Desiderio e fallimento: intervista ad Andrea Pucci, di Cecilia Caretti

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 09 /04 /2017 - 14:47 pm | Permalink
- Tag usati:
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo dal sito POG - Progetto Orientamento Giovani http://www.pogscuola.org/2017/03/15/desiderio-e-fallimento-intervista-ad-andrea-pucci/ un’intervista ad Andrea Pucci di Cecilia Caretti pubblicata il 15/3/2017. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Carità, giustizia e annunzio.

Il Centro culturale Gli scritti (9/4/2017)

A volte i sogni hanno tanti ostacoli… a volte pensiamo non valga la pena faticare per un desiderio… a volte è più facile rifugiarsi in una vita più comoda e facile… Noi oggi vogliamo farvi conoscere Andrea Pucci, un illustratore romano che con tanta forza e determinazione è riuscito a fare della sua passione e del suo talento… il suo lavoro!

Ma il suo percorso non è stato sempre semplice: ha incontrato ostacoli e fallimenti, a volte creati da lui stesso e a volte creati dalla vita, ma ha saputo reagire imparando dai suoi errori e cercando di trovare il senso più profondo di quello che stava vivendo: “Sapevo che quello che conta è non tanto fare quello che ti piace, perché anche quello può essere frustrante, ma come lo fai. Se al centro di tutto non c’è il mio ego e il desiderio di appagare solo me stesso, ma l’altro e il bene che io posso dare a chi ho vicino, quello diventa la fonte di tanta allegria”.

Andrea, raccontaci un po’ di te e del tuo lavoro

Lavoro ormai da più di 25 anni nel settore dell’immagine disegnata. Ho iniziato con la pubblicità e l’editoria ma negli ultimi 15 anni lavoro “stabilmente” (di questi tempi è una parola grossa!) nel mondo dell’animazione. Realizzo soprattutto scenografie, ovvero i fondali su cui si muovono i personaggi. L’animazione è sempre stata una mia passione, iniziando da Disney e finendo a Miyazaki (il Disney d’Oriente). Le strade percorse, come spesso succede, mi hanno portato sorprendentemente a poter intraprendere questa carriera non certo semplice ma incredibilmente bella. Vedere nascere un’idea, un progetto a cui poter dar vita è molto gratificante, così come la possibilità di lavorare insieme a un team rappresenta sempre un momento di crescita per me e continuo ancora oggi a imparare tante cose dal confronto con altri professionisti.

Che formazione hai conseguito per poter fare questo lavoro?

Da che ricordo ho sempre disegnato. I miei ricordi più remoti della scuola materna sono sempre con una matita in mano. Ho iniziato la mia formazione al Liceo Artistico dove ho ricevuto buone basi accademiche e con una fortunata borsa di studio vinta all’Istituto Europeo di Design l’anno della maturità ho potuto formarmi come illustratore in un quadriennio concluso nel lontano 1991. Il percorso allo IED mi ha fatto incontrare tanti professionisti che insegnavano presso la scuola e perciò ho potuto cominciare a lavorare già durante il corso.

Quanto è stato difficile riuscire a seguire questo tuo desiderio?

I miei genitori mi hanno molto aiutato in questo senso. Avevo cominciato facendo il Liceo Scientifico ma in corsa mi sono accorto che non era quello che volevo fare. Così mi sono ritirato dopo pochi mesi dall’inizio dell’anno scolastico e ho cercato di recuperarlo iscrivendomi a un corso privato. A giugno mi sono presentato come privatista presso il Liceo Artistico dove sono riuscito a superare gli esami e iniziando così il corso alla scuola statale dal secondo anno. Un inizio non semplice ma avevo tanta determinazione, e trovarmi a poter disegnare tutti i giorni a scuola era per me veramente un sogno.

L’ambito lavorativo di un disegnatore non è dei più semplici: essendo un settore “effimero” è quello che più facilmente va in crisi. Venticinque anni fa il panorama lavorativo era certamente più facile, fecondo e redditizio. Ho iniziato nella pubblicità che allora permetteva guadagni alti e tanto lavoro. Ed è stato molto gratificante: avevo un giro abbastanza ampio di clienti che mi permetteva di lavorare come freelance, e una continuità di lavoro che mi ha permesso di sposarmi e affrontare con tranquillità tutte le spese di un matrimonio! Ma gli anni ’90 sono stati, per chi lo ricorda, il periodo di Mani Pulite, lo scoperchiamento di numerose situazioni di corruzione nel mondo politico e imprenditoriale che ha avuto come ripercussione la crisi di tanti settori lavorativi tra cui il mio. Molte agenzie pubblicitarie iniziarono a chiudere e io mi sono così ritrovato in grosse difficoltà, senza più tanti clienti.

Ci sono stati dei fallimenti che hai dovuto affrontare nella tua vita? Come sei riuscito a non farti buttare giù da questi?

Lavorare per la pubblicità non è stato semplice. I ritmi lavorativi erano sempre molto intensi, e forse anche per questo ben pagati. Ma io non reggevo molto la pressione a cui ero sottoposto. Certamente per tanta immaturità e giovane età, avevo bisogno di crescere. Uno ha l’idea che un’artista sia quello che si sveglia la mattina e fa quello che gli pare e quando gli pare, quella grossa frescaccia che si dice riguardo a “genio e sregolatezza”. Io pativo molto i ritmi di lavoro, che includevano nottate per consegne mattutine. O anche dover fare cose che non mi piaceva affatto disegnare. In una parola si trattava di crescere e imparare a vivere il lavoro secondo la sua vera dimensione che è il servizio.

Entrai all’epoca in un periodo di crisi in cui mi dicevo: io non ce la faccio a lavorare così, questo mondo non è per me. Nel frattempo mi ero sposato, mia moglie lavorava e arrivarono molto presto  due gemelli, i primi due degli 8 figli. Io cominciavo ad avere una flessione nel lavoro che scarseggiava e molto più un patimento interiore che mi faceva mal gestire la vita da disegnatore. Così, facendo i conti col fatto che mia moglie avrebbe dovuto smettere di lavorare, accettai un lavoro da impiegato per una ditta di magazzinaggio e trasporti, meno gratificante ma certamente più stabile. Per me fu come cadere dalla padella nella brace. Adesso mi ritrovavo a dover affrontare orari imposti, un capo-ufficio e un lavoro che non mi piaceva assolutamente, dovendo gestire problemi al telefono, bolle di accompagnamento e inventari di merce in un magazzino. L’ultimo entrato vinceva di diritto il premio di rimettere a posto l’archivio, un lavoraccio che tutti scansavano. Iniziò un tempo molto duro, che rifiutavo con tutto me stesso.  La domenica sera saliva l’angoscia per il giorno seguente in cui sarebbe ricominciata una settimana di un lavoro che non sopportavo. Sotto traccia riprendeva a friggere il desiderio di tornare a disegnare, lavoro che però avevo disprezzato e verso cui avevo avuto un rapporto frustrante. Che fare? Mi dicevo: Questo è quello che oggi ho tra le mani: posso continuare a vivere tutto con vittimismo, lamentandomi che le cose non sono come io vorrei, oppure prendere quello che mi sta accadendo come un’occasione e fare ogni cosa come se fosse la più importante della giornata. Perché in fondo che cosa ne sapevo del domani? Avevo di fatto – e questa è la verità per ognuno di noi – solo il momento presente, il domani non mi apparteneva perché ancora non ce l’avevo. E allora decisi di entrare fino in fondo in quello che dovevo fare.

Così se un collega trovava la bolla che cercava messa a posto nel raccoglitore giusto, si sarebbe sentito voluto bene! E se rispondendo al telefono accoglievo le richieste (quasi sempre problemi) con allegria usando la mia verve umoristica, il cliente si sentiva considerato (quanto detesto la noia e la sufficienza con cui tante volte rispondono ai call center!). Misi tutta la mia capacità artistica per sistemare con puntigliosa cura l’archivio. Cercai di usare tutti i miei talenti a servizio di quello che stavo facendo. E la sorpresa fu che il lavoro mi svelò il suo vero volto, cioè la possibilità di AMARE qualcuno attraverso quello che facevo…in fondo è proprio questo il senso di un lavoro che si chiama appunto servizio (prestare servizio per qualcuno). Fu un capovolgimento totale. Cominciai ad essere felice di andare a lavoro e le persone con cui lavoravo erano contente! E quando la mia azienda chiese la certificazione ISO9000 ricevette un elogio particolare per l’archivio! Una particolare soddisfazione… Poi per vari eventi mia moglie inaspettatamente ha ripreso a lavorare e io in modo ancora più inaspettato sono tornato a fare il disegnatore…ma questa volta con tutta un’altra testa e un altro cuore. Sapevo che quello che conta non è tanto fare quello che ti piace – anche quello può essere frustrante – ma il come tu lo fai. Se al centro di tutto non c’è il mio ego e il desiderio di appagare solo me stesso, ma l’altro e il bene che io posso dare a chi ho vicino, quello diventa la fonte di tanta allegria. E così un fallimento è diventato il punto di passaggio necessario per iniziare a vivere diversamente ogni cosa, non solo il lavoro, ma tutte le relazioni. E il mio lavoro da disegnatore ne ha giovato, e tanto. Perché quando lavori per te stesso rimani solo, quando lavori con  una logica di servizio ne esci arricchito te che lo fai e chi ne è il destinatario.

E successivamente ho iniziato a lavorare per uno studio di cartoni animati e da allora si è aperta questa porta che è favolosa. Con tante difficoltà certo ma anche portatrice di grandi soddisfazioni.

Che consigli daresti ad un ragazzo che sta ancora cercando il suo desiderio da perseguire? E a chi invece lo ha trovato, ma lo sta portando avanti con fatica?

Di lasciarsi condurre. La vita ci porta a scoprire la nostra vera strada, passando a volte per percorsi che non ci aspettiamo. E di non lasciarsi abbattere. Un atleta che voglia essere tale non ha bisogno solo di passione, ma anche di allenamento e disciplina. Questo farà crescere le sue capacità e il suo talento.

Imparare da tutto e da tutti, essendo affamati di conoscere, rubando il mestiere con gli occhi e col cuore.

Ma anche le avversità misurano la nostra determinazione a perseguire un progetto. Se molli alla prima difficoltà forse non è quella la tua strada.

E usare oggi le cartucce che le occasioni ti stanno mettendo a tua disposizione: cercare di fare bene tutto. La scuola per esempio è un tempo prezioso che passa e non torna più e anche quello che pensi sia orribile scoprirai che ti tornerà utile. Non è la perfezione la nostra meta, ma diventare pienamente noi stessi anche con quelle nostre fragilità che ci rendono tanto avvicinabili.

Se volete conoscere i suoi bellissimi lavori sbirciate in questi siti:

https://www.artofandreapucci.com/

https://www.behance.net/andreapucci69

http://andreapucci.blogspot.it/

POG - Progetto Orientamento Giovani - Copyright All Rights Reserved © 2017