Cosa avrebbe fatto Rothko in Vaticano, di Giuseppe Frangi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /02 /2010 - 21:43 pm | Permalink
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Riprendiamo un post scritto da Giuseppe Frangi sul blog Robe da chiodi
Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.
Il Centro culturale Gli scritti (19/2/2010)


Rothko


Bella sorpresa quella che ci ha fatto l’amico Luca Fiore nel suo blog No Name: in una pagina dei Ricordi di un collezionista di Giuseppe Panza, ha scovato questa notizia inedita sull’ultimo Mark Rothko. Scrive Panza: «L’ultima volta che ci vedemmo, non molto prima della sua malattia, chiese a mia moglie di contattare il Vaticano per fare una Cappella a Roma. Non prendemmo iniziative, avendo molti dubbi sull’accoglienza della proposta, conoscendo le difficoltà del Vaticano di capire l’Arte Astratta».

Quindi non se ne fece nulla, ma resta l’affascinante interrogativo di capire che cosa avesse in testa Rothko, per arrivare ad esporsi su una richiesta simile. Lui con la sue radici ebraiche, lui con quel suo precipitare calmo, tragico e solenne verso una pittura di tomba, che punto di contatto poteva intravvedere con la tradizione ridondante e carnale della cattolicità romana? Non ci sono molti indizi per capirlo. Tuttavia ricordo che alla recente mostra romana, m’avevano sorpreso delle grandi carte azzurre, datate 1969: cioé l’anno prima di darsi la morte. Erano del tutto anomale rispetto alla sua parabola che sembrava con implacabile coerenza andarsi a chiudere dentro quegli immensi orizzonti neri. C’era un che di sorprendentemente tenero in quelle opere, come un balbettio di un senso aspirato e intravisto. Forse dopo la Black chapel di Houston, luogo di meditazione per eroi disperati, nel cuore di Rothko era baluginata l’immagine di una cappella tutta azzurra. Quasi un lampo di paradiso. Prendiamoci la libertà di pensare che fosse proprio così…


da Giuseppe Panza, Ricordi di un collezionista, pag. 89, 2006, Jaca Book

"L’ultima volta che ci vedemmo, non molto prima della sua malattia, chiese a mia moglie di contattare il Vaticano per fare una Cappella a Roma. Non prendemmo iniziative, avendo molti dubbi sull’accoglienza della proposta, conoscendo le difficoltà del Vaticano di capire l’Arte Astratta. Eravamo stati l’anno prima a visitare la Collezione d’Arte Moderna in Vaticano, invitati da Monsignor Pasquale Macchi segretario del Papa Paolo VI, uomo di cultura. Purtroppo le opere di buona qualità erano poche in mezzo a tanti doni di artisti interessati ad avere il proprio nome in un luogo visitato da milioni di pellegrini. Fu un errore non tentare di chiedere al Papa l’autorizzazione di fare la Cappella, anche se la risposta fosse stata negativa. Provare non costava nulla. Forse un’improvvisa illuminazione avrebbe potuto cambiare la situazione; infatti il direttore mi chiese di regalare dei Rothko, richiesta che non presi in considerazione perché sarebbero rimasti un corpo estraneo in un contesto troppo diverso".

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