1/ La forzatura di Strasburgo. Eutanasia, una parola da non pronunciare, di Carlo Cardia 2/ Se il laicismo è strabico, di Carlo Cardia

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 05 /03 /2017 - 21:47 pm | Permalink
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1/ La forzatura di Strasburgo. Eutanasia, una parola da non pronunciare, di Carlo Cardia 

Riprendiamo da Avvenire del 6/6/2015 un articolo di Carlo Cardia. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Del morire.

Il Centro culturale Gli scritti (5/3/2017)

A Strasburgo s’è compiuto un altro passo indietro nella difesa della vita, e nel rispetto della dignità delle persone. Un passo che sceglie l’eutanasia come strada più semplice per risolvere i problemi della sofferenza, ma non vuole nemmeno chiamarla col suo nome. Così può essere sintetizzata la sentenza della Corte di Strasburgo di ieri che ha respinto il ricorso dei genitori di Vincent Lambert perché il figlio, in stato di coscienza minima da anni, continui ad essere curato, in particolare alimentato e curato come disabile.

È opportuno chiarire che il caso Lambert solo in parte può essere assimilato al caso Englaro che si verificò in Italia negli anni scorsi, per alcune specificità: Lambert non è in coma, è in stato coscienziale molto limitato, ma reattivo ad alcuni stimoli esterni, e in assenza di una dichiarata volontà per il fine-vita è in atto una forte divisione familiare, essendo i genitori favorevoli alle cure e la moglie, mentre altri familiari vogliono interrompere il trattamento sanitario.

Il caso Lambert è al centro di lunghe controversie giudiziarie, con sentenze di opposto segno, anche perché in Francia non esiste una legge che autorizzi l’eutanasia attiva, ma è tuttora vigente la Legge del 2005 che prevede, a certe condizioni, l’interruzione del trattamento sanitario e, come ogni legge, è soggetta a interpretazione. Però, la sentenza della Corte di Strasburgo, cui erano ricorsi i genitori di Lambert, sposta la questione su altro livello e segna una nuova tappa nell’involuzione della giurisprudenza europea su questioni che in passato erano state valutate in modo contraddittorio.

Basterà ricordare che in una sentenza del 2002 la Corte esclude che l’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo comprenda il diritto della persona a decidere se vivere o meno, e l’obbligo dello Stato di tutelare tale diritto: quindi, il diritto alla vita è un valore da tutelare, non rovesciabile nel suo opposto secondo la tecnica giuridica dei diritti patrimoniali.

In modo sorprendente, nella sentenza del 14 maggio 2013 la Corte di Strasburgo non solo cambia opinione, ma ritiene che «il diritto di un individuo a decidere il modo in cui e a quale punto la propria via deve finire (…) sia uno degli aspetti del diritto al rispetto per la propria vita privata». E chiede allo Stato convenuto (la Svizzera) di dotarsi di norme chiare per i casi in cui «un individuo è pervenuto a una decisione seria, nell’esercizio della sua libera volontà, di terminare la propria vita, ma in cui la morte non è imminente né causata da specifica malattia». Insomma una pronuncia che, opponendosi alla prima, apre la porta al suicidio assistito perché correlato al diritto alla vita della Convenzione europea del 1950.

La sentenza di oggi, che ripercorre il lungo cammino della vicenda Lambert, è più sofferta, approvata a maggioranza, è in difficoltà nel giustificare le proprie conclusioni. Essa afferma in primo luogo che la questione in discussione non è «quella dell’eutanasia, ma dell’arresto del trattamento sanitario che mantiene artificialmente in vita» l’interessato. Aggiunge, evocando una precedente pronuncia che non si vuole «negare in alcun modo il carattere sacro della vita protetta dalla Convenzione», ma «la dignità e la libertà dell’uomo sono l’essenza stessa della Convenzione». Sono queste le affermazioni che preparano la decisione, ma celano una grande insidia: il carattere sacro della vita passa in secondo piano quando sono in gioco dignità e libertà, e dignità e libertà della persona sono valutati da persone che hanno opinioni diverse su tutto, e sono estranee all’interessato.

Tant’è vero che la Corte afferma in un altro punto che occorre mantenere «un equilibrio tra la protezione del diritto alla vita del paziente e la protezione del diritto alla sua via privata e alla sua autonomia». Ecco il cuore del problema, già presente nella sentenza del 2013 relativa all’ipotesi suicidaria: la vita e la morte sono questioni private, lo Stato non è chiamato a tutelare un valore anziché un altro; il contrario rispetto alle precedenti posizioni della Corte, il silenzio al posto della solidarietà.

Per il resto, la sentenza si limita a sostenere che la procedura legale seguita ha rispettato la legge francese, e ciò consente senza entrare nel merito di respingere il ricorso dei genitori di Lambert. L’opinione dissenziente di 5 giudici demolisce la sostanza della sentenza, ma soprattutto toglie il velo di ipocrisia che la avvolge, quando afferma che i diritti fondamentali non implicano l’esistenza di diritti opposti: infatti, l’articolo 2 della Convenzione tutela «il diritto alla vita ma non il diritto a morire», come l’articolo 3 garantisce il diritto contro trattamenti malvagi ma non contempla il diritto «a rinunciare a essere colpito, torturato o affamato sino alla morte».

E ribadisce che il caso in questione è un caso di eutanasia, nel quale però non si vuole pronunciare questa parola. È questo il problema che l’Europa e tutti noi abbiamo davanti: il problema di scelte in ambito etico, decisive per la persona, introdotte con una giurisprudenza contraddittoria, ambigua; la quale di rinvio in rinvio - ai giudici nazionali quando torna utile, alla Convenzione europea riveduta e corretta se sembra meglio - decide con molto arbitrio su questioni che investono i contenuti dell’umanesimo solidale di una società come quella che vogliamo costruire.

2/ Se il laicismo è strabico, di Carlo Cardia 

Riprendiamo da Avvenire del 14/12/2006 un articolo di Carlo Cardia. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Laicità e diritti umani.

Il Centro culturale Gli scritti (5/3/2017)

Il tema della laicità sta vivendo una crisi di cui non siamo pienamente consapevoli, su terreni inediti, come quelli dell'etica e del multiculturalismo. Sono fenomeni diversi, perché il primo porta ad un uso indebito, e strumentale, della laicità, il secondo ad un pericoloso arretramento dei valori più intimi dello Stato laico.

C'è chi vuole fare ricorso alla laicità dello Stato ogni volta che l'ordinamento è chiamato a pronunciarsi su questioni decisive come la famiglia, l'ingegneria genetica, l'eutanasia. Così alcuni danno per scontato che il pluralismo etico non è che un aspetto del pluralismo religioso, e «come oggi ammettiamo e rispettiamo le varie confessioni religiose, così dobbiamo riconoscere le varie moralità che affiancano o sostituiscono la fede religiosa». D'altra parte, si aggiunge, in campo etico lo Stato deve accettare tutte le convinzioni e le scelte che si contendono il campo.

Questa similitudine tra religione ed etica è accattivante, ma nasconde un'insidia dialettica. Perché la neutralità dello Stato riguarda le convinzioni, la sfera più intima della spiritualità e della coscienza, non i comportamenti delle persone, tanto meno quelli che coinvolgono gli altri. In questa materia la legge non pretende mai di definire qual è la verità, ma sceglie sulla base di valori che hanno una loro validità nel tempo, nella struttura sociale, e danno vita a equilibri diversi tra etica e diritto.

Inoltre, si trascura il fatto che una neutralità dello Stato estesa a tutte le scelte impedirebbe alla legge di interessarsi della procreazione, del matrimonio, della bioetica. Uno Stato eticamente neutrale dovrebbe disporre il «rompete le righe».

C'è, poi, un corollario che viene ripetuto spesso, secondo il quale in queste materie lo Stato deve permettere, non proibire. Lo Stato che liberalizza l'eutanasia non obbliga nessuno a praticarla; se permette la fecondazione eterologa, non la impone, ma se la nega erode spazi all'autonomia individuale. Io credo che c i troviamo di fronte ad un uso improprio della laicità. Se applicata coerentemente, questa logica porterebbe a risultati assurdi. Si legittimerebbe la clonazione umana, perché una legge che la liberalizzasse non costringerebbe nessuno a clonare individui. Si dovrebbe permettere di intervenire sul genoma per determinare il sesso, il colore della pelle o degli occhi, del nascituro, perché nessuno sarebbe obbligato a fare cose del genere.

Molti sostenitori del relativismo si dichiarano contrari alla clonazione, alla chimera e ad altre scelte estreme, ma spesso non sanno dire il perché. E non sanno dirlo perché dovrebbero riconoscere che clonazione e chimera possono essere escluse soltanto se si fa leva su valori antropologici primari. Si constaterebbe allora che la laicità dello Stato non c'entra nulla quando la discussione riguarda questi valori. Se il confronto viene bypassato con la scusa della laicità, vuol dire che c'è insicurezza in quelle posizioni che non riescono ad elaborare valori convincenti, e utilizzano impropriamente la laicità per dare alle proprie tesi una forza che da sole non hanno.

L'analisi è ancora più complessa se si affronta il tema del multiculturalismo, perché questo fenomeno costituisce una grande opportunità ma anche un grande rischio. Un'opportunità per la laicità, che può far risaltare il suo volto accogliente e il carattere universale di fronte al mischiarsi delle popolazioni, delle pagine della storia, e della geografia. Ma anche un rischio se con il multiculturalismo si reintroducono nelle nostre società antiche intolleranze, o costumi e tradizioni che evocano un lontano passato.

Le prime risposte a questo evento riflettono un disorientamento generale, e la cultura laica sembra rispondere con uno spaesamento, frutto di incertezza e insicurezza dei valori della laicità. Pochi si accorgono che si sta creando un divario crescente tra l'atteggiamento nei confronti delle Chiese tradizionali e quello che si manifesta di fronte a clamorose lesioni della laicità per motivi di multiculturalismo. Se una Chiesa chiede un riconoscimento pubblico, si reagisce con veemenza perché la laicità dello Stato sarebbe in pericolo. Ma se vengono lanciate fatwe di morte contro letterati, giornalisti o registi, per offese all'islam, si tratta di episodi che non riguardano lo Stato laico. Se in un Paese europeo si discute su temi etici, le prese di posizione delle Chiese cristiane provocano accuse di neotemporalismo. Ma se avvengono omicidi di donne per regole tribali, oppure il cambiamento di religione conduce ancora alla morte o all'emarginazione sociale, nessun grido, nessun manifesto, nessun convegno è dedicato loro.

Uno strabismo particolare colpisce la cultura laica quando è in gioco la questione femminile. Mentre adottiamo raffinati strumenti per rendere effettiva la parità tra uomini e donne, normative e usanze che umiliano le donne non suscitano ribellione. La cultura laica tace, quasi si nasconde, se le donne vengono chiuse nel burqa, o si chiedono classi separate nelle scuole, se gli uomini rifiutano di essere subordinati a dirigenti donne. In Inghilterra, in Canada, in Germania o nei Paesi del Nord Europa si moltiplicano le proposte di introdurre la sharia, senza che suscitino scandalo per la ferita che porterebbero ai diritti umani. Soltanto il 24 ottobre corso, con grande ritardo, il Parlamento europeo, ha approvato una risoluzione (peraltro molto positiva) sulla condizione delle donne, sulla illegalità della poligamia, sulla lesione dei diritti fondamentali.

Le reazioni islamiche al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona sono ormai note. Ma nessuno ha notato un fatto che ha sovrastato tutti gli altri. Il silenzio che i più rigorosi laicisti hanno mantenuto nel difendere la libertà di parola e di pensiero contro minacce, violenze, ricatti. Per decenni hanno ripetuto sino alla nausea il pensiero di Voltaire per il quale, pur non condividendo le idee di un altro, si è però pronti a spendere la propria vita perché l'altro possa esprimerle. Dopo Ratisbona, neanche una parola è stata spesa.

A questi silenzi si aggiunge un fenomeno culturale meno appariscente e più sotterraneo. Il cattolicesimo, e il cristianesimo, sono stati per secoli vivisezionati per criticare e sradicare tutto ciò che sapesse di temporalismo, di anti-modernità, per spezzare la loro alleanza con il potere politico. Sull'intreccio tra altre religioni e sistemi politici dittatoriali, oggi domina l'afasia nella cultura liberale, in quella marxista o anti-istituzionale. La critica che ha fustigato le Chiese delle nostre società tace di fronte a ben più pesanti congiunzioni tra religione, violenza e dispotismo. Tutto ciò determina un'assuefazione quasi ipnotica di fronte al paradosso: che si pratichi una laicità occhiuta e diffidente verso le religioni tradizionali ed un multiculturalismo senza valori verso le altre. Sarebbe la fine della neutralità dello Stato.

Uno sguardo all'esperienza italiana conferma i rischi di questa involuzione. L'Italia si è dimostrata più di altri Paesi equilibrata e accogliente, non ha fatto la guerra al velo, e a nessun simbolo religioso, forse perché di simboli confessionali ne conosce tanti da tanto tempo. Quindi non avvertiamo disagio per un modesto velo che peraltro può appellarsi alla libertà di abbigliamento. L'Italia sta cercando in tanti modi di soddisfare le esigenze di culto dei soggetti dell'immigrazione; prevede nei contratti di lavoro spazi per pratiche religiose, diversità alimentari, tradizioni come quello del Ramadan.

Ma ciò che può essere considerato un nostro vanto, si sta trasformando in qualcosa d'altro, in un oscuramento di principi e valori essenziali, che può colpire al cuore la laicità. Parlo della tendenza a rimuovere il crocifisso dai luoghi pubblici, a cancellare simbologie e tradizioni di memorie del cristianesimo dalla vita sociale. È di questi giorni la notizia che nelle scuole, ne gli alberghi, in luoghi di incontro comunitario, diminuiscono presepi e alberi di Natale per non urtare la suscettibilità di aderenti ad altri culti.

Si assiste così ad una grottesca partita giocata su due tavoli: quello del laicismo sferzante che cancella simboli e presenze cristiane, e quello del multiculturalismo che accoglie tutto il resto. Si manifestano i primi sintomi di un cedimento culturale che mette a rischio diritti fondamentali delle donne. Si accetta qua e là la presenza del burqa, aumentano le voci favorevoli alla poligamia, si consente l'apertura di scuole islamiche irregolari. Si tratta di primi sintomi, ma sono parecchi e di significato univoco, e ci dicono che neanche noi siamo immuni dal rischio della perdita di senso della laicità e dei suoi valori.

Altra cosa sarebbe se la laicità offrisse il volto più maturo e accogliente, che distingue tra quanto di autenticamente religioso emerge da una tradizione, e quanto appartiene ad arretratezza storica e culturale. Che rispetta e tutela il patrimonio spirituale di ciascuna religione ed etnia, ma anche critica e respinge ciò che collide con i diritti umani e la libertà religiosa, con l'eguaglianza tra uomo e donna. Che promuove, cioè, il meglio della nostra e delle altrui tradizioni, ma si impegna a far arretrare il resto. Sarebbe un'altra cosa, un'altra storia, che interesserebbe veramente la laicità dello Stato.