1/ Corriamo sempre più veloci per raggiungere l'eternità perduta, di Fabrice Hadjadj 2/ La sorpresa di camminare in un mondo che vuole correre, di Fabrice Hadjadj 3/ L'eterna adolescenza del consumatore ideale, di Fabrice Hadjadj 4/ Ologramma: noi viventi uccisi da un sosia digitale, di Fabrice Hadjadj 5/ La ramazza o la Bocconi? Elogio dei mestieri «umili», di Fabrice Hadjadj 6/ Nella boxe la dura meraviglia della condizione carnale, di Fabrice Hadjadj

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /03 /2017 - 00:51 am | Permalink
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1/ Corriamo sempre più veloci per raggiungere l'eternità perduta, di Fabrice Hadjadj

Riprendiamo da Avvenire del 12/2/2017 un articolo di Fabrice Hadjadj. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli di Fabrice Hadjadj, cliccare sul tag fabrice_hadjadj.

Il Centro culturale Gli scritti (12/3/2017) 

Parlare di accelerazione è parlare di caduta. La fisica ci ha insegnato questa legge fondamentale: il movimento uniformemente accelerato è quello di un corpo che cade nel vuoto. Chi fa l'elogio dell'accelerazione dei ritmi di vita prende dunque a modello la caduta libera.

Spesso senza accorgersene sta celebrando l'ebbrezza del vuoto e dello sfracellamento prossimo venturo. Un recente movimento di idee, l'accelerazionismo, è al corrente di questo fatto. Cerca di favorire l'accelerazione del sistema per affrettarne il cedimento e vedere poi cosa riuscirà a germogliare delle rovine.

Marx figura come precursore in questo gioco del «vince chi perde». In un discorso del 1848 il filosofo tedesco presenta il libero scambio come «la libertà del capitale» e dunque come il nemico; tuttavia, si esprime in suo favore, perché, dice, «oggigiorno, il protezionismo è conservatore mentre il sistema del libero scambio è distruttore. Dissolve le vecchie nazionalità e spinge all'estremo l'antagonismo tra borghesia e proletariato. In una parola, il sistema della libertà commerciale affretta la rivoluzione sociale».

Fin dal principio appare una torbida alleanza tra la sinistra rivoluzionaria e il liberismo più sfrenato; dato che il sistema produce la propria autodistruzione, gli "anti-sistema" devono essere anche "pro-sistema". Il sociologo Hartmut Rosa ha mostrato bene i modi in cui il fenomeno dell'accelerazione sociale, caratteristico della modernizzazione, termina paradossalmente in una «immobilizzazione ultra-accelerata» o in un'«inerzia strutturale e culturale».

Ci sono innanzitutto quelle che egli chiama «decelerazioni disfunzionali» che sono conseguenze dell'accelerazione stessa: l'ingorgo per le automobili ma soprattutto la depressione per l'uomo. Dovendo andare sempre più in fretta, monetizzare al massimo il proprio tempo, sovraccaricarlo di compiti molteplici, fare veramente qualcosa secondo la durata che l'ordine del reale esige diventa impossibile. La depressione, burn-out o bore-out, è una patologia della velocità crescente, simile alla paralisi del pilota da caccia inchiodato al suo seggiolino da una forza G.

Ma tale depressione è conseguenza oppure causa della frenesia contemporanea? Non è forse essa stessa a comandare l'innovazione distruttiva e la crescita illimitata come fuga e stordimento di fronte alla perdita dei nostri poteri più umani e all'angoscia della scomparsa totale?

Tra i motori dell'accelerazione sociale, Rosa mette ovviamente la logica della concorrenza, parola che rinvia precisamente alla corsa e alla vittoria del più veloce. Ma a questo "motore sociale" si aggiunge secondo lo studioso tedesco un "motore culturale": la "promessa dell'eternità" che è in effetti un succedaneo della vita eterna.

Dato che non crediamo più in una vita oltre la morte, tramite l'accelerazione cerchiamo di moltiplicare indefinitamente la nostra vita quaggiù: nel lasso di tempo che ci è dato bisogna accumulare quanto più si può esperienze e metamorfosi.

All'infinito escluso ormai per ipotesi si sostituisce un infinito per divisione: un segmento, per quanto piccolo, può matematicamente essere suddiviso senza fine; un soggetto, per quanto finito, può virtualmente frammentarsi in innumerevoli avatar.

Così siamo passati da un cambiamento intergenerazionale, dove occorrevano secoli per passare da un'epoca all'altra, a un cambiamento generazionale nella modernità classica, dove la trasformazione si faceva da una generazione all'altra, fino a un cambiamento intragenerazionale con la postmodernità: con il divorzio, la mobilità professionale, il multi-tasking, l'obsolescenza degli oggetti e dei luoghi stessi del nostro quotidiano, con un mondo ridotto infine a strutture "usa e getta", recitiamo ed assistiamo alla commedia di molte rinascite prima dell'ora fatidica.

L'"immortale" a cui mira il transumanismo è in questo senso un super-mortale: cerca di stare al passo della cadenza sempre più rapida dell'informazione e dell'innovazione e deve per questo continuamente updatarsi, buttare via il suo vecchio armamentario e il suo vecchio software per acquistare l'ultimo prodotto appena uscito.

L'individualità si sbriciola. Al posto di un vero sviluppo organico o narrativo, ogni vita si decompone in un caleidoscopio di "identità situazionali", sequenziali e discontinue, che non entrano in una storia, ma che si sforzano di «restare sulla cresta dell'onda» e di «cogliere l'occasione al volo».

Ma questo cambiamento permanente che si opera per se stesso desta un'impressione di surplace. Infatti, come asserito da uno dei primi principi dell'intelligenza, ogni cambiamento suppone un soggetto che resti lo stesso. Se tutto cambia, e molto rapidamente, se niente dura abbastanza a lungo per mettere in evidenza un passaggio, se soprattutto il movimento vale di per sé e non ha altra finalità, il progresso non è allora altro che una crisi di epilessia.

Da qui l'incapacità del nostro tempo di fare epoca. Da qui la sua impotenza a trasmettere nient'altro che cose obsolete e nate-morte. Da qui il suo crollo su se stesso, perché se l'innovazione incide su strutture stabili quanto la lingua, il sesso, l'attività manuale, l'agricoltura, e dunque su ciò che rende umana l'umanità, distrugge il fondamento del suo stesso slancio: «Molto più degli antimodernisti radicali, sono il successo e l'onnipresenza dell'accelerazione a scalzare e erodere i presupposti dell'accelerazione futura e la stabilità della società dell'accelerazione». Ecco perché lo scorrere sempre più precipitoso delle meraviglie tecno-liberali corrisponde a quella specie di liquefazione del paesaggio che si opera un istante prima dell'impatto.

2/ La sorpresa di camminare in un mondo che vuole correre, di Fabrice Hadjadj

Riprendiamo da Avvenire del 5/2/2017 un articolo di Fabrice Hadjadj. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli di Fabrice Hadjadj, cliccare sul tag fabrice_hadjadj.

Il Centro culturale Gli scritti (12/3/2017) 

Si può veramente guadagnare tempo? Correre, per esempio, è un progresso rispetto al camminare? È come camminare, ma più in fretta? Dopo avere spintonato un bambino schiacciandogli la faccia contro il gelato e poi maledetto una vecchia perché andava troppo lentamente, forse si può avere qualche dubbio.

Il corridore ha un rapporto con il mondo diverso dal camminatore. Il suo mondo non è quello di una contemplazione né di una attenzione a ciò che lo circonda. Egli costituisce la realtà in due generi che stanno in relazione soltanto con la sua velocità – ciò che la favorisce, ciò che la rallenta. Ha occhi solo per la sua performance e per la linea del traguardo. Sto per perdere il treno? Mi lancio nella corsa, e più il mio ambiente naturale perde i suoi contorni, più si trasforma nel fumo che fugge all'indietro e lascia vedere solamente il corridoio libero di una pista, meglio è.

Che non si parli in quel momento di incontrare qualcuno, nemmeno un amico, soprattutto un amico! Non è questo un giudizio di valore. La corsa risale alla preistoria. L'uomo delle caverne si è accorto abbastanza presto che era meglio che camminare quando era inseguito da una tigre dai denti a sciabola o da una zia irsuta che voleva maritarlo a una signorina non del tutto discesa dallo stadio australopiteco.

Constato solamente che la corsa non è un miglioramento della marcia, ma un passaggio a qualcos'altro. O, più in generale, che il cambiamento di velocità, che sembra a prima vista un cambiamento quantitativo, finisce in verità per essere un cambiamento qualitativo, se non addirittura un cambiamento di natura. Danzate il rock e fate roteare il vostro partner: aumentando la velocità la danza si trasforma in una centrifuga. Accarezzate ora il vostro partner: accelerando il movimento della mano, la carezza lascia posto alla frizione e il rischio di un'ustione diventa concreto.

La cosiddetta “lettura veloce” rappresenta bene questo fenomeno. Non perfeziona la lettura. La snatura. Leggere, del latino legere, vuol dire cogliere, raccogliere un testo scritto in modo da riportarlo alla parola viva, ascoltare una voce tutta interiore, con la sua cadenza, la sua intimità, il suo appello…

La “lettura veloce” ignora questo raccoglimento: con il suo defilé diagonale, essa spizzica, estrae solo ciò che la interessa e sottrae tutto il resto, trattiene del discorso solo la notizia già attesa. I testi finiscono per adattarsi ad essa. Si riducono a notifiche. Abbandonano ogni pensiero e ogni poesia…

Succede qualcosa di simile col produttivismo agricolo. Quando si fa crescere l'erba spingendola, si aumenta forse il rendimento, ma si cambia attività: non c'è più la campagna – un'agricoltura in rude consonanza con una terra e con un paese, che dunque implica una certa partecipazione cosmica; c'è lo sfruttamento agricolo – un'agricoltura in stretta relazione con l'industria innovativa, che impone un'iperreattività tecnologica e mercantile, dove i cataloghi di prodotti chimici e di sofisticati macchinari prevalgono sul susseguirsi delle stagioni.

Nel 1939 Saint-Exupéry in Terra degli uomini fa l'elogio dell'aereo, «strumento che ci ha fatto scoprire il vero volto della terra». Con la sua agilità, la sua altezza, la sua traiettoria rettilinea, lontana dalle curve della strada che sposano i meandri del terreno, la macchina volante dà coscienza dell'unità del pianeta e della relatività delle frontiere. Nel 1944, Saint-Exupéry si ricrede. Nell'ultima lettera, scritta alla vigilia della sua scomparsa nel Mediterraneo rievoca un'esperienza di quattro anni prima: «Nell'autunno del 1940, di ritorno dall'Africa settentrionale dove ero emigrato col gruppo 2/33, riposta in qualche polverosa rimessa la mia macchina esangue, venni a scoprire il carretto e il cavallo. E con essi l'erba dei sentieri, le pecore e gli oliveti. Quegli oliveti avevano un compito diverso da quello di battere il tempo dietro ai vetri a 130 chilometri all'ora. Si mostravano nel loro ritmo vero, che consiste nel fabbricare lentamente le olive. Le pecore (…) ridiventavano vive. Facevano pallottole di sterco genuino e fabbricavano lana autentica. Ed anche l'erba aveva un senso, poiché la brucavano. Mi sono sentito rinascere in quell'angolo unico al mondo dove la polvere è profumata (sono ingiusto, lo è in Grecia come in Provenza). E ho avuto l'impressione di essere stato, tutta la vita, un imbecille...».

È certo che l'aereo ci svela qualcosa del mondo. Ma si tratta del suo “vero volto”? Le precedenti osservazioni ci conducono a due conclusioni. La prima è che ogni cosa ha la sua durata propria, incompressibile. Pretendere di guadagnare tempo rispetto a tale durata essenziale, può solamente farcelo perdere e, con il tempo, perdere la cosa stessa. Chi va più in fretta della musica perde la benedizione delle Muse. Quello che adatta la crescita di piante e animali all'agilità crescente delle sue macchine, ottiene certo rendimenti formidabili, ma in una campagna devastata.

Seconda conclusione: quando si è vissuto con i progressi dell'aviazione, è possibile, all'improvviso, scoprire il carretto. Cosa che non può fare colui che ha il carretto come unico mezzo di trasporto. È forse questo il senso estremo dell'innovazione. Farci nascere su rotelle, in un treno ad alta velocità, in modo tale che possiamo alla fine scoprire il camminare e che camminare ci appaia, alla fin fine, quando le nostre gambe non ce la fanno quasi più, come la grande meraviglia, la grande novità misconosciuta, quella che nasconde lo slancio più vivo e più umano.

3/ L'eterna adolescenza del consumatore ideale, di Fabrice Hadjadj

Riprendiamo da Avvenire del 15/1/2017 un articolo di Fabrice Hadjadj. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli di Fabrice Hadjadj, cliccare sul tag fabrice_hadjadj.

Il Centro culturale Gli scritti (12/3/2017) 

Il relativismo è in fin dei conti anch'esso molto relativo. Per alcuni, la verità dipende prima di tutto dal luogo; per altri, dall'epoca; per altri ancora, dall'efficacia (lo chiamano il pragmatismo); per molti, oggi, dall'individuo... Gli antichi scettici si spingevano volentieri oltre e relativizzavano la stessa individualità. Pirrone insiste sul «continuo cambiamento dei nostri stati d'animo»: «La salute, la malattia, il sonno, la veglia, la gioia, la tristezza, la giovinezza, la vecchiaia, l'audacia, la paura, il bisogno, la ricchezza, l'odio, l'amicizia, il caldo, il freddo, l'inspirazione, l'espirazione... tutto sembra diverso a seconda della diversa disposizione che abbiamo quando lo percepiamo».

A ogni umore la sua verità. Quell'opera d'arte che ho detestato, mi sarebbe piaciuta se quel giorno non avessi avuto l'emicrania. E la più bella donna del mondo fa poco effetto anche se si è nudi – o proprio perché si è nudi – se il termometro alla parete indica circa 40°… L'individuo non è abbastanza indivisibile per poter essere il criterio ultimo del relativismo, e il relativismo individualistico appare come un tentativo molto dogmatico di trascurare le relatività incarnate e umilianti che segnano la volatilità dei nostri giudizi.

Nell'enumerazione di Pirrone, c'è una relatività decisiva che la nostra società rigetta in modo particolare: quella delle età della vita. La citazione di prima evoca «la gioventù, la vecchiaia», alle quali aggiungiamo subito “l'infanzia”. Certo è che i miei gusti di quando avevo sei anni non sono gli stessi di adesso che ne ho a quarantacinque. E credo anche che una tortura particolarmente perversa sarebbe infliggermi senza sosta i “paradisi” della mia infanzia.

Dall'antichità fino ai tempi moderni, si è generalmente operata la distinzione tra sette età della vita (eccettuando il periodo intrauterino), età che possono essere messe in relazione con il numero dei pianeti, i giorni della settimana, i doni dello Spirito Santo: infantia, pueritia, adulescentia, juventus, gravitas, senectus, grandævitas.

Queste diverse età trasformano il quantitativo in qualitativo: la continuità degli anni si trasforma nella discontinuità delle fasi. Fasi che, come nota il grande storico Philippe Ariès, «non corrispondono solamente alle tappe biologiche, ma alle funzioni sociali». Ci sono le età dei giocattoli, della scuola, dell'amore e degli sport cortesi, della guerra e della cavalleria, della magistratura, della scienza e dello studio, della devozione.

È la saggezza dell'Ecclesiaste: un tempo per tutto. È anche quella di Shakespeare in Come vi piace, Atto II, scena 7: «Il mondo intero è un palcoscenico, / e tutti, uomini e donne, semplicemente attori: / hanno le loro uscite e le loro entrate in scena; / e un uomo durante la sua esistenza recita molte parti; / la sua vita è composta da sette atti». Ciò che fa mondo il mondo, e non “circolo” o “gruppo”, è questa diversità e questa legittimità di ogni età della vita, dove ciascuno ha il suo ruolo da giocare, per non dire il suo mondo da comunicare, in opposizione e in compensazione a quello degli altri.

Ora è abbastanza evidente che questa legittimità e questa diversità non sono più molto considerate. Da sette che erano, siamo passati a tre età (poiché si parla da ultimo della “terza età”) – o piuttosto a un'incertezza sul numero che vieta ogni corrispondenza simbolica o sociale. Ed è l'adolescenza che tende ormai a espandersi a macchia d'olio e diventare il modello esclusivo. Alcuni analisti denunciano così il giovanilismo di oggigiorno.

Conviene tuttavia notare che giovanilismo e adolescentismo sono in verità la negazione dell'adolescenza e della gioventù: ogni età segue la precedente e fa appello alla successiva; un'adolescenza che non tende verso l'età adulta, una gioventù che perde il suo centro di “gravità” (per riprendere l'espressione latina che afferma il peso o la ponderatezza dell'uomo maturo) non sono più gioventù né adolescenza, ma qualcos'altro che non ha nome, e la confusione diventa allora completa: la ragazzina si veste da pin-up, la vecchia fa la lolita, il ragazzo diventa amministratore delegato di una start-up informatica che detta il tempo in Borsa…

Tale è l'individuo della teoria tecno-economica: senza età. L'uscita dalla diversità delle età della vita implica la perdita della diversità delle funzioni sociali che si riducono d'ora in poi a una sola: i consumi. Giovani e vecchi si rallegrano insieme nell'accesso comune alle merci. E nei prodotti che acquistano si possono ancora trovare età residuali. Ma ciò che li motiva è lo stesso impulso. Hanno lo stesso rapporto con mondo che non è più un mondo, ma un club di consumatori.

Ecco perché la figura dell'adolescente finisce per prevalere su tutte le altre. L'adolescente è nella posizione di consumatore ideale. Non è entrato ancora nella laboriosa insignificanza del lavoratore dipendente; è ancora abbastanza informe per aprirsi a tutte le innovazioni. Certo, gli manca lo stipendio. Ma, a questa adolescenza infinita, che è impossibile non mettere in correlazione con l'idea di crescita illimitata, si associa naturalmente lo spirito del vivere di rendita. È il segreto di Pulcinella del transumanismo e del suo sedicente superuomo: essere eterni adolescenti pieni di soldi, dove tutto si riduce solamente all'ultimo videogioco.

4/ Ologramma: noi viventi uccisi da un sosia digitale, di Fabrice Hadjadj

Riprendiamo da Avvenire del 22/1/2017 un articolo di Fabrice Hadjadj. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli di Fabrice Hadjadj, cliccare sul tag fabrice_hadjadj.

Il Centro culturale Gli scritti (12/3/2017) 

Mi scuso subito con i miei lettori se compaio loro sotto la forma di un "gramma" che non è "olo" o, per dirla in italiano, di uno "scritto" che non è "totale", che non mi registra in tre dimensioni, non mi permette di essere ammirato come sono a quest'ora, in pigiama, con una grossa macchia di rigurgito sulla spalla sinistra, gallone della mia paternità numerosa.

Mi sono perso la nuova moda, quella dell'ologramma, che del resto è più di una moda – qualcosa come il Giudizio Universale della tecnologia. I giornalisti a questo proposito parlano volentieri di "risurrezione". Pur essendo scomparsa da 4 anni, Whitney Houston ha di nuovo calcato l'anno scorso le scene per un tour mondiale. Michael Jackson l'aveva preceduta di due anni in questo prodigio: nel 2014, sebbene il suo corpo fosse rigido già da un lustro, si è prodotto in un'incredibile performance al Bilboard Music Awards, cantando Slave to the rythm – titolo abbastanza suggestivo in quella circostanza - con una coreografia quasi più sbalorditiva di quelle della sua carriera premortale.

In questo momento, al Palazzo dei Congressi di Parigi, lo spettacolo Hit Parade fa ricomparire Dalida, Mike Brant e Claude François; due suicidi – che evidentemente ritornano senza aver saputo nulla della loro tragedia – e un fulminato, che risorge grazie all'elettricità di cui è morto.

Si tratta veramente di risurrezione? O non è piuttosto il compimento di una morte anticipata? Chi, di fatto, trae beneficio da questo genere di produzione? Non mia nonna, né il mio salumiere. Solo i divi, persone già ridotte a personaggi, a immagine pubblica e commerciale. In fondo, i loro ologrammi esistevano già prima di essere realizzati tecnicamente. Li avevano vampirizzati. Ne avevano fatto delle marionette dello show-business. Erano ancora vivi ed erano stati posti nella bara di vetro di Biancaneve o, per usare un'espressione più evangelica, in un sepolcro imbiancato, reso inoffensivo, avvincente. Erano diventati figli del riflesso di Narciso e della ripetizione di Eco.

Il precedente elenco di pionieri è abbastanza significativo. È un elenco di morti violente: overdose di medicinali per Michael Jackson, annegamento nella vasca sotto l'effetto della cocaina per Whitney Houston, barbiturici per Dalida, salto dalla finestra per Mike Brant, ancora vasca da bagno per Claude François, sebbene accidentale. Ora quelle morti non sono un ostacolo, al contrario: è la vita che era una pesantezza e la morte una liberazione dalla loro immagine totalmente manipolabile dal sistema mediatico-commerciale.

È del resto ciò che confessava ingenuamente il miliardario greco Alki David, padrone della ditta Hologram Usa e promotore del giro post-mortem della cantante di I will always love you: «È esattamente ciò che speravo quando ho creato questa impresa. Oggi sono convinto che riusciremo a creare la celebrazione definitiva dell'arte di Whitney». Günther Anders scriveva nel 1956: «In un certo senso, la stella del cinema è già "immortale in vita" (Garbo, l'immortale) e sfugge al destino che attende tutti gli esseri di carne: come nella maggior parte delle sue pictures, la diva mostra la versione eternizzata della sua giovinezza propriamente divina ed esente da ogni ruga (questa è la sola versione interessante commercialmente) ed è sempre più giovane di se stessa. Quanto al destino della sua vera carne, è un processo occulto, senza il minimo interesse, ed è meglio ancora averne vergogna».

Il vivente immortale è dunque anche un morto vivente. La star di cui si venera l'immagine finisce per schiacciare la persona concreta, destinata ai processi biologici e alle angosce esistenziali. Quest'ultima è condannata a ricorrere alla chirurgia estetica per cercar di rendere il suo viso somigliante ai suoi ritratti, a privarsi della vita privata affinché la sua camera da letto sia ancora la scena di un melodramma, infine a uccidersi, per alleggerire il suo fantasma di un peso troppo carnale.

Se il presente scritto non è un ologramma è per mancanza di mezzi? O è piuttosto il contrario? Se i processori di Intel fossero a mia disposizione non li userei. Del resto non sono ancora abbastanza morto per farlo. L'ologramma è segno di una impotenza. Si sforza di rimediare alla nostra incapacità di scrivere una poesia, o anche di essere semplicemente qui, con quelli che ci stanno attorno. Troppo facile imbrogliare il mondo producendo un sosia spettacolare: tale doppione mette un sigillo sulla nostra incapacità di stupirci dell'originale. Dimostra che non abbiamo saputo contemplarlo né avvicinarlo con la parola (quella parola capace di suscitare immagini interiori che vanno molto al di là delle dimensioni visive, perché può, di ogni cosa, raccogliere l'essenza misteriosa). Se fossi apparso in 3D sul vostro desktop, questo sarebbe stato sufficiente per sorprendervi, e non avrei dovuto pensare, né prendermi cura del mio settimo figlio.

5/ La ramazza o la Bocconi? Elogio dei mestieri «umili», di Fabrice Hadjadj

Riprendiamo da Avvenire del 26/2/2017 un articolo di Fabrice Hadjadj. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli di Fabrice Hadjadj, cliccare sul tag fabrice_hadjadj.

Il Centro culturale Gli scritti (12/3/2017) 

«Se continui così finirai a fare lo spazzino!». Questa era la minaccia quando, adolescente, portavo a casa una pagella accompagnata dal commento «può fare di meglio». Ormai, come dice un vecchio proverbio, sembra che il meglio sia diventato nemico del bene.

Si può infatti temere che, a furia di successi scolastici, un figlio sia ammesso in una grande università per diventare ingegnere o economista e passi poi la sua vita in un ufficio, dietro lo schermo di un computer, mancando così una professione più umana, ricca di incontri, all'aria aperta, e situata al centro della "cultura dello scarto".

Nella pièce teatrale Cassé di Rémi de Vos, Federico è vittima di una ristrutturazione aziendale. È scampato a tre campagne di licenziamenti e a due ondate di suicidi che si sono abbattute sulla ditta. Ora, sebbene sia laureato, ha il compito di svuotare le pattumiere. Questo permette di «risparmiare sul personale delle pulizie». Bernardo, il suo amico sindacalista, se ne scandalizza: «Dov'è la tua dignità, Federico?». La veemenza con cui glielo chiede viene dalla convinzione che il suo collega sia demoralizzato, sottomesso, schiacciato dal "grande capitale" e probabilmente già sull'orlo del suicidio. Federico ribatte che sta molto bene, che non è mai stato così bene.

Ecco la sua spiegazione: «La mia azienda è al sesto piano. La direzione mi ha chiesto di non utilizzare l'ascensore e dunque passo dalla scala di servizio. E ti prego di credere che sudo come un animale. […] Quando una pattumiera è piena, la svuoto e tutti mi ringraziano. Cominciavo ad averne abbastanza dell'informatica. È talmente disumana l'informatica. Adesso parlo con le persone e le persone mi parlano. Non sapevo fino a che punto mi mancasse il contatto umano. Da quando porto giù la spazzatura, ho ritrovato il gusto della vita […] Avevo muscoli che non funzionavano più e che si rimettono in moto. Da informatico muovevo solamente le dita delle mani. Adesso faccio uso di tutto il mio corpo. Lo ritrovo e credo che non potrei più farne a meno...».

Inutile dire che l'amico sindacalista fa molta fatica a comprendere; per lui, questo discorso, questo piacere di portar giù la spazzatura invece di gestire una banca dati, possono soltanto provenire da una depressione così acuta da auto-censurarsi.

Conosco uno spazzino a Friburgo, Michel Simonet, che è l'autore di un libro di successo nella Svizzera francofona. La rosa e la ramazza è una raccolta poetica sul suo mestiere; le meditazioni che vi compaiono sono state quasi tutte registrate con un dittafono durante le pause vicino al suo carretto per le immondizie, un carretto sempre ornato da una rosa offerta dal fioraio del quartiere prima dell'apertura del negozio. Michel ha fatto studi di economia e di teologia. Una volta faceva il contabile, ma ben presto è diventato "cantoniere" – per convinzione: «Per quanto mi riguarda – racconta – occupavo prima un posto burocratico climatizzato-sterilizzato che ho lasciato volontariamente per operare manualmente sotto un cielo variabile».

Il suo volto è bruciato dal sole come quello dei vecchi marinai: «Abbronzatura proletaria: viso, braccia e collo solamente, il resto è sempre coperto da grossi pantaloni e dal gilè fluorescente obbligatori, per la sicurezza e per il pudore». Il proletario d'ufficio non può godere di quella abbronzatura né di quell'esercizio fisico, a meno di non poterseli permettere in un centro fitness o sotto una doccia Uv. Terminale cieco di una multinazionale, non sa neanche esattamente ciò che sta facendo, mentre il netturbino, anche se denigrato, ha un lavoro riconosciuto come "socialmente utile", al tempo stesso evidente e mistico, lavoro che «crea pulizia che per definizione è assenza di sporcizia e dunque invisibile o immateriale». Lo spazzino organizza lo spazio pubblico meglio del pubblicitario o del sedicente politico, poiché lo libera, lo sgombra, lo apre al passaggio e all'incontro: «Il ruolo dello spazzino, officiante e purificatore dei templi e delle agorà dei tempi moderni che sono le strade, i parchi e le piazze, consiste nel riabilitare a parecchi livelli e in modesta sinergia con altre buone volontà e capacità questi luoghi di intensa natura umana».

Perché la natura umana, Simonet ha avuto il tempo di conoscerla, e non soltanto in quello «specchio talvolta sbalorditivo della nostra società dell'abbondanza» che sono i rifiuti di città. Si è avvicinato al barbone, l'alcolizzato, la prostituta, il tossicodipendente, a tutti quelli che vagabondano o che son finiti nel quartiere della stazione prima del sorgere del giorno, ma anche alla donna anziana stanca, il bambino solitario, gli innamorati che si fermano davanti alla sua rosa: «La nostra semplice presenza nella città ci fa partecipare, per caso o per grazia, a molti avvenimenti tristi o gioiosi e ci offre l'opportunità di compiere altri movimenti oltre al quello semplice delle braccia che ramazzano. Siamo dunque al tempo stesso al cuore della società e vicino ai suoi sfinteri: siamo i re della via e ci facciamo carico del crimine di lesa-pulizia».

Michel si lamenta soltanto di quelle macchine per la pulizia motorizzata che alcuni vorrebbero imporgli al posto della sua scopa e del suo rastrello. Altrimenti, spesso, canta sotto il cielo, al ritmo di una pulizia di cui i gesti somigliano a quelli del gondoliere.

E canta inni: la domenica infatti fa il cantore bizantino. Ecco la miseria e al tempo stesso la grazia del nostro tempo. Le grandi imprese ipertecnologiche vanno a finire in lavori così disincarnati e così stupidi, che ci spingono a rivalutare i mestieri manuali più umili, e il padre di famiglia veramente responsabile può ormai minacciare il figlio finito su una cattiva strada (che è forse quella di un certo successo) dicendogli: «Se continui così, finirai alla Bocconi!».

6/ Nella boxe la dura meraviglia della condizione carnale, di Fabrice Hadjadj

Riprendiamo da Avvenire del 29/1/2017 un articolo di Fabrice Hadjadj. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli di Fabrice Hadjadj, cliccare sul tag fabrice_hadjadj.

Il Centro culturale Gli scritti (12/3/2017) 

Ho appena finito di leggere Boxe, il libro di Jacques Henric che quest'anno ha vinto il premio Médicis, libro che mi ha procurato grande diletto. Poche cose, a parte l'amore tra un uomo e una donna, sono forti e pure quanto il combattimento tra due uomini che si prendono risolutamente a pugni in faccia (capita d'altronde all'uomo e alla donna di avvicinarsi a quel modello senza accorgersene).

Il cinema ha tutta la mia considerazione, certo, ma i suoi sortilegi sono umiliati dalla trama elementare, la sorpresa senza effetti speciali, la lirica senza parole del ring. Il pugilato, nella nudità archetipale di un incontro, mostra la miseria delle nostre super-produzioni e manifesta che lo spettacolo più grande è anche il più semplice.

Si tratta soltanto di fascinazione della brutalità? Spettacoli di questo genere non dovrebbero essere aboliti in un mondo veramente civile? Io non lo credo. Henric percorre tutta la storia della boxe e delle sue leggende, da Jake la Motta a Carlos Monzón, da Cassius Clay a Mike Tyson, e rende conto del mistero della "nobile arte", la cui nobiltà consiste nel mettere il proprio prossimo al tappeto, in uno spazio di tempo che comincia con la pesata e le conferenze-stampa, fatto di ingiurie e intimidazioni raffinate del tipo: «Vorrei passare sul suo corpo con l'automobile, gli conficcherò l'osso del naso nel cervello, voglio colpirlo e fare un passo indietro per vederlo soffrire, perché voglio il suo cuore…», e termina alla fine del match quando si tira su l'avversario e lo si prende tra le braccia con dolcezza e gratitudine.

L'esergo del libro è tratto dalla prima Lettera ai Corinti (9, 26): faccio pugilato, ma non come chi batte l'aria. E la conclusione rovescia la frase di Rimbaud alla fine di Una stagione all'inferno. Non più: «Il combattimento spirituale è brutale quanto la battaglia d'uomini», ma: «La battaglia d'uomini è brutale quanto il combattimento spirituale».

Inversione profonda, perché è proprio qui che si gioca il combattimento più aspro e più decisivo: il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono (Mt 11, 12). Jacques Henric avrebbe peraltro potuto citare Sant'Agostino e il suo commento alla prima lettera di San Giovanni: «Meglio le percosse della carità che le carezze dell'orgoglio», o ricordare il famoso poemetto in prosa, Ammazziamo i poveri!, nel quale Baudelaire consiglia un atteggiamento ai suoi occhi veramente caritatevole nei confronti dei mendicanti: non dar loro una moneta allungandogliela lentamente dall'alto verso il basso, ma picchiarli con i pugni, dandole e prendendole, rendendo loro in questo modo una vera dignità nel giudicarli degni di avvinghiarsi a noi con il loro corpo pidocchioso e nauseabondo…

Padre Guy Gilbert ne ha fatto realmente l'esperienza. Incapace di entrare in relazione con un giovane delinquente, finisce per battersi con lui, nonostante il pax vobiscum. Il teppistello lo spedisce subito a terra con un diretto. Tutto allora si scioglie. Il ragazzo aiuta il prete a rimettersi in piedi e gli dice: «In effetti sei dei nostri…».

Così, negli Stati Uniti, il pugilato è stato a lungo il luogo più pacifico dell'avanzata del movimento dei diritti civici. Henric ce lo ricorda: «Figlio di un padre indiano cherokee e di una madre nera, il grande Joe Louis, campione dei pesi massimi tra gli anni 1937 e 1949, batte il 22 giugno 1938, il pugile tedesco Max Schmeling e diventa in America il simbolo della vittoria delle democrazie sul nazismo».

La bagarre tra le corde del ring ha dunque qualcosa di spirituale. Essa oltrepassa l'alternativa sospetta tra non-violenza e violenza senza limiti, che sono sempre complici: la violenza terrorista suscita la reazione pacifista, ma questa non-violenza fa spazio a un'altra violenza inconfessata, psicologica, ideologica, burocratica; basta che l'ascesso scoppi e la violenza riesplode alla luce del giorno, in un nuovo scatenamento senza più la possibilità del corpo-a-corpo, ma con una montagna di cadaveri sterminati dai droni.

Il pugilato offre al contrario l'immagine di una violenza regolata, ordinata, direi quasi esemplare. Residuo di cavalleria riciclato nelle 16 regole del Marchese di Queensberry nel 1865. Il senso del K.O. mette un limite al caos. Ci si picchia, ma coi guanti. L'undicesima regola dice anche che devono esser fatti dai migliori guantai e mai stati utilizzati: «I guanti siano di bella qualità e nuovi». E aggiunge: «Un uomo che è in ginocchio è considerato come caduto e, se viene colpito, a lui va l'importo delle scommesse».

Ma se la boxe può essere oggi un esercizio spirituale, è soprattutto perché oggi il corpo si smarrisce nel labirinto tecnologico, ed essa viene a richiamarlo, questo povero corpo, alla sua forza e alla sua vulnerabilità come l'ancoraggio più sicuro per noi nel reale. Perché «il reale finisce sempre per offrirsi come prova del corpo».

L'autore diffida della letteratura che «dà lezioni» senza veramente compromettersi, e dichiara la sua avversione per gli attardati del romanticismo che si mettono la posa, annunciandoci, con la ridicola magniloquenza dell'esibizionista che agonizza sulla scena, che per essi scrivere comporta un rischio mortale. Ma Henric non mi ha insegnato solamente a relativizzare i fasti della letteratura. Mi ha fatto sentire fino a che punto i pugni possono essere un necessario preliminare alla mano tesa (da notare che è un laico che parla).

Come arrestare la parata dei transumanisti, dei sofisti, dei politici in ologramma, dei disincarnati di ogni genere? Appare chiaro che per continuare il dialogo con costoro è necessaria l'umanità di mollargli un evangelico uppercut sulla mandibola troppo astratta, e di accettare di ricevere in cambio un certo numero di jabs in faccia, per risuscitare in loro la dura meraviglia della nostra condizione carnale.