento di quella preghiera che intercorre dalle prime opere giovanili alla maturità: nella misericordia Dante rintraccia una maternità di cui non può che riconoscere il modello nella Vergine, tanto che quando nelle sue opere parla dell’una non può non riferirsi anche all’altra.

È un Dante in esilio quello che cerca di dare una definizione della misericordia nei primi capitoli del Convivio. Ciò scaturisce dalla stessa esigenza che è alla base di quest’opera: il suo intento è che tutti gli uomini imparino, abbiano accesso alla conoscenza, lui vuole insegnare a chi non sa, seconda opera di misericordia spirituale. Dante spiega perché ha deciso di scrivere:

«però che ciascuno uomo a ciascuno uomo naturalmente è amico, e ciascuno amico si duole del difetto di colui ch'elli ama, coloro che a così alta mensa sono cibati non sanza misericordia sono inver di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e ghiande sen gire mangiando» (Cv I I 8).

Dante, uomo che si ciba all’“alta mensa” della sapienza, che da “amico” si duole del difetto di quelli che ama, non sanza misericordia” guarda agli uomini che non sanno e vuole farli partecipi della conoscenza. È qui che c’è la più bella definizione dantesca di misericordia: essa è «madre di beneficio». Per questo:

«sempre liberalmente coloro che sanno porgono de la loro buona ricchezza a li veri poveri, e sono quasi fonte vivo, de la cui acqua si refrigera la naturale sete che di sopra è nominata» (Cv I I 9).

L’insegnamento agli altri, elargito in forza di questa materna misericordia, viene qui paragonato al dissetare gli assetati, seconda opera di misericordia corporale. È un Dante che a quest’altezza, pur immerso nella tragedia dell’esilio e cercando egli stesso misericordia nel girare le città d’Italia che lo accolgono, con la mente sempre alla sua amata Firenze, sembra preoccupato in verità più a dare che a ricevere.

Più avanti il Poeta specifica ancora meglio cosa sia la misericordia in relazione alla “pietà”. La necessità viene quando, parlando dell’anima umana, Dante afferma che questa dev’essere «pietosa e umìle» e precisa:

«E non è pietade quella che crede la volgar gente, cioè dolersi de l'altrui male, anzi è questo uno suo speziale effetto, che si chiama misericordia ed è passione; ma pietade non è passione, anzi è una nobile disposizione d'animo, apparecchiata di ricevere amore, misericordia e altre caritative passioni» (Cv II X 5-6).

La pietà è quindi una disposizione d’animo, una virtù, posta per la Chiesa tra i sette doni dello Spirito Santo (cfr CCC 1831), la misericordia è invece una passione, frutto della carità (cfr CCC 1829), per Dante una delle sei passioni «propie de l'anima umana», ossia «grazia, zelo, misericordia, invidia, amore e vergogna» (Cv III VIII 10), in particolare una fra le «laudabili passioni» (Cv IV XIX 5).

Dante arriva a queste definizioni con l’autorità, esplicita, di Aristotele e, velata, di san Tommaso, ma anche grazie alla sua personale esperienza. Infatti, prima del Convivio, egli si era ritrovato a chiedere misericordia nella Vita Nova dopo che Beatrice gli aveva tolto il saluto:

«in solinga parte andai a bagnare la terra d'amarissime lagrime, là ov'io potea lamentarmi sanza essere udito; e quivi, chiamando misericordia a la donna de la cortesia, e dicendo “Amore, aiuta lo tuo fedele”, m'addormentai come uno pargoletto battuto lagrimando» (Vn XII 2).

Ritrovandosi a piangere da solo, Dante si chiude nella sua camera e implora come un “fedele”, invoca misericordia “a la donna de la cortesia”, la stessa Beatrice che incarna l’“amor cortese”: ma nella Vita Nova Dio è «sire de la cortesia» (Vn XLII 3) e questa di Dante sembra assumere i connotati di una vera e propria preghiera innalzata a un’attenzione femminile, potremmo dire ancora materna.

Punto di volta è quando, dopo la morte di Beatrice, Dante si ritrova ancora a piangere e, alzando gli occhi, vede una donna:

«Levai li occhi per vedere se altri mi vedesse. Allora vidi una gentile donna giovane e bella molto, la quale da una finestra mi riguardava sì pietosamente, quanto a la vista, che tutta la pietà parea in lei accolta» (Vn XXXV 2)

Ma il Poeta evidentemente non sembra gradire quello sguardo che anzi lo fa sentire più misero:

«quando li miseri veggiono di loro compassione altrui, più tosto si muovono a lagrimare, quasi come di se stessi avendo pietade, io senti' allora cominciare li miei occhi a volere piangere, e però, temendo di non mostrare la mia vile vita, mi partio dinanzi da li occhi di questa gentile» (Vn XXXV 3)

In questa “gentile donna” che lo osserva da una finestra Dante non vede misericordia, ma dice che lo guardava “pietosamente”. Mentre prima egli cercava solitudine per invocare misericordia, ora egli sente che gli viene rivolta pietà e fugge: Dante si sente addosso gli occhi di questa donna che lo guarda, non con misericordia, ma solo “pietosamente”, cosa non negativa, ma evidentemente insufficiente perché si limita allo sguardo e il Poeta teme di mostrare la sua “vile vita”; quindi si allontana, come i miseri che vedono la compassione altrui e piangono ancora di più, quasi come avessero loro pietà di se stessi.

Tra Vita Nova e Convivio si configura questa distinzione tra la misericordia-passione, “madre di beneficio”, e la pietà-virtù, la quale, agli occhi del giovane fiorentino, produce uno sguardo che non traduce la compassione in compartecipazione. Dante cerca misericordia nella “donna de la cortesia” senza per il momento trovarla e dalla “donna gentile” riceve pietà: per questo nell’opera filosofica tenta una distinzione che possa far luce sulla vera natura delle due. Ma a Dante, che della misericordia ha già intravisto un tratto materno, come “madre di beneficio”, manca ancora il riferimento al quale attribuire, o meglio dal quale ricavare questo aspetto, la figura che ai suoi occhi di fedele può incarnare la misericordia di Dio.

Nella Divina Commedia il ruolo della misericordia è rilevatore dell’intento che muove Dante a costruire la sua opera: la misericordia è totalmente assente nell’Inferno, essa è premessa del viaggio ma non esiste nel primo regno, come allo stesso modo, affermazione all’apparenza bizzarra quanto reale, non esiste neanche nel Paradiso; è invece il Purgatorio la cantica della misericordia.

In Inferno l’unica parola di misericordia è la prima del Dante-personaggio: dopo lo spavento per le tre fiere e per la fino allora fioca figura di Virgilio, l’uomo perso nella selva oscura grida

«Miserere di me»(If I 65).

La prima parola che risuona nell’oltretomba dantesco è una richiesta di misericordia, esplicito riferimento al Salmo 50: “Miserère mei, Deus, secùndum magnam misericòrdiam tuam”. Dante qui chiede aiuto senza sapere però di averlo in realtà già ricevuto quando, come racconterà Virgilio nel II canto, il soccorso gli era venuto dall’intervento delle tre donne benedette, Beatrice, santa Lucia e Maria, la quale inizialmente si volge a salvare Dante dalla selva. Tutta la Divina Commedia, tutto il pellegrinaggio dell’uomo che affronta il peccato, si purifica da esso e sale verso Dio, inizia da Maria: a lei infatti si riferisce il verso

«Donna è gentil nel ciel che si compiange» (If II 94).

Dante qui ripropone la stessa scena della Vita Nova: stavolta non alza gli occhi, non la vede, ma c’è sopra di lui una “donna gentile” che non solo osserva ma “si compiange” del suo impedimento, il suo non riuscire a oltrepassare il peccato e giungere a Dio. Stavolta la donna gentile non rimane in finestra a guardare “pietosamente”, ma Maria agisce prima ancora che Dante alzi gli occhi invocando misericordia.

L’atto di Maria giunge a monte del viaggio infernale ma per tutta la cantica non ci sono, né devono esserci misericordia o pietà ed è una cosa che Virgilio spesso ricorda a Dante. Già nel canto III, di fronte agli Ignavi, quando il Poeta si attarda a guardarli, la guida lo invita a «non ragionar di lor» e proseguire perché «misericordia e giustizia li sdegna» (If III 50), in cui è da notare il verbo al singolare, che quasi unifica i due concetti; poi tra i lussuriosi Dante prova pietà e addirittura sviene («di pietade / io venni men», If V 140-141); infine è Virgilio che deve mettere la parola definitiva: a Dante che piange guardando il corpo degli indovini deformato, con la testa rigirata rispetto al corpo, il poeta latino deve dire

«Ancor se' tu de li altri sciocchi?
Qui vive la pietà quand'è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?
» (If XX 27-30)

La sciocchezza di Dante, che ha pietà dei dannati che sono già stati giudicati dalla giustizia divina, viene redarguita da Virgilio: in Inferno vive la pietà quand’è ben morta”, la pietà che quegli uomini, gli indovini, come tutti i dannati, potevano avere in vita, da Dio e dagli uomini, ora non c’è più.

Nell’Inferno queste due parole non sono quasi neanche citate: la misericordia sdegna gli ignavi e la pietà, provata solo da Dante per Paolo e Francesca, è morta fra gli indovini.

Invece è il Purgatorio la cantica della misericordia, sulla quale si fonda la sua stessa dottrina legata alla storia del Giubileo. Anche nel secondo regno troviamo nei primissimi canti quel Salmo 50 che era stata la prima parola del Dante personaggio: nell’Antipurgatorio le schiere di anime si avvicinano ai due pellegrini «cantando “Miserere” a verso a verso» (Pg V 24). La richiesta di misericordia delle anime purganti è rivolta a Dio ma in Purgatorio, in forza del Giubileo, le preghiere accorciano la pena purgatoriali e, quando quelle si accorgono che Dante è vivo, gli chiedono preghiere e raccontano le loro storie. Fra tutti, Bonconte di Montefeltro, mentre gli augura che si compia il desiderio di salire il monte, gli chiede «con buona pïetate aiuta il mio» (Pg V 87) e gli rivela la sua morte nella battaglia di Campaldino, quando

«perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola
»
(vv. 100-102)

Dopo aver appena cantato il Salmo 50 e aver richiesto “buona pïetate” a Dante, Buonconte racconta come morì “nel nome di Maria”, invocando la Vergine, e grazie a quella che il demonio, non capendo neanche cosa sia la misericordia, chiama «lagrimetta» (v. 108) non è dannato all’Inferno ma può aspirare a salire in Paradiso. Nel canto V del Purgatorio appare chiaro il legame tra morti e vivi: le anime purganti chiedono a Dante preghiere o anche solo un ricordo («ricorditi di me, che son la Pia», v. 133).

Che il Purgatorio si fondi sulla misericordia si comprende bene quando, alla porta che introduce al monte, di fronte all’angelo Dante si getta ai suoi piedi e «misericordia chiesi e ch'el m'aprisse» (Pg IX 111): il termine diviene premessa ineludibile perché la porta si apra e inizi la salita. Tutte le anime del Purgatorio, la cantica del regno che esiste grazie alla misericordia di Dio, chiedono misericordia e pietà, a Dio e agli uomini, perché preghino per loro, affinché l’indulgenza di quel primo Giubileo del 1300 arrivi ai defunti.

Se in tutte le cornici c’è sempre la presenza di Maria come primo esempio di virtù, salendo la montagna la richiesta di pietà delle anime, all’inizio pressante, si risolve via via in accoglienza di misericordia: addirittura tre volte nella cornice dei superbi, quando Dante vede Traiano acconsentire alla richiesta della vedova perché, dice l’imperatore, «giustizia vuole e pietà mi ritene» (Pg X 93), poi quando i due pellegrini chiedono la via alle anime «se giustizia e pietà vi disgrievi» (Pg XI 37), con la risposta di Guglielmo Aldobrandeschi che arriva proprio per far rivolgere Dante verso di lui, per «farlo pietoso a questa soma» (v. 57); nella cornice degli invidiosi Dante osserva le anime di fronte alle quali, dice, «non credo che per terra vada ancoi / omo sì duro, che non fosse punto / per compassion di quel ch'i' vidi poi» (Pg XIII 51-54) e le descrive grazie alla similitudine con i ciechi mendicanti che chiedono l’elemosina «perché 'n altrui pietà tosto si pogna» (Pg XIII 64): è qui che il pellegrino sente il macarismo «“Beati misericordes!”» (Pg XV 38); nella cornice degli iracondi l’esempio di mansuetudine più luminoso, dopo ovviamente quello di Maria nel Tempio, è quello di santo Stefano che di fronte al martirio riusciva a perdonare i suoi persecutori «con quello aspetto che pietà diserra» (Pg XV 114): più avanti su questa cornice Dante sente le anime «pregar per pace e per misericordia / l'Agnel di Dio che le peccata leva» (Pg XVI 17-18); infine la povertà della nascita di Gesù a Betlemme viene celebrata dagli avari che Dante sente «pietosamente piangere e lagnarsi / …“Dolce Maria!”» (Pg XX 18-19). Richieste di pietà continue e soddisfazioni di misericordia sembrano alleggerire il peso della purgazione, dalla pesantezza della prima cornice dei superbi fino alla cima e alla completa purificazione.

Alla fine del Purgatorio, nel Paradiso Terrestre, Dante stesso invoca pietà quando passa il suo momento più difficile. Di fronte a Beatrice che lo rimprovera per i suoi peccati egli prova vergogna e piange e l’immagine con la quale il Poeta descrive la scena è genuinamente materna:

«Così la madre al figlio par superba,
com'ella parve a me; perché d'amaro
sente il sapor de la pietade acerba
»
(Pg XXX 79-81).

Gli aspri rimproveri della madre sono atto di amore, ma non per questo meno amari: la “pietade acerba” non è ossimoro ma espressione che rende pienamente come quella “nobile disposizione d'animo” che è la pietà possa risultare amara all’uomo. La stessa “donna gentile” che guardava Dante dalla finestra in modo che “tutta la pietà parea in lei accolta” non era accettata da Dante, che sentiva “cominciare li miei occhi a volere piangere” e per questo si allontanava; quando invece aveva chiesto misericordia alla “donna de la cortesia” egli si era pienamente sentito “come uno pargoletto battuto lagrimando”: l’accettazione della pietà passa dal riconoscere una maternità che la rende misericordia, qui la virtù sfocia nella passione. In Paradiso Terrestre siamo di fronte a una piena rivalutazione della pietà, la quale è insufficiente per l’uomo Dante, perché spesso acerba, ma se accettata come un bambino di fronte alla madre è condizione ineliminabile per la misericordia, suo “speziale effetto. Sembra che per raggiungere il Paradiso il pellegrino debba passare necessariamente per questa via: diventare come un bambino e sentire l’amaro del rimprovero della madre che “par superba”, quando invece ella è “pietosa e umile”, come l’anima deve essere, secondo il Convivio.

Nel Paradiso invece la misericordia non c’è, come neanche la pietà: quest’affermazione, apparentemente paradossale, si spiega in realtà grazie allo stato di già avvenuta redenzione di coloro che abitano il terzo regno. In tutta la cantica la parola “pietà” compare solo una volta ed è al centro di tre canti, dal III al V, che per l’ultima volta tornano sul tema non tanto del peccato, quanto della libertà dell’uomo. Nel primo Cielo della Luna sono presenti gli spiriti mancanti ai voti e sono descritte soprattutto due figure femminili, Piccarda Donati e Costanza d'Altavilla: la mancanza di una «salda voglia» (Pd IV 87), come ebbero invece ad esempio san Lorenzo martire fermo sulla graticola e Muzio Scevola con la mano nel braciere, le fa apparire come anime bisognose di purificarsi, figure appartenenti alla famiglia del Purgatorio più che beate del Paradiso, come ebbe a scrivere Croce. Ma Dante specifica che Piccarda e Costanza si sono sempre conservate fedeli nel loro cuore ai voti pronunciati («non fu dal vel del cor già mai disciolta», Pd III 117), e più avanti è Beatrice a trattare la questione di come la volontà dell’uomo molte volte compia qualcosa contro se stessa per evitare un male peggiore. A titolo di esempio, la seconda guida del Poeta cita qui l’esempio mitologico di Almeone:

«come Almeone, che, di ciò pregato
dal padre suo, la propria madre spense,
per non perder pietà si fé spietato
» (Pd IV 103-105)

Almeone, per vendicare il padre Anfiarao, il quale per vendetta in punto di morte glielo aveva chiesto, quindi “per non perder pietà” verso di lui, uccide la madre Erifile, compiendo però così un atto di grave crudeltà e “si fé spietato”. Dante non cita a caso qui questo mito, con la ripetizione insistente pietà/spietato, dato che lo aveva già ricordato in quello stesso canto dell’Inferno («Dove rui, / Anfïarao? perché lasci la guerra?», If XX 33-34), appena dopo le parole di Virgilio sulla pietà che in Inferno «vive… quand' è ben morta» e «chi è più scellerato che colui / che al giudicio divin passion comporta?». Il riferimento ad Almeone lega le uniche citazioni della pietà in Inferno e in Paradiso, ma per negarla: ma la pietas antica, che evidentemente Almeone non ha perso per il padre, non è la pietà di Dio, la cui misericordia perdona e dona la vita eterna anche a coloro che, come Piccarda e Costanza, mancarono ai loro voti per mancanza di “salda voglia”, ma li mantennero nel “vel del cor”. L’ultima parola è la misericordia di Dio, perché essa è “madre di beneficio”. Non a caso quando Dante vorrebbe domandare a Piccarda com’è possibile che sia in Paradiso e lei sembra non dare risposta, in realtà essa sta rispondendo:

«Così parlommi, e poi cominciò “Ave,
Maria”
cantando, e cantando vanio» (Pd III 121-123)

L’Ave Maria cantata da Piccarda è una risposta implicita al perché della sua presenza in Paradiso: come Buonconte in Purgatorio, anche Piccarda deve la sua salvezza alla misericordia di Dio che si è realizzata tramite la madre di beneficio, Maria. Quando Anfiarao muore egli chiede al figlio di avere pietas e vendicarlo uccidendo la madre, quando Buonconte da Montefeltro sta per morire egli si rivolge alla madre di ogni credente, «nel nome di Maria fini'», nel cui segno la misericordia di Dio si riversa sull’uomo, come è accaduto a Dante all’inizio del suo viaggio, prima ancora che egli chiedesse aiuto.

In Paradiso la pietà e la misericordia non ci sono perché esse riguardano gli uomini che vivono, la Chiesa militante, e le anime del Purgatorio: ai santi non serve la misericordia.

L’attenzione di Dante di non nominare neanche la misericordia nel Paradiso si palesa quando a essa si deve necessariamente riferire parlando dell’Incarnazione, ma ne cela tuttavia il nome. Al quesito di Dante «perché Dio volesse… / a nostra redenzion pur questo modo» (Pd VII 56-57), che Dio s’incarnasse e morisse in croce, Beatrice risponde che l’uomo non poteva riparare al peccato di Adamo «ne' termini suoi» (v. 97) con le sue sole forze:

«dunque a Dio convenia con le vie sue
riparar l'omo a sua intera vita,
dico con l'una, o ver con amendue
» (vv. 103-105)

Toccò a Dio riparare al torto dell’uomo con entrambe “le vie sue”: le sue vie sono la giustizia e la misericordia. Le stesse due che sdegnano, al singolare per Dante, gli Ignavi nell’Antinferno e che tra i superbi mossero Traiano e le anime sono la premessa della salvezza che Dio dona all’uomo tramite l’Incarnazione: anche qui la misericordia passa inevitabilmente per Maria, colei nel cui grembo il Figlio di Dio nacque. Alla misericordia Dante qui allude, anzi il concetto è centrale nella spiegazione di Beatrice, ma la parola non appare, come non comparirà per tutta la terza cantica fino alla fine, all’ultimo canto, cioè fin quando a Dante, unico uomo, servirà un ultimo atto di misericordia per vedere Dio.

In Purgatorio Dante è l’unico vivo che può pregare, invocare la misericordia che le anime chiedono per terminare la salita del monte; in Paradiso egli è l’unico vivo per il quale le anime dei santi, alle quali non serve misericordia, ne chiedono per permettergli la visione di Dio.

Nella preghiera di san Bernardo dell’ultimo canto, Dante afferma che la benignità di Maria non semplicemente assiste chi domanda, ma «liberamente al dimandar precorre»: come non ricordare le parole del Convivio, quando egli, intento a volere insegnare, spiegava questo desiderio con la misericordia, perché sempre liberalmente coloro che sanno porgono de la loro buona ricchezza a li veri poveri”. Come era atto di misericordia quello di Dante di insegnare “liberamente”, è un atto di misericordia quello di Maria di aiutare “liberamente l’uomo prima che egli chieda. Infatti le prime prerogative della Vergine sono proprio le due che sin dall’inizio Dante cercava di definire:

«In te misericordia, in te pietate» (Pd XXXIII 18)

Descrivendo Maria, prima viene detta la “misericordia” e dopo la “pietà”, anche se la prima è uno “speziale effetto” della seconda, proprio perché Maria “al dimandar precorre” e così facendo riabilita quella “nobile disposizione d'animo”, non rimanendo in finestra, come la donna gentile della Vita Nova, ma scendendo dal cielo e rendendosi segno e presenza della misericordia di Dio.

L’unica occorrenza della parola misericordia nel Paradiso è per Maria, colei nella cui maternità Dante riconosce la via maestra per la quale Dio si volge all’uomo per salvarlo, dall'Incarnazione in poi, e nella quale egli ha camminato dalla selva oscura, anzi prima, dal mancato saluto di Beatrice alla visione di Dio. L’esperienza di preghiera disattesa della Vita Nova aveva portato Dante a cercare nel Convivio una definizione, e soprattutto una distinzione, fra misericordia e pietà, perché disgiunte le vedeva, e da subito aveva riconosciuto la prima come “madre di beneficio”: dopo aver ascoltato Virgilio di fronte a Ignavi e Indovini, la vicenda di Almeone e Anfiarao, dopo aver riconosciuto in Beatrice una materna “pietà acerba”, dopo le testimonianze mariane di Buonconte e Piccarda, alla fine della Divina Commedia il Poeta riconosce in Maria quella madre, la dispensatrice di quella misericordia che non si limita a guardare, ma si china a salvare l’uomo prima ancora che questo domandi.

Per Dante Maria non solo ha, ella è misericordia: essa è “madre di beneficio”.