Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese e Forza maggiore di Ruben Östlund, due film sulla famiglia e gli affetti. Due note di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 04 /12 /2016 - 22:39 pm | Permalink
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1/ Perfetti sconosciuti (2016), di Paolo Genovese. Breve nota di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito alcuni appunti di Andrea Lonardo. Per altre recensioni, vedi la sezione Cinema.

Il Centro culturale Gli scritti (4/12/2016)

L’unica nota di verità in Perfetti sconosciuti è nel dolore di alcuni personaggi. Con diversi primi piani il regista Paolo Genovese mostra il dolore nel volto di chi scopre la verità dell’amore tradito.

Ad esempio quando Eva (Kasia Smutniak), la psicoterapeuta, scopre, senza che nessuno se ne accorga, che il suo amante con il quale lei tradisce il marito, tradisce a sua volta lei con la donna responsabile delle chiamate dei taxi, tal Marika, il suo viso tradisce in maniera straordinaria la sofferenza che tocca il cuore. Lo spettatore è portato a credere, sul momento, che il dolore sia dato a lei dalla tristezza provata dalla moglie del traditore (amica della stessa Eva), ma poche scene dopo si comprende che la sofferenza è profonda perché è lei, traditrice, ad essere a sua volta tradita dal complice in amore che ha messo in cinta una terza donna.

Insomma, anche il tradimento compiuto dall’amante con il quale si sta tradendo il proprio marito genera dolore. Il tradimento è realtà così grave e dolorosa che non lo si accetta nemmeno dal proprio complice.

Ma, altrimenti, il film – che ovviamente utilizza il registro del grottesco – presenta un mondo falso: falso perché cinico, ma falso anche perché il mondo reale è migliore.

Si potrebbe dire ancor più che il film è cinico non tanto a motivo di ciò che emerge via via dagli Iphone che gli amici pongono sul tavolo accettando che ognuno scopra i segreti degli altri: il mondo di Perfetti sconosciuti è volgare anche prima. Tutte le menzogne che divengono manifeste si radicano su di una volgarità di vita che, senza che lo spettatore ne divenga pienamente consapevole, è implicita fin dalle prime scene. Lo scherzare greve di maschi e femmine sul sesso è indice di una mancanza di ideali che traspare fin dalle prime battute del film.

Genovese, purtroppo, non mette in scena il peccato e conseguentemente, l’anelito ad una redenzione. Egli si limita a mettere in scena lo squallore. Il film è come assuefatto a tale volgarità.

Il film non tratta nemmeno dei nuovi media. Certo essi permettono più facilmente lo svelamento dei tradimenti e delle false verità. Ma già la stessa Eva fruga nella borsetta della figlia, scoprendo in essa dei preservativi. La violazione della privacy è quella di sempre, quella ottenuta frugando nei “segreti” del figlio o del marito. La volgarità è più profonda, poiché non proviene dai social network che tutti i protagonisti usano, ma dalla descrizione di un mondo che non conosce il peccato e, conseguentemente, nemmeno la grazia e il perdono.

Tutto è volgare nel film di Genovese.

Gli spettatori sembrano apprezzare Rocco (Marco Giallini), ma il chirurgo estetico è in realtà uno che non ha di meglio da dire alla figlia se non di usare i preservativi all’età di 16 anni, quando questa fosse convinta di voler provare l’amore con il ragazzo con cui sta in quel momento. Non ha nemmeno confidato alla moglie di avere iniziato un cammino di terapia psicologica.

Il film è politicamente corretto al punto che il solo Peppe (Giuseppe Battiston), che fa outing omosessuale alla fine del film, sembra difendere l’amore e dichiara che proteggerà il proprio partner maschile, rifiutandosi di presentarlo ai suoi pseudo-amici: essi hanno rivelato i loro pre-giudizi sull’omosessualità in quella sera, sono stati loro – proclama il film benpensante - a fare outing sul loro giudizio anti-omosessuale.

Genovese si allinea a quel disprezzo dell’amore così pesantemente presente nel linguaggio comune, lasciando immune da tale critica solo l’amore omosessuale.

Solo un barlume di speranza appare nel film, quando una coppia di teneri anziani si affaccia alla finestra per contemplare l’eclissi di luna (peraltro anche l’eclissi è assolutamente innaturale nel film).

La violazione e il mancato rispetto della privacy generati dal gioco di condividere ogni messaggio privato sono solo un aspetto dello smarrimento di ogni ideale e dignità. Certo è solo una commedia, ma è una commedia che non propone alcuna via di uscita e alcun pentimento, una commedia che è rassegnazione.

La descrizione delle coppie presenti nel film non diviene nemmeno critica sociale, non anelito ad una via d’uscita e nemmeno compassione. È solo esibizione del nulla.

Il mondo – crediamo – è invece migliore.    

2/ Forza maggiore (2014), di Ruben Östlund. Breve nota di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito alcuni appunti di Andrea Lonardo. Per altre recensioni, vedi la sezione Cinema.

Il Centro culturale Gli scritti (4/12/2016)

Nel film di Ruben Östlund la vita di una famiglia svedese appare scandita da organizzazione esteriormente perfetta. Tutti si lavano ogni giorno i denti con scansione precisa e precisa attenzione al corpo, così come al resto d’Europa quel mondo appare solido, perfetto, capace di prendersi cura di tutti e umano, anzi più umano, più attento ai bisogni e ai diritti dell’uomo delle società del meridione europeo. Foto splendide sembrano accompagnare la vacanza dei quattro.

Basta, invece, una valanga a svelare la falsità di quel mondo. Tomas (Johannes Kuhnke), il protagonista maschile, dinanzi al pericolo che si abbatte sulla terrazza dove sua moglie e i suoi bambini sono con lui, cerca di mettersi in salvo senza minimamente preoccuparsi di venire prima in  soccorso alla sua famiglia, mentre ha la lucidità di prendere l’Iphone e i guanti per sottrarli alla catastrofe.

Su quel mondo ovattato si abbatte il gelo. La moglie Ebba (Lisa Loven Kongsli) ormai è profondamente turbata, ma non ha l’abitudine a parlare con il marito dei propri sentimenti. Sembra che i sentimenti non debbano essere espressi, comunicati in quel mondo. Pur essendo insieme a lui è sola. Forza maggiore presenta agli occhi dello spettatore un mondo di incomunicabilità.

Nel corso del film cercherà di fargli ammettere l’evidenza, mentre lui, abituato a difendersi, la negherà più volte. Crollerà infine, ammettendo tutto e rivelando di avere altre volte tradito l’amore familiare. Anche i bambini Vera (Clara Wettergren) e Harry (Vincent Wettergren) piangeranno per la paura che i genitori possano separarsi e i due dovranno infine inscenare nella nebbia qualcosa per tranquillizzarli e mostrare che l’affetto è rinato.

Sullo sfondo una serie di personaggi diversi accrescono il senso di follia e di straniamento che il modo svedese di vivere la “famiglia” e gli “affetti” genera. Charlotte (Karin Myrenberg) afferma di essere venuta sola in vacanza perché “mi sono presa una vacanza dalla famiglia”. In realtà, dopo un giorno ha trovato un uomo con ci stare, anche lui venuto solo in vacanza, “un uomo fantastico, uno stallone”. La donna spiega che non è importante conoscerlo bene, “tanto non passiamo tutto il tempo a parlare”, tanto con il suo compagno a casa sono d’accordo che “ognuno si assume le sue responsabilità e funziona benissimo”. Quando Ebba le domanda della gelosia e se nessuno dei due abbia problemi a immaginare l’altro che tradisce, lei risponde che la possibilità di “essere lasciata non è una bella prospettiva”: d’altronde “non posso basare la mia austostima su un unico rapporto”. Ebba insiste che “costruire un rapporto stabile è una cosa che è un valore molto più alto”, ma lei risponde: “Posso avere entrambe le cose, un rapporto stabile e uno transitorio”.

Mentre la crisi fra Tomas e Ebba si aggrava perché è evidente la necessità di essere veri, di ammettere i peccati, di abbracciarsi e perdonarsi, anche un’ulteriore coppia si aggiunge ai dialoghi, lui già sposato e con figli, lei giovanissima. Mentre cercano di rappacificare Tomas e Ebba, il film rivela la loro storia. Lui cerca di rassicurare Ebba dicendo che Tomas è come gli animali che fuggono dinanzi al pericolo e scatta in tutti l’esigenza di sopravvivenza: “Noi stessi e anche gli animali, non c’è differenza”, mentre la donna continua a soffrire per la mancanza di generosità e di senso della famiglia manifestata dal marito in quella situazione di emergenza.

Lui, Mats  (Kristofer Hivju) dichiara alla giovanissima compagna: “Io mi sono sempre preoccupato della mia famiglia” e lei Fanni (Fanni Metelius) gli domanda: “E allora dove sono i tuoi figli e dov’è la tua ex-moglie?. Tu stai in vacanza con una di vent’anni”. Mats come un bambino chiede alla giovanissima compagna “Devo essere sicuro che ti fidi di me”, sentendosi criticato sulle sue relazioni precedenti e sui suoi figli, mentre lei le dice “Non mi meraviglio che tua moglie voglia divorziare”.

Due donne prendono in giro Tomas, facendogli credere che una delle due lo vuole rimorchiare. Si ripetono discoteche, birre, ubriachezze, ma tutto è poi sempre, un attimo dopo, normale, “scientificamente” pulito e politicamente corretto.

Tutto nel film è folle, dietro l’apparente compostezza dei modi di comportarsi.

Tutto il film grida che bisognerebbe abbandonare l’atteggiamento freddo e cortese, i modi pubblici e sociali, per essere veri, per abbracciarsi, per toccarsi, per farsi vicini, per chiedere perdono, per piangere. Ma non è chiaro se questo sia possibile: il modello svedese non lo prevede.

Le scene finali sono come una chiave di lettura dell’intero film. La società appare come un bus nel quale tutti i protagonisti sono passeggeri: il mezzo è condotto da un autista che non ha la minima idea di come esso debba essere guidato e sembra dover precipitare ad ogni tornante: un’intera società è sull’orlo di un precipizio.

Tomas ha il coraggio di dichiarare all’autista di voler scendere. Si urla che prima debbono scendere le donne e i bambini. La corsa di quell’autobus, che riporta tutti in patria, è assurda e troppo pericolosa. Si tratta di ricominciare a camminare a piedi, gli uni vicino agli altri, i bambini insieme ai genitori. Solo Charlotte resta sull’autobus, proseguendo nell’assurdità. Tomas, invece, cammina con i bambini, cammina con la moglie. Ammette pure di essere un fumatore, ammette il suo nervosismo, ammette il suo malessere, denunciando indirettamente che anche in Svezia si tratta di divenire personalmente più umani, senza rifugiarsi nelle sicurezze insicure dello Stato e nell’idea di un amore socialmente omologato e politicamente corretto, ma umanamente impossibile.

L’efficienza dello stile svedese e del suo welfare, coniugata con la strenua difesa dei diritti individuali senza però alcun legame affettivo carico di calore e fedeltà, mostra le sue crepe nel film ed è straordinario che le mostri. Si tratta di “scendere” da quel modello e di tornare a dire che la differenza consiste nell’umano, nelle scelte d’amore e nel legame delle relazioni vive, generose e vere.

Il regista ha dichiarato: «Nel finale del film, ci accorgiamo che tutte le persone scese dal pullman si vergognano di aver esagerato le proprie emozioni. Ma dopo un po’, percepiscono una connessione fra loro, una specie di solidarietà, camminando insieme per la strada. Questo vuol dire essere umani. Noi viviamo delle montagne russe emotive che ci spingono a indossare una maschera fissa per non mostrare quello che siamo davanti agli altri. Nel forte e inaspettato momento di condivisione del finale, per un attimo queste maschere sembrano cadere» (intervista in http://www.cinemadelsilenzio.it/index.php?mod=interview&id=22738).