Il Battistero Lateranense in Roma: Costantino e la libertà dei cristiani, di Andrea Lonardo, Marco Valenti e Fabio Borghesi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /04 /2010 - 14:18 pm | Permalink
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Il Battistero Lateranense in Roma: Costantino e la libertà dei cristiani. IV incontro del II anno del corso sulla storia della chiesa di Roma,
di Andrea Lonardo, Marco Valenti e Fabio Borghesi


Mettiamo a disposizione la trascrizione dell’incontro dedicato a Costantino imperatore, all’interno del corso sulla storia della chiesa di Roma proposto dall’Ufficio catechistico di Roma, tenutosi il sabato 10/1/2009, presso il battistero di S. Giovanni in Laterano. Il calendario dei successivi incontri del corso è on-line sul sito dell’Ufficio catechistico www.ucroma.it.  Il testo è stato sbobinato dalla viva voce degli autori e conserva uno stile informale. Alla relazione sono stati aggiunti alcuni passaggi chiarificatori. Le trascrizioni degli altri incontri, dedicati il I anno al Nuovo Testamento (chiese di S. Prisca, di S. Maria in Aracoeli, di S. Marco, di S. Pietro in Vincoli, di S. Clemente, di S. Lorenzo de’ Speziali in Miranda, di S. Prassede, villa dei Quintili e, rispettivamente, Atti degli Apostoli, Lettera di Paolo ai Romani, vangelo di Marco, lettere di Pietro, padri apostolici Clemente ed Ignazio, Lettera agli Ebrei, Apocalisse e Lettere pastorali) ed il II ai padri da Giustino ad Agostino (basiliche di S. Pudenziana, S. Pietro in Montorio, S. Lorenzo fuori le mura, S. Agostino, Battistero di S. Giovanni in Laterano, Musei Vaticani e scavi di Ostia antica e, rispettivamente, a S. Giustino, S. Ireneo, S. Lorenzo e S. Cipriano, S. Agostino, Costantino e l’iconografia paleocristiana) sono on-line nella sezione Roma e le sue basiliche. Le foto che illustrano l’itinerario descritto in questo testo sono on-line nella Gallery Battistero Lateranense, Arco di Costantino, Arco di Costantino a Malborghetto.

Il Centro culturale Gli scritti (10/4/2010)

Indice


I. Introduzione al battistero di S. Giovanni in Laterano, di Marco Valenti

La cappella di S. Venanzio, nella quale ci troviamo, sorge su di una sala appartenente ad un precedente impianto termale di epoca romana ed era precisamente il passaggio tra il frigidarium e il calidarium. Quando è stato fatto il restauro sono state lasciate in evidenza le precedenti strutture. Si vedono chiaramente una colonna, riscoperta negli anni sessanta, resti di affreschi ed il pavimento a mosaico.

L’attuale livello di calpestio è degli anni sessanta; si vede al centro lo stemma di Paolo VI, sotto il cui pontificato sono stati fatti gli scavi archeologici. Le prime indagini archeologiche in questa zona sono del 1925, ma ancora oggi gli studiosi hanno qualche difficoltà ad interpretare correttamente l’evoluzione di questo ambiente.

L’area che oggi comprende il complesso lateranense venne completamente riadattata al tempo di Costantino. Prima della sua ascesa al potere, questa zona era periferica, anche se residenziale, con orti, giardini e alcune ville, poiché il centro di Roma si estendeva dalla zona del Colosseo e dei Fori, fino al Pantheon ed oltre.

Tutta una serie di evidenze archeologiche emerse sotto l’attuale Ospedale di S. Giovanni, sotto la basilica Lateranense fino ad arrivare a S. Croce in Gerusalemme ed anche fuori le mura Aureliane, fanno pensare a questa zona come ad un insediamento periferico, quasi di campagna. Ancora oggi si vedono vicino alla Scala Santa ed a fianco dell’Ospedale alcuni tratti dell’antico acquedotto romano che attraversava tutta l’area.

Nella zona del battistero e della basilica sono stati individuati diversi livelli, a partire da un edificio del I secolo del quale non è chiara la funzione; poi con risistemazioni del tempo di Adriano e successivamente di Settimio Severo si assiste ad una utilizzazione come luogo termale. Parte di questo edificio è chiaramente visibile dietro il gabbiotto della gendarmeria vaticana dove si erge una costruzione di epoca romana che è l’evidenza più grande di questo edificio termale.

Le terme dovevano avere una piscina esterna, situata tra l’attuale gabbiotto della gendarmeria vaticane ed il battistero, seguiva poi il frigidarium, in corrispondenza dell’attuale battistero; c’era poi questo ambiente di passaggio ed, infine, il calidarium. Dietro di esso inizia oggi l’abside della basilica di S. Giovanni.

Costantino quando decise di costruire un ambiente apposito per il sacramento del battesimo riutilizzò questo ambiente già predisposto per il fluire dell’acqua.

Prima delle costruzioni ecclesiastiche pubbliche di Costantino, in Roma i cristiani si riunivano per la preghiera nelle domus ecclesiae, come abbiamo detto più volte, che si inserivano dentro abitazioni private, anche se non erano nascoste. Le domus ecclesiae non avevano, però, una visibilità pubblica. Come vi dirà fra poco d. Andrea, nel III secolo, almeno 50 anni prima di Costantino, si era, comunque, già passati dalle domus ecclesiae all’edificazione di vere e propri chiese cristiane.

Costantino con l’editto con cui conferiva la libertà ai cristiani, stabilendo che il cristianesimo era religio licita, non solo permise la costruzione di nuove chiese, ma anzi la finanziò lui stesso. Con la basilica Lateranense, che egli fece costruire, l’imperatore stesso affermò che gli edifici di culto cristiano dovevano avere visibilità pubblica.

Costantino realizzò la basilica in questa zona perché essa era divenuta di sua proprietà, una volta che aveva vinto il suo antagonista Massenzio, nella battaglia di Ponte Milvio. Nella zona del Laterano sorgevano le caserme della guardia imperiale: era stato Settimio Severo ad istituire la cavalleria dei pretoriani a cavallo, gli equites singulares, dando vita a questo corpo per la sicurezza personale dell’imperatore. Fu lui a porre le caserme degli equites in questa zona.

Costantino, sconfitto Massenzio, sciolse il corpo degli equites e livellò queste caserme, facendovi erigere sopra, dai suoi architetti, gli edifici cristiani. La nuova basilica che fu dedicata al Salvatore – solo successivamente prese il nome di S. Giovanni - fu realizzata a partire dall’idea della basilica pagana, ma con un diverso orientamento longitudinale, dato dall’abside, mentre nelle basiliche romane le absidi erano sui lati lunghi e contenevano statue dell’imperatore e di altri personaggi o divinità, ma erano anche luoghi nei quali l’imperatore stesso o qualcuno dei magistrati davano udienza o amministravano la giustizia.

Costantino costruì vicino alla basilica anche il battistero nel quale ci troviamo ed una domus per il vescovo di Roma come residenza. Da quel momento, il modello romano con la presenza di questi tre edifici sarà replicato ovunque e tutte le città avranno i tre luoghi uno vicino all’altro: il luogo di culto, cioè la cattedrale al cui interno è la cattedra del vescovo, il battistero e l’episcopio, la residenza nella quale abita il vescovo.

La basilica ed il battistero costantiniani sono rimasti nel luogo dove sono sorti, mentre ciò che è andato perduto è l’antico episcopio, che dal VII secolo venne chiamato talvolta anche patriarchio. Esso sorgeva dove è ora la Scala Santa ed, in effetti, sono stati riportati alla luce negli scavi sottostanti alcune vestigia, seppur minime, dell’antico patriarchio. La cappella che è in cima alla Scala Santa, detta Sancta Sanctorum, era l’antica cappella privata del pontefice, nella quale erano custodite le reliquie più sante in possesso della chiesa di Roma.

II. Costantino imperatore e la libertà dei cristiani, di Andrea Lonardo

I.1 Il cristianesimo costruisce edifici pubblici di culto ben prima di Costantino

Fino a che non venne costruito questo battistero, a Roma si battezzava nell’acqua corrente del Tevere. È Tertulliano a ricordare questo fatto nel De baptismo, dove afferma:

«Non sussiste alcuna differenza fra chi viene lavato in mare o in uno stagno, in un fiume o in una fonte, in un lago o in una vasca, né c’è alcuna differenza fra coloro che Giovanni battezzò nel Giordano e Pietro nel Tevere, a meno che l’eunuco che Filippo battezzò con l’acqua trovata per caso lungo la strada abbia ottenuto in misura maggiore o minore la salvezza!» (da Tertulliano, De baptismo 2,3).

Invece con questo battistero abbiamo per la prima volta in Roma un luogo in cui si poté celebrare il battesimo con più tranquillità. in un luogo specifico di culto. I papi, come ha già detto Marco Valenti, ebbero qui la loro cattedrale, il battistero della città ed anche la loro residenza, per mille anni dopo Costantino, qui al Laterano, fino al periodo avignonese, non al Vaticano, dove si trasferiranno, di fatto, solo dopo il 1450.

Veniamo ora all’imperatore Costantino. Cercherò di sfatare alcune leggende che circolano intorno alla sua figura [1], per riportarlo ai dati storici, alla sua vera grandezza ed alla sua vera ambiguità.

Innanzitutto, se è vero che in Roma, la basilica Lateranense ed il suo battistero sono le prime grandi costruzioni cristiane, le fonti ci dicono che la chiesa si esprimeva come realtà pubblico già da molto tempo. Non solo perché fin dall’inizio predicava pubblicamente a tutti il vangelo, ma anche perché, fin dagli inizi, iniziò l’utilizzo di luoghi e di edifici conosciuti a tutti ed a tutti visibili. Certamente agli inizi del III secolo – 100 anni prima di Costantino - è documentato il possesso di cimiteri e la costruzione di chiese, anche se più piccole.

Sappiamo che Callisto, allora diacono, venne incaricato da papa Zefirino – siamo negli anni 189-222 - della custodia delle catacombe oggi dette di S. Callisto (lo afferma l’Elenchos IX, 12, 14). Ciò vuol dire che quelle catacombe erano proprietà della Chiesa e che, anche se l’imperatore si pronunciava contro i cristiani e la legge affermava che il cristianesimo era una religio illicita con la conseguenza legale che niente poteva essere posseduto dalla chiesa, di fatto quel cimitero era proprietà dei cristiani.

Proprio nel cimitero di S. Callisto vennero arrestati papa Sisto II con i quattro diaconi e successivamente S. Lorenzo, come abbiamo visto la scorsa volta (vedi su questo al link Basilica di San Lorenzo fuori le mura: San Lorenzo diacono e martire e le persecuzioni di Decio e Valeriano) perché tutti sapevano che quello era il cimitero che apparteneva al papa ed alla chiesa di Roma.

Nel 262, dopo le persecuzioni di Decio e Valeriano, ci fu l’editto di Gallieno, chiamato dagli storici anche “editto di restituzione”, proprio perché Gallieno stabilì che fossero restituite le proprietà ai cristiani, segno che ovviamente dovevano averle. Gallieno non riconobbe pubblicamente il culto cristiano, non dichiarò che il cristianesimo era una religio licita, ma affermando che i beni e le proprietà confiscate ai cristiani dovevano essere loro restituite, di fatto attestò la legittimità della loro pubblica esistenza, ben cinquanta anni prima di Costantino (cfr. Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, VII, 13, 10). A Roma esiste un arco che ricorda questo imperatore vicino a S. Maria Maggiore, a fianco della parrocchia di S. Vito.

Abbiamo anche una famosa attestazione architettonica di queste prime chiese costruite dai cristiani prima dell’editto di Costantino nella chiesa di Dura Europos, nell’odierna Siria. La città di Dura Europos fu abbandonata nel 256, a motivo dell’arrivo dei Persi Sassanidi e, quindi, tutti i suoi monumenti superstiti sono precedenti a quella data. Ebbene, fra di essi, esiste questa famosa chiesa cristiana, ricoperta di affreschi di quel periodo che ci attesta che i cristiani cominciavano a costruire le loro prime chiese. Dura Europos custodisce, fra l’altro, un altro edificio straordinario: una sinagoga completamente affrescata con storie bibliche, con la raffigurazione esplicita della mano di Dio che interviene nella storia, segno che il comando di non raffigurare Dio era interpretato a quel tempo in maniera diversa da come venne interpretato dall’ebraismo successivo (anche molte sinagoghe in Israele di età bizantina hanno rappresentazioni delle storie bibliche ed anche della “mano” di Dio stesso). La chiesa di Dura Europos potrebbe essere ancora considerata, per certi aspetti, una domus ecclesiae, ma è già un edificio totalmente dedicato al culto cristiano e comprende anche un battistero annesso.

Oltre quest’unica attestazione archeologica di Dura Europos, abbiamo le fonti letterarie che confermano l’esistenza di chiese e non solo di domus ecclesiae prima di Costantino.

Ne parla Eusebio di Cesarea che racconta come l’imperatore Aureliano (270-275), quando il vescovo scismatico Paolo di Antiochia fu dichiarato deposto, assegnò la chiesa che era sede del vescovo antiocheno a Domno, vescovo cattolico (Storia ecclesiastica, VII, 30, 19). Si noti di nuovo il paradosso: il cristianesimo non dovrebbe esistere pubblicamente, ma l’imperatore interviene nell’assegnazione di chiese

Anche i documenti africani relativi alla persecuzioni d Diocleziano attestano che ad Abthugni (oggi in Tunisia) e Cirta (nell’antica Numidia, oggi in Algeria) c’erano già, prima del 303, delle basilicae cristiane.

Nella stessa Roma - riferisce Ottato di Milevi - quando vi arrivò dall’Africa Vittore, primo vescovo scismatico donatista inviato a Roma tra il 314 ed il 320, quest’ultimo non aveva nessuna basilica nella quale riunire i fedeli, mentre la chiesa cattolica ne aveva ben quaranta (De schismate donatistarum o Contra Parmenianum Donatistam, II, 4, tradotto in italiano con il titolo La vera chiesa, Città nuova)!

Nell’opera di Lattanzio Come muoiono i persecutori, XII, 1-5, si afferma addirittura che, al momento dello scatenarsi della persecuzione di Diocleziano nel 303, esisteva già da tempo una chiesa che era visibile dal palazzo imperiale di Nicomedia, oggi İzmit in Turchia, segno che la presenza di questi edifici cristiani era un fatto ormai normale.

Così scrive Lattanzio, descrivendo la decisione dell’imperatore di dare inizio alla persecuzione anti-cristiana proprio a partire dalla distruzione di questa chiesa:

«Si cerca il giorno adatto e favorevole per porre in atto il piano: la scelta cade sulla festa dei Terminali, il 23 febbraio, giudicata la data più adatta per mettere fine alla nostra religione. È stato quello il primo giorno di morte, e il principio delle sciagure che capitarono a noi stessi e al mondo. Alle prime luci dell'alba [...] improvvisamente alla luce ancora incerta [del primo mattino] il prefetto si presenta alla chiesa con ufficiali, tribuni e funzionari delle finanze. Scardinano le porte e cercano la statua di un dio; trovate le Scritture, le bruciano; ognuno può prendere quello che vuole: si rapina, è il panico, tutto sottosopra. I principi [Diocleziano e Galerio] intanto osservavano quello che succedeva (la chiesa infatti appariva in alto rispetto al palazzo) e non facevano altro che discutere se era meglio darle fuoco. Prevalse il parere di Diocleziano, che temeva che un grande incendio potesse bruciare pure una parte della città, dato che tutt’intorno [alla chiesa] c'erano molte case grosse. Allora arrivarono i Pretoriani in formazione da combattimento; furono mandati in tutti i punti [dell'edificio], e con asce e altri arnesi di ferro rasero al suolo in poche ore quel tempio così rinomato».

Insisto su questi dati per sottolineare che è completamente errato affermare che fu Costantino a strutturare il cristianesimo con edifici e luoghi di culto e che, senza di lui, questo non sarebbe avvenuto. È vero, invece, proprio l’opposto: il cristianesimo tende, per sua natura, a divenire visibile, a dotarsi di edifici di incontro e di culto e ad averne il possesso, semplicemente perché la fede non è un fatto privato, ma un evento comunitario. Infatti, come abbiamo visto, questa tendenza esiste già prima di Costantino, esiste già al tempo delle persecuzioni: i cristiani costruiscono chiese perché esse sono utili alla vita della comunità. Non avevano, quindi, alcuna remora ad erigerle.

Anzi, non solo non le vedevano come realtà anti-evangeliche, ma l’edificazione ed il possesso di questi luoghi ed edifici - dai cimiteri alle domus ecclesiae, alle chiese vere e proprie - dovevano essere avvertiti dai cristiani del tempo delle persecuzioni come un anelito e, soprattutto, come un fatto in profonda consonanza con il vangelo, perché permetteva ai cristiani di esprimersi e di comunicare la fede ai pagani.

Come ha affermato molto correttamente il teologo F. Boespflug (in un’intervista rilasciata a Daniele Zappalà, su Avvenire del 4 dicembre 2008), rispondendo alla domanda da dove nascesse l’amore della chiesa per l’architettura e le immagini:

«Non ho mai creduto alla teoria del bisogno, fondata su un'opposizione fra autorità e fedeli. Ovvero, a un bisogno d'immagini rivendicato dal popolo dei fedeli e al quale le autorità ecclesiastiche dovettero cedere. Di fatto, sono numerosi gli esempi di grandi vescovi teologi che ebbero il gusto delle immagini. Credo molto più a ciò che definirei il dinamismo espressivo delle forti intuizioni. Una religione vissuta in modo intenso da una civiltà deve essere espressa. E dopo le parole, il cristianesimo ha conquistato in modo logico altri registri espressivi, dalle arti plastiche al teatro, dalla musica alla letteratura. Hanno poi influito fattori più specifici, come la riflessione su certi passaggi evangelici, in particolare di Giovanni, in cui Gesù impiega il verbo "vedere"».

Insomma, capite che sto contestando quel luogo comune che vede in questo desiderio della chiesa di avere dei luoghi di culto l’inizio di una decadenza, quasi che la preoccupazione per il rito fosse contraria alla fede cristiana.

La fede cristiana, invece, è certamente una realtà che tocca il cuore, ma è anche un evento pubblico, che desidera, per sua stessa natura, comunicarsi. E ciò che è vero a livello teologico lo vediamo anche realizzarsi storicamente, in questo progressivo strutturarsi della Chiesa ben prima della svolta costantiniana.

II.2 Il cristianesimo comprende martiri e deboli nella fede, già prima di Costantino

Un ulteriore mito da sfatare è quello di una chiesa che sarebbe stata composta di santi e martiri prima di Costantino ed invece piena di persone fattesi cristiane per convenienza dopo di lui. Vedremo nel prosieguo del nostro corso la santità di tanti credenti dopo Costantino, ma ora voglio sottolineare come la chiesa fosse fatta di povera gente già prima di lui, fin dagli inizi.

Sappiamo che nelle diverse persecuzioni che precedettero la svolta costantiniana, ci furono sempre molti lapsi, come abbiamo visto nell’epistolario di S. Cipriano; e sentiamo così vicine a noi queste persone che, purtroppo, non ebbero il coraggio del martirio. Eppure la chiesa li sentì come appartenenti a sé, come figli e fratelli da tenere nel proprio seno, rifiutando le posizioni dei rigoristi che volevano nella chiesa solo cristiani di grandi convinzioni.

L’anno scorso abbiamo visto come nel famoso rescritto di Plinio a Traiano si parli di persone che avevano apostatato dalla fede, per paura delle persecuzioni. Così dice Plinio, parlando di loro all’imperatore: «Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani, ma subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni persino da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e i simulacri degli dei, e imprecarono contro Cristo». Intorno all’anno 110, cioè, c’erano persone che già 20 anni prima, quindi intorno all’anno 90, avevano rinnegato la fede!

Questo fa capire che sempre è esistito il peccato fra i cristiani e che se tutti dovrebbero avere il coraggio di morire per il Signore, quando poi si tratta di farlo non tutti ne hanno la forza. Già nel NT vediamo gli apostoli discutere su chi è il più grande, vediamo il rinnegamento di Pietro ed il tradimento di Giuda, troviamo Anania e Saffira, incontriamo Giovani che parla dei “falsi fratelli” e così via. Tutto questo per dire che sia prima sia dopo Costantino si trovarono insieme nella chiesa, come sempre è stato e sempre sarà, persone molto mature e coraggiose nella fede e persone che erano sì interessate al cristianesimo, lo preferivano al paganesimo, ma non avevano poi la forza di seguire l’insegnamento di Gesù fino in fondo.

Questa è la grandezza del cristianesimo, anche se, all’apparenza, tutto questo crea problema: è una religione di popolo, non è una religione elitaria. La chiesa è sempre stata composta di bambini, di ragazzi, di famiglie, di donne, di uomini, di vecchi, di poveri, di ricchi e si è diffusa proprio perché la fede è stata offerta a tutti: la Chiesa è di tutti [2].

Con la diffusione del cristianesimo, si assiste ad una decadenza progressiva del paganesimo con una adesione di molti al vangelo, anche se non sempre questi divenivano dei “perfetti”. Per chi studia con attenzione le fonti, è evidente che ben prima di Costantino – fin dall’inizio del cristianesimo! – si battezzavano famiglie intere, si battezzavano i bambini e non solo gli adulti maturi. Era tutto un popolo, fatto di santi e peccatori che diveniva pian piano cristiano.

Ovviamente con Costantino questo processo si intensificò. Ad esempio, Eusebio di Cesarea racconta, nella Vita di Costantino IV 39,1-2, che, dopo che nella città fenicia di Costantina gli «abitanti dettero alle fiamme i loro numerosissimi idoli, anche nelle altre province, tanto nelle campagne che nelle città, si contavano a migliaia le persone che spontaneamente si convertivano alla dottrina salvifica». Nonostante l’enfasi di Eusebio, che va sempre messa in conto, certamente egli descrive un fenomeno che dovette verificarsi.

Ma anche qui con una sfumatura diversa rispetto a quello che si potrebbe pensare a prima vista. Se certamente aumentarono i battesimi, si deve anche notare che aumentarono, soprattutto, le iscrizioni al catecumenato, senza che si giungesse al battesimo se non in punto di morte. Infatti, le persone sapevano che il battesimo richiedeva un cammino di conversione e preferivano, rimandarla, pur essendo entrati, in qualche modo, nella fede cristiana, essendosi iscritti come catecumeni. È noto che un catecumeno ha già compiuto un primo passo di ingresso nella chiesa e, anche oggi, ad esempio, se muore prima del battesimo, le sue esequie vengono celebrate in chiesa.

Le file dei catecumeni dovettero così ingrossarsi dopo la svolta costantiniana e così si spiegano le vite di Ambrogio di Agostino, di Paolino di Nola, di Gregorio di Nazianzo che erano catecumeni fin da piccoli, ma non erano ancora giunti al battesimo da adulti. Con Ambrogio ed Agostino, però, siamo già alcuni decenni dopo Costantino. Un altro caso famoso è quello del praefectus urbis Giunio Basso che morì nel 359, quindi solo pochi anni dopo Costantino. Il suo bellissimo sarcofago, custodito nel Museo della Basilica Vaticana, ricorda che egli morì neofitus, cioè “neofita”, appena battezzato. Probabilmente, quindi, dopo essere stato chissà per quanti anni catecumeno, solo in punto di morte, esattamente come Costantino, decise di ricevere il battesimo.

Con questo mi sembra evidente che dividere in maniera troppo netta il periodo pre e quello post-costantiniano come se il primo si stato un periodo splendido ed il secondo uno caratterizzato da un “cristianesimo di comodo” è assolutamente fuorviante e non aiuta invece a vedere come sempre, nella chiesa, sia prima sia dopo Costantino abbiano convissuto giusti e peccatori, chiamati a camminare insieme.

II.3 La grande persecuzione di Diocleziano

Avviciniamo ora al tempo di Costantino vero e proprio. Ai quarant’anni che seguirono la fine delle persecuzioni di Decio e Valeriano - anni che vengono chiamati dagli studiosi la “piccola pace della chiesa” – seguì l’ultima grande persecuzione del periodo romano, quella di Diocleziano.

Diocleziano era originario di Spalato. Ancora oggi il centro storico di Spalato (Split in croato) è costruito sui resti del suo palazzo imperiale e la cattedrale della città ricalca l’andamento dell’edificio che egli si era preparato a propria sepoltura.

Diocleziano fu il fondatore della tetrarchia: egli, cioè, divise l’impero in quattro parti e le assegnò a due Augusti e a due Cesari (gli Augusti avevano un’autorità superiore ai Cesari ed i Cesari dovevano poi succedere al trono agli Augusti, nominando a loro volta due nuovi Cesari per conservare così il meccanismo di successione).

Diocleziano divenne così Augusto d’oriente e Massimiano fu Augusto d’occidente. Massimiano ebbe in occidente Costanzo Cloro, padre di Costantino, come Cesare, mentre Diocleziano scelse Galerio come Cesare d’oriente. Galerio fu poi, fra i quattro, il persecutore più terribile dei cristiani (fra le sue opere più note superstiti è possibile ancora oggi visitare in Grecia il famoso arco trionfale di Tessalonica).

La rappresentazione più famosa dei quattro tetrarchi è una scultura in basalto nero, oggi incastonata nel Palazzo Ducale di Venezia, vicino a S. Marco, dove fu portata da Costantinopoli: è la raffigurazione ideale dell’idea di impero che aveva Diocleziano.

Diocleziano, dopo un primo momento in cui sembrò vicino al cristianesimo, scatenò, invece, una durissima persecuzione con quattro editti successivi.

Con il primo editto, del 303 - era stato preceduto da un editto anti-manicheo - decretò la confisca e la successiva distruzione dei luoghi di culto cristiani, stabilì che le Sacre Scritture fossero date alle fiamme e che tutti i cristiani fossero espulsi dai pubblici incarichi ed inibiti dal compiere atti giudiziari. La persecuzioni iniziò proprio con la distruzione della chiesa che era visibile dal palazzo imperiale di Nicomedia, come si è già detto.

Con i tre editti successivi la persecuzione si inasprì, finché si giunge alle misure estreme, ordinando l’uccisione dei cristiani. Si deve rilevare, però, che, a motivo dell’esistenza dei quattro tetrarchi gli editti vennero eseguiti in maniera differente.

È noto dalle fonti che in Gallia ed Inghilterra, dove il potere era esercitato da Costanzo Cloro, di fatto non ci alcuna persecuzione, mentre in oriente, dove governavano Diocleziano e Galerio, la persecuzione fu molto violenta. A Roma si ebbero degli episodi, ma non in forma così dura come in oriente.

Molti dei santi martiri di cui conosciamo i nomi vennero martirizzati proprio nel corso della persecuzione di Diocleziano. Famosi sono i martiri di Abitene. Sorpresi mentre celebravano l’eucarestia, ai soldati che chiedevano come mai stessero contravvenendo all’ordine dell’imperatore che comminava la morte a chi celebrava la liturgia, risposero: “Sine dominico non possumus - cioè: “Non possiamo vivere senza celebrare la domenica”. Possiamo poi ricordare i nomi di S. Sebastiano e S. Pancrazio a Roma, S. Gennaro a Napoli, S. Lucia in Sicilia, S. Vincenzo di Saragozza in Spagna, Santa Giustina a Padova, e poi ancora S. Agnese, S. Cordula, i Santi Nazareno e Celso, S. Saturnino, i Santi Marcellino e Pietro, S. Vittorino, Sant’Eufemia, i Santi Cosma e Damiano, i Santi Quattro Coronati e così via.

Merita una menzione particolare anche S. Massimiliano, un martire che fece obiezione di coscienza piena al servizio militare. Massimiliano non solo si rifiutò di adorare gli idoli, ma si rifiutò espressamente di prestare servizio militare, anche se gli fosse stata evitata la venerazione degli imperatori e degli dèi pagani.

Gli studiosi pensano che Massimiliano appartenesse ad un gruppo cristiano rigorista, perché a quel tempo molti cristiani già prestavano servizio nell’esercito romano, senza vedervi un’incompatibilità con la fede.

Succede la stessa cosa oggi, quando la chiesa apprezza un pacifismo assoluto, ma riconosce anche che non è un peccato, anzi è una necessità, che ci siano le forze armate, la polizia, l’esercito, ponendo però delle condizioni all’uso della loro forza armata. Se l’esercito o la polizia vengono usati per la difesa e non per l’offesa, non sono da rifiutare a priori, anzi se ne può apprezzare il loro servizio e si può collaborare con essi.

Massimiliano doveva appartenere ad una tendenza presente nel cristianesimo antico che affermava essere contrario al vangelo utilizzare le armi tout court, fosse stato pure solo in chiave difensiva, per salvare dalla morte dei bambini e la popolazione civile. Infatti, a Cartagine, dinanzi al proconsole che gli domandava di essere misurato con lo statimetro e gli chiedeva le generalità, egli rispose: «Perché vuoi sapere il mio nome? A me non è lecito prestare il servizio militare, dato che sono cristiano». Potete leggere i resoconti del suo interrogatorio nell’antologia che vi è stata distribuita. Massimiliano restò fermo nel suo proposito anche quando il proconsole gli disse: «Nella guardia d’onore dei nostri imperatori Diocleziano e Massimiano, Costanzo e Massimo (Galerio), vi sono soldati cristiani e fanno il soldato». Venne allora martirizzato con la decapitazione.

La persecuzione trovò molti cristiani pronti al martirio, ma anche molti che cedettero per paura ed apostatarono dalla fede, proprio come era avvenuto nelle persecuzioni precedenti. Come ai tempi di Decio e Valeriano, si verificò una divisione fra convinti e deboli. Molti cedettero dinanzi alla persecuzione, mentre molti resistettero. E nell’una e nell’altra schiera ci furono catechisti, preti, vescovi, donne, vergini, vedove, diaconi e così via.

La polemica contro i lapsi si acuì di nuovo e Donato ne divenne il capofila. Si fece eleggere “antivescovo” di Cartagine, in opposizione al vescovo cattolico che, come ai tempi di Cipriano, era favorevole alla riammissione dei lapsi, mentre Donato diceva che questa era contro il vangelo e, quindi, impossibile.

Da Donato prese nome l’eresia “donatista” che durerà per 150 anni, invocando una chiesa di “puri”, di “perfetti”, di persone non contaminatesi con peccati gravi dopo l’adesione a Cristo. La grande chiesa, invece, pur riconoscendo la gravità di peccati come l’apostasia, l’adulterio, l’omicidio, continuerà a sostenere l’esistenza della penitenza, della possibilità di essere riammessi alla comunione tramite il perdono. La chiesa, contro i donatisti, continuerà così ad affermare che ogni battezzato, anche se gravemente colpevole, continua ad essere figlio di Dio e deve essere amato, accompagnato, perché comprenda il peccato ed arrivi a chiedere il perdono.

II.4 Costantino imperatore

In questo contesto emerse la figura di Costantino imperatore. Egli era figlio di Costanzo Cloro, Cesare d’occidente - e, quindi, comandante degli eserciti di stanza in Gallia ed Inghilterra - e di Elena. Alcuni autori inglesi sostengono che Elena fosse originaria dell’Inghilterra, mentre proveniva sicuramente dalla Bitinia. All’inizio, fu solo concubina di Costanzo Cloro, che poi la allontanò per sposare la figliastra dell’augusto Massimiano.

Nel 305 Diocleziano abdicò e Costanzo Cloro e Galerio da Cesari divennero Augusti. Furono nominati Cesari Costantino e Massimino Daia, perché nel frattempo era intervenuta l’usurpazione di Massenzio, a motivo anche di trame ordite da Massimiano, suo padre, che era stato Augusto. Nel 306 Costantino richiamò la madre presso la propria corte, dove ricevette gli onori di Augusta.

Con una serie successiva di campagne Costantino, che, alla morte del padre, da Cesare si era proclamato Augusto, sconfisse prima Massimiano a Marsiglia nel 310 e scese poi verso Roma, dove sconfisse l’usurpatore Massenzio nella famosa battaglia di Ponte Milvio.

Sulla via Flaminia, uscendo da Roma - sul lato destro della strada - si erge ancora un antico arco che è detto Arco di Costantino a Malborghetto: è un bellissimo arco in mattoni, che era probabilmente in antico rivestito di marmi e venne poi murato nel medioevo per utilizzarlo come un fortilizio alle porte di Roma.

Quell’arco segna probabilmente il luogo dove Costantino si accampò con il suo esercito prima di dare l’assalto definitivo a Massenzio che era barricato dentro le mura di Roma. Le fonti dicono che l’usurpatore commise l’errore di uscire dall’urbe, di attraversare Ponte Milvio e di attaccare battaglia in campo aperto. I suoi soldati furono respinti indietro come in un imbuto, nella rotta per riattraversare il Tevere e rientrare nelle mura. Nella ritirata, Massenzio annegò nel fiume, ma il suo corpo venne ritrovato e Costantino, nel corso del corteo trionfale con il quale attraversò la città da vincitore, lo fece esporre con la testa tagliata, perché i romani con lazzi, offese e sputi disonorassero il tiranno di Roma che era stato sconfitto [3].

Se questi fatti sono storicamente certi, dibattuta è la famosa visione che l’imperatore ebbe nel suo accampamento – possiamo immaginare l’episodio dove è ora l’arco di Malborghetto - con la quale le fonti vogliono che gli venisse rivelata la certezza della vittoria “nel nome della croce”.

Gli studi moderni hanno, da un lato, provato che il racconto di quell’episodio è stato via via colorito ed accresciuto di particolari - la battaglia si svolse il 29 ottobre 312 - ma, d’altra parte, hanno confermato, come vedremo, che in quella campagna Costantino dovette prendere decisioni che saranno decisive nello svolgimento degli eventi e che egli attribuì ad una ispirazione divina.

Della visione di Costantino ci parlano le fonti cristiane (Lattanzio nello scritto Come muoiono i persecutori ed Eusebio nei diversi scritti che compose in elogio dell’imperatore), ma anche diverse fonti pagane (in particolare, i panegirici imperiali, cioè quei pubblici elogi che i retori pronunciavano in pubblico, per festeggiare l’imperatore).

È Lattanzio, chiamato a Treviri ad essere precettore del figlio di Costantino, Crispo, a scrivere per primo negli anni 318-321 che Costantino fu avvertito in sogno di incidere sugli scudi il segno delle lettere greche chi e rho (le prime due lettere della parola Christòs) che da allora fu chiamato “monogramma costantiniano”. Lattanzio lo chiama il caeleste signum Dei.

Prima di lui, Eusebio, nella Storia ecclesiastica (composta negli anni 312-317, anche se poi ritoccata nel 323/324), aveva invece riferito più semplicemente di una preghiera fatta da Costantino, prima della battaglia, “a Dio ed al suo Verbo, che è Gesù Cristo, il Salvatore di tutti”. Secondo questo scritto Costantino, dopo la vittoria, aveva fatto collocare il trofeo della “passione salvifica”, cioè la croce, nelle mani di una statua che lo raffigurava e che egli aveva fatto erigere in Roma.

Nelle opere di Eusebio il riferimento alla croce era poi divenuto sempre più evidente. Nel Panegirico per Costantino del 335 aveva affermato che mentre i nemici di Costatino combattevano “confidando nella moltitudine dei loro dèi” e portando “davanti a loro gli idoli, in simulacri senz’anima, quali cadaveri in vita”, l’imperatore aveva loro contrapposto “il segno che dà la salvezza e la vita”.

Nella Vita di Costantino, poi, pubblicata postuma poco dopo la morte di Eusebio avvenuta tra il 337 ed il 340, il racconto della visione di Costantino aveva assunto la forma definitiva che conosciamo: in una prima visione, al tramonto del sole, apparve a Costantino una croce con la famosa iscrizione “in hoc signo vinces” (naturalmente in greco), successivamente, nella notte, l’imperatore aveva visto Cristo stesso che gli era apparso, chiedendogli di erigere un labaro con l’insegna che aveva visto nella precedente visione.

Eppure queste diverse versioni dell’accaduto non possono essere semplicemente attribuite ad autori cristiani per esaltare la figura di un imperatore che si voleva pienamente cristiano. Infatti, le fonti pagane, pur differenti da questi racconti, sottolineano che un cambiamento era avvenuto nell’imperatore che, fino a quel momento, aveva venerato il dio solare, secondo la fede che era stata già di suo padre Costanzo Cloro.

Infatti, nel Panegirico per Costantino, scritto a Treviri da un anonimo panegirista pagano (scritto quindi alcuni anni prima dei testi di Lattanzio ed Eusebio) si legge così (dal Panegirico di anonimo per Costantino, figlio di Costanzo, Treviri, 313 d.C.; da Panegirici latini, D. Lassandro – G. Micunco, a cura di, UTET, Torino, 2000, pp. 288-293; 313-315; 323-325):

«[3, 4] Quale dio mai, quale divina potenza a te tanto vicina ti mosse, sicché, mentre quasi tutti i tuoi compagni e generali non solo borbottavano sotto voce, ma anche apertamente mostravano timore, mentre i consigli degli uomini ti erano contro, e ti erano contro i moniti degli aruspici, tu solo invece, da te stesso, sentivi che era venuto il tempo di liberare Roma? [5] Tu hai, certo, o Costantino, qualche misterioso rapporto con quella mente divina che delega a divinità minori il compito di prendersi cura di noi, e a te solo si degna di mostrarsi direttamente. D'altra parte, o fortissimo imperatore, anche così, dopo che, cioè, hai vinto, ci devi una spiegazione.
[4, 1] ...Chi ti ha dato consiglio se non la potenza di un dio? [2] O era proprio la tua mente (ed è, infatti, un dio la provvidenza che è in ciascuno di noi) a guidarti? E il tuo pensiero era che, in un confronto così diseguale, non poteva non trionfare la causa migliore e che, per quanto quello potesse mettere innanzi a sé truppe senza numero, tu avevi, però, dalla tua la Giustizia
».

Ed il testo conclude poi:

« [26,1] Per tutto questo a te rivolgiamo la nostra preghiera, sommo creatore del mondo, che hai tanti nomi quante hai voluto che fossero le lingue dei popoli (né possiamo sapere con quale nome tu preferisca essere chiamato), o che tu sia una forza e una mente divina che, sparsa per il mondo, ti confondi con tutti gli elementi e ti muovi da te stessa, senza l'intervento di forze esterne, o che tu sia una qualche potenza al di sopra di tutti i cieli, che guardi questa tua opera da una più alta rocca dell'universo: a te, ripeto, rivolgiamo la nostra preghiera; e ti chiediamo di conservarci questo nostro principe per tutti i secoli».

Nella lode sperticata che il panegirista pagano fa dell’imperatore egli viene messo in rapporto ad una divinità superiore che lo portò alla vittoria. Divinità minori sono qui chiaramente quelle venerate dagli aruspici, di tradizione etrusca, che facevano i vaticini per gli imperatori precedenti. Non si specifica qui, però, assolutamente quale fosse questa divinità che aveva aiutato Costantino.

Anche nella famosa iscrizione che decora l’Arco di Costantino, vicino il Colosseo - l’Arco fu eretto nel 315 per celebrare la vittoria contro Massenzio - è ancora oggi possibile leggere qualcosa di simile. L’iscrizione recita: «All’imperatore Cesare Flavio Costantino Massimo, Pio, Felice, Augusto, il Senato e il popolo romano, poiché per ispirazione della divinità e per la grandezza del suo spirito con il suo esercito vendicò ad un tempo lo stato su un tiranno e su tutta la sua fazione con giuste armi, dedicarono questo arco insigne per trionfi» [4].

Si noti che qui si afferma che l’imperatore venne guidato instictu divinitatis, cioè “dall’ispirazione della divinità”. Anche qui non si parla esplicitamente del cristianesimo, ma si afferma che la divinità – al singolare – illuminò l’imperatore nella conduzione della battaglia.

Non dobbiamo leggere queste affermazioni con occhi moderni. C’era, certamente, anche un intento propagandistico, ma gli uomini del tempo erano veramente convinti che gli dèi guidassero il corso degli eventi ed, in questa prospettiva, nell’Arco si volle scrivere che la vittoria di Costantino avvenne a motivo di una qualche guida divina.

Un ulteriore elemento che gli studi moderni valorizzano per comprendere quanto avvenne dopo la battaglia è la constatazione che Costantino viene criticato dalle fonti pagane per non essere salito al Campidoglio per venerare, secondo la tradizione, gli dèi di Roma, la triade capitolina, il cui Tempio si ergeva appunto sul Campidoglio. Egli si ritirò, invece, rapidamente, dopo il trionfo, nel palazzo imperiale del Palatino.

La rapidità del corteo è attestata ancora dal Panegirista del 313 che afferma: « [19,2] Felici quelli che ti potevano vedere da vicino, mentre quelli che si trovavano più distanti gridavano il tuo nome; e una volta che eri passato, chi ti aveva visto era dispiaciuto per il posto che aveva occupato. Volta per volta tutti, da una parte cercavano di avvicinarsi, dall'altra di venirti dietro; una folla innumerevole faceva a gara per vederti e ondeggiava per le spinte che venivano da varie direzioni; e ci si meravigliava che tanti uomini fossero sopravvissuti a quei sei folli anni di calamità. [3] Alcuni ebbero anche l'ardire di chiederti di fermarti ancora e di lamentarsi che così rapidamente tu fossi giunto al palazzo e, una volta entrato, di seguirti non solo con gli occhi, ma di fare quasi irruzione oltre la sacra soglia».

Un ulteriore elemento tratto da un’altra fonte pagana viene a confermare come i contemporanei di Costantino avessero colto in lui un mutamento di orientamento religioso. Lo storico Zosimo, che scrive alla metà del IV secolo, al tempo di Giuliano l’Apostata, sposta successivamente, senza però contestare le fonti precedenti, la “conversione” di Costantino, e precisamente dopo il 326, dopo che l’imperatore aveva fatto uccidere la moglie Fausta ed il figlio Crispo, accusandoli di preparare una rivolta contro di lui e di una relazione amorosa. Zosimo racconta:

«seguiva ancora i riti patri, non per ossequio ma per convenienza... Consapevole di quanto aveva fatto [...], si recò dai sacerdoti [evidentemente dai sacerdoti pagani] a chiedere sacrifici che ne espiassero le colpe. Poiché costoro gli dissero che nessun tipo di espiazione poteva purificarlo da simili empietà, allora un Egizio giunto a Roma dall'Iberia e divenuto intimo delle donne di corte, incontratosi con Costantino, affermò che il credo dei cristiani cancellava ogni colpa e comportava questa promessa: che gli empi, una volta cambiata fede, fossero liberati da ogni colpa. Accolte le sue parole, distaccatosi dai riti patri e partecipando a quelli di cui l'Egizio l'aveva fatto partecipe, intraprese la via dell'empietà [...]. Quando poi sopravvenne la festa patria, durante la quale era necessario che l'esercito salisse al Campidoglio e compisse i riti consueti, Costantino per paura dei soldati partecipò alla festa, ma quando l'Egizio gli mandò contro una visione che biasimava senza riserve l'ascesa al Campidoglio, si tenne lontano dalla sacra cerimonia e cadde in odio al senato e al popolo» (Zosimo, Storia nuova II,29).

L’egiziano giunto a Roma dall’Iberia era evidentemente il vescovo Ossio di Cordova, che fu poi il delegato del papa al concilio di Nicea. È evidente che Zosimo è uno storico pagano e, sulla scia di Giuliano, scrive contro Costantino e contro la sua politica di favore verso i cristiani.

Proviamo a riassumere tutti i dati che abbiamo raccolto con la sintesi che ci fornisce una storica moderna: «in primo luogo sia la versione cristiana sia quella pagana confutano alcune ipotesi moderne secondo cui la conversione non sarebbe rinvenibile nelle fonti; in secondo luogo dimostrano che, in positivo e in negativo, era stato avvertito nella società dell'epoca un cambiamento nell'orientamento religioso dell'imperatore» [5].

Vedremo subito come questo cambiamento sia evidente anche a livello legislativo. I contemporanei, insomma, e non solo i cristiani, avvertirono un forte mutamento nella vita dell’imperatore e, di conseguenza, nel tenore della sua politica.

Gli studi moderni, ormai pienamente consapevoli di questo, si orientano a vedere l’adesione dell’imperatore al cristianesimo come un evento graduale. Egli, che già per tradizione familiare aveva abbandonato la fede negli aruspici e nelle divinità pagane romane per aderire al dio solare, solo progressivamente aderì pienamente al cristianesimo.

Costantino dovette divenire progressivamente consapevole che la nuova fede era in continuità con ciò che già aveva professato ed, anzi, portava a compimento le aspirazioni religiose nelle quali era cresciuto.

È noto infine che l’adesione piena di Costantino alla fede cristiana avvenne solamente in punto di morte, quando egli ricevette il battesimo da Eusebio di Nicomedia, nel 337. Nel periodo precedente, se egli sostenne apertamente la chiesa ed i cristiani, come subito vedremo, non si schierò mai, però, apertamente contro il paganesimo. Sappiamo, ad esempio, che a Costantinopoli fece erigere anche due templi pagani, che a Spello fece erigere un Tempio alla gens Flavia, cioè alla propria famiglia divinizzata, come risulta da un’iscrizione, che volle sempre tenere in onore i senatori che erano in massima parte ancora di tendenze paganeggianti.

II.5 L’Editto di libertà

Questo progredire delle sue convinzioni in campo religioso appare evidente dalle concrete scelte che fece in materia religiosa a livello legislativo. Cosa fece concretamente? Quali furono gli atti che lo portarono a concretizzare questa sua scelta di campo che non fu immediata ma progressiva e problematica?

Il documento più importante in materia che si è conservato è il cosiddetto Editto di Milano, firmato congiuntamente da Costantino e Licinio nel 313 (Licinio era, in quel momento, l’Augusto d’oriente). Ne è rimasta la versione inviata al governatore della Bitinia, nell’odierna Turchia.

Il testo recita così:

«Essendo felicemente convenuti a Milano Noi, Costantino e Licinio Augusti, e trattando tutto ciò che riguarda il bene e la sicurezza dello Stato, tra le cose che pensavamo avrebbero giovato alla maggioranza degli uomini, abbiamo deciso di stabilire prima di tutto quelle che riguardano la religione, in modo di dare ai cristiani e a tutti la libera facoltà di seguire la religione preferita, affinché la Divinità che risiede nei cieli – qualunque essa sia – possa concedere pace e prosperità a Noi e a tutti i nostri sudditi. Abbiamo pensato che con giusto e ragionevolissimo principio si dovesse decidere di non negare a nessuno, che segua la religione cristiana o un’altra per lui migliore, tale libertà, così che la Suprema Divinità, che liberamente veneriamo, in tutto possa accordarci il Suo consueto favore e benevolenza. Conviene dunque che la tua Eccellenza sappia che abbiamo deciso di abolire ogni restrizione, che ti sia stata affidata per iscritto sui cristiani, ed ogni provvedimento ostile e contrario alla Nostra clemenza e che d’ora in poi tutti quelli che vogliono osservare la medesima religione cristiana possano farlo con perfetta tranquillità e serenità» (dalla Lettera degli imperatori Costantino e Licinio al governatore della Bitinia, tradizionalmente chiamata Editto di Milano, del 313, in Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, X,5,4-14 e in Lattanzio, Sulla morte dei persecutori, XLVIII,2-12).

Si noti subito che il testo non si limita a dichiarare la libertà dei cristiani, ma afferma la libertà di coscienza nel seguire la religione che si crede. Anche da questo punto di vista il documento rappresenta una novità assoluta nella storia dell’impero romano e nella storia della civiltà più in generale.

Si deve notare anche che i cristiani sono nominati per primi. Tutti sono liberi di seguire le divinità che preferiscono, ma i cristiani vengono posti al primo posto e sono gli unici dei quali appare esplicitamente il nome. A differenza di quello che comunemente si afferma, Costantino non perseguitò assolutamente i pagani (ciò avvenne con gli imperatori successivi e vedremo successivamente più precisamente in che termini, anche qui differenti dalla vulgata abituale). L’unica legge emanata da Costantino nei confronti di altri culti fu il divieto di praticare l’aruspicina e la magia.

Si può immaginare la gioia che dovettero provare i cristiani, che uscivano dalla terribile persecuzione di Diocleziano. L’Editto di Milano continua affermando: «Abbiamo deciso di abolire ogni restrizione… Ordiniamo ancora che chi ha acquistato tempo addietro dal fisco o da qualche privato i luoghi medesimi, nei quali i cristiani usavano adunarsi – per i quali si diede specifica procedura in precedenti documenti -, li restituisca ai cristiani senza indugio e senza equivoco… e poiché si sa che i cristiani non possedevano soltanto i luoghi di convegno, ma anche altri spettanti alle autorità, non proprietà privata, ma delle chiese, tutto ciò comprendiamo sia ridato… che il divino favore a noi vicino e da noi sperimentato in tante difficili imprese, continui sempre ad assisterci».

Il testo afferma qui che esisteva già una vera e propria proprietà della chiesa in quanto tale, che esistevano cioè edifici non di privati, come le domus ecclesiae, ma appartenenti alla comunità in quanto tale e, probabilmente, gestiti sotto la responsabilità del vescovo. La chiesa era già di fatto, anche se non di diritto, prima di Costantino una “persona giuridica”.

L’Editto è firmato insieme da Costantino e Licinio, ma successivamente, negli anni 324-326, Costantino sconfisse anche Licinio in oriente e divenne unico Augusto, senza più rivali.

II.6 Il cristianesimo non era ancora maggioranza

Gli studi moderni hanno dimostrato che la decisione con la quale Costantino dette la libertà ai cristiani non fu per niente, a quel tempo, una scelta ovvia.

Il cristianesimo, infatti, a differenza di quello che comunemente si pensa, non era ancora maggioranza in tutto l’impero. Probabilmente il cristianesimo era già maggioritario in Siria ed Egitto (così afferma il Mazzarino), probabilmente anche in Africa, ma non lo era certamente in occidente ed, in particolare, a Roma. Il senato, in particolare, era saldamente ancorato alle antiche tradizioni romane che erano chiaramente di stampo pagano.

Qualcuno arriva ad ipotizzare che i cristiani fossero, al tempo della svolta costantiniana, il 40% circa del totale della popolazione dell’impero. Questa enorme crescita numerica era avvenuto in maniera assolutamente pacifica, cioè solo per la testimonianza e la predicazione di altri cristiani. L’aumento numerico dei cristiani era stato costante, nonostante le persecuzioni.

Come ha affermato Benedetto XVI il diffondersi del messaggio cristiano si era basato solo sul Logos e sull’Agape che lo caratterizzava:

«La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell'intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall'amore reciproco e dall'attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano. Così è avvenuto anche in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche. Questa rimane la strada maestra per l'evangelizzazione: il Signore ci guidi a vivere questa unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l'evangelizzazione dell'Italia e del mondo di oggi» [6].

Tanti cittadini dell’impero di allora erano stati attratti dalla serietà intellettuale della fede cristiana e dall’amore che la contraddistingueva. Nella mente e nel cuore di tanti, la fede aveva fatto breccia. La testimonianza dei martiri portato i suoi frutti ed una ulteriore crescita numerica doveva esserci stato nei circa quarant’anni di pace seguiti all’Editto di restituzione di Gallieno, anni nei quali, praticamente anche se non giuridicamente, come abbiamo già detto, la fede cristiana era stata “religio licita”.

Manlio Simonetti ha così sintetizzato il rischio che consapevolmente Costantino dovette assumersi, scommettendo il futuro dell’impero sui cristiani: «agli inizi del IV secolo i cristiani costituivano ancora una minoranza, già rilevante in Oriente ma molto meno in Occidente: soprattutto erano quasi completamen¬te pagani gli strumenti essenziali del potere, esercito e burocrazia, nonché la grande maggioranza della classe politicamente e socialmente egemone. Senti¬menti anticristiani erano ampiamente diffusi tra gli intellettuali e, più in generale, tra i molti ai quali non sfuggiva l'estraneità, non soltanto religiosa ma anche più latamente culturale, della comunità dei cristiani agli ideali dell'ellenismo e della romanità. Insomma, con la sua svolta Costantino non si limitò affatto a prendere atto di una situazione già definita a favore dei cristiani e a darvi sanzione ufficiale, ma giocò una carta incerta e pericolosa a vantaggio di chi era ancora il più debole: il fatto che essa sia risultata vin¬cente non deve indurre a sottovalutare il rischio insi¬to in quella mossa e perciò l'audace iniziativa di chi ne fu l'artefice» [7].

La benevolenza dell’imperatore verso i cristiani si manifestò nelle donazioni di edifici e di terreni e, soprattutto, nella costruzione delle prime grandi chiese. Costantino fece edificare le basiliche del Salvatore/S. Giovanni in Laterano, con il battistero in cui ci troviamo, e S. Pietro in Roma – il suo sforzo in questo senso è evidente anche a motivo degli enormi lavori che dovettero essere realizzati sul colle Vaticano, violando anche la legislazione che prevedeva la tutela dei cimiteri. Volle la costruzione di una grande basilica a Tiro, dell’Anastasis/S. Sepolcro in Terra santa, di un luogo di culto a Mamre e così via.

Gli imperatori suoi successori continueranno la costruzione di nuove basiliche cristiane e talvolta è difficile capire se taluni edifici siano da attribuire ai discendenti di Costantino o direttamente a lui stesso. Si deve ricordare certamente anche S. Croce in Gerusalemme che fu eretta allora come Cappella palatina nel Palazzo imperiale costantiniano, certamente anche su indicazioni della madre dell’imperatore Elena (recentemente è stato ritrovato un battistero nell’area, ritrovamento che ha rimesso in discussione tutta la materia).

L’imperatore non solo si adoperò per questo edifici, ma iniziò anche una politica fiscale favorevole ai cristiani, esentando da alcune tasse gli edifici ecclesiastici e stabilendo stipendi per il clero, privilegi prima concessi solo ai Templi ed ai sacerdoti pagani.

II.7 La pax deorum, che caratterizzò l’impero fin dalle sue origini, continuò in forme nuove nella politica costantiniana

Gli studiosi moderni collocano la politica favorevole ai cristiani, inaugurata da Costantino, nell’ottica della cosiddetta pax deorum che aveva sempre contraddistinto la politica imperiale. I diversi imperatori avevano sempre cercato di “ingraziarsi” gli dèi, non solo per venire incontro al favore popolare, ma anche per una convinzione caratteristica dell’uomo antico che fossero le divinità a distribuire favori e potere.

Già Galerio, quello dei quattro tetrarchi che come abbiamo appena visto fu il più feroce nella persecuzione contro i cristiani, quando nel 311 si ammalò, mutò i suoi decreti persecutori, chiedendo addirittura che i cristiani pregassero per lui, attribuendo all’offesa recata al Dio dei cristiani la causa della sua malattia. Così ci riferisce Lattanzio, citando il decreto emanato da Galerio nel 311, mentre era gravemente malato della malattia che lo condusse poi fino alla morte (l’editto è noto come Editto di tolleranza):

«Fra tutte le disposizioni che abbiamo sempre preso per il bene e nell'interesse dello Stato avevamo deciso in precedenza di riformare tutte le cose secondo le leggi antiche e il pubblico ordinamento dei romani, perché anche i cristiani che avevano abbandonato la religione dei loro antenati ritornassero sulla retta via. Infatti gli stessi cristiani a un certo momento erano diventati così ostinati e così folli che non seguivano più gli usi degli antichi - prima praticati probabilmente dai loro stessi avi - ma si facevano da soli a loro arbitrio e capriccio le leggi da osservare, attirando una quantità di popoli in varie parti. Alla fine, quando per nostra autorità fu ordinato loro di tornate agli usi degli antenati, molti furono sottomessi con le minacce, molti anche colpiti con la forza.
Ma siccome moltissimi perseverano nella loro scelta, e noi vediamo che costoro non tributano agli dèi il culto e la venerazione dovuta, né [d'altra parte] onorano il dio dei cristiani, in nome della nostra mitissima clemenza e della costante abitudine in ogni occasione di perdonare a tutti gli uomini, abbiamo ritenuto di dover mostrare pure con loro, senza esitazione, la nostra indulgenza. In tal modo potranno essere nuovamente cristiani e ricostituire le loro comunità, fatto salvo da parte loro il rispetto assoluto dell'ordine costituito.
Inoltre in una prossima circolare daremo ai magistrati le istruzioni che dovranno osservare. Quindi, in ossequio a questa nostra indulgenza, [i cristiani] dovranno pregare il loro dio per la nostra salute, quella dello Stato e la loro propria, affinché lo Stato si conservi sicuro dappertutto ed essi possano vivere tranquilli nelle loro sedi» (da Lattanzio, Come muoiono i persecutori, XXXV,1-5).

Così, come ha affermato la storica Marta Sordi, «nell'incontro di Milano, che doveva risolvere i massimi problemi politici dell'impero, le decisioni da prendere per prime sono quelle che riguardano la divinitatis reverentia, affinché "qualsiasi divinità ci sia nella sede del cielo, possa essere placata e propizia a noi e a tutti coloro che sono posti sotto il nostro comando": alla base di questa impostazione c'è evidentemente la tradizione romana della pax deorum, l'alleanza con la divinità. [... Il riferimento alla pax deorum è evidente] nel linguaggio del cosiddetto editto di Milano del febbraio 313, impostato nella ricerca di un linguaggio comune, che potesse essere accolto da una religione monoteistica e da un paganesimo "monoteizzante", di natura filosofica e solare e potesse essere sottoscritto dal pagano Licinio e dal cristiano Costantino: quidquid est divinitatis in sede celesti, “qualunque sia la divinità nei cieli” (Lattanzio, De mort. 48)».

Costantino proseguì così l’atteggiamento che aveva contraddistinto i suoi predecessori di venerare le divinità protettrici del mondo, con l’importantissima variante di ritenere che la divinità più potente e suprema fosse il Dio di Gesù Cristo, fino a giungere negli ultimi anni della sua vita ad una esplicita adesione al cristianesimo

II.8 La crisi ariana ed il Concilio di Nicea (325)

L’avvicinarsi dell’imperatore al cristianesimo e poi la sua piena adesione ad esso ebbero delle grandi conseguenze non solo perché permisero la nuova libertà dei cristiani, ma anche perché li obbligarono a nuovi vincoli – è un altro aspetto che viene abitualmente dimenticato nella presentazione di Costantino, che, come stiamo vedendo, è di solito molto imprecisa.

Questo appare immediatamente evidente se si considera il ruolo che l’imperatore volle subito giocare nella crisi ariana, così come, precedentemente, nella questione donatista.

La crisi ariana prende il nome da un prete di Alessandria d’Egitto (l’odierna al-Iskandariyya in Egitto sul delta del Nilo) che si chiamava Ario, nato intorno al 260. Intorno al 320, egli cominciò ad affermare che Cristo era una creatura e non era coeterno con Dio Padre. Egli interpretava l’espressione “figlio di Dio”, riferita a Gesù, nel senso che il Cristo era certamente la più grande delle creature, ma era pur sempre semplicemente una creatura; solo il Padre era perciò Dio. Probabilmente la teologia di Ario voleva salvaguardare l’unicità assoluta di Dio e, per raggiungere questo risultato, gli sembrava necessario sminuire il posto del Figlio di Dio che egli doveva vedere come una minaccia al monoteismo. Ario riprendeva la terminologia origeniana delle tre “ipostasi” (in latino “ipostasi” sarà poi tradotto con “persona”), ma affermava a differenza di Origene, che il Figlio, pur creato prima dei tempi e prima della creazione del mondo, era lo stesso creatura (ktisma e poiema). Il Figlio era, per Ario, l’unica creatura creata direttamente dal Padre, mentre tutto il resto era poi stato creato con la mediazione del Figlio; il Figlio era, comunque, “cronologicamente” posteriore al Padre.

Ario affermava: «Conosciamo un solo Dio, un solo ingenerato, un solo eterno, un solo senza principio, un solo vero, un solo che possiede l’immortalità, un solo sapiente, un solo buono, un solo potente» (Ario, Epistole 2,1.3;1,5; frag.2; cfr. M. Simonetti, La crisi ariana, p. 46).

Uno degli autori più importanti che gli si contrappose fu Atanasio, vescovo di Alessandria d’Egitto, la stessa città di Ario. Atanasio era il successore del vescovo Alessandro, sotto il quale Ario aveva cominciato a predicare la sua dottrina (Atanasio era giovane diacono al tempo dell’episcopato di Alessandro ed Alessandro si servì spesso della sua intelligenza teologica). Gli scritti di Atanasio permettono di comprendere appieno vedere perché la chiesa rifiutò la dottrina ariana. Nei suoi scritti Atanasio spiega che se Gesù non fosse stato coeterno con il Padre, neppure il Padre sarebbe stato Padre dall’eternità e solo successivamente sarebbe divenuto tale:

«Essi [gli ariani dopo Nicea] tengono lo stesso linguaggio temerario dei loro maestri e dicono: “Non da sempre vi è un Padre e non da sempre vi è un Figlio; infatti prima di essere generato, il Figlio non esisteva, ma è stato creato anch’egli dal nulla. Perciò Dio non da sempre è stato Padre del Figlio; ma quando il Figlio fu fatto e creato, allora anche Dio fu chiamato Padre suo. Il Logos infatti è creatura e opera, estraneo e diverso dal Padre secondo la sostanza (kat’ousían). Inoltre il Figlio non è il naturale e vero Logos del Padre, né la sua unica e vera Sapienza, ma è una creatura, ed essendo una delle opere, solo impropriamente è chiamato Logos e Sapienza. Anch’egli infatti è venuto all’esistenza, come tutte le altre cose, mediante il Logos che è in Dio. Perciò il Figlio non è Dio nel senso vero e proprio del termine” (da Atanasio, Il Credo di Nicea, 6, 1, p. 67 dell’edizione Città Nuova, Roma, 2001).

E risponde ai teologi ariani:

«Io però vorrei anzitutto chiedere a costoro che cos’è “figlio” in generale e che cosa significa questo nome, perché così possano capire quello che dicono. In effetti, la Sacra Scrittura ci indica un duplice significato di questo nome. Il primo lo si trova dove Mosè dice nella legge: Se voi ascolterete la voce del Signore Dio vostro e metterete in pratica tutti i precetti che io oggi ti comando, così da fare ciò che è bene e ottimo davanti al Signore Dio tuo, sarete figli del Signore Dio vostro. Parimenti nel Vangelo di Giovanni dice: A quanti lo hanno accolto, ha dato loro il potere di diventare figli di Dio. L’altro significato si ha quando diciamo che Isacco è figlio di Abramo, Giacobbe è figlio di Isacco e i capostipiti delle [dodici] tribù sono figli di Giacobbe.
Ora essi, per dire quelle favole sul Figlio di Dio, secondo quale delle due accezioni lo intendono? Sono convinto infatti che essi vanno a finire nello stesso errore degli eusebiani. Se dunque [il Logos] è [Figlio] secondo la prima accezione – cioè nel senso di coloro che attraverso il progresso morale ottengono la grazia del nome e ricevono il potere di diventare figli di Dio (ciò infatti dicevano anche quelli) – [il Figlio] non differirebbe in nulla da noi e non sarebbe più Unigenito, avendo anch’egli ottenuto l’appellativo di Figlio a partire dalla sua virtù. Ma, essi dicono, egli ha ricevuto in anticipo il nome [di Figlio] e la gloria relativa a questo nome subito al suo primo esistere, perché [Dio] nella sua prescienza sapeva che sarebbe stato tale, [cioè] virtuoso
» (da Atanasio, Il Credo di Nicea, 6, 2-5, p. 68 dell’edizione Città Nuova, Roma, 2001).

Atanasio mostra, cioè, che proprio perché Gesù è il Figlio eterno del Padre, noi possiamo comprendere che Dio è veramente Padre. In questa maniera difende la novità della fede cristiana, la verità della rivelazione neotestamentaria che afferma che nel Figlio Dio si è finalmente rivelato. Non c’era un altro Logos nel Padre, differente dal Logos che è il Figlio. Se ci fossero stati in Dio due diversi Logos, uno eterno e l’altro creato noi non avremmo incontrato il Logos di Dio nell’incarnazione. No, invece! Si è incarnato veramente il Dio vivo e vero.

Se Gesù fosse stato solo una creatura, Dio non si sarebbe ancora rivelato all’uomo e l’uomo non avrebbe potuto vedere il vero volto di Dio, perché Dio non avrebbe abitato in mezzo a noi. Tutto il Prologo di Giovanni non avrebbe alcun senso, ma non avrebbe alcun senso tutta la fede cristiana, che afferma che Dio si è infine rivelato e che nell’amore del Figlio ci ha amato personalmente.

Dinanzi alle affermazioni di Ario - che Dio non era sempre stato Padre, ma lo era diventato solo successivamente, quando aveva deciso di creare il figlio, e che il Figlio non era propriamente il Logos, ma veniva a sua volta dal vero Logos - molti cristiani capirono che le sue tesi non erano rispondenti né ai vangeli, né alla fede degli apostoli e della chiesa. Altri, invece, si schierarono dalla parte di Ario.

Ne seguì una grande discussione, che si allargò ben al di là di Alessandria d’Egitto. Costantino, preoccupato della divisione che serpeggiava nell’impero, decise di convocare un concilio nel 325 a Nicea (oggi İznik in Turchia) per dirimere la questione. I padri conciliari si espressero con una Professione di fede, il Credo niceno appunto, che affermava che il Figlio era omoousios, cioè “della stessa sostanza del Padre” (“ousia”, in greco, vuol dire “sostanza”), cioè coeterno con il Padre e Dio come il Padre stesso.

Gli ariani attaccarono questa professione di fede affermando che innovava rispetto alla Scrittura. Atanasio ci aiuta ancora una volta a capire quale fu la risposta della grande chiesa:

«Per contro, sono rimasto attonito per la sfrontatezza degli ariani: benché i loro ragionamenti si siano dimostrati fallaci e vani, ed essi siano stati condannati da tutti per totale insensatezza, nonostante ciò continuano a mormorare al modo dei giudei, dicendo: “Perché i [vescovi] riuniti a Nicea hanno usato le espressioni “dalla sostanza” (ek tês ousías) e “consostanziale” (homooúsios), non contenute nella Scrittura?”» (da Atanasio, Il Credo di Nicea, 1,1, p. 54 dell’edizione Città Nuova, Roma, 2001).

È facile vedere come le accuse di aver ellenizzato la fede con i Concili, così frequente oggi, è una tesi antichissima. Il Concilio di Nicea rigettò questa tesi, mostrando anzi che l’utilizzo di quella parola serviva a respingere la tesi, questa sì innovatrice, di Ario che Gesù non fosse il vero Logos originario di Dio. Quella parola omoousisos serviva a custodire la novità evangelica di Gesù Figlio di Dio. Gesù era Figlio di Dio non secondo quell’idea di figliolanza adottiva che era stata utilizzata dagli imperatori o dai faraoni – che avevano affermato di essere stati scelti come figli adottivi di Dio per il governo della terra – e nemmeno nel senso che ha l’espressione “siamo tutti figli di Dio” e nemmeno se si connota la figliolanza come espressione di una santità speciale che rende individui di un’altissima moralità particolarmente vari e vicini a Dio.

No. Gesù era l’unico Figlio del Padre, perché in Dio c’è l’amore del Padre e del Figlio e se non c’è l’uno non c’è neanche l’altro. La figliolanza del Figlio non ha paragoni che possano sussistere.

In un meraviglioso testo moderno, il grande scrittore inglese G. K. Chesterton, così presenta il vero nucleo della questione ariana (da L’uomo eterno, Rubbettino 2008, pp. 281-282):

«Se c’è una questione che gli illuminati e i progressisti hanno l’abitudine di deridere e di mettere in vista come un orribile esempio di aridità dogmatica e di stupido puntiglio settario, è questa questione atanasiana della co-eternità del Divin Figlio. D’altra parte, se c’è una cosa che gli stessi liberali sempre ci mettono innanzi come un tratto di puro e semplice Cristianesimo, immune da contese dottrinali, è la semplice frase: “Dio è Amore”. Eppure, le due affermazioni sono quasi identiche; per lo meno una è quasi un nonsenso senza l’altra. L’aridità del dogma è la sola via logica per arrivare ad affermare la bellezza del sentimento. Poiché, se c’è un essere senza principio, che esisteva prima di tutte le cose, che cosa poteva Egli amare quando non c’era nulla da amare? Se attraverso l’impensabile eternità Egli è solo, che significa dire: “Egli è amore”? La sola giustificazione di tale mistero è la mistica concezione che nella Sua stessa natura c’era qualche cosa di analogo all’autoespressione; qualche cosa che genera, e che contempla quel che ha generato. Senza tale idea, è illogico complicare la estrema essenza della divinità con un’idea come l’amore. Se i moderni realmente abbisognano di una semplice religione di amore, devono cercarla nel Credo atanasiano. La verità è che lo squillo del vero Cristianesimo, la sfida della carità e della semplicità di Betlemme e del Natale, mai suonò così decisamente e chiaramente come nella sfida di Atanasio al freddo compromesso degli ariani. Fu lui che realmente combatté per un Dio di amore contro un Dio incolore e lontano dominatore del cosmo; il Dio degli stoici e degli agnostici».

Più recentemente è stato Benedetto XVI a mostrare l’importanza della questione, nel suo libro Gesù di Nazaret che si chiude proprio con una riflessione sul Figlio “della stessa natura del Padre”, dopo averne già trattato precedentemente (J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, p. 405 e p. 368):

«È stato necessario chiarire compiutamente questo nuovo significato [dell’espressione “figlio”] mediante processi molteplici e difficili di differenziazione e di ricerca faticosa, per proteggerlo dalle interpretazioni mitico-politeistiche e politiche. Questo fu il motivo per il quale il Primo Concilio di Nicea (325 d.C.) impiegò l’aggettivo homooúsios (della stessa sostanza). Questo termine non ha ellenizzato la fede, non l’ha gravata di una filosofia estranea, bensì ha fissato proprio l’elemento incomparabilmente nuovo e diverso che era apparso nel parlare di Gesù con il Padre. Nel Credo di Nicea la Chiesa dice insieme con Pietro sempre di nuovo a Gesù: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16)».

E, nel corso del volume:

«L’espressione Figlio di Dio collegava Gesù con l’essere stesso di Dio. Il genere di questo legame ontologico, tuttavia, divenne oggetto di faticose discussioni da quel momento in cui la fede volle dimostrare anche la propria ragionevolezza e riconoscerla in modo chiaro. Egli è Figlio in senso traslato – nel senso di una vicinanza particolare a Dio – oppure questa espressione indica che in Dio stesso vi è un Padre e un Figlio? Che Egli è davvero «uguale a Dio», Dio vero da Dio vero? Il primo Concilio di Nicea (325) ha riassunto il risultato di questa ricerca faticosa nella parola homooúsios («della stessa sostanza») – l’unico termine filosofico entrato nel Credo. Questo termine filosofico serve tuttavia a proteggere l’affidabilità della parola biblica; vuole dirci: se i testimoni di Gesù ci mostrano che Egli è «il Figlio», non lo intendono in senso mitologico o politico – le due interpretazioni che si impongono a partire dal contesto dell’epoca. Questa affermazione va intesa letteralmente: sì, in Dio stesso vi è dall’eternità il dialogo tra Padre e Figlio che, nello Spirito Santo, sono davvero il medesimo e unico Dio».

I padri di Nicea sottoscrissero questo Credo (che sarà poi ampliato, come vedremo nei prossimi incontri, nel 381 e diventerà il Simbolo niceno-costantinopolitano, che recitiamo nella liturgia domenicale) [8]:

«Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili ed invisibili. Ed in un solo Signore, Gesù Cristo, figlio di Dio, generato, unigenito, dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre [in greco: consustanziale], mediante il quale sono state fatte tutte le cose, sia quelle che sono in cielo, che quelle che sono sulla terra. Per noi uomini e per la nostra salvezza egli discese dal cielo, si è incarnato, si è fatto uomo, ha sofferto e risorse il terzo giorno, salì nei cieli, verrà per giudicare i vivi e i morti. Crediamo nello Spirito Santo».

Le affermazioni di Atanasio ci fanno percepire che la fede è un unico atto e che la fede cristiana è, in fondo, semplice. Dall’amore del Padre e del Figlio discende tutto ciò che crediamo. Si potrebbe dire, con un’espressione moderna, che la fede cristiana non è simile ad un tessuto patchwork dove vengono assemblate cose eterogenee fra di loro. A Nicea i padri professarono che poiché Dio era veramente Padre, allora veramente aveva generato nell’eternità il Figlio: se fosse stato sconfessato l’uno, anche l’altro non avrebbe potuto essere creduto [9].

È importante anche sottolineare che a Nicea i vescovi scelsero per il Simbolo di fede la prima persona plurale: “noi crediamo”. Questa espressione non nega l’“io credo”, non si contrappone al carattere personale della fede, ma vuole sottolineare che la fede ha un carattere ecclesiale, che ogni persona riceve il Credo dalla fede di tutta la Chiesa. È la Chiesa, infatti, che ci porge Cristo.

II.9 Costantino non comprese il valore della teologia nel cristianesimo

La discussione sull’arianesimo fu infuocata e non terminò con il Concilio di Nicea, ma proseguì fino al Concilio di Costantinopoli del 381, per continuare poi, in forme diverse, fino al Concilio di Nicea II, come vedremo il prossimo anno.

È famoso un passo di Gregorio di Nissa che afferma:

«Tutti i luoghi della città sono pieni di costoro: i vicoli, le piazze, i fori, le strade: venditori di mantelli, cambiavalute, venditori di cibo. Se ti informi sul denaro, quello ti fa una dissertazione sul generato e sull’ingenerato; se chiedi il prezzo del pane, ti si risponde che il Padre è maggiore e il Figlio inferiore; se chiedi se è pronto il bagno, quello sentenzia che il Figlio deriva dal nulla. Non so come si debba chiamare questo male: frenesia, pazzia, o una forma di epidemia che travolge le menti» (da Gregorio di Nissa, De Deitate Filii et Spiritus sancti, in PG XLVI 557).

Gregorio, che è uno dei padri cappadoci, critica questo straparlare che si faceva ovunque delle questioni cristologiche, ma ci rivela al contempo come fossero accese anche a livello popolare le discussioni su Gesù.

In questo divampare di discussioni, proprio Costantino non riuscì a capire perché per i cristiani la teologia fosse così importante. È famosa una sua lettera scritta quando era appena scoppiata la disputa fra Ario ed Alessandro, predecessore di Atanasio, vescovo di Alessandria.

Costantino scrive:

«Dico queste cose non per costringervi ad essere completamente d’accordo su una questione fin troppo sciocca, quale che possa essere. Infatti voi potete conservare integra la dignità dell’assemblea e mantenere l’accordo fra tutti, anche se fra voi c’è disaccordo su questioni di minimo conto: infatti non vogliamo tutti le stesse cose né abbiamo una sola indole e una sola idea».
(da una Lettera di Costantino, in Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, LXXI, 6).

E, nella stessa lettera, ripete espressioni simili: «il pretesto da cui sono scaturiti [i conflitti] mi è apparso assai insignificante e niente affatto degno di una simile contesa» (LXVIII, 2) ed invita a valutare «se sia opportuno che una contesa verbale banale e di poca importanza spinga i fratelli a opporsi ai fratelli e che a causa di un’empia discordia si divida la preziosa unità del sinodo, per colpa nostra che litighiamo tra noi su questioni trascurabili e niente affatto necessarie» (LXXI, 3).

Nella lettera l’imperatore manifesta chiaramente il suo punto di vista: a lui interessa solo che ci sia pace nell’impero, perché una discordia lo indebolirebbe. Afferma di comprendere una divisione che potrebbe nascere dall’interpretazione delle “leggi” religiose, ma non una che ha a che fare con il dogma. Invita, pertanto, a tacere le discordie dogmatiche ed a tenerle per sé, senza turbare gli animi: «la vostra contesa non entra nei meriti dei principali precetti della Legge» (LXX) e ciascuno, dinanzi a queste questioni dogmatiche è invitato «a tenerle chiuse nella [...] mente e a non esternarle temerariamente nelle riunioni ufficiali, né ad affidarle sconsideratamente alle orecchie del popolo» (LXIX, 2).

Costantino ragiona come gli imperatori suoi predecessori: nel paganesimo non c’era questione di “verità”, di una adesione interiore che andava definita e precisata. Contava piuttosto l’ossequio esteriore, l’osservanza del culto e dei precetti. Anche nel corso della persecuzione dei cristiani l’atteggiamento era stato lo stesso. Non importava convincere i cristiani della “verità” del paganesimo, bastava che pubblicamente venerassero gli imperatori come dèi ed offrissero sacrifici agli dèi di Roma

Per questo Costantino tratta il cristianesimo come i suoi predecessori trattavano le altre religioni antiche: “Che ognuno compia gli atti di culto ed obbedisca alle leggi religiose e si tenga per sé le convinzioni personali sulla verità”. Costantino, insomma, non capisce che non è così nel cristianesimo: se, infatti, Gesù non è Figlio di Dio, tutto cambia! Se Gesù non ha rivelato Dio all’uomo, allora il cristianesimo non ha alcun senso.

Costantino scelse, insomma, il cristianesimo, ma non ne capì fino in fondo l’originalità e si comportò come se si trovasse ancora dinanzi a sacerdoti pagani, invitando i cristiani a soprassedere su questioni che non riguardassero il comportamento, la morale o le leggi.

Ha scritto in maniera splendida sulla questione il prof. Simonetti: «Se infatti Costantino, quando si autoelesse capo della chiesa, aveva pensato di assumersi un incarico privo di complicazioni, quale era la funzione di pontefice massimo, aveva fatto male i suoi calcoli, in quanto aveva sottovalutato una caratteristica forte, che specificava la chiesa cristiana nei confronti delle religioni pagane, vale a dire la grande litigiosità interna. A differenza di quelle religioni, quella cristiana aveva alle spalle una sua storia e continuava a viverla giorno per giorno, storia tormentata, a volte convulsa, perché fatta in gran parte di contrasti e polemiche, rivolte non solo all'esterno, nel confronto con pagani e giudei, ma anche, e addirittura soprattutto, all'interno, per motivazioni di carattere sia dottrinale sia anche disciplinare. Quanto a Costantino, e al figlio Costanzo che avrebbe seguito, in sostanza, la politica paterna, il fallimento sarebbe stato dovuto al rifiuto, da parte della maggior parte degli interessati, anche se non di tutti, di distinguere tra forma e sostanza, tra l'accettazione soltanto esteriore di una professione di fede e l'adesione intima a un'altra. Il patrimonio di dottrina, che specificava la religione cristiana di fronte a quella pagana, che ne era priva, e anche a quella giudaica, dove era di entità molto più ridotta e di significato molto meno vincolante, era sentito come componente essenziale del deposito di fede e perciò tale da imporre un'osservanza in cui sostanza e forma s'identificassero, perciò senza distinzione tra adesione esterna e interna. La rabies theologorum era perciò destinata ad avere la meglio sulla moderazione di una politica di compromesso» [10].

Anche oggi chi contesta il ruolo del dogma nella chiesa, non si rende conto che la questione della verità è decisiva nella fede cristiana. In fondo, non capisce affatto cosa sia il cristianesimo!

Merita sottolineare, fra l’altro - questo è molto interessante anche per la fede oggi – che Ario pretese di dedurre il fatto che Gesù era solo una creatura da un passo dell’Antico Testamento, segno che tutta la Scrittura era letta in chiave cristologica anche da lui! Nella stessa lettera che abbiamo citato, infatti, Costantino si riferisce ad «un passo contenuto nella Legge» (LXIX, 1), che è Pr 8,22-23, dove la sapienza dice: «il Signore mi creò». Poiché la Sapienza è il Figlio e poiché nell’Antico Testamento la Sapienza dice “Dio mi creò”, ecco che Ario ne deduce che la Sapienza è creata!

L’incomprensione di Costantino verso la teologia cristiana non terminò, comunque, con le prime fasi della controversia, ma anzi si aggravò con il tempo. Infatti l’imperatore, dopo aver portato a termine il Concilio di Nicea con la condannò della posizione ariana, fece poi di tutto perché gli ariani fossero reintegrati nella piena comunione della Chiesa, senza che rinunciassero alla loro fede.

Per lo stesso motivo, quando fu battezzato in punto di morte, come si è già detto, da Eusebio di Nicomedia, non si fece problemi nel ricevere il battesimo da un vescovo la cui fede non era perfettamente in linea con l’ortodossia nicena. Eusebio di Nicomedia (da non confondere con Eusebio di Cesarea), fu, infatti, nemico dichiarato delle posizioni teologiche di Atanasio.

II.10 La svolta costantiniana ed il rapporto fra il potere temporale e quello religioso

Proprio l’incomprensione teologica della questione cristologica da parte di Costantino, rivela, però, che egli, similmente agli imperatori precedenti, si riteneva arbitro delle questioni religiose. Si capisce subito che anche qui siamo ben lontani dalle banali affermazioni riguardanti la svolta costantiniana. Non solo Costantino non rese la fede cattolica religione di Stato, con il suo appoggio alla Chiesa – come è noto questo avvenne, invece, con l’Editto di Tessalonica emanato da Teodosio nel 380 – ma soprattutto si eresse a supremo giudice delle questioni religiose della chiesa, come lo era già di quelle civili e di quelle che riguardavano la religione pagana. Proprio per questo la chiesa si trovò più volte in una posizione di forte tensione con le decisioni imperiali sue e dei suoi successori che proseguirono la stessa politica.

Eusebio di Cesarea riferisce, nella Vita di Costantino, che l’imperatore si autoproclamò “vescovo di quelli di fuori”, in greco “episkopos ton ektos” (επισκοπος των εκτος), termine molto discusso negli studi moderni che si pongono la questione se “quelli di fuori” siano i “laici”, oppure i sudditi, laici e preti, in quanto si occupano delle cose temporali (ma si è appena visto che anche la teologia della chiesa egli la riteneva in qualche di propria pertinenza, perché necessaria alla pace dello stato romano). Certo è che egli intendeva far pesare la propria autorità sulla chiesa.

È noto che egli fece di tutto per presentarsi come “isoapostolos”, cioè “pari agli apostoli” e che preparò come propria sepoltura a Costantinopoli la Chiesa dei Dodici apostoli (l’odierna moschea Fatih Mehmet Camii ad İstanbul), volendo che la sua tomba fosse posta avendo i cenotafi degli apostoli a destra ed a sinistra.

Prima ancora che nella questione ariana, Costantino volle entrare nella questione donatista – Donato era il prete africano di cui abbuiamo già parlato che si era opposto al perdono dei lapsi, dopo la persecuzione di Diocleziano – prima incaricando papa Milziade di risolverla e poi, invece, soppiantandolo e nominando i vescovi della Gallia, riuniti nel Concilio di Arles, a dirimere la questione.

Nella questione ariana, come si è visto, prima richiese la convocazione del concilio di Nicea, poi, di fatto, ne negò la piena validità, promuovendo le correnti che non si riconoscevano nelle posizioni nicene.

Era evidente che Costantino non aveva nessuna intenzione di sottostare alla Chiesa. Benedetto XVI così ha sintetizzato la questione nella catechesi su S. Atanasio:

«Nonostante l’inequivocabile esito del Concilio, che aveva con chiarezza affermato che il Figlio è della stessa sostanza del Padre, poco dopo queste idee sbagliate tornarono a prevalere – in questa situazione persino Ario fu riabilitato –, e vennero sostenute per motivi politici dallo stesso imperatore Costantino e poi da suo figlio Costanzo II. Egli, peraltro, che non si interessava tanto della verità teologica quanto dell’unità dell’Impero e dei suoi problemi politici; voleva politicizzare la fede, rendendola più accessibile – secondo il suo parere – a tutti i suoi sudditi nell’Impero [...] La crisi ariana, che si credeva risolta a Nicea, continuò così per decenni, con vicende difficili e divisioni dolorose nella Chiesa. E per ben cinque volte – durante un trentennio, tra il 336 e il 366 – Atanasio fu costretto ad abbandonare la sua città, passando diciassette anni in esilio e soffrendo per la fede. Ma durante le sue forzate assenze da Alessandria, il Vescovo ebbe modo di sostenere e diffondere in Occidente, prima a Treviri e poi a Roma, la fede nicena» [11].

La chiesa si comportò con Costantino come si era comportata con i suoi predecessori, accogliendone l’autorità, tanto più che Costantino aveva fatto cessare le persecuzioni ed in molti ambiti difendeva l’operato della chiesa stessa, ma insieme invitando l’imperatore a riconoscere che il potere umano dovevano ispirarsi al modello dell’autorità esercitata da Cristo. Lo stesso Eusebio di Cesarea era ben cosciente che, nella concezione cristiana, l’autorità esisteva per volontà di Dio, ma essa doveva poi misurarsi con il modo specifico di esercitarla che Dio aveva manifestato nella croce di Cristo.

Così ha scritto molto bene Marilena Amerise, storica di Eusebio e di Costantino recentemente scomparsa, spiegando come deve essere rettamente intesa la difesa che Eusebio fece dell’imperatore e del suo ruolo:

«Nel lessico di Eusebio di Cesarea, uomo del IV secolo, i termini monoteismo e monarchia non hanno gli stessi significati che acquisiranno nel corso dei secoli. Per Eusebio, la Chiesa non è "una comunità sacramentale separata, ed eventualmente contrapposta, alla comunità politica, giacché nell'una e nell'altra opera la stessa ragione divina, e perciò entrambe devono essere la stessa società, la società dei cristiani, uniti dall'imperatore e in cammino verso il Padre sotto la guida del Verbo", come ha ben evidenziato Merio Scattola, in Teologia politica (Bologna, Il Mulino, 2007).
[...] Il cesaropapismo bizantino o l'assolutismo di Giacomo IV di Scozia (1587-1625) recepiscono e portano alle estreme conseguenze la teoria eusebiana, snaturandone il genuino significato. Dal XV secolo in poi, l'"imitazione di Dio" è richiamata nel titolo ottomano del sultano "ombra di Dio sulla terra", che esprime in tal modo l'idea della maestà di origine divina. In realtà Eusebio non auspica una identificazione tra i vertici del regno e della Chiesa, non teorizza una religio regis tipica delle monarchie assolute, né afferma che il sovrano esercita un potere divino, ma desidera un monarca che governi avendo come modello non solo il Padre, ma anche Cristo. Alla luce di questa prospettiva cristocentrica, implicita nel concetto eusebiano del sovrano come immagine-imitazione, sembra difficile fare di Eusebio un teorico dell'assolutismo o un vescovo prezzolato al servizio del potere, senza per questo disconoscere le derive sorte dalla sua formulazione, che resta la prima teologia politica della storia cristiana».

E, trattando della posizione che un secolo più tardi avrebbe assunto in materia S. Agostino, approfondendo ancora la questione del potere esercitato da un imperatore divenuto cristiano, così ha scritto l’allora cardinal J. Ratzinger:

«Per Agostino gli stati e le patrie della terra passano ad un rango secondario perché egli ha trovato la città, lo stato di Dio e in esso la patria unica di tutti gli uomini. Qui non è consentito abbandonarsi ad alcuna illusione: tutti gli stati di questa terra sono “stati terreni”, anche quando sono retti da imperatori cristiani e abitati più o meno completamente da cittadini cristiani. Sono stati su questa terra e quindi “terreni” e nemmeno possono divenire di fatto qualcosa d’altro. In quanto tali, sono forme di ordinamento necessarie di quest’epoca del mondo ed è giusto preoccuparsi del loro bene; Agostino stesso ha amato lo stato romano come sua patria e si è preoccupato amorevolmente del suo perdurare. Ma giacché tutte queste formazioni non sono infine e non rimangono che stati terreni, rappresentano un valore relativo e non meritano una sollecitudine d’ordine supremo. Essa spetta soltanto alla patria eterna di tutti gli uomini, alla civitas caelestis» [12].

II.11 Lo spostamento della capitale a Costantinopoli, un evento di incalcolabile portata: da quella scelta, la futura libertà del papato

Un altro elemento da ricordare, nel valutare il ruolo storico di Costantino, è la sua decisione di spostare la capitale dell’impero da Roma a Costantinopoli. Fu una scelta gravida di conseguenze storiche.

Abbiamo già visto come la tetrarchia prevedesse due città imperiali, una per l’Augusto d’occidente, Roma, ed una per l’Augusto d’oriente, che alternava la sua residenza fra Nicomedia e Nicea (le odierne İzmit ed İznik in Turchia) o anche Tessalonica ed Antiochia.

Costantino prese la decisione di edificare una nuova capitale cui dette il proprio nome: Costantinopoli. L’inaugurazione della nuova capitale avvenne l’11 maggio 330. Costantino volle che lì sorgesse un nuovo palazzo imperiale, che vi fosse un Senato, che tutta la popolazione ricevesse gratis dall’annona il grano, che vi sorgesse un circo per le corse con le stesse squadre del Circo Massimo di Roma, ecc. Insomma, la volle come una nuova Roma, dotata di tutti i privilegi della prima Roma.

Da quel momento in poi l’imperatore cessò di risiedere a Roma, per abitare sul Bosforo. I secoli successivi dettero ragione alla scelta di Costantino, che probabilmente aveva intuito che il futuro dell’impero si giocava in oriente e che i popoli barbari avrebbero prima o poi fatto irruzione all’interno dei confini dello stato, soprattutto in occidente.

Come è noto il nome odierno della città è İstanbul che viene dal greco “eis ten polin”, cioè “verso la città”, proprio perché Costantinopoli divenne la “città” per eccellenza. Ma Roma restò una città appartenente all’impero. È assolutamente falsa quella visione propagandata dalla scuola per la quale l’impero romano sarebbe finito con l’abdicazione di Romolo Augustolo. Quest’ultimo, infatti, era una figura assolutamente secondaria rispetto all’imperatore che governava l’impero dalla nuova capitale e Roma restò una città amministrata dall’imperatore fino al 752, come vedremo l’anno prossimo.

Pochi sanno che l’ultimo imperatore che venne ad abitare a Roma fu Costante II, nel 663. Egli entrò da legittimo signore nella città e si fermò nel palazzo imperiale del Palatino per quasi due settimane.

La donazione di Costantino è ovviamente un falso, perché Costantino non si sognò minimamente di affidare al pontefice una metà dell’impero, ma lo mantenne ben saldo nelle sue mani. Da un altro punto di vista, però, quella falsa donazione esprime in realtà in forma leggendaria un evento che si verificò realmente, pur non essendo nelle intenzioni dell’imperatore.

Proprio lo spostamento della capitale così lontano, a 50 giorni di navigazione da Roma, fece sì che, man mano che l’impero si indeboliva, l’autorità non solo religiosa ma anche civile dell’urbe venne sempre più a cadere sull’unica figura che aveva un’autorità da tutti riconosciuta in Roma, il pontefice. Lo vedremo meglio l’anno prossimo, ma qui ne cogliamo le radici.

Proprio questa lontananza dalla nuova capitale, permise, quindi alla chiesa di Roma di limitare, nei secoli, i tentativi degli imperatori di intromettersi nelle questioni teologiche. Non è esagerato affermare che la libertà del papato di guidare la chiesa nacque proprio da quell’allontanamento della capitale da Roma, che evitò alla chiesa romana di essere assoggettata dal cesaropapismo che, invece, si verificò in oriente.

Per “cesaropapismo” si intende quella forma di rapporto fra stato e chiesa dove il “cesare” si propone anche come “papa”, come principio ultimo di governo anche della chiesa. L’allora cardinal Ratzinger, in un altro suo intervento, ha ricordato un altro episodio delle mire cesaropapistiche antiche quando l’imperatore Costanzo, alcuni anni dopo Costantino, cercò di ergersi a guida teologica della chiesa e, dinanzi a lui, si levò Eusebio di Vercelli (è un terzo Eusebio, distinto sia da quello di Nicomedia che da quello di Cesarea):

«Agostino ha vissuto in un Impero giuridicamente cristiano, dove il cristianesimo era religione di Stato anche se la maggioranza dei cittadini ancora non erano cristiani. L'imperatore era cristiano e si considerava il protettore della Chiesa, anzi, la personificazione della Chiesa, che era per lui quasi identificata con l'Impero. E in uno Stato in cui il cristianesimo è religione ufficiale, intrecciandosi con i gradi più alti dello Stato, è grande il pericolo che anche il teologo e il vescovo perdano di vista la differenza tra le due cose e si arrivi a una politicizzazione della fede incompatibile sia con la sua libertà sia anche con la sua universalità. In realtà, nel periodo e nella generazione precedenti a sant'Agostino, Eusebio di Cesarea aveva creato una teologia politica in questo senso, nella quale l'Impero e la Chiesa quasi si identificano. L'Impero diventa il modo in cui Dio realizza il suo progetto per la storia. Il problema di quest'identificazione si è rivelato nella crisi ariana, che non è solo una crisi di insegnamento cristologico, di fede cristologica, ma è soprattutto una crisi del problema della giusta relazione tra Stato e Chiesa, tra politica e fede. Pensiamo soltanto all'episodio relativo al Sinodo di Milano del 355, quando Eusebio di Vercelli, una delle grandi figure che resistettero a questa identificazione, rifiutò di sottostare alla volontà dell'imperatore che voleva che egli firmasse un documento di fede ariana. A Eusebio, che considera questo documento non compatibile con le leggi della Chiesa, l'imperatore Costanzo risponde: "La legge della Chiesa sono io". La fede è divenuta, quindi, una funzione dell'Impero. Eusebio è, con pochi altri, una della grandi figure che, come ho detto, resistono a queste insinuazioni e difendono la libertà della Chiesa, la libertà della fede e anche la sua universalità» [13].

Insomma il processo che portò alla libertà della chiesa fu un processo lento, ma l’evento scatenante che portò nei secoli alla nascita dello Stato della chiesa, che fu poi per secoli il provvidenziale garante della libertà di fede dei pontefici, va visto proprio nella decisione di Costantino di spostare la capitale da Roma a Costantinopoli.

II.12 Le origini del monachesimo

Non abbiamo tempo di trattare le origine del monachesimo, ma è bene ricordare che, proprio in quegli anni, terminate le persecuzioni, i cristiani scoprirono il monachesimo, una nuova forma di vivere la radicalità della chiamata cristiana sorta dall’azione dello Spirito Santo. Potete leggere, nell’antologia distribuita, alcuni testi riguardanti S. Antonio abate, monaco che visse nel deserto egiziano e che è ritenuto il fondatore della vita cenobitica in oriente. I padri del deserto seguirono, nella forma cenobitica ed in quella eremitica, la strada da lui aperta. In particolare la Vita di Antonio, scritta da Atanasio, lo rese famosissimo e generò il desiderio di vivere la vita monastica anche in occidente.

II.13 La chiesa dopo la svolta costantiniana, il paganesimo e la cultura del tempo

Voglio qui proporre, infine, solo alcuni accenni su temi enormi che non è possibile sviluppare. Saranno solo come delle enunciazione di titoli di ulteriori questioni da sviluppare. Non voglio rinunciare, comunque, ad elencarli, perché sono aspetti interessantissimi per avere una qualche idea di quel quarto secolo così decisivo per la storia del cristianesimo e del mondo.

Alla morte di Costantino l’impero tornò a dividersi in due parti affidate ai suoi due figli: a Costanzo l’oriente, che fu per un certo periodo più affine all’arianesimo, ed a Costante l’occidente, che fu da subito più filoniceno.

Furono essi ad emanare le prime leggi contro il paganesimo, in particolare decretando la chiusura dei Templi ed il divieto dei sacrifici, affermando che erano disonorevoli per la divinità. Nonostante quello che dice Eusebio, in realtà Costantino non emanò alcun decreto persecutorio antipagano – se non contro la magia e l’aruspicina, come si è detto – mentre distrusse alcuni templi importanti e ne trasportò le statue a Costantinopoli, perché facessero bella mostra di sé (ed Eusebio volle accentuare in questi atti un anti-paganesimo già attivo ai suoi occhi al tempo di Costantino che era, invece, ancora pontifex maximus).

Non sembra, comunque, che le leggi anti-pagane dei primi discendenti di Costantino siano state osservate. Piuttosto essi, proprio a partire da quella relazione che si era creata fra stato e chiesa, sentendosi investiti del trionfo dell’ortodossia, cercavano di far prevalere l’arianesimo o la fede ortodossa a seconda del loro orientamento, imponendosi ai vescovi dissenzienti.

Dopo ulteriori vicende salì al trono Giuliano l’Apostata (361-363) che ripropose una ripresa del paganesimo in chiave anticristiana. Egli si appoggiò sul fatto che erano ancora molto forti le componenti pagane nella società, ma il suo fu, alla resa dei conti, un tentativo aristocratico ed intellettualistico. L’enorme cambiamento che era avvenuto è evidente anche dal solo fatto che egli, nel tentare di dare vita ad un nuovo clero pagano, ne copiò l’organizzazione da quella del clero cristiano, tanto il contesto mostrava la strada che oramai i tempi stavano prendendo. È lo stesso Giuliano a testimoniare, poi, che i cristiani dei diversi orientamenti si affrontavano talvolta come “bestie feroci”!

Dopo un ulteriore lasso di tempo, giunse al trono Teodosio I che riunificò nuovamente l’impero. Fu lui, nel 380, ad emanare il famoso Editto di Tessalonica con il quale il cristianesimo ortodosso divenne religione di stato e fu vietato il paganesimo. La legge che decretò poi effettivamente la chiusura dei Templi è del 392. Subito dopo fu distrutto il Serapeo di Alessandria ed Eleusi cessò la sua attività.

Come è stato scritto, per indicare l’evoluzione progressiva che si attuò: «un’inestricabile confusione segnò i suoi progressi [del rapporto stato e chiesa] dal momento che stato e chiesa mancavano di una politica pianificata per lo sviluppo delle relazioni reciproche. W. Schneemelcher ci ha avvertito che la moderna espressione “epoca costantiniana” è di dubbio valore per comprendere il IV secolo. Al tempo di Costantino e in quello dei suoi immediati successori non esisteva una realtà definibile “chiesa di stato costantiniana”. Questa entità non prenderà corpo fino al 380» (L. W. Barnard, L’intolleranza negli apologisti cristiani con speciale riguardo a Firmico materno, in P. F. Beatrice, a cura di, L’intolleranza cristiana nei confronti dei pagani, EDB, Bologna, 1990, p. 81).

L’azione di Teodosio fu preparata da Graziano che, subito prima di lui, rifiutò come imperatore il titolo di pontifex maximus e fece rimuovere l’altare della Vittoria dal Senato di Roma. Solo per capire quanto fosse diversa la mentalità di allora da quella odierna, si deve innanzitutto avere presente che su quell’ara si facevano i sacrifici di animali, che appunto il cristianesimo – ed Ambrogio in particolare, che fu il più acceso sostenitore del fatto che il culto nel Senato non doveva essere ripristinato – rifiutava.

Nella polemica emersero, inoltre, due altri aspetti tipici del tempo. I pagani, come affermò il senatore Simmaco, il principale avversario di Ambrogio nella questione, nella famosa III Relatio sosteneva che il culto doveva essere ripreso perché la carestia - che allora aveva colpito l’impero - era un evidente segno che gli dèi erano adirati e si sarebbero placati solo se il culto fosse stato restaurato.

Era il modo di ragionare così detto “provvidenzialistico” tipico della teologia pagana del tempo: la rovina dell’impero era stata causata, secondo queste tesi, dall’ira degli dèi contro il cristianesimo. Anche Libanio usò negli stessi anni, precisamente nel 379, questo argomento nella sua orazione Giuliano deve essere vendicato, alcuni anni dopo la morte in guerra di Giuliano detto l’apostata. L’impero, a suo dire, veniva sconfitto in battaglia, perché non si onoravano gli dèi con il vero culto che essi apprezzavano: le divinità si erano rivolte contro il popolo romano perché erano cessati i sacrifici. Si capisce allora perché Agostino, nel De civitate Dei, affronterà proprio questo argomento, per mostrare che Roma era stata sconfitta tante volte dai suoi nemici anche nel passato, quando il cristianesimo non era ancora nato, anche quando i culti pagani erano fiorenti.

L’altra questione che ci fa percepire la diversità di impostazione fra la mentalità odierna e quela del tempo è quella della richiesta della partecipazione dello stato romano stesso e delle sue autorità al culto. Simmaco non faceva la sua battaglia per una “libertà di coscienza” intesa alla maniera moderna, che era ovviamente impensabile a quel tempo. Il problema era che Graziano aveva rifiutato il titolo di pontifex maximus, cioè si rifiutava di fare i sacrifici come capo dello stato ed a nome dello stato. Ma se i sacrifici non erano fatti dall’imperatore e se non erano sovvenzionati dallo stato, non avrebbero avuto efficacia per placare gli dèi – spiegava Simmaco nella III Relatio. Per questo Simmaco affermava: “non si può giungere per una sola via ad un segreto tanto grande”, quello di Dio, affermazione che andava intesa non come un invito ad un pluralismo religioso e alla libertà di coscienza - che egli se avesse potuto avrebbe invece negato per ripristinare il divieto del cristianesimo - bensì come un invito all’imperatore perché, sebbene cristiano, venisse in Senato a sacrificare agli dèi rendendo così onore alla divinità sia tramite il culto cristiano, sia tramite quello pagano, in qualità di pontifex maximus. Questa qualifica che egli aveva rifiutato era esattamente il problema: l’imperatore, fino a quel momento, era stato il supremo sacerdote ed a lui spettava dirigere e guidare i sacrifici per ottenere il benessere e la vittoria dello stato. Ora, invece, egli si rifiutava di celebrarli, perché si dichiarava cristiano.

Di fatto, nonostante le richieste, non ci fu un ritorno al paganesimo. Questo era ormai impossibile perché gli imperatori erano cristiani e perché la maggioranza della popolazione o era cristiana o non era più così interessata all’antico culto. Come si è detto, proprio l’atteggiamento di Giuliano l’Apostata che voleva tornare ad un paganesimo militante e non solo di facciata, si era però ispirato a modelli cristiani per cercare di riportare gli antichi riti al centro della vita dello stato, riconoscendo implicitamente che la vecchia strutturazione non era più al passo con i tempi.

Gli editti contro i Templi e contro i sacrifici furono applicati in forme molto diverse nelle diverse zone dell’impero. A Roma ed in occidente i templi furono risparmiati, ma non nella Gallia settentrionale, dove Martino di Tours ed i suoi monaci furono particolarmente violenti contro i templi, distruggendone molti. Lo stato, invece, negli altri luoghi d’occidente ed in particolare a Roma, preservò i Templi dalla distruzione in qualità di opere d’arte, anche se i sacrifici erano vietati. Abbiamo già detto nei precedenti incontri che a Roma i Templi, insieme a tutte gli altri edifici anche civili non più in uso, furono distrutti nel corso delle invasioni barbariche e nei secoli successivi non per ragioni religiose, ma per ricavarne materiale da costruzione, dato che era orami impossibile far giungere marmi e pietre nuove dalle cave. Di fatto, si salvarono solo i templi che furono trasformati in chiese e divennero per questo intoccabili (ma questa trasformazione cominciò solo a partire dal 607/608; prima di allora i cristiani non vollero che i Templi si convertissero in chiese, perché li ritenevano luoghi pieni di una presenza ancora nefasta e negativa).

Episodi seri di distruzione di Templi avvennero, invece, in oriente, in particolare in Siria, Egitto, Fenicia e Bitinia. Gli edifici sacri con i loro altari vennero spesso distrutti da turbe di monaci che, abbandonato temporaneamente i deserto, si scagliavano contro di essi, demolendoli pietra dopo pietra.

Non ci fu, però, una persecuzione violenta dei pagani come era avvenuto nei confronti dei cristiani: non ci furono le decapitazioni, le crocifissioni o l’invio alle belve. Ci furono, però, casi isolati di delitti efferati contro i pagani. Il caso più noto di martirio pagano è quello di Ipazia, una filosofa che, nel 415, quando aveva circa 45 anni, venne uccisa e fatta letteralmente a pezzi da un gruppo di facinorosi cristiani, senza che essi avessero mandato da parte di alcun decreto legislativo. Ipazia, oltre che filosofa, era anche matematica ed astronoma ed era venerata come maestra dal vescovo di Tolemaide di Cirenaica, Sinesio. Probabilmente viveva in uno stato di verginità dedito alla ricerca della sapienza. Sono discusse dagli studiosi le responsabilità del vescovo di allora, Cirillo di Alessandria. Ovviamente egli non fu il mandante del delitto: da alcuni viene accusato di non essere intervenuto a sedare egli animi, da altri di non aver compreso che le polemiche contro il paganesimo, nella città di Alessandria di allora profondamente divisa in fazioni per svariati motivi, avrebbero acceso ancor più gli animi, provocando gesti inconsulti. Dovette pesare nell'uccisione di Ipazia anche il fatto che fosse amica del prefetto della città e che quindi fosse molto influente politicamente (per un'analisi dettagliata delle fonti, cfr. J. Rougé, La politica di Cirillo d'Alessandria e l'uccisione di Ipazia, in L'intolleranza cristiana nei confronti dei pagani, a cura di P. F. Beatrice, EDB, Bologna, 1990, pp. 57-78). L'anno successivo alla morte di Ipazia, comunque, i parabalani (cioè i monaci infermieri) che erano direttamente accusati dell'omicidio furono sottoposti a più rigida sorveglianza dalla legislazione di Teodosio II, con il divieto di immischiarsi negli affari pubblici (cfr. voce Parabalani in Nuovo dizionario patristico e di antichità cristiane, Marietti, Genova-Milano, 2008, III, coll. 3899-3900). 

Sono noti anche alcuni casi di uccisione di vescovi in quanto eretici, come fu il caso di Priscilliano, un rigorista che fu fatto condannare a morte da altri vescovi.

L’inserimento del cristianesimo avvenne però di fatto, nel tessuto della cultura del tempo e non nel rifiuto di essa. Nel periodo delle persecuzioni contro i cristiani c’era stata una maggiore diffidenza nei confronti della cultura classica, ora, invece, la relazione era abituale. Simonetti, in particolare, ha studiato il rapporto fra cristianesimo e cultura classica nel IV secolo ed agli inizi del V (nel suo interessantissimo Cristianesimo antico e cultura greca, Borla, Roma, 1983).

Dal rapporto con il paganesimo nacque, innanzitutto, l’attenzione alla “lettera” nell’esegesi biblica, che precedentemente era stata quasi esclusivamente allegorica, sulla scia di Origene.

Inoltre i classici divennero pian piano i testi di riferimenti fondamentali nella formazione culturale dei giovani anche cristiani, mentre prima l’utilizzo delle opere pagane era stato più sospetto presso i cristiani. Nel IV secolo, invece, troviamo Basilio, nel suo Ai giovani, che spiega che le Sacre Scritture sono troppo impegnative per i giovani e che essi si devono prima misurare con l’istruzione classica, per accedere solo poi all’esegesi biblica.

Scrive così in quel testo: «Dato che alla nostra vita dobbiamo giungere per mezzo della virtù, per spingerci ad essa molte cose hanno detto i poeti, molte gli storici, molte di più i filosofi, alla parola dei quali bisogna soprattutto applicarsi. Infatti è non poco utile che l’anima dei giovani acquisti familiarità e abitudine con la virtù, poiché tali insegnamenti, se s’imprimono in profondità grazie alla malleabilità delle anime, diventano irremovibili» (c. 3). Basilio conclude che, poiché negli autori classici c’è il bene misto con il male, bisogna “prendere la rosa ed evitare la spina”.

È interessante che Giuliano l’Apostata, proibendo ai cristiani l’insegnamento dei classici, aveva cercato, in realtà, di confessionalizzarlo, mentre esso era, in realtà, ormai agnostico e sarebbe tornato ad esserlo dopo di lui: si insegnavano i miti non perché si credesse in essi, ma per il valore del testo letterario in sé e per i valori antropologici che conteneva L’atteggiamento di un Basilio fu, quindi, più “laico” di quello di Giuliano l’Apostata, poiché affermava il valore dei classici anche se non ne condivideva la verità dei miti.

Anche l’arte paleocristiana illustra chiaramente la commistione che si verificò fra paganesimo e cristianesimo: si pensi solo a Cristo presentato come Apollo/Orfeo o all’utilizzo iconografico di tantissimi simboli già pagani nella loro rilettura cristiana (sono bellissimi gli studi di H. Rahner su questo argomento), motivo per il quale spesso in una catacomba è difficile capire se una tomba è pagana o cristiana.

Infine, proprio la crisi ariana – e la precedente terminologia origeniana accolta dalla teologia – fece sì che la teologia accogliesse il portato filosofico dell’antichità ed, in particolare, il platonismo così come alcuni insegnamenti dello stoicismo.

Sempre Simonetti afferma: «in complesso possiamo dire che proprio l’apporto della filosofia greca, con i problemi che propose e gli stimoli che suscitò, contribuì a che i cristiani prendessero sempre più coscienza dell’irriducibilità del loro messaggio alle categorie del pensiero greco» (M. Simonetti, Cristianesimo antico e cultura greca, Borla, Roma, 1983, p. 85).

Benedetto XVI ha insistito molto e con intelligenza su questa alleanza che si creò fra la filosofia e la fede, mentre il conflitto culturale avvenne fra la mitologia e la fede. Così aveva scritto, ad esempio, nel discorso preparato per l’Università La Sapienza di Roma:

«L’uomo vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c).
In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera» [14].

Ed anche prima di questo intervento aveva insistito più volte, già da professore, sul fatto che la fede cristiana nei primi secoli del cristianesimo, ed in particolare nel IV, si sentì alleata con la filosofia, piuttosto che con il pensiero mitologico, in questo incontro con il paganesimo e la cultura classica.

Comunque certamente intolleranza da parte cristiana ci fu, anche se non paragonabile a quella che precedentemente era stata subita dai cristiani. Terribili furono soprattutto i monaci, che, da un lato, vivevano la radicalità della povertà cristiana, ma, dall’altro, proprio per questo non studiavano, erano spesso incolti e scendevano talvolta nelle città per difendere l’ortodossia della fede o per attaccare i templi con randelli e mazze. Solo il Concilio di Calcedonia, nel 451, decise finalmente che i monaci ed i loro monasteri dovevano essere sottoposti ai vescovi e si risolse così la questione della violenza monastica. Essi furono ben lontani dall’atteggiamento che aveva professato la Lettera a Diogneto che, nel II secolo, aveva affermato:

«Questi è Colui che Dio ha inviato. Qualcuno potrebbe pensare per tiranneggiare, spaventare, atterrire? Certamente no! Lo inviò con mitezza e bontà, come un re manda suo figlio re, lo inviò come Dio fra gli uomini, per salvare, per persuadere, non per fare violenza: la violenza, infatti, non conviene a Dio» (A Diogneto 7,2-4).

Possiamo ora tornare alla nostra visita. Possiamo affermare con certezza, anche se non esistono attestazioni esplicite, che il Credo di Nicea dovette essere proclamato qui a S. Giovanni. Al Concilio parteciparono, infatti, alcuni delegati romani, guidati dal vescovo Ossio di Cordova, e dovettero essere loro a riferire al pontefice dell’esito del Concilio e del Credo che era stato sottoscritto a Nicea. Nei luoghi che ora visiteremo, possiamo immaginare il riecheggiare di quelle parole che affermavano la relazione eterna del Padre e del Figlio suo, il cuore della nostra fede.

III Visita al battistero di S. Giovanni in Laterano, di Marco Valenti, Andrea Lonardo e Fabio Borghesi

Ci troviamo ora dinanzi al vero ingresso al Battistero, che non è visibile dalla piazza.

Il Battistero Lateranense, noto come S. Giovanni in Fonte, è il più antico battistero conosciuto in ordine di tempo in Roma. L’edificio è stato realizzato espressamente per la celebrazione del sacramento del Battesimo. Prima della creazione dei battisteri, i cristiani venivano battezzati nei luoghi dove c’era acqua corrente, si pensi al fiume Giordano o al battesimo con il quale Filippo battezzò l’eunuco della regina Candace “dove c’era acqua” (At 8,36).

A Roma non abbiamo evidenze storiche della presenza di battisteri nelle domus ecclesiae a causa delle trasformazioni medievali. Sicuramente, comunque, i battesimi avvenivano dove c’era acqua corrente, a Roma nel Tevere e nell’Aniene. Solo la celebrazione dell’eucarestia avvenire certamente nelle domus ecclesiae, ma si può pensare, come a Dura Europos, ad una progressiva presenza di fonti battesimali nelle domus o forse nella domus dove risiedeva il vescovo.

Solo successivamente si moltiplicarono i battisteri. Probabilmente, prima del V secolo, a Roma i battesimi venivano amministrati solo in questo battistero. Nelle altre chiese, per esempio S. Croce in Gerusalemme e S. Marco, sono stati rinvenuti dei battisteri, ma sembra che siano tutti di epoca successiva. Il vescovo ad un certo punto si rese conto che era impossibile per lui battezzare tutti i nuovi cristiani e demandò così alle parrocchie questo compito.

Costantino costruì questo ambiente fuori dalla basilica probabilmente perché si aveva chiara la coscienza che i catecumeni non facevano ancora parte pienamente della Chiesa. Anche oggi il rito del battesimo inizia alle porte dalla Chiesa per mostrare che il battezzando entra a far parte della comunità proprio con il sacramento.

Sotto il Battistero che vedete sono stati eseguiti scavi che hanno portato alla luce non solo le terme e le domus sottostanti, ma anche il battistero circolare sopra il quale è edificato l’attuale: è stata ritrovata una rotonda probabilmente perché Costantino costruì un battistero di forma circolare e fu solo poi Sisto III a mutarne la forma in ottagonale [15].

All’architettura romana dei tempi di Costantino era cara questa idea del cerchio: pensiamo al Mausoleo di S. Costanza, a quello di Elena sulla via Casilina. Nel V secolo avremo poi ancora S. Stefano Rotondo. Costantino costruì questi ambienti, dotandoli anche di beni per la manutenzione - il corrispettivo antico dell’attuale otto per mille era costituito allora da terreni e proprietà le cui rendite permettevano il mantenimento economico degli edifici ed i successivi restauri.

Con Costantino aumentò il numero di coloro che entravano a far parte della Chiesa. C’era quindi bisogno di un luogo che significasse l’accoglienza di costoro nella fede e sottolineasse questo passaggio dalla vita pagana alla vita cristiana. L’ingresso appare molto curato: vediamo all’esterno le due colonne di porfido che, unite alle altre otto che sono all’interno, sottolineano la preziosità dell’edificio. Probabilmente queste colonne furono fatte portare dall’Egitto - perché solo lì c’erano cave di questo marmo – e furono offerte da Costantino, anche se messe in essere nello stato attuale successivamente.

Sisto III, il pontefice che fece erigere S. Maria Maggiore e sotto cui sorse anche S. Sabina, risistemò il Battistero e modificò la sua forma circolare in quella ottagonale. Qualche anno prima di lui, già Ambrogio a Milano aveva fatto edificare un battistero ottagonale e composto dei distici con i quali sottolineava l’importanza del numero otto. L’ottavo giorno è, infatti, il giorno della resurrezione, il primo dopo il giorno settimo, cioè dopo il sabato: quindi con il simbolismo dell’ottagono si voleva sottolineare che con il battesimo si entrava nel nuovo tempo, nel tempo dell’eternità. Si usciva dal ciclo settenario, per entrare nel tempo inaugurato dalla resurrezione di Cristo. Con il battesimo, infatti, si muore al peccato e si risorge alla vita nuova con Cristo. L’ottagono fu una forma utilizzata anche dal monachesimo per le sepolture.

Questa con le due colonne in porfido era l’antica entrata principale del Battistero Lateranense. Poi con Urbano VIII ed Innocenzo X e, soprattutto, con i lavori fatti eseguire successivamente da Sisto V che risistemò la piazza, l’ingresso divenne quello attuale.

Quando Sisto III riadattò il Battistero riutilizzò le colonne che già c’erano e fece questo atrio come ingresso – i turisti non lo vedono facilmente, perché sorge oggi in zona extraterritoriale.

Andrea Lonardo

Nell’altomedioevo l’ingresso venne chiuso con due grandi lastre a destra ed a sinistra. Su quella di destra venne incisa nel 1064 l’iscrizione che vedete e che si riferisce all’imperatore Enrico IV, al tempo di papa Gregorio VII. Poco più sopra è possibile vedere alcune firme di pellegrini medievali, scritte in caratteri gotici. Si legge benissimo, ad esempio, “Hic fuit Johannes”.

Abbiamo visto che fu Costantino a finanziare i grossi lavori della basilica e del battistero Lateranense, ma non dobbiamo dimenticare la prospettiva generale che stiamo dando nell’interpretare questo periodo. Dal fatto che sia stato l’imperatore a sostenere questi lavori si potrebbe trarre la conclusione affrettata che siamo di fronte semplicemente ad un esercizio di potere, ad uno sfoggio di autorità.

Come abbiamo visto, invece, questo edificio prosegue uno sviluppo che è intrinseco alla fede, che tende per sua natura a manifestarsi pubblicamente. Proprio come catechisti potremmo domandarci: la fede è un atto semplicemente interiore o ha la necessità di esprimersi anche nella costruzione di un battistero? E dovremmo subito rispondere che la chiesa deve esprimere la bellezza e la ricchezza della fede anche nell’architettura. Costruire un luogo dove i cristiani si riuniscono appartiene alla dinamica interna della fede, non è un’alterazione dell’identità evangelica. Potremmo spingere la riflessione anche in riferimento alle esigenze odierne: se un parroco insieme ai laici abbellisce gli edifici della parrocchia, si sta forse allontanando dal vangelo? Assolutamente no, anzi questo è, in qualche modo, indispensabile: è espressione della vitalità della fede di un’epoca.

Pensiamo anche a come questo Battistero ci ricorda la centralità del battesimo nella vita cristiana e la centralità del Credo in esso: il Simbolo di fede viene professato prima di ricevere il battesimo. Il Credo niceno, di cui abbiamo parlato, è semplicemente lo sviluppo del Credo battesimale, probabilmente il Credo più antico, che utilizza la forma interrogativa, ma è già trinitario, richiamandosi ala finale del vangelo di Matteo (Mt 28,19). I Simboli di fede successivi – quello detto degli Apostoli, quello niceno, quello niceno-costantinopolitano, ecc. - ricalcano la stessa struttura ternaria del Simbolo battesimale interrogativo, di quel Simbolo cioè che venne professato in questo battistero, fin dalle sue origini.

Marco Valenti

Entrando nel battistero dal suo ingresso principale, immaginiamo l’antico utilizzo di questo edificio. Prima del battesimo i catecumeni, già eletti, entravano in questo atrio. Ora vi si trovano alcune tombe barocche ed altre memorie che furono qui poste sotto Innocenzo X, quando il Borromini fu chiamato a risistemare la basilica per l’anno santo, come la crocifissione in pietra che potete vedere, che è della scuola del Bregno ed è datata al 1492.

I catecumeni entravano in questo ambiente bi-absidato. Dell’epoca di Sisto III rimane il bellissimo mosaico che è nell’abside di destra. Gli studiosi sostengono che dovesse esserci, nell’abside di sinistra, un’immagine di Gesù Buon Pastore e, dalla parte opposta, il mosaico che si è salvato.

Si vedono spirali e foglie d’acanto che partono da vasi e, come rami di vite, scendono, fra fiori ed uccelli, segni di un’abbondanza di vita.

Nella parte più alta è chiaramente visibile come un ventaglio che rappresenta il cielo, nel quale spiccano delle colombe e l’agnello, immagine di Cristo. Sono poi rappresentate delle croci gemmate. Nei primi secoli del cristianesimo si faceva una gran fatica a rappresentare Cristo sofferente sulla croce. La croce a quel tempo era ancora uno strumento di tortura e di esecuzione capitale: è come se noi mettessimo una forca od una sedia elettrica in un posto così solenne. Ma, essendo gemmate, queste croci non erano intese semplicemente come strumenti di morte, ma come segni di vittoria. L’agnello, invece, è la rappresentazione di Cristo stesso, immolato e risorto.

Oltre al mosaico, si vedono chiaramente i resti, in alto a destra, delle tarsie marmoree, in opus sectile, che decoravano tutta la facciata d’ingresso.

Il Testini afferma che, forse, era proprio in questo luogo che i cristiani facevano la professione di fede. Si ipotizza così che i catecumeni si voltassero ad occidente per fare la rinuncia a Satana e poi si girassero verso oriente per fare la professione di fede.

Entravano poi nel battistero, dove ricevevano il battesimo. Il battesimo avveniva per immersione. Le donne di solito venivano accompagnate da damigelle per una questione di decoro.

Venivano tutti rivestiti delle vesti bianche e poi, dopo l’invocazione dello Spirito Santo, cresimati. Successivamente, i neofiti uscivano dal battistero per entrare in basilica e celebrare l’eucarestia. Ovviamente tutto questo nella notte di Pasqua.

Nel pronao biabsidato, le due cappelle sono dedicate ai martiri Cipriano e Giustina (martirizzati da Diocleziano ad Antiochia nel 304) – quella con il mosaico antico in situ - ed alle sante vergini e martiri Rufina e Seconda, uccise durante la persecuzione di Valeriano nel 260 – quella di fronte. In quest’ultima cappella due piccoli affreschi riproducono S. Filippo Neri con i suoi giovani che venera la Madonna che è dipinta nell’altro - i due dipinti sono attribuiti al Sassoferrato (1609-1685) o a Guido Reni (1575-1642).

Entriamo ora nel battistero vero e proprio. Sisto III utilizzò alcuni materiali della struttura precedente come le colonne e la trabeazione. Sulla trabeazione sono incisi dei distici in latino nei quali Sisto III fece iscrivere una catechesi in versi sul battesimo:

Andrea Lonardo

Gli splendidi versi con cui papa Sisto III parlò del battesimo, distinguono il peccato originale (crimen patrium) dall’attuale (crimen proprium), ambedue cancellati dall’acqua del battesimo [16]:

Nasce da questo seme divino un popolo da santificare
che lo Spirito fa nascere da quest’acqua fecondata.
Immergiti, peccatore, nel sacro fiume per essere purificato.
L’acqua restituirà nuovo quello che avrà accolto vecchio.
Non c’è più distanza tra coloro che rinascono,
una sola fonte, un solo Spirito, una sola fede (li) uniscono.
La madre Chiesa partorisce verginalmente in quest’acqua
i figli che concepì per ispirazione di Dio.
Se vuoi essere innocente purificati in questo lavacro
sia che ti opprima la colpa paterna (di Adamo), sia la tua.
Questa fonte è la vita e lava tutto il mondo,
prendendo principio dalle ferite di Cristo.
Sperate nel regno dei cieli voi rinati a questa fonte.
La vita felice non riceve coloro che sono nati una sola volta.
Né qualunque numero o forma dei propri peccati atterrisca:
chi è nato a questo fiume sarà santo
.

Non si deve dimenticare che i versi furono scritti proprio mentre divampava la questione pelagiana, con Agostino che rifiutava giustamente la posizione teologica di Pelagio che guardava all’uomo, di fatto, come capace di conversione facendo appello puramente alle proprie forze.

Così affermò, invece, S. Agostino, in un’espressione estremamente incisiva: «Questo è l’orrendo e occulto veleno del vostro errore: che pretendiate di far consistere la grazia di Cristo nel Suo esempio e non nel dono della Sua persona» (Contra Iulianum. Opus imperfectum).

Marco Valenti

Sisto III, nel progettare l’ambiente ottagonale del battistero si rifece all’esempio del battistero di Milano, che aveva già precedentemente la stessa forma. Nella sistemazione attuale, il soffitto è di Urbano VIII, prima metà del 1600, con lo stemma dei Barberini che si trova anche ai piedi delle colonne, come altrove. Probabilmente il soffitto originario doveva essere al centro a forma di calotta, mentre intorno doveva essere a botte come a S. Costanza.

Poiché le pareti non sono molto spesse, come invece sono al Pantheon, gli studiosi sostengono che la copertura non poté che essere realizzata con tubi fittili, cioè quelli in uso per le condutture d’acqua: essendo vuoti all’interno, si inserivano l’uno nell’altro e si poteva ottenere una copertura piuttosto leggera. La copertura originaria è andata persa e quando Urbano VIII e Innocenzo X hanno ristrutturato l’ambiente, hanno voluto l’attuale tetto a cassettoni.

Nel 460, papa Ilario (o Ilaro) rimise mano a questa costruzione e creò le cappelle laterali. Dedicò una cappella a S. Giovanni Evangelista, una a S. Giovanni Battista e, dove è situato l’attuale ingresso, una cappella dedicata alla S. Croce, con reliquie della Santa Croce.

Quest’ultima cappella sopravvisse fino a quando Domenico Fontana ristrutturò tutta la piazza di S. Giovanni per ordine di Sisto V: allora la cappella venne abbattuta per realizzare il nuovo ingresso. Dai disegni che ne sono rimasti si deduce che anche questa cappella doveva essere coperta di mosaici.

Andrea Lonardo

Sull’architrave posto all’ingresso della cappella di S. Giovanni evangelista si leggono due iscrizioni latine. La prima recita Diligite alterutrum, cioè Amatevi gli uni gli altri, memoria dell’insegnamento di Gesù raccontatoci da Giovanni [17]. L’altra iscrizione recita: Liberatori suo beato Johanni Evangelistae Hilarus episcopus famulus Christi - Al suo liberatore il beato Giovanni evangelista, Ilaro, servo di Dio.

Papa Ilaro (noto anche con il nome di papa Ilario), fu papa dal 461 al 468. Fu lui ad edificare la Cappella di San Giovanni Evangelista, insieme a quella di San Giovanni Battista, nella seconda metà del secolo V, come ringraziamento all’evangelista per lo scampato pericolo corso durante il sinodo tenutosi ad Efeso nel 449, passato alla storia come “il latrocinio di Efeso”, perché celebrato senza un vero consenso ecclesiale e manovrato dall’eretico Eutiche.

Ilaro, diacono, era stato inviato da papa Leone Magno (440-461) come suo delegato a Efeso, città giovannea, per contrastare Eutiche. Quest’ultimo affermava che Cristo non era consustanziale con l’umanità, poiché, una volta avvenuta l’incarnazione, si doveva affermare, a suo dire, solo la natura divina di Cristo. Il sinodo del 449 sembrò segnare la vittoria della posizione monofisita (che affermava una sola natura, quella divina, di Cristo) di Eutiche. Ilaro fu quasi ucciso nei tumulti che seguirono, ma si rifugiò presso la tomba dell’evangelista e riuscì a scampare alla morte. Per questo, divenuto papa, decise di erigere questa cappella come ringraziamento all’autore del quarto vangelo [18].

La grande Chiesa riuscì poi, due anni dopo, con il concilio di Calcedonia, a confutare la posizione monofisita che negava la reale umanità di Cristo e ad affermare la presenza nell’unica persona divina di Cristo delle due nature umana e divina, integre e complete, senza mescolanza, trasformazione, separazione o divisione. Succeduto a Leone Magno, Ilaro costruì appunto le cappelle del battistero lateranense.

Sul soffitto della Cappella di S. Giovanni evangelista è ancora in situ un antico mosaico che rappresenta l’agnello mistico.

Le porte in bronzo della Cappella di S. Giovanni evangelista sono medievali e sono state realizzate da Uberto e Pietro di Piacenza, durante il pontificato di Celestino III, come ricorda la dedica. Quando si aprivano facevano un rumore simile a canne d’organo che suonano e probabilmente Dante vi fa cenno nella sua Divina Commedia. Una figura, inserita fra due campanili medioevali, sorregge con la destra un globo, simbolo del mondo: è il pontefice o una raffigurazione della Chiesa stessa.

Fabio Borghesi
Le opere che ora vedremo ci ricordano che, dopo Sisto III, il Battistero conobbe ingenti lavori di risistemazione per opera di papa Urbano VIII (1623-1644) e poi di papa Innocenzo X (1644-1655). Fu nel corso dei loro pontificati che vennero eseguiti gli affreschi con le storie di Costantino e le due figure dell’abbondanza e della pace. Si vedono dappertutto le api dei Barberini (è lo stemma della famiglia di Urbano VIII) e la colomba con il ramoscello di ulivo (è lo stemma dei Pamphilj, la famiglia di Innocenzo X). Vedete, ad esempi, la colomba, fra i simboli dell’abbondanza e della pace. L’abbondanza oltre ad avere la cornucopia, ha anche un ramoscello di ulivo, perché per esserci abbondanza occorre che ci sia anche la pace.

Già precedentemente papa Gregorio XIII aveva fatto aprire l’ingresso attuale in occasione dell’anno santo del 1575 ed, infatti, sopra l’ingresso si vede il drago, stemma della famiglia Buoncompagni, alla quale apparteneva.

Gli affreschi con le storie di Costantino sono dell’epoca di Urbano VIII, dipinti da una scuola di artisti romani di cui facevano parte Carlo Maratta, Giacinto Gimignani, Andrea Cammasei e Carlo Mannoni.

Seguendo l’ordine narrativo si vedono:

  1. la visione della croce da parte di Costantino,
  2. la battaglia di Ponte Milvio con il trionfo su Massenzio,
  3. l’ingresso trionfale di Costantino vincitore sul suo cavallo bianco in Roma,
  4. la sostituzione degli idoli con il segno della croce,
  5. la celebrazione del Concilio di Nicea.

Della visione della croce e della celebre frase In hoc signo vinces, come della battaglia di Ponte Milvio e dell’ingresso in Roma di Costantino, avete già parlato.

A livello dell’iconografia degli affreschi si può qui ulteriormente sottolineare che nell’episodio della visione della croce, pur essendoci la scritta in greco, si vede una croce latina e non il segno delle iniziali di Cristo, il chi ed il rho, di cui si è parlato, come attestano le fonti, anche se tardive. Sullo sfondo al centro si intravede Ponte Milvio e più dietro, la città di Roma.

Nell’episodio della battaglia di Ponte Milvio è rappresentato a destra Massenzio che sta per annegare nel Tevere, mentre sui labari si vedono sia la croce latina che, più dietro, il monogramma costantiniano. Sullo sfondo, a destra, si intravede di nuovo Ponte Milvio.

Alla scena dell’ingresso trionfale in Roma dell’imperatore – nella quale si vede a sinistra la testa mozzata di Massenzio mostrata in alto da una lancia - segue una scena che ha carattere più simbolico che reale, cioè quella di Costantino che fa sostituire le statue degli dèi pagani con il segno della croce.

C’è poi un’altra scena che rappresenta in maniera simbolica il Concilio di Nicea. Si vede Costantino che onora i vescovi che hanno subito violenze nel periodo delle persecuzioni di Diocleziano (al vescovo al quale Costantino bacia la mano, mancano alcune dita evidentemente amputate dai persecutori). Si vede anche Costantino che, con l’altra mano, fa bruciare i libelli contro i vescovi; sul lato destro un militare addita ad un personaggio dalle lunghe vesti il gesto di omaggio di Costantino ai martiri.

I cinque affreschi hanno ciascuno la propria didascalia in latino:

  1. Costantino protectionem in Maxentium agitanti, certam victoriam promittit aspecta in coelo Crux iis verbis inscripta: In hoc signo vinces
  2. Commissa acie ad pontem Milvum, fusisque hostibus, Maxentioque in Tiberim acto, victoria potitur
  3. Urbem ad triumphum ingresso, arcus ad radices Palatii erigitur
  4. Simulacris deorum dirutis – aris eversis – Crucem locari iubet
  5. In Concilio Nicaeno extremis residens – libellos in episcopos comburit – et inflicta martyribus vulnera – deosculatur (nel Concilio di Nicea, sedendo agli ultimi posti, fa bruciare i libelli contro i vescovi e bacia le ferite inflitte ai martiri)

Nel registro superiore sono rappresentati angioletti che giocano con il compasso e con altri utensili necessari per il disegno architettonico, oppure con gli oggetti raffigurati negli affreschi sottostanti, come l’elmo di Costantino e la sua corazza.

Gli affreschi del registro superiore celebrano, inoltre, il lavoro di Urbano VIII che fece restaurare molte chiese, tra le quali il Battistero Lateranense, la Basilica del Laterano, S Pietro in Vaticano, S. Paolo fuori le mura, S. Lorenzo, S. Croce, i SS. Marcellino e Pietro, tutti dipinti nei medaglioni.

Si può notare, in particolare, la rappresentazione della basilica lateranense ai tempi di Urbano VIII, nella prima metà del 600, prima di Innocenzo X che nel 1650 la rinnovò completamente. Per sottolineare i restauri del battistero, il tondo con l’immagine che ne mostra l’interno ha la dicitura: “Exemplar Baptisterii probat”, cioè “approva il progetto del battistero”.

Sono affrescati anche i SS. Giovanni Battista ed evangelista. San Giovanni Evangelista, in particolare, è raffigurato con il Vangelo e l’aquila. Si vede poi un calice da cui fuoriesce un serpente, che ricorda la tradizione romana del tentato martirio dell’evangelista e localizzata dove sorge ora un piccolo tempietto, S. Giovanni in Oleo, vicino S. Giovanni a Porta Latina. Questa tradizione vuole che l’evangelista, venuto a Roma, subì due successivi tentativi di martirio, il primo tramite un calice avvelenato – ed il serpente che ne fuoriusciva gli rivelò il pericolo – il secondo quando lo immersero in una caldaia bollente d’olio (da cui S. Giovanni “in oleo”), da cui però uscì miracolosamente preservato.

La vasca battesimale che è al centro del battistero non è originaria, ma è un manufatto di età romana, in basalto verde. Venne sistemata qui nel corso dei restauri. Urbano VIII (1623-1644) fece realizzare per essa un coperchio con due rilievi in bronzo rappresentanti il battesimo di Gesù da parte del Battista ed il battesimo di Costantino da parte di Silvestro. La leggenda vuole, infatti, che Costantino sia stato battezzato proprio qui, in questo luogo, da papa Silvestro e non, come avvenne storicamente, in punto di morte. Una vasca uguale si trova a S. Croce in Gerusalemme ed è usata come base dell’altare.

Vicino alla vasca battesimale si notano due cervi nella piscina, fatti eseguire da Paolo VI per ricordare i sette cervi che erano stati realizzati originariamente per il battistero, dalla cui bocca fuoriusciva l’acqua per il battesimo. Vennero probabilmente trafugati nel corso delle invasioni barbariche.

Il cervo ricorda il salmo che dice che la nostra anima desidera il Signore come i cervi desiderano l’acqua fresca. Paolo VI fece anche realizzare nel deambulatorio le grate in bronzo che servono per areare gli scavi sottostanti. Si può vedere il suo stemma ed anche i simboli del grifone, mezzo aquila e mezzo leone, il pellicano che, secondo la leggenda, dà da mangiare ai piccoli dal suo stesso sangue, i pesciolini, con riferimento a noi cristiani che siamo pesci viventi nell’acqua di Dio, l’agnello immagine del Cristo.

I dipinti in alto nell’ottagono, sopra la trabeazione, rappresentano la storia di S. Giovanni Battista. Sono di Andrea Sacchi (1599-1661) e rappresentano: l’Annunciazione a Zaccaria, la Visita di Maria ad Elisabetta, la Nascita del Battista, la Circoncisione del Battista, il Battista nel deserto, la Predicazione del Battista, il Battesimo di Gesù, il martirio di Giovanni Battista. Sono delle copie, poiché gli originali si trovano nei Musei Vaticani.

La Cappella di S. Venanzio, di Andrea Lonardo

Entriamo ora nuovamente nella Cappella di S. Venanzio. Fu fatta costruire da papa Giovanni IV (640-642) che vi depose le reliquie di martiri della Dalmazia, la sua terra d’origine, in particolare di S. Venanzio, che era stato vescovo di Duvno, di Domnione, vescovo di Salona, di Anastasio, di Mauro e di altri martiri. La cappella venne terminata da papa Teodoro (642-649), suo successore, di cui parleremo l’anno prossimo, nell’incontro sulla crisi monotelita.

Anche questa cappella, come tutto il battistero, conobbe degli interventi al tempo di papa Paolo VI, poco dopo il Concilio, come si vede dal suo stemma.

Ai lati della cappella è evidente il livello del pavimento al tempo di Costantino. Si intravede il pavimento mosaicato di questi primitivi ambienti.

La parte più interessante della cappella è costituita dal mosaico che si è conservato, anche se è stato un po’ soffocato dal nuovo soffitto ligneo, realizzato durante il pontificato di Gregorio XIII nel 1573 (alcuni studiosi vogliono che il disegno sia di Michelangelo).

Il mosaico è stato completato al tempo di papa Teodoro, che si è fatto rappresentare all’estrema sinistra fra i personaggi dell’abside, ponendo all’estrema destra il suo predecessore Giovanni IV, che aveva iniziato i lavori.

In alto si vede il Cristo, circondato dai simboli dei quattro evangelisti. Sotto di lui la Vergine orante. Alla destra della Madonna, in ordine, S. Pietro, S. Giovanni Battista e S. Domnione, prima di papa Giovanni IV. Alla sinistra, S. Paolo, S. Giovanni Evangelista, S. Venanzio ed infine papa Teodoro.

Sopra l’abside, sulla parete, il mosaico prosegue con le due città, Betlemme e Gerusalemme, luoghi dell’incarnazione e della passione, morte e resurrezione. Al centro si ripetono i simboli dei quattro evangelisti. Ai lati, invece, altri santi dalmati ed, in particolare, Pauliniano, Atelio, Asterio e Anastasio a sinistra e Mauro, Settimio, Antiochiano e Galano a destra.

Giovanni IV è uno dei papi altomedioevali e dovette misurarsi con la crisi monotelita, così come il suo successore. Si ricorda di lui che intervenne utilizzando i beni della chiesa per liberare persone che erano state fatte prigioniere in Dalmazia, nelle guerre combattute dall’impero bizantino. Questo lascia intravedere come il papato avesse, già a quel tempo, non solo un ruolo religioso, ma, in un momento di difficoltà dell’impero, intervenisse a livello civile, in questo caso nella liberazione di prigionieri, anche in territori relativamente lontani come la Dalmazia.

L’appartenenza all’impero è, però, ancora così chiara che, nel corso della crisi monotelita, l’imperatore mandò a catturare papa Martino, il successore di Teodoro, che, in atto di protesta e di protezione, si fece porre su di un letto, poiché era malato, davanti all’altare della basilica del Laterano. Durante la notte, i soldati romani penetrarono nella basilica e lo prelevarono, conducendolo in esilio a Costantinopoli e poi in Crimea, dove morì esule, senza poter tornare a Roma, mentre Costante II, l’imperatore, fece nel frattempo eleggere un nuovo papa. Si vede come l’impero romano non era ancora scomparso a quell’epoca, come talvolta si pensa nei nostri licei quando si lascia credere che con la caduta di Romolo Augustolo l’impero si sia estinto, mentre invece Roma era ancora una città pienamente appartenente all’impero romano al tempo di questi mosaici. Ma di questo torneremo a parlare l’anno prossimo.


Note al testo

[1] La più recente è quella che circola a partire dal romanzetto di Dan Brown Il Codice da Vinci che si inventa il fatto che sia stato Costantino a stabilire il canone del Nuovo Testamento, mentre esso era, per certi versi, già stabilito anche se non ufficialmente dal consenso di tutte le chiese dalla fine del I secolo e, in via ufficiale, sarà stabilito definitivamente solo al Concilio di Trento! Quello che è certo è che il povero Costantino non c’entra assolutamente nulla.

[2] Per riflettere su come la chiesa non vada mai idealizzata, proprio per amarla veramente, vi invito a leggere, per il vostro cammino personale, un testo straordinario di Dietrich Bonhoeffer che si intitola La vita comune. Egli scrive che per costruire una vera comunità cristiana bisogna rinunciare all’ideale di una comunità fatta di soli santi. Ricordo che lessi già da ragazzo questo testo e mi colpì, perché descriveva proprio le dinamiche del gruppo giovanile di cui allora facevo parte. Bonhoeffer racconta che bastano pochi giorni estivi di vita comune fra cristiani per avere l’illusione che si è costruita una comunità perfetta, dove tutti si vogliono bene, tutti pregano, tutti fanno servizio, tutti sembrano convintissimi della fede. Ma, non appena si torna alla vita quotidiana, tutto questo sembra svanire. Proprio allora – egli dice – diviene evidente se le persone cercavano un loro ideale di comunità (Bonhoeffer la chiama la “comunità psichica”) oppure se sono disposti ad amare i fratelli in Cristo così come sono, come appaiono con tutte le loro magagne e debolezze (solo questo modo di essere chiesa Bonhoeffer chiama “comunione spirituale”). Quel brusco ritorno alla realtà non è la fine della comunità, ma il suo vero inizio, perché obbliga ad accettare i fratelli così come sono, come Dio li chiama nella comunità e non come noi “psichicamente” li vorremmo!

[3] Così scrive il Panegirista del 313: «[17, 1] Pertanto, al primo apparire della tua maestà e al primo assalto del tuo esercito tante volte vincitore, i nemici furono atterriti e messi in fuga, ma ebbero la ritirata tagliata dal restringimento del Ponte Milvio: se si escludono i principali responsabili di quell’atto di brigantaggio, che, non avendo alcuna speranza di perdono, cadendo coprirono con il loro corpo il luogo che avevano preso per la battaglia, tutti gli altri si gettarono a precipizio nel fiume, e così, finalmente, i tuoi diedero un momento di sollievo alle loro destre stanche di strage. [2] Quando il Tevere ebbe inghiottito quegli empi ed anche lui [Massenzio], che col suo cavallo e le sue armi da imperatore tentava invano di fuggire per gli argini scoscesi della riva opposta, quello stesso Tevere lo travolse nei suoi gorghi e lo inghiottì, perché un così turpe mostro non lasciasse nemmeno questa fama della sua morte, quella, cioè, di essere caduto sotto la spada o il dardo di qualche valoroso. [3] I corpi e le armi di altri nemici il fiume li travolse e portò via con la sua rapida corrente; ma lui lo lasciò fermo nello stesso luogo in cui era morto: il popolo romano non doveva restare troppo a lungo nel dubbio; avrebbe temuto che potesse essersi rifugiato da qualche parte, se fosse rimasta da cercare la prova della sua morte... [16, 2] Ora violento e impetuoso hai inghiottito il nemico dell'impero e, perché non restasse nascosto il tuo servigio, vomitasti il suo cadavere perché tutti lo vedessero. [3] Così, ritrovato e fatto a pezzi quel corpo, tutto il popolo romano arse di gioia e di vendetta: per tutta la Città non si cessò di fare oltraggio, a fine espiatorio, alla testa di quel miserabile, che veniva portata in giro infissa ad un'asta».

[4] Questo l’originale latino: IMPERATORI CAESARI FLAVIO COSTANTINO MAXIMO PIO FELICI AUGUSTO SENATUS POPULUSQUE ROMANUS QUOD INSTINCTU DIVINITATIS MENTIS MAGNITUDINE CUM EXERCITU SUO TAM DE TYRANNO QUAM DE OMNI EIUS FACTIONE UNO TEMPORE IUSTIS REM PUBLICAM ULTUS EST ARMIS ARCUM TRIUNPHIS INSIGNEM DICAVIT.

[5] Dall’articolo La conversione di Costantino imperatore, di Marilena Amerise, on-line su www.gliscritti.it

[6] Dal discorso di Benedetto XVI del 19 ottobre 2006, ai partecipanti al Convegno di Verona.

[7] M. Simonetti, Costantino e la chiesa, in Costantino il grande. La civiltà antica al bivio tra Occidente e Oriente, A. Donati – G. Gentili (a cura di ), SilvanaEditoriale, Milano, 2005, pp. 56-63.

[8] Come ha ampiamente dimostrato M. Simonetti, nel suo La crisi ariana nel IV secolo, Augustinianum, Roma, 1975, a Nicea non era ancora sufficientemente chiara la distinzione che poi farà testo fra “ousia” ed “ipostasis”, come è evidente dagli anatematismi del Concilio che recitano: «Ma quelli che dicono: Vi fu un tempo in cui egli non esisteva; e: prima che nascesse non era; e che non nacque da ciò che esisteva, o da un’altra ipostasi o sostanza che il Padre, o che affermano che il Figlio di Dio possa cambiare o mutare, questi la chiesa cattolica e apostolica li condanna».

[9] Si possono citare, in proposito, due straordinari testi utili per una catechesi su questo tema. Così ha affermato Benedetto XVI (dal discorso del Santo Padre Benedetto XVI dell’11 giugno 2007 all’apertura del Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma): «“Gesù è il Signore” - è la confessione comune della Chiesa, il fondamento sicuro di tutta la vita della Chiesa. Da queste parole si è sviluppata tutta la confessione del Credo Apostolico, del Credo Niceno». In un passaggio di un volume sul Credo degli apostoli, così ha scritto, esprimendo la stessa verità, von Balthasar (da H. U. von Balthasar, Il Credo, Jaca Book, Milano, p. 31): «Ogni molteplicità proviene da qualcosa di semplice. Le molte membra dell’uomo, da un uovo fecondato. Le dodici enunciazioni del credo apostolico, anzitutto da queste tre domande particolari: Credi in Dio Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo? Ma anche queste tre formule sono espressione – ed è Gesù a fornircene la prova – del fatto che l’unico Dio è, nella sua essenza, amore e donazione... Queste tre “vie di accesso” a loro volta si diramano in dodici “articoli” (“articulus” indica in latino la giuntura che tiene unite fra loro le membra). La nostra fede non si affida mai a delle frasi, ma ad un’unica realtà che si dispiega davanti a noi: una realtà che è al tempo stesso la verità più alta e la più profonda salvezza».

[10] M. Simonetti, Costantino e la chiesa, in Costantino il grande. La civiltà antica al bivio tra Occidente e Oriente, A. Donati – G. Gentili, a cura di, SilvanaEditoriale, Milano, 2005, pp. 56-63.

[11] Dalla catechesi di Benedetto XVI su sant’Atanasio del 20/6/2007.

[12] Da J. Ratzinger, L’unità delle nazioni. Una visione dei padri della Chiesa, Morcelliana, Brescia, 1973.

[13] Dalla relazione per la presentazione del libro di 30Giorni sull’attualità di sant’Agostino, Il potere e la grazia.

[14] Dalla Lectio che Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere all'Università La Sapienza di Roma il 17 gennaio 2008.

[15] Gli scavi sottostanti sono visitabili, ma solo con uno speciale permesso che deve essere richiesto ai Musei Vaticani.

[16] Questo il testo latino originale:

GENS SACRANDA POLIS HIC SEMINE NASCITUR ALMO
QUAM FECUNDATIS SPIRITUS EDIT AQUIS.
VIRGINEO FETU GENITRIX ECCLESIA NATOS
QUOS SPIRANTE DEO CONCIPIT AMNE PARIT.
CAELORUM REGNUM SPERATE HOC FONTE RENATI:
NON RECIPIT FELIX VITA SEMEL GENITOS.
FONS HIC EST VITAE QUI TOTUM DILUIT ORBEM,
SUMENS DE CHRISTI VULNERE PRINCIPIUM.
MERGERE PECCATOR SACRO PURGANDE FLUENTO,
QUEM VETEREM ACCIPIET, PROFERET UNDA NOVUM.
INSONS ESSE VOLENS ISTO MUNDARE LAVACRO,
SEU PATRIO PREMERIS CRIMINE SEU PROPRIO.
NULLA RENASCENTUM EST DISTANTIA QUOS FACIT UNUM
UNUS FONS, UNUS SPIRITUS, UNA FIDES.
NEC NUMERUS QUEMQUAM SCELERUM NEC FORMA SUORUM
TERREAT HOC NATUS FLUMINE SANCTUS ERIT.

[17] Sulle notizie patristiche relative a Giovanni evangelista divenuto ormai anziano, si può leggere questo bel testo di D. Mollat (D. Mollat, Giovanni maestro spirituale, Borla, Roma, 1984, pp. 17-18), che sintetizza i dati riportati dalla tradizione: «Più di un autore cristiano del II secolo afferma che Giovanni si stabilì a Efeso, da dove governò le chiese della provincia romana d’Asia. Alle testimonianze già citate riguardanti questo soggiorno, bisogna aggiungere quella – più antica (155-161) – di Giustino, nel suo Dialogo con Trifone. Si può situare la data della venuta di Giovanni, con qualche verosimiglianza, tra il 67 e il 70, dopo l’apostolato di Paolo e Timoteo a Efeso e – se si vuol dar credito ad Eusebio – prima della guerra giudaica. Tornato a Efeso dopo la morte di Domiziano, avrebbe diretto le chiese d’Asia fino alla sua morte. Gerolamo lo descrive, alla fine della sua vita, così decrepito per la vecchiaia, che bisognava portarlo di peso nelle assemblee. Troppo debole per tenere lunghi discorsi, si limitava a ripetere: “Figlioli miei, amatevi gli uni gli altri!”. Poiché i fedeli talvolta si stancavano di questa ripetizione, egli rispondeva: “E’ il comandamento del Signore e, se viene osservato, ciò è sufficiente”. Elemento forse leggendario, ma espressione fedele del pensiero giovanneo. Giovanni morì a Efeso in età avanzata, sotto il regno di Traiano (98-117). L’episodio del martirio che avrebbe subito a Roma in una caldaia di olio bollente, prima del suo esilio a Patmos, riposa sulla sola testimonianza di Tertulliano, ripresa due volte da Gerolamo. Non si può non sottoscrivere le riserve degli storici: nessuno scritto patristico, né alcun calendario antico garantiscono il valore storico di questo episodio».

[18] Sull’importanza della cappella nella storia della dedicazione della basilica anche all’evangelista Giovanni, vedi La dedicazione della Cattedrale di Roma ai Santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, di Andrea Lonardo

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Per altri articoli di Andrea Lonardo vedi al link Articoli e scritti di Andrea Lonardo.