Audite poverelle. Un canto di Francesco d’Assisi per Chiara e le sue sorelle, di Felice Accrocca

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /10 /2017 - 22:37 pm | Permalink
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Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 17-18/8/2015 un articolo di Felice Accrocca. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Francesco d'Assisi.

Il Centro culturale Gli scritti (16/10/2017)

Vicente Carducho (Firenze, 1576 circa, Madrid, 1638) - 
San Francesco d' Assisi riceve le stimmate, Madrid,
Ospedale della V.O.T.

 Una delle scoperte più interessanti degli ultimi cinquant’anni è stata il ritrovamento di un testo che Francesco indirizzò a Chiara e alle sorelle che con lei dimoravano presso la chiesa di San Damiano in Assisi. Nei loro ricordi — trasmessi con buona fedeltà nella Compilatio assisiensis — i compagni di Francesco c’informano che il santo, in quegli stessi giorni in cui compose la prima e più ampia parte del Cantico di frate sole, scrisse anche «alcune parole con melodia (verba cum cantu), a maggior consolazione delle signore povere del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità. E poiché, a causa della malattia, non le poteva visitare e consolare personalmente, volle che quelle parole fossero loro comunicate dai suoi compagni». Rimasto nascosto, potremo dir così, per secoli, quel testo è venuto alla luce nel 1976 per tutta una serie di felici circostanze: le novizie del Protomonastero di Assisi notarono sorprendenti corrispondenze fra quanto era riferito di quelle «parole con melodia» nella Compilatio assisiensis e un testo che nel 1941 era stato edito già dal padre Leonardo Bello, rinvenuto in due codici (pergamenaceo l’uno, cartaceo l’altro) conservati dalle Clarisse di Novaglie.

Le novizie fecero notare la cosa a suor Chiara Augusta Lainati, la quale, ottenuto il testo dalle consorelle di Novaglie, nell’estate 1977 lo ripubblicò nella prima edizione delle Fonti francescane.

La notizia fu comunicata anche al padre Giovanni Boccali: questi si portò allora a Novaglie, dove poté esaminare i codici e proporne una prima datazione (primi decenni del secolo XIV il codice pergamenaceo, inizio del XVI il codice cartaceo). Boccali giudicava autentico il testo dell’Audite, poverelle, sia perché il codice pergamenaceo ne attribuiva espressamente la paternità a Francesco sia per la continuità che linguaggio e contenuti di quella poesia mantenevano con il linguaggio e il pensiero del santo.

La discussione, spesso vivace, che ebbe luogo negli anni successivi (decisivo, in proposito, un lucido saggio di Aldo Menichetti) ha finito per confermare l’autenticità di quel breve testo, che riproduco ora nella sua integrità:

«Audite, poverelle dal Signore vocate, / ke de multe parte e provincie sete adunate: / vivate sempre en veritate / ke en obedienzia moriate. / Non guardate a la vita de fore, / ka quella dello spirito è migliore. / Io ve prego per grand’amore / k’aiate discrezione de le lemosene ke ve dà el Segnore. / Quelle ke sunt aggravate de infirmitate / et l’altre ke per loro suò affatigate, / tutte quante lo sostengate en pace, / ka multo venderite cara questa fatiga, / ka ciascuna serà regina / en celo coronata cum la Vergene Maria».

Meno noto è il fatto che la notizia riferita dai compagni di Francesco aveva attirato già l’attenzione di Giulio Salvadori. Il poeta, che in gioventù aveva condiviso un tratto di strada con D’Annunzio e che nel 1885, in Ascoli, aveva ritrovato la fede in Dio, fu studioso appassionato della vicenda di san Francesco d’Assisi e delle fonti francescane, oltre che amico sincero di Paul Sabatier, con il quale condivise seri progetti di ricerca. Gian Francesco Gamurrini (1835- 1923), studioso di archeologia e di storia del territorio aretino, al quale Salvadori fu legato da sentimenti di gratitudine e d’amicizia, credeva di aver scoperto dei versi volgari inediti di san Francesco in un codice da lui rinvenuto nella Biblioteca Nazionale di Napoli.

Prima ancora di pubblicarli, volle quindi condividere l’entusiasmo della scoperta con Giulio Salvadori, il quale in un primo tempo concordò con l’illustre studioso, salvo prenderne in seguito le distanze, pur mantenendo un tono di grande delicatezza e discrezione. Salvadori scrisse al Gamurrini il 9 dicembre del 1900: «D’altra parte, se egli (san Francesco) ammonì le suore di Santa Chiara che, siccome il Signore da molte parti le aveva congregate in uno alla santa povertà e alla santa obbedienza, così in queste medesime virtù dovessero vivere e morire; perché allo stesso modo non avrebbe potuto ammonire i frati Minori?» (Lettere I. [1878-1906], a cura di Nello Vian, Roma, 1976).

L’episodio riferito dai compagni di Francesco non era dunque passato inosservato al Salvadori, il quale molti anni dopo, nel pubblicare i suoi Ricordi di san Francesco d’Assisi (Firenze 1926), ne riportava la testimonianza per poi scrivere: «Chi raccoglie qui queste Laudi, per dare un’idea dei versi accompagnati dal canto, notando che le virtù le quali rifulgevano nella mente di Francesco come bellezze e grazie dell’anima santa accoppiate come sorelle nel Saluto alle virtù tornano in questa esortazione a santa Chiara e alle altre Povere Signore, ha tentato di ricomporla in versi simili a quelli del Cantico del Sole, usando parole di san Francesco, o proprie del suo parlare, non però del suo dialetto: e della presunzione chiede perdono al Santo e ai lettori».

Salvadori dava poi il testo frutto della sua congettura: «Io vi prego, mie Signore, che umilmente m’ascoltate: / poi che il Padre del Cielo in uno v’ha congregate. / A seguire il suo diletto Figlio in dolce penitenza, / nella santa Caritate con la santa obbedienza. / Nella santa Povertate con la santa umilitate; / e poi che il santo Spirito d’esse virtù vi ha ornate. / Prego santa Maria Vergine ch’essa vi voglia custodire, / sì che in esse dobbiate e vivere e morire. / Delle cose che vi si appongono alla mensa del Signore / provvedete ai vostri corpi con discrezione: / E l’Altissimo laudate, benedicete e ringraziate / con pura letizia in semplicitate e caritate. / E le povere inferme nelle loro infermitate / e le sane che le curano compatendo con chi pate. / Beate se sostengono in pazienza e pace! / Che dal Signore Altissimo saranno incoronate» .

Come si vede, Salvadori si lasciò influenzare più dal Saluto alle virtù e dal Cantico di frate sole che non dalla testimonianza dei compagni, i quali descrivevano il contenuto di quel testo di Francesco con grande precisione. Nonostante la loro “infedeltà”, questi versi trasmettono però il candore di un’anima sinceramente francescana, che fece della sua arte poetica un inno di lode a Dio.

© Osservatore Romano - 17-18 agosto 2015