1/ Domenica delle Palme. È, se opera, di Andrea Lonardo 2/ È, se opera, di don Luigi Giussani

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 17 /04 /2017 - 23:36 pm | Permalink
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1/ Domenica delle Palme. È, se opera, di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito un breve testi di Andrea Lonardo. Per approfodnimenti, cfr. la sezione Catechesi.

Il Centro culturale Gli scritti (17/4/2017)

Domenica delle Palme: È, se opera. Mi ha colpito il titolo di questo libro di Giussani - “È, se opera” - che ho visto in una parrocchia dove sono stato a parlare. L’autore inizia con l’esempio di qualcuno che gridi un nome, “Anna Rigotti”, e si senta rispondere “Presente”, mentre in realtà Anna Rigotti non ci sia in quella sala e non avvenga poi nulla. Così, afferma, tanti pensano la religione, come una mera parola dietro la quale non ci sia nessuno che opera, dove non avvenga poi niente.

Invece, ciò che ascoltiamo nella Domenica delle Palme, avviene. Ascoltiamo il vangelo dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e concretamente entriamo con lui con i rami alzati nell’assemblea eucaristica e li portiamo poi nelle nostre case: con quei rami i papà benediranno le loro famiglie domenica prossima, nel pranzo di Pasqua. Ascoltiamo poi nel Vangelo dell’ultima cena e subito dopo riascoltiamo le stesse parole nella consacrazione e veramente mangiamo del corpo di Cristo. Non ascoltiamo solo della cena, ma quella cena diviene la prima e noi sediamo con Gesù alla cena.

Due volte deve avvenire qualcosa, allora e oggi. “È, se opera”. E la misericordia della croce, l’unica vera presenza divina quando l’uomo, come in questi giorni, compie il male, diviene la nostra vita, il nostro stile, la nostra risposta al male.

2/ È, se opera, di don Luigi Giussani

Riprendiamo sul nostro sito dal web la trascrizione di una conversazione di monsignor Luigi Giussani con giovani impegnati in un cammino vocazionale, Milano, settembre 1993. “È, se opera” è stato poi pubblicato su 30Giorni, n. 10, ottobre 1993.

Il Centro culturale Gli scritti (17/4/2017)

 “Ex hoc aliquis percipit se animam habere et vivere et esse, quod percipit se intelligere, sentire et alla huiusmodi opera vitae exercere” (san Tommaso d'Aquino, De Veritate)

“[L’anima è conosciuta mediante i suoi atti]. Uno percepisce di avere l’anima e di vivere e di esistere per il fatto che percepisce di intendere e di sentire e di esercitare altre operazioni vitali di questo tipo”.

1.

Immaginiamo di essere seduti in questa sala. Qualcuno chiama: “Anna Rigotti”. Si crea il silenzio, e si ode una voce rispondere: “Sono presente”.

Guardiamo intorno, passiamo in rassegna i volti... Dov'è? Non c'è! Per uno strano fenomeno riecheggia la sua risposta: “Sono presente”, ma Anna Rigotti non c'è. Se qualcosa del genere succedesse sarebbe ben grottesco! “Eterno Dio immutabile, la fonte è in Te dell'essere, nella Tua pace immobile Tu segni ai tempi il volgere”, dice un Inno della liturgia. Ora, se cantassimo queste parole (Eterno Dio immutabile...) e non ci fosse niente? Se udissimo le parole ma non esistesse niente? Sarebbe grottesco come nell'immagine usata. “Eterno Dio immutabile” risuonerebbe come quel “Sono presente” di Anna Rigotti che non c'è: nient'altro che una forma di suono, un'eco di parole.

Per la maggior parte della gente Dio vige così, è così. Per la maggior parte della gente (anche per chi va in chiesa) il rapporto con Dio, col divino, vale a dire con ciò che dovrebbe essere percepito come origine e destino di tutto, è così: “sono parole”.

Dio ha sfondato questa separazione, questo vuoto tra Sé e l'esperienza dell'uomo. L'esperienza implica un complesso di fattori misurabile, determinato da tempo e spazio, che viene raccolto dai sensi che è cioè visibile con gli occhi, tangibile con le dita, udibile con le orecchie (che tu ci sia, che tu sia presente mentre parlo, è un'esperienza). Dio, il Mistero che fa tutte le cose, ha sfondato la lontananza, il vuoto che l'uomo inevitabilmente porrebbe tra il tempo e lo spazio, cioè la realtà in quanto sensibile, visibile, tangibile, udibile, e Dio.

Il problema è quello di un divino sentito come astratto, di un “quid” che non è nominabile in modo sperimentale perché con la vita non c'entra, non è cioè percepito aver a che fare con niente (eppure, che le cose non si fanno da sé è così vero, che qualsiasi uomo ha il senso di questo destino più grande di lui, per quanto soffocato o alterato nella distrazione normale). Il Mistero ha sfondato l'astrazione e la lontananza in cui sarebbe inevitabilmente tenuto dall'uomo, poiché, non essendo né visibile, né toccabile, né udibile, il pensiero non lo può afferrare come afferra il significato di un viso e l'affezione non vi si può dirigere come si dirige su un viso.

La realtà di un viso è misurabile col tempo e con lo spazio , è visibile, tangibile, udibile: l'intelligenza può perciò rendersene conto, sorprenderne la profondità, e l'affezione muoversi verso di esso. Ciò che non è sensibile (tangibile, visibile, udibile), ciò che non è sperimentabile, non può essere vero oggetto di intelligenza e di affezione: intelligenza e affezione restano astratte.

Ciò che non è esperienza nel senso detto non può essere contenuto di un pensiero e di una affezione reali, ma di un pensiero e di una affezione astratti, che non hanno valore e tenuta, che non hanno cioè nessuna incidenza sul tempo e sullo spazio, su quel che si vede, si tocca e si sente.

Dio, noi lo viviamo così! Ma Dio ha sventrato, ha sfondato la distanza in cui noi lo sentiremmo e lo terremmo. Come Dio ha sfondato questa lontananza? Incarnandosi e uscendo dal seno di una donna come bambino. Il Mistero che fa tutte le cose è stato concepito nel seno di una donna: è nato come un bambino, è cresciuto come un bambino. Mangiava, beveva, parlava. Piuttosto presto ha incominciato a discutere e i dottori della Legge ne restavano meravigliati: Come può questo ragazzo dire e conoscere queste cose? Poi ha incominciato ad uscir di casa (immaginiamo con che apprensione sua madre seguiva ormai gli avvenimenti); parlava per le strade a tre, quattro, cinque persone oppure a gruppi di trenta o quaranta, secondo i paesi e agiva in modo tale che la gente si stupiva: Ma come fa a fare queste cose? Come fa a parlare così? Nessuno ha mai parlato come quest'uomo! Nessuno ha mai fatto cose simili!

Immaginiamo, quando Lui tornava a casa, come sua madre rimaneva impacciata: ultimamente non poteva saper bene chi era suo figlio. Di Lui sapeva solo, per le parole dell'angelo, che sarebbe stato misterioso. E tuttavia, tra quello che l'angelo le aveva detto e quell'uomo che aveva davanti non c'era per quella donna nessun distacco. Era suo figlio e non era come lei poteva immaginare. Non poteva pensarlo. Anche lei, quando lo sentiva parlare e lo vedeva agire, diceva: “Come fa a saper queste cose?” Come fa a fare queste cose. Ma non c'era differenza: non c'era un salto, un vuoto, tra quell'uomo in carne ed ossa, suo figlio, che aveva allattato, e il mistero che Lui portava con sé, il mistero che Lui era, il divino che era. Non poteva immaginarsi come facesse le cose che faceva e come dicesse le cose che diceva, ma non c'era per lei nessun distacco.

In verità, essa fu la prima a capire, perché già nelle parole dell'angelo vi era l'anticipo: “Sarà chiamato Figlio dell'Altissimo”. Dio, l'origine e il destino di tutto, ciò di cui tutte le cose, ultimamente, sono fatte (è questa la frase che nessuno capisce e da cui nessuno resta colpito, mentre è la più inconcepibile, la più tremenda e più grande, perché ristabilisce la distanza infinita e al tempo stesso afferma la concretezza di questo ultimo), Dio, per aiutare l'uomo, si è reso compagnia all'uomo, è diventato compagnia umana: è entrato nella vita stessa dell'uomo con forma umana.

Questo è Gesù Cristo: Dio fatto carne, Dio fatto uomo. Per farsi riconoscere, Dio è entrato nella vita dell'uomo come uomo, secondo forma umana, così che il pensiero e tutta la sua immaginatività, l'affettività e tutto il suo sognare sono stati come bloccati, calamitati.

C'era lì Uno che cacciava i demoni, che guariva i ciechi, che guardava la donna peccatrice in modo tale che essa qualche giorno dopo gli lavò i piedi piangendo che guardava cioè fino a cogliere la radice del cuore dell'uomo. Passando davanti a quell'albero, Gesù alzò lo sguardo verso chi si era arrampicato e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché voglio venire a casa tua”. Zaccheo scese in fretta e Lo accolse con gioia. E a Matteo, che era un gabelliere, uno che riscuoteva i soldi, semplicemente disse: “Vieni con me”. E lui abbandonò tutto e Lo seguì.

Questa è la cosa senza paragone più grande, senza la quale l'uomo è fatto fuori e tutto è vuoto: Dio, per aiutare l'uomo, si è reso compagnia umana. Perché se c'è quel vuoto tra tempo e spazio e Dio, tempo e spazio sono destinati a diventar vuoto.

2.

Quell'uomo in cui Dio si è reso carne per diventare compagnia all'uomo ha detto: “lo sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo.” Solo se è presenza ora, infatti, Egli può influire su di me e cambiare la mia ora può cambiarmi e rendermi quello che Lui vuole. Solo ciò che agisce nel presente “è”.

Ciò che non agisce nel presente non è, non c'è. Perché noi non possiamo uscire dal presente: partiamo dal presente, agiamo nel presente, finiamo nel presente. Il presente è la grande caratteristica dell'essere. “Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo.” Ma se è con noi tutti i giorni, deve essere visibile, tangibile, udibile, misurabile in tempo e spazio, oggi, adesso. Altrimenti non è, c'è solo un vuoto.

Se Gesù non fosse hic et nunc, qui ed ora con una espressione che, soprattutto nei primi anni, il Papa ha amato dire tante volte ci sarebbe un vuoto sterminato.

Il Suo nome Gesù Cristo non sarebbe che una pura parola (esattamente come quella eco che dice: “Sono presente”, e non c'è nessuno). “Sarò con voi tutti i giorni”: Egli è presente. Ma dove è? Come è? Come Gesù Cristo è presente in modo sensibile, visibile, tangibile, udibile, così che il pensiero possa rendersene conto e l'affezione dirigersi, e la nostra vita essere incisa, dominata e cambiata dalla Sua presenza, avere in essa il suo punto di appoggio (origine), intravvedervi il destino, sperimentarne la costitutività?

3.

Lo sappiamo bene, Cristo è presente tutti i giorni in quanto afferra talune persone che il Padre gli dà in mano, coloro che il Padre destina alla vita eterna e le fa parte del mistero della Sua persona (non per nulla il segno più grande e reale di questa assimilazione è il mangiare e il bere: l'agape eucaristica. Un mangiare e un bere: c'è qualcosa di più assimilabile di un boccone che si mangia e di un sorso che si beve?). Cristo è presente secondo la modalità che Lui ha creato: la compagnia delle persone che afferra e immedesima con Sé. Con queste persone immedesimate con Sé e quindi legate fra loro, Egli è presente nel mondo con una faccia.

In che modo Gesù, Dio fatto uomo, il padrone del tempo e dello spazio, afferra queste persone e le porta dentro di Sé? Come Gesù ha afferrato e portato dentro di Sé noi? È il Battesimo il gesto con cui Egli afferra l'uomo e lo porta dentro di Sé. Non c'entriamo nulla noi. È Lui che nel corso della storia, fra tanta gente, nella folla che cammina per il mondo, prende ora l'uno ora l'altro, senza domandare il permesso a nessuno!

Il Battesimo è un gesto di possesso che è realmente possesso, è un segno che contiene ciò di cui è segno. Gesù Cristo è il padrone di tutto, ma in talune persone questa signoria Egli la vuole esprimere nel mondo, nella storia, perché tutti vedano perché tutti possano vedere.

Tutti voi che siete stati battezzati vi siete immedesimati con Cristo (Gal 3,26). Immedesimati: diventati una cosa sola con l'Io di Cristo, membra Sue. Perciò, se tra milioni di persone ha scelto, per esempio, noi che siamo qui, ognuno di noi è stato assimilato a Cristo. Col Battesimo Cristo ci ha preso e ci ha portato in Sé. E se ha preso me e ha preso te, noi siamo una cosa sola, diventiamo membra l'uno dell'altro: Non sapete che siete membra l'uno dell’altro? (Ef 4,25).

Il modo con cui Cristo è presente a noi e con noi tutti i giorni è una compagnia fatta di carne e di ossa, di tempo e di spazio, misurabile, visibile, udibile, tangibile: sperimentabile. Cristo ha preso ognuno di noi col Battesimo e si è reso costantemente e attivamente presente a noi nella compagnia di tutti coloro che ha preso come noi.

4.

A ognuno di coloro che afferra, Cristo assegna un compito. Della vita di tutti coloro che sceglie e rende parte di Sé, Egli ha un disegno, che è una collaborazione al grande disegno per cui è diventato uomo, è morto ed è risorto: il disegno della salvezza del mondo. Come fa parte di Sé l'uomo che nel Battesimo afferra, così lo fa parte del grande disegno per cui è venuto. Tua madre e tuo padre hanno avuto un certo compito. A te è stato dato un altro compito. Ad alcuni infatti Egli dà il compito di affrontare il mondo, la vita, il rapporto con se stessi, con gli altri e con le cose come l'ha affrontato Lui, secondo la modalità e la forma con cui l'ha affrontato Lui.

È questa la chiamata alla verginità. Si dice verginità proprio in quanto il rapporto con la realtà è direttamente e coscientemente voluto in funzione di Cristo: tutta la vita è direttamente in funzione di Cristo.

Tutti i compiti dovrebbero essere in funzione di Cristo (anche quello di tua madre e di tuo padre), perché tutto è in funzione di Cristo. Ma è come se le chiamate normali avessero dentro come si dice in greco un katechon, che in italiano si dovrebbe tradurre “scandalo”: hanno come dentro un freno (come un treno che non potesse correre a duecento all'ora), per cui è più difficile la coscienza, l'esperienza diretta del rapporto con Lui, è più difficile il toccarLo. Per coloro che Cristo afferra nel Battesimo e a cui dà come scopo e compito della vita, come partecipazione al Suo disegno, di affrontare il mondo come l'ha affrontato Lui, il rapporto con la verità delle persone e delle cose è senza freno.

“Senza freno” vuol dire che le persone e le cose si esauriscono totalmente nell'essere segno Suo: nella verginità persone e cose sono viste secondo la loro origine, che è il mistero di Cristo, secondo il loro destino, che è il mistero di Cristo, secondo ciò di cui ultimamente sono fatte, che è il mistero di Cristo.

Le persone e le cose sembrerebbero così ridursi a un pretesto passeggero ed effimero perché quello che importa è che domini Cristo. E invece, se io ti guardo secondo la tua vera origine, il tuo vero destino, ciò di cui ultimamente sei fatto, proprio in quanto io ti guardo così, la tua figura diventa potentissima ai miei occhi, la tua realtà amatissima e la tua forma adorabile: partecipi direttamente di quello che è Cristo. La vocazione alla verginità è affrontare gli uomini e la realtà direttamente secondo il disegno di Cristo, senza nessun katechon, senza nessun freno, senza nessuna alterazione. Certo, si può sempre scivolare nell'alterazione, ma la riscossa dall'alterazione è come destinata ad avvenire in modo impressionantemente più facile. Uno non ha tregua se non nella purità di ciò cui è stato destinato, non ha pace se non in quello.

5.

Ma l'uomo, come Dio l'ha creato, è libero. E a Cristo che l'ha preso può dire: “No, non voglio!”, come un bambino capriccioso che, di fronte a un bicchiere, dica: “No, non è un bicchiere!”. Noi possiamo dire di no al fatto di essere stati afferrati, al gesto con cui Gesù ci ha presi, ci ha resi parte di Sé, membra del suo corpo, e ci ha destinati ad un compito. Non potendo far nulla da sé (“Senza di me non potete far nulla”), l'uomo può applicare la sua libertà solo come “sì” o come “no” all'iniziativa di un Altro, accettando o non accettando cioè che l'Altro faccia. Se l'uomo accetta che l'Altro “faccia”, diventa creativo come Lui, diventa una cosa sola con Lui: l'amore a Cristo diventa allora una cosa sensibile, più sensibile di ogni altro amore. È l'esperienza a cui siamo chiamati.

Dire “sì” vuol dire accettare Cristo. Ma si dice “sì” o si dice “no” a Cristo così come ci appare, come ci si stringe vicino ed entra nella nostra esistenza. Ed Egli vi entra con la compagnia in cui ci ha chiamato. Il “sì” a Cristo è un “sì” alla modalità con cui Cristo è presente a noi, perciò è un “sì” alla compagnia vocazionale (il “sì” detto a Cristo e non alla compagnia vocazionale è come dire: “Sono presente” e non esserci!).

Se diciamo di sì, se Lo accettiamo, con tutta la fatica nel tempo ogni cosa si illumina e “passiamo di luce in luce”, come dice san Paolo. Se diciamo di no, tutto cade nel niente, decade, fino all'oscurità totale e permanente come i vecchi palazzi in rovina, pieni di serpi e di rovi.

Per seguire la tua vocazione, Cristo ti aiuta accompagnandoti. Ti accompagna fisicamente con la compagnia in cui ti ha collocato. Egli diventa presente a te, a te che ha chiamato a questa vocazione in questa compagnia. Attraverso la compagnia di coloro che ha chiamato come te Cristo si stringe attorno a te: questa compagnia è proprio Cristo presente. La presenza di Cristo è la compagnia di
coloro che ha chiamato come te. Questa compagnia è Cristo nella sua realtà umana, è il corpo di Cristo che ti si rende presente, tanto che Lo tocchi, Lo vedi, Lo senti
.

Il suo valore è più profondo di quello che vedi (perciò ognuno, in questa compagnia, ha una dignità grandissima e non lo puoi trattare come tante volte lo tratti); ma quello che vedi è il mistero di Cristo che ti si rivela.

“Corpo” dice non tutto quello che uno è. Dice ciò che appare e si lascia vedere di quello che uno è. Ma questa apparenza è reale (non è come sentir dire: “Sono presente” e non c'è nessuno). Il corpo è reale, sperimentabile. E noi siamo parte di questo Suo corpo, che ha una profondità molto più grande di quel che si vede, ha un valore che eccede la realtà umana dei suoi componenti, ha una radice che affonda in una terra a noi ignota: la terra dell'Essere, del Mistero.

Il corpo non lascia vedere tutta la personalità, ma è l'inizio di tutto il misterioso cammino dentro la personalità. Il mistero di Cristo è come il mistero del nostro io, che si documenta nel corpo. Ciò che si vede, ciò che si sente, ciò che si tocca, il tuo comportamento, vale a dire ciò che io sperimento di te, mi rivela qualcosa di quello che sei, del mistero del tuo io: “gli occhi sono lo specchio dell'anima”.

Allo stesso modo questa compagnia in cui Cristo ti ha chiamato e con cui ti si stringe attorno ti rivela quello che Lui è per te: attraverso lo sguardo e il comportamento che Egli suscita in coloro che ti ha messo attorno nella misura in cui Lo riconoscono, Gli obbediscono e ne vivono la memoria, tu conosci di più chi è Cristo. Ci sono persone nella compagnia che ti fanno sentire la memoria di Cristo in modo dieci volte più facile che non tutte le altre: se “gli occhi sono lo specchio dell'anima”, queste persone sono l'iride dell'occhio. Attraverso questo corpo capisci il Mistero che vi abita, l'Io che vi sta dentro, che è l'origine e il destino di tutto.

Quello che non possiamo pretendere di capire è in che modo Cristo identifica il Suo corpo con queste membra che siamo noi, facendoci rimanere noi stessi e, nello stesso tempo, assumendoci come una cosa sola (eis: una persona sola, secondo l'espressione di Galati 3, 26-28) con Lui.

Percepire la presenza di una compagnia in modo tale da riconoscere in essa il mistero di Cristo presente è un culmine oltre la ragione: si chiama fede, in quanto la oltrepassa. La ragione nasce dentro il terreno della esperienza (non può che partire di qui), ma termina, seguendo il dinamismo stesso che le è proprio, sulla soglia di un “oltre”, di un “altro”, implicato dall'esperienza ma “al di là” di essa, “più grande” della capacità di immaginazione e di presa della ragione: l'infinito, il mistero. La ragione è coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. La totalità dei fattori di una realtà implica il suo rapporto con l'infinito, col mistero, da cui la sua esistenza ultimamente dipende.

Riconoscere la presenza dell'infinito in modo tale che essa si percepisca come fattore di una realtà umana è la fede. Infatti il mistero di Cristo si rivela e si rende presente a me in una compagnia. “Compagnia” è qualcosa di sperimentabile. Ma come essa sia il mistero di Cristo non lo vedo, è al di là dell'esperienza: percepire questa Presenza, riconoscere il mistero di Cristo presente in essa, si chiama fede. E se non arrivo qui non sono ragionevole, perché non tutti i fattori sono tenuti in considerazione.

6.

Ma era soprattutto questo che qui mi premeva richiamare: Cristo si stringe attorno a te attraverso la compagnia di coloro che ha chiamato come te. Cristo ti aiuta accompagnandoti fisicamente con la compagnia in cui ti ha collocato. Perciò puoi vivere la tua vocazione ciò cui Cristo ti ha chiamato attraverso il Battesimo e la collaborazione al Suo disegno cui ti ha destinato solo se tu fai parte di questa compagnia, la accetti e la segui, imiti il meglio che essa ti esprime, vi obbedisci. Altrimenti non potrai vivere la vocazione nel suo concreto.

Come nasce questa compagnia? Come mai tu sei in questa compagnia? Il “questo” della compagnia come fa ad essere identificato? Perché tu sei in questa e non in un'altra compagnia? Come avviene tale distinzione? Attraverso un incontro che il Signore ti ha fatto compiere. Cristo ti ha preso nel Battesimo, ti ha fatto crescere, diventar grande, e ti ha fatto accadere un incontro. Vale a dire, ti ha fatto sperimentare la vicinanza di una realtà umana diversa, corrispondente, persuasiva, educativa, creativa, che ti ha in qualche modo colpito.

E allora hai detto: “Vado insieme con loro”, hai cioè accettato di sentir l'urto che ti spingeva verso quella realtà umana incontrata. L'hai accettato: nessuno infatti è stato preso con un laccio e condotto qui; anche chi più sentisse disagio, è qui perché l'ha voluto. E l'ha voluto perché è stato colpito da qualcosa, foss'anche per un soffio. Perché Cristo “lavora” anche a soffi.

“Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero” (1 Re 19,11-21). Il Signore era nel mormorio di quel vento leggero. Anche per un soffio, anche solo per un momento, tu hai avvertito come un'attrattiva, un suggerimento, hai avuto una intuizione di qualcosa di più bello, di più corrispondente, di migliore. E hai detto “si”. L'incontro poteva essere con centomila altri temperamenti o altri fascini: tu hai avuto questo. Hai incontrato una persona di questa compagnia e hai percepito il soffio nuovo di una promessa di vita, hai presentito una Presenza corrispondente all'attesa originale del cuore. Perciò questa e non un'altra è la compagnia nella quale Cristo è diventato compagno alla tua vita e si stringe a te nel cammino, ti cinge e ti sostiene.

In questa compagnia tu puoi ripetere la parola grande, stupefacente: “A te si stringe l'anima mia e la forza della Tua destra mi sostiene”. Il mistero di Dio, che sarebbe altrimenti percepito lontanissimo, astratto, diventa così urgenza nella tua vita di ogni giorno: suggerimento per guardare il cielo e la terra, emozione e commozione nello spalancare il cuore ad una preferenza, che è vera se apre il tuo essere intero al bisogno di tutto il mondo facendoti partecipare così alla grande pietà di Cristo. Perché la grande pietà di Cristo è come fiorita nel mondo attraverso delle preferenze: Giovanni, Simone... Ma non sarebbe stata vera preferenza se non fosse stata il segno della grande, nuova pietà di Cristo per tutto il mondo.

Questa compagnia in cui ti sei imbattuto ha determinate caratteristiche. È quindi per l'incontro con determinate caratteristiche, con un determinato accento, con una determinata attrattiva, con una determinata figura, che ti sei trovato in essa. La caratteristica della compagnia in cui Cristo ti ha messo è semplicissima, la più semplice di tutte. È la caratteristica di ricordarsi, in qualsiasi circostanza della vita, che tutto è, ultimamente, fatto di Cristo.

In senso attivo si chiama “offerta” e in senso passivo si chiama “memoria”: è la memoria di Cristo, coscienza di una Presenza, che ha come attività l'offerta. Perché l'offerta è il riconoscere che l'azione che sto facendo afferma Lui, in modo tale che Dio lo voglia! tutti Lo riconoscano di più. E non ho altro di desiderabile al mondo, perché è questo che mi fa amare di più certe persone, le persone più vicine, e poi le altre, e poi tutto il mondo. Anche la preferenza più acuta infatti sarebbe falsa se si fermasse a se stessa.

Questa compagnia si chiama Memores Domini e ha come sua regola la coscienza della presenza di Cristo come costitutiva del valore di ogni azione: anche il mangiare e il bere, il vegliare e il dormire, soprattutto il vivere e il morire.

Qual è il compito concreto nella vita? Come tu aiuti il mondo ad essere più libero, più umano, più felice quaggiù e più convogliato al suo destino tutto? Ricordandoti, qualsiasi cosa tu faccia: “È il Signore”. È quello che disse Giovanni a Pietro, quando insieme intravidero quella figura approssimarsi sulla spiaggia, ma da lontano non capivano bene chi fosse, se un uomo reale o un fantasma.

E, a un certo punto, Giovanni esclamò: “E il Signore”. Così, mangiare e bere, vegliare e dormire, studiare e lavorare, penare e gioire, sopportare, perdonare e correggere, affaticarsi e riposarsi, tutto: “È il Signore”.

7.

Sembra di ritornare daccapo, a quell'immagine usata all'inizio (Anna Rigotti. “Sono presente”. E non c'è!). Che tutto sia del Signore: sembra un sogno! E invece, se togliete questa Presenza, ogni cosa va in cenere, tutto è destinato alla corruzione, come dopo tre o quattro giorni un uomo morto nel sepolcro: tutto è destinato alla corruzione del sepolcro, alla disperazione della prigionia, di una prigionia senza possibilità di uscita, tutto veramente “non c'è”, non esiste. Che cos'è questa faccia se non si fa da sé, se ieri non c'era e domani non ci sarà? È chiaro. Non c'era niente di tutto quel che c'è; a un certo punto viene all'essere: non si è fatto da sé. Se quel che c'è, prima non c'era e domani non ci sarà (così come si vede), tutto è, ultimamente, fatto di un Altro. Se tutto non c'era, tutto è ultimamente fatto di Dio. Ma la questione non è qui (il problema è casomai che, per gli uomini, siccome tutto è ultimamente fatto di Dio, Dio è come se fosse quello che si vede: lo confondono e quindi lo dimenticano nella sua diversità).

La vera questione è che Dio si è fatto uomo, perciò tutto è ultimamente fatto di Dio fatto uomo, cui posso dire “Tu”: “Ti riconosco, o Cristo”. Oppure, che è lo stesso: “Ti offro”, che vuol dire: “Quello che sto facendo è, ultimamente, fatto di Te. Mostrati in quello che sto facendo!”

Dire: “Tutto è, ultimamente, fatto di Cristo” sembra astratto, invece questa è l'unica realtà, che niente vale ad eliminare, la cui concretezza è tale che fa reggere la vita e la morte, fa accettare il peso e godere della gioia, non lascia scappare al proprio sguardo neanche l'uccellino che cade per terra o il fiore che nasce nel campo, come per Gesù. Immaginiamo come a vent' anni Gesù guardava le cose: nulla gli sfuggiva (e ciò che vedeva lo rese oggetto delle sue parabole: per esempio, i bambini che giocano e gridano, così che gli altri i grandi si lamentano contro di loro. Allora i bambini piangono, e gli altri si lamentano che sono lamentosi. E i bambini insorgono: “Non siete mai contenti, né quando piangiamo né quando ridiamo”). Immaginiamo che sguardo aveva quell'uomo: un'affezione senza paragoni, che fa scattare quella parola inconcepibile alla donna che ha perduto il figlio. “Donna, non piangere”.

Era una vedova che aveva perso il suo unico figlio. E lui le dice: “Donna, non piangere”. Ma come fa a dir così? Tutto assume una consistenza, una coerenza, un'attrattiva e una fruttuosità, un esito per cui si deve dire, alla fine, quello che diceva la Bibbia, sia pure nella traduzione latina: “ne impedias musicam”, non può avere freno (katechon) la musica. Tutto è realmente come una armonia. Chi è chiamato nella vocazione a vivere la vita come l'ha vissuta Lui (la verginità è la vita come l'ha vissuta Lui), è chiamato a rendere più gioioso il mondo, più lieta la vita di tutti e creativa, quindi, la propria vita.

Chi ha subito l'urto di queste cose, chi, anche per poco, è stato toccato da questo annuncio, e se ne va, se ne va triste per sempre, come il giovane ricco del Vangelo, perché non c'è nessuna verità se non questa. Così che la verità del cammino di mio padre e di mia madre, dei miei amici che hanno figli, visivamente dipende dalla verità del cammino di coloro che sono stati chiamati alla verginità.