Avvento: tempo di sogni con Giuseppe (Mt 1,18-25), di suor Pina Ester De Prisco

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 29 /11 /2016 - 15:12 pm | Permalink
- Tag usati:
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito un contributo preparato da suor Pina Ester De Prisco per il Sussidio del Centro Oratori Romani 2016/2017. I neretti sono nostri ed hanno l’unica finalità di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (29/11/2016)

Le prime luci dell’Avvento si accendono, riempiendo di attesa le nostre esistenze e Giuseppe si fa compagno di viaggio nel nostro indugiare dinanzi alla grotta di Betlemme, dove nascerà il Figlio di Dio.

Si fa sempre fatica a parlare di Giuseppe, perché nei vangeli si dice poco di lui, ma l’evangelista Matteo ne parla in ben due capitoli, e lo fa con la categoria dei sogni! I sogni, spesso, sono usati nella Scrittura per rivelare la volontà e la Parola di Dio.

Basti pensare alla figura anticotestamentaria del giovane Giuseppe, per comprendere che il tema del sogno non è avulso dalle pagine dell’Antico Testamento. Due sogni guidarono e condussero Giuseppe a diventare principe d’Egitto, passando attraverso un destino di sofferenza e tradimento, fino all’espropriazione dei suoi diritti di “figlio e fratello” (Gen 37,5-10). Sogni, dunque, grandi, ma tortuosi, ma potremmo anche dire tortuosi perché grandi!

Sono i sogni che appartengono anche alle nostre vite, alle nostre famiglie, sogni a cui non vogliamo rinunciare, e che teniamo custoditi nei nostri cuori, nella speranza che possano avverarsi, ma che devono conciliarsi con chi ci è accanto e soprattutto con i disegni di Dio. Sono sogni che attraversano il vaglio dell’evangelo, così come avviene per Giuseppe, lo sposo di Maria, e nel vangelo di Matteo sono riportati ben quattro sogni.

Il primo si situa nel momento in cui Giuseppe arriva alla risoluzione di lasciar andare Maria, ma l’angelo gli dice di non lasciarla e di dare il nome “Gesù” al bambino che nascerà (Mt 1,18-25).

Il secondo sogno narra del momento in cui l’angelo chiede a Giuseppe di fuggire in Egitto, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo (Mt 2,13-15) e ancora il sogno in cui l’angelo annuncia a Giuseppe che Erode è morto e quindi lui e la sua famiglia possono tornare nel paese di Israele (Mt 2,21) e l’ultimo sogno narra dell’invito dell’angelo a Giuseppe a ritirarsi nelle regioni della Galilea e Giuseppe va ad abitare a Nazaret (Mt 2,22-23).

I sogni di Giuseppe hanno al centro la vicenda di Gesù e potremmo definirli cristocentrici. Si parte dal racconto della nascita, passando per la sua identità con l’assegnazione del nome, fino alla protezione per la salvezza fisica del bambino con la consegna del luogo dove dovrà crescere e abitare. Il ciclo dei sogni di Giuseppe si apre, infatti, in Mt 1,18 con: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo», e si conclude in Mt 2,23: «Sarà chiamato Nazareno». Nell’arco di due capitoli Giuseppe diviene il custode di Gesù, scandendone le tappe più importanti della sua vita, attraverso i suoi sogni: nascita, nome e destinazione per la sua crescita.

Ma i sogni di Giuseppe hanno al centro anche un verbo importante: “alzarsi”, lo troviamo in tutti e quattro i sogni, nel primo perché sarà lo stesso Giuseppe, che dopo aver “sognato”, si mette in piedi per adempiere ciò che l’angelo gli ha ordinato, mentre negli altri tre sarà l’angelo a suggerirgli di mettersi in piedi. L’essere in piedi è proprio di chi custodisce, di chi vigila: è la sentinella pronta a dare il segnale, per proteggere coloro che gli sono affidati.

Guardiamo la struttura del brano:

v. 18 incipit del racconto, i cui protagonisti sono Gesù, Maria, Giuseppe e lo Spirito Santo;

vv. 19-21 sogno di Giuseppe e lo svelamento della volontà di Dio attraverso la voce dell’angelo;

vv. 22-23 adempimento della profezia di Isaia (7,14);

vv. 24-25 obbedienza di Giuseppe alla Parola ricevuta.

Siamo nelle prime trame del vangelo che costruiscono il racconto del mistero dell’incarnazione. Matteo, a differenza di Luca, fa iniziare il suo vangelo con lo snodarsi della genealogia, mentre negli altri due vangeli è totalmente assente. Il racconto della discendenza di Gesù potrebbe apparire un elenco sterile, ma, in realtà, esso rivela la concretezza del modo di intrecciare la storia degli uomini con quella di Dio. Matteo inizia il suo percorso partendo da Abramo per arrivare a Giuseppe, e per la prima volta troviamo il suo nome: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo»  (Mt 1,16).

Nel primo vangelo, nelle pagine dell’infanzia di Gesù, il protagonista è anche Giuseppe. Potremmo parlare di una narrazione parallela dell’annunciazione della nascita di Gesù a Giuseppe, come avviene nel vangelo di Luca per Maria.

L’inizio del brano nel v. 18 indica come l’evangelista tenda a tenere insieme Maria, Giuseppe, Gesù e lo Spirito Santo, perché non solo è il momento dell’incarnazione del Figlio di Dio, ma è anche il punto di snodo dell’inizio di una nuova famiglia, di una nuova casa, di una nuova dimensione dell’esistenza, con al centro la presenza dello Spirito Santo: è Esso a formare, a dare vita, a prendere corpo nella vita della nascente famiglia di Nazaret. E così ancora avviene per tutte le famiglie che mettono al centro l’ascolto della Parola di Dio e la santa operazione dello Spirito di Dio (Francesco d’Assisi).

L’evangelista all’inizio della pericope riporta un dato sconcertante: una donna di nome Maria, prima del matrimonio, si ritrova incinta per opera dello Spirito Santo. E Giuseppe, dinanzi a un evento così inusuale e sorprendente, decide rettamente di non porla allo scherno di tutti, umiliandola, né di punirla pubblicamente, ma nel silenzio decide di licenziarla. Qui emergono due caratteristiche di Giuseppe: l’essere giusto e la discrezione, entrambe generate “dal e nel” silenzio.

Giuseppe a fatica prende una decisione sofferta, e l’evangelista descrive il suo stato attraverso l’uso di un verbo che indica l’atto proprio del pensare, del decidersi, non nel senso razionale, ma emotivo. È un pensare con desiderio, preoccupazione, turbamento, ansia; il verbo tratteggia un animo scosso nel suo aspetto più intimo. La volontà di Giuseppe era già pronta per essere messa in atto, ma il suo cuore è tutto un groviglio di emozioni forti, che non lo lasciano sereno, e nel momento in cui più forti diventano i pensieri, ecco che Giuseppe incrocia il progetto di Dio, manifestandosi attraverso un sogno, punto risolutivo e di intersezione tra il piano ideato da Giuseppe e ciò che è nel cuore di Dio.

Giuseppe non lascia cadere nessuna delle parole pronunciate dall’angelo (mediatore della voce divina) e al pari di Maria - donna attenta alla Parola - diventa l’uomo dell’ascolto. Sì, perché Giuseppe dinanzi allo smarrimento per la notizia della gravidanza di Maria, non si tira indietro, egli è pienamente inserito, con un coinvolgimento emotivo molto forte.

E l’immagine che viene fuori da queste pagine è proprio quella dell’uomo che è in piedi, in ascolto, attento a mettere in pratica ciò che l’angelo gli suggerisce. È ciò che viviamo ogni domenica durante la celebrazione Eucaristica alla proclamazione del vangelo: siamo in piedi.

Siamo in piedi non solo per rispetto alla Parola di Dio, o al sacerdote che è in piedi a leggere, ma siamo in quella posizione perché ciò denota la prontezza e il desiderio di chi ascoltando è anche pronto a mettere in pratica. E difatti il verbo ebraico dell’ascoltare non dissocia l’ascolto fisico da quello dell’obbedienza. Chi ascolta, fa!

Tutto questo accade a Giuseppe perché si deve compiere la Parola di Isaia, tutto rientra nel disegno di Dio, nel suo progetto di amore per l’uomo e la Parola che deve compiersi è «Emmanuele», il Dio con noi. Il piano di Dio sulle nostre vite è la sua vicinanza, che passa attraverso una comunanza di vita.

Dopo “aver sognato”, Giuseppe si rimette in piedi, passando da uno stato angosciante di pensieri, che affluivano rapidi alla mente, mischiandosi alle paure, ad una nuova consapevolezza e certezza: il Signore è con noi in quest’opera. Lui è presente.

Dopo il sogno, Giuseppe non ha remore, non ha tentennamenti: prende con sé Maria. E l’ultimo versetto del brano ci informa che Giuseppe darà il nome al figlio che nasce, come detto dall’angelo.

Cosa emerge di Giuseppe?

È il compagno fedele nel tempo dell’attesa. La sua decisione di non sposare più Maria non la prende a cuor leggero, ma la vive con afflizione nel suo cuore. Nei vangeli non è mai dichiarato, né sottolineato che Giuseppe e Maria si amassero, ma da come Giuseppe percorre tutta la vicenda si intuisce che ci fosse un forte legame, a cui non voleva rinunciare.

Giuseppe è un uomo che sa sognare pur nella drammaticità degli eventi, che segnano la sua vita, ama e soprattutto riesce a credere ai suoi sogni: crede alla voce dell’angelo, crede all’amore e alla lealtà di Maria, crede che Dio può compiere cose grandi e impensabili, solo se siamo capaci di ascoltarlo e aprirgli la nostra vita e infine crede che Dio è presente e non viene meno.

Preghiera

“Giuseppe è un uomo giusto, e pensa: «Questo mistero è grande, io mi ritiro, non voglio prendere qualcosa che non mi appartiene, non voglio intromettermi in ciò che è al di fuori, è oltre la mia presenza». Giuseppe è pieno di discrezione, è corretto, ma l’angelo gli dice: «Non devi sottrarti, tu sei parte integrante di questa storia, perché sei chiamato ad essere custode di quello che sta accadendo». Giuseppe è chiamato a partecipare al suo piano di salvezza con un ruolo semplice, modesto, umile, ma grande, perché è il compito che Dio gli affida” (Giovanni Salonia, Le sue braccia sempre aperte).