Cosa vuol dire “partecipare”? (di G.M.)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /03 /2007 - 21:44 pm | Permalink
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Ci sono momenti nei quali si sente che un’ora non è passata invano. Questo può assumere la forma, talvolta, della scoperta di un libro, dell’ascolto di un brano di Mozart, di una parola significativa ascoltata, di un’omelia che ha guidato la mente ed il cuore, del silenzio della preghiera e del pensiero. E’ l’esperienza della partecipazione. Uno degli errori pedagogici più gravi è ritenere che “partecipare” voglia dire semplicemente dire la propria.
C’è una apparente passività che è, in realtà. ben più attiva dell’apparente attività!
E’ uno dei temi educativi più importanti dell’oggi: la trasmissione dello stupore, della meraviglia, del rispetto, dello spirito di contemplazione, dell’arrestarsi dinanzi a ciò che è più grande di noi, per parteciparvi realmente e non banalizzarlo.
Così l’allora cardinal J.Ratzinger scriveva:

Una delle parole-guida della riforma liturgica conciliare è stata a ragione la "partecipatio actuosa", la fattiva partecipazione alla liturgia di tutto il "popolo di Dio". Questo concetto ha tuttavia subito dopo il Concilio una fatale restrizione. Sorse l'impressione che si avesse una partecipazione fattiva soltanto dove ci fosse un'attività esteriore verificabile: discorsi, canti, prediche, assistenza liturgica. Gli articoli 28 e 30 della Costituzione Liturgica, che definiscono la partecipazione fattiva, possono aver prestato il fianco a siffatte restrizioni, basando la partecipazione stessa, in larga misura, su azioni esteriori. Comunque, anche il silenzio è ricordato come "partecipatio actuosa". Riallacciandosi a questo ci si deve chiedere: come mai dev'essere solo il discorrere e non anche l'ascoltare, il percepire con i sensi e con lo spirito, una compartecipazione spirituale attiva? Non v'è nulla di attivo nel percepire, nel captare, nel commuoversi? Non c'è qui oltre tutto un impicciolimento dell'uomo, che viene ridotto alla pura espressione orale, benché noi oggi tutti sappiamo che quanto v'è in noi di razionalmente cosciente ed emerge alla superficie è soltanto l'estremità di un iceberg nei confronti di ciò che l'uomo è nel suo complesso? Saremo ancora più concreti: ci sono ormai non pochi uomini che riescono a cantare più "col cuore" che "con la bocca", ma ai quali il canto di coloro cui è dato cantare anche con la bocca può veramente far cantare il cuore, in modo che essi cantano per così dire anche in quelli stessi e l'ascolto riconoscente come l'esecuzione dei cantori diventano insieme un'unica lode a Dio. Si deve necessariamente costringere alcuni a cantare là dove essi non possono e zittire così a loro e agli altri il cuore? Ciò non dice proprio nulla contro il canto di tutto il popolo credente, che ha nella chiesa una sua funzione inalterata, ma dice tutto contro un'esclusività che non può essere giustificata né dalla tradizione né dalle circostanze.
(da Jospeh Ratzinger, La festa della fede, Jaca Book, Milano, 1990, pagg.98-99)