Blog dei redattori de Gli scritti del maggio 2010

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /05 /2010 - 15:32 pm | Permalink
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Bambini che sanno Dante a memoria in III, IV e V elementare (di A.L.)

Entro in una scuola primaria cattolica per una lezione sulla storia del testo biblico. Mi spiegano che una maestra insegna l’Inferno di Dante in III elementare, il Purgatorio in IV ed il Paradiso in V.

Si vede dagli occhi dei bambini che è stata capace di insegnare loro ad amare la Divina Commedia. Fanno a gara per recitare terzine su terzine delle diverse Cantiche.

Domando: Perché vi piace Dante?

Mi risponde, sicuro, un bambino: Perché è il più grande poeta italiano.

Ed una bambina aggiunge: Racconta delle storie bellissime.

Straordinario che una classe di bambini ami Dante o piuttosto che ci siano insegnanti che credono questo impossibile?


Catechesi degli adulti, cioè delle famiglie! (di A.L.)

La generazione di un bambino è uno dei gesti più alti compiuti da un adulto. Infatti, essere cristiani “maturi” vuol dire essere persone cariche di relazioni ed, in particolare, di quelle costitutive dell’affettività e della fecondità, poiché ognuno trova la propria identità non semplicemente facendo riferimento a se stesso, ma piuttosto scoprendo a chi dona la vita. In particolare l’esperienza del matrimonio e della generazione caratterizzano l’esistenza del laico. Ed è proprio per questo che la pastorale battesimale si inserisce di diritto nel grande ambito della catechesi degli adulti.

La chiesa di Roma, proprio in questa direzione, ha indicato la via da seguire:

«La famiglia sia considerata soggetto portante delle iniziative di catechesi degli adulti, così da favorirne la crescita spirituale ed ecclesiale ed il compito missionario» (Libro del Sinodo della Diocesi di Roma, p. 132).

Senza una concreta attenzione alla famiglia, alle sue ricchezze ed alle sue problematiche, il riferimento all’adulto diverrebbe necessariamente astratto ed evanescente.

Anche nella Lettera di riconsegna del Documento di base si afferma che il riferimento alla famiglia è una delle due scelte che ha caratterizzato il rinnovamento dell’iniziazione cristiana in Italia:

«L’esperienza di questi anni ci ha confermato che il buon esito della catechesi è condizionato dalla attenzione privilegiata a due scelte qualificanti presenti nel DB: la centralità della catechesi degli adulti e della famiglia e la formazione dei catechisti» (Lettera dei Vescovi per la riconsegna del testo “Il rinnovamento della catechesi”, 12 ).

Si noti qui la giustapposizione “catechesi degli adulti e della famiglia”, proprio perché l’adulto, strutturalmente, non è single, ma è legame, è relazione! Ogni vera catechesi degli adulti avrà come compito di sostenere la vocazione e la relazionalità tipiche dell’adulto.


Contenuto e metodo (di A.L.)

Domanda una studentessa in una lezione all’Istituto di scienze religiose: «Mi colpisce quello che lei dice. Lei afferma l’importanza dei contenuti. Sostiene che l’appropriarsi di essi è più importante dell’acquisizione di metodi. Non riesco, però, a mettere questa affermazione in relazione con un’altra posizione che mi è stata insegnata. Un docente diceva, infatti, che in questo tempo moderno o post-moderno che dir si voglia, in cui tutto cambia così velocemente, la cosa più importante è acquisire un buon metodo, di modo che lo si possa sempre applicare nell’evolvere continuo di tutto».

Le rispondo: «Se riflette su quello che ha detto, si accorgerà che la posizione che le è stata presentata non è semplicemente un’affermazione sui metodi, ma anche sui contenuti! Quel docente ha affermato che non ci sono contenuti stabili. Che tutto evolve. Solo il metodo resta simile a se stesso. Ebbene questa è una precisa presa di posizione contenutistica. Senza volerlo, fa passare il messaggio che non c’è una verità stabile, non ci sono punti di riferimento che permangono, se non il metodo stesso. Si accorge bene che questa non è certamente la posizione cristiana, ma, soprattutto, che è una ben precisa scelta di campo filosofica. Proprio per questo io parto, invece, dall’affermazione della centralità dei contenuti e dalla necessità di chiarirsi le idee su di essi. Dovrò poi, conseguentemente, trovare un metodo che aiuti a percepire, pur nel mutare del tempo, cosa permane, cosa è stabile, cosa vale, al di là del metodo stesso. E porrò precisamente “questo” problema!».


Dio creatore e l’incarnazione fanno parte del kerygma? (di G.M.)

I Concili trattano tutti dell’incarnazione, non della Pasqua! Si soffermano su chi sia colui che è morto e risorto. Su quale sia la sua identità. Egli, il Figlio e l’uomo.

Ed anche il kerygma antico non diceva solo “Gesù è morto e risorto”, ma anche “Dio lo ha resuscitato”, ponendo la domanda: ma chi è questo Dio?

Il tema della creazione – e la conseguente domanda se sia possibile conoscere Dio prima e al di fuori di Cristo - è quello che apre il dialogo di Paolo con i greci nell’Areopago di Atene, per approdare infine alla resurrezione. Proprio perché i greci non avevano come punto di partenza la chiarezza del rivelarsi nella storia del Dio unico, come gli ebrei.

Forse annunziare oggi il kerygma, come annunzio di salvezza, non è semplicemente annunziare la morte e la resurrezione di Cristo, ma, contemporaneamente, mostrare che con Dio o senza Dio tutto cambia.


I promessi sposi di Alessandro Manzoni: che cos’è amore? (di L.d.Q.)

Che meraviglia le pagine commoventi delle conversioni, nei Promessi sposi: padre Cristoforo e l’Innominato. Renzo stesso deve imparare cos’è il perdono, prima di giungere al matrimonio con Lucia. Incontrarsi con il perdono! Questo, nei Promessi sposi, è molto più centrale del tema della provvidenza. Manzoni mostra, in ogni momento, come sia possibile l’odio, come Renzo mediti progetti di morte, di vendetta, per riuscire nel suo, pur benedetto, disegno.

È straordinario, allora, che con la parola “amore” nei Promessi sposi non si identifichi tanto la storia di due giovani che si sposano, quanto questa misericordia ben più grande che a tutto conferisce un senso.

Ed è questa misericordia che conferisce spessore anche alla chiesa così come traspare nel romanzo. Alla resa dei conti è una ben misera chiesa, non solo nella figura di don Abbondio, ma nei moltissimi casi di vescovi, preti e monache cui si fa riferimento (si pensi, ad esempio, non solo alla Monaca di Monza, ma alla descrizione dell’intero monastero in cui vive; non solo a don Abbondio, ma a Perpetua ed alla visione di parrocchia che ne consegue). Eppure quella chiesa non è semplicemente messa alla berlina, ma è abbracciata da quell’aura di misericordia a partire dalla quale vengono visti tutti i personaggi del romanzo.

Qui Manzoni è modernissimo! Amore non è semplicemente innamorarsi. Amore vuol dire conoscere il perdono.


Il Dio creatore nella predicazione di sant’Andrea Kim Taegon, prete e martire coreano (di L.S.)

Nella sua ultima esortazione, prima della morte, sant’Andrea Kim Taegon si rivolge ai suoi non solo annunziando ancora una volta il Signore Gesù, ma anche il Padre creatore. Senza la creazione, infatti, tutto diverrebbe incomprensibile.

Dall’ultima esortazione di sant’Andrea Kim Taegon, prete e martire.

Fratelli e amici carissimi, pensate e ripensate: all’inizio dei tempi Dio creò il cielo e la terra (cfr. Gn 1,1) e tutte le cose; chiedetevi il perché e con quale disegno abbia plasmato in modo così singolare l’uomo a sua immagine e somiglianza.
Se dunque in questo mondo pieno di pericoli e di miseria non riconoscessimo il Signore come creatore, a nulla ci gioverebbe esser nati e rimanere vivi. Se per grazia di Dio siamo venuti al mondo, pure per la sua grazia abbiamo ricevuto il battesimo e siamo entrati nella Chiesa; e così, divenuti discepoli del Signore, portiamo un nome glorioso. Ma a che cosa gioverebbe avere un così grande nome senza la coerenza della vita? Vano sarebbe esser nati ed entrati nella Chiesa; anzi sarebbe un tradire il Signore e la sua grazia. Meglio sarebbe non esser nati che aver ricevuto la grazia del Signore e peccare contro di lui.
Guardate l’agricoltore che semina nel campo (cfr. Gc 5,7-8): a tempo opportuno ara la terra, poi la concima e stimando un niente la fatica portata sotto il sole, coltiva il seme prezioso. Quando le spighe sono mature e giunge il tempo della mietitura, il suo cuore, dimenticando fatica e sudore, si rallegra ed esulta per la felicità. Se invece le spighe sono vuote e non gli resta altro che paglia e pula, il contadino, ricordando il duro lavoro e il sudore, quanto più aveva coltivato quel campo, tanto più lo lascerà in abbandono.
Similmente ha fatto il Signore con noi: la terra è il suo campo, noi uomini i germogli, la grazia il concime. Mediante la sua incarnazione e redenzione egli ci ha irrigato con il suo sangue, perché potessimo crescere e giungere a maturazione.
Quando nel giorno del giudizio verrà il tempo di raccogliere, colui che sarà trovato maturo nella grazia, godrà nel regno dei cieli come figlio adottivo di Dio: ma chi sarà rimasto senza frutto, pur essendo stato figlio adottivo, diventerà nemico e sarà punito in eterno come merita.
Fratelli carissimi, sappiate con certezza che il Signore nostro Gesù, venuto nel mondo, ha preso su di sé dolori innumerevoli, con la sua passione ha fondato la santa Chiesa e la fa crescere con le prove e il martirio dei fedeli. Sebbene le potenze del mondo la opprimano e la combattano, tuttavia non potranno mai prevalere. Dopo l’Ascensione di Gesù, dal tempo degli Apostoli fino ai nostri giorni, in ogni parte della terra la santa Chiesa cresce in mezzo alle tribolazioni.
Così nel corso dei cinquanta o sessanta anni da quando la santa Chiesa è entrata nella nostra Corea, i fedeli hanno dovuto affrontare più volte la persecuzione e oggi infuria più che mai. Perciò numerosi amici nella stessa fede, anch’io fra essi, sono stati gettati in carcere e voi pure rimanete in mezzo alla tribolazione. Se è vero che formiamo un solo corpo, come non saremo rattristati nell’intimo dei nostri cuori? Come non sperimenteremo secondo il sentimento umano il dolore della separazione?
Tuttavia, come dice la Scrittura, Dio ha cura del più piccolo capello del capo (cfr. Mt 10, 30) e ne tiene conto nella sua onniscienza; come dunque potrà essere considerata una così violenta persecuzione se non una disposizione divina, un premio oppure una pena?
Abbracciate dunque la volontà di Dio e con tutto il cuore sostenete il combattimento per Gesù, re del cielo; anche voi vincerete il demone di questo mondo, già sconfitto da Cristo.
Vi scongiuro: non trascurate l’amore fraterno, ma aiutatevi a vicenda; e fino a quando il Signore vi userà misericordia allontanando la tribolazione, perseverate.
Qui siamo in venti, e per grazia di Dio stiamo ancora tutti bene. Se qualcuno verrà ucciso, vi supplico di avere cura della sua famiglia.
Avrei ancora molte cose da dire, ma come posso esprimerle con la penna e la carta? Termino la mia lettera. Essendo ormai vicini al combattimento io vi prego di camminare nella fedeltà; e alla fine, entrati nel cielo, ci rallegreremo insieme.
Vi bacio per l’ultima volta in segno del mio amore
.

(Cfr. Pro Corea. Documenta ed. Mission Catholique Séoul, Séoul - Paris 1938, vol. I, 74-75)


Giacomo Leopardi: le domande (di G.M.)

Se si leggono – o meglio, si ascoltano - di seguito i Canti di Leopardi, resta nella memoria l’insistenza delle domande. Quei punti interrogativi martellanti. La sua poesia si dispiega come interrogazione. Certo, sullo sfondo, il nihilismo è presente. Ma, sul proscenio, appare la dignità dell’uomo che, a differenza di ogni animale, interroga perché sa del dolore, della noia, perché sa della felicità, dell’eternità, dell’infinito, della bellezza, dell’amore.

Da Il passero solitario
A me, se di vecchiezza
la detestata soglia
evitar non impetro,
quando muti questi occhi all'altrui core,
e lor fia voto il mondo, e il dì futuro
del dì presente più noioso e tetro,
che parrà di tal voglia?
che di quest'anni miei? che di me stesso?

Da La sera del dì di festa
E fieramente mi si stringe il core,
a pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov'è il suono
di que' popoli antichi? or dov'è il grido
de' nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
che n'andò per la terra e l'oceano?

Da Il sogno
Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
serbi di noi? Donde, risposi, e come
vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
di te mi dolse e duol: nè mi credea
che risaper tu lo dovessi; e questo
facea più sconsolato il dolor mio.
Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?
Io n'ho gran tema. Or dimmi, e che t'avvenne?
Sei tu quella di prima? E che ti strugge
Internamente?

Da Al conte Carlo Pepoli
Questo affannoso e travagliato sonno
che noi vita nomiam, come sopporti,
Pepoli mio? di che speranze il core
vai sostentando? in che pensieri, in quanto
o gioconde o moleste opre dispensi
l'ozio che ti lasciàr gli avi remoti,
grave retaggio e faticoso?

Da A Silvia
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Cara compagna dell'età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?

Da Le ricordanze
E qual mortale ignaro
di sventura esser può, se a lui già scorsa
quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?

O Nerina! e di te forse non odo
questi luoghi parlar? caduta forse
dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
che qui sola di te la ricordanza
trovo, dolcezza mia?

Da Canto notturno dl un pastore errante dell'Asia
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?

...

E quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren? Che vuol dir questa
solitudine immensa? Ed io che sono?

Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perché giacendo
a bell'agio, ozioso,
s'appaga ogni animale;
me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Da La quiete dopo la tempesta
Sì dolce, sì gradita
quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
l'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? O cosa nova imprende?
Quando de' mali suoi men si ricorda?

Da Alla sua donna
Cara beltà che amore
lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
fuor se nel sonno il core
ombra diva mi scuoti,
o ne' campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
forse tu l'innocente
secol beasti che dall'oro ha nome,
or leve intra la gente
anima voli? o te la sorte avara
ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?


Dio salva il mondo: le coppie di tutti gli animali nell’arca (di L.d.Q.)

Degli animali mondi e di quelli immondi, degli uccelli e di tutti gli esseri che strisciano sul suolo entrarono a due a due con Noè nell’arca, maschio e femmina, come Dio aveva comandato a Noè. (Gen 7,8)

Da quest’espressione risulta evidente, nel racconto del diluvio, che l’accento non è sulla distruzione, ma sulla salvezza. Ogni specie di animale deve entrare nell’arca. Debbono entrare anche gli animali impuri! Se il peccato dell’uomo conduce il mondo alla morte – non è Dio che uccide, ma è il male che con sé porta la morte – Dio è, invece, colui che conduce tutto alla resurrezione.


Perché il Nuovo Testamento non utilizza il termine “sacerdote” per indicare il ministero degli apostoli che pure celebrarono l’eucarestia? (di G.M.)

“Iereus”, “sacerdote”, non è un termine utilizzato dal NT per indicare gli apostoli, nonostante sia ovvio che essi celebrarono l’eucarestia. La presidenza dell’eucarestia è attestata di Paolo – in due occasioni, la prima certa, l’altra discussa – mentre è implicita per gli altri a partire dal risalto dato all’eucarestia in tutte le diverse fonti. Eppure il termine “iereis” non viene loro attribuito.

Suggerisce un esegeta neotestamentario che ciò è quasi sicuramente dovuto al fatto che con il termine “sacerdote” si indicava nel giudaismo del I secolo la persona addetta a compiere nel Tempio i sacrifici di animali. I sacerdoti ricevevano le vittime dalle mani degli offerenti, le sgozzavano, ne macellavano le carni, ne bruciavano sull’altare alcune parti del corpo, mentre altre venivano consumate dagli offerenti.

In questo contesto, la novità dell’eucarestia era così sbalorditiva che non veniva in mente di associare quel termine, “sacerdote”, alla celebrazione del nuovo culto. Solo tramite la mediazione della Lettera agli Ebrei, che utilizza il termine per il Cristo che offre se stesso, l’espressione tornò ad essere utilizzata ad indicare il nuovo ministero cristiano.


Dire la fede della chiesa e non le proprie idee (di G.M.)

Mi racconta una persona:

«È stata una boccata d’aria fresca quando un prete, nell’omelia, dopo aver detto una serie di sue considerazioni personali sulla situazione della chiesa e del mondo, ha finalmente detto: ‘Quello che voglio dire ora non è una mia idea, ma è quello che crede la chiesa’. Di questo abbiamo bisogno, di presbiteri che ci aiutino a capire cosa dice la fede della chiesa».


La chiesa comincia sempre da Adamo ed Eva! (di A.L.)

Mi reco in una chiesa medioevale con affreschi del ‘600, per una conferenza sull’iconografia di quell’edificio. Per preparare la relazione chiedo al parroco dove sono rappresentati Adamo ed Eva; mi risponde che non crede che ci siano affreschi sul tema.

Poi, analizzando le foto in dettaglio, ecco nella controfacciata le storie di Caino e Abele. Entrambi offrono i loro sacrifici, ma solo da quello di Abele sale il fumo; Caino, poi, uccide Abele, nel pannello successivo.

Eccoli! Ecco Adamo ed Eva e la loro progenie!

Se tutto il resto dell’apparato iconografico tratta di Cristo e della sua Pasqua, non potevano mancare Adamo ed Eva. La chiesa comincia sempre da loro.

Senza la meraviglia della creazione ed il disordine del peccato, non si comprenderebbe il senso dell’incarnazione e della resurrezione del Cristo.

Una catechesi che non parlasse di Adamo ed Eva diverrebbe incomprensibile!


È un periodo difficile? (di G.M.)

Dico ad un personaggio della stampa cattolica: «Non deve essere facile lavorare in questo campo in un periodo così difficile». Mi risponde sereno: «Perché, ci sono stati forse periodi non difficili nella storia della chiesa?».


Fondare la fede: il grande compito della catechesi, senza il quale tutto è appiccicaticcio (di A.L.)

Mi dice una persona saggiamente:

«Oggi più che mai questo è evidente, che il grande compito è fondare la fede. In un contesto nel quale la fede non solo è sconosciuta, poco studiata e compresa, ma addirittura fatta bersaglio di critiche da ogni parte, messa in discussione nei suoi fondamenti come nelle sue manifestazioni meno importanti, se non si riesce a lavorare sul nucleo stesso della fede, sulla sua bontà, sulla sua identità, è chiaro che tutto resterà come appiccicato; è chiaro che non si avranno che qualche preghiera, qualche devozione, qualche senso di colpa. Questo è, invece, il compito della catechesi: educare all’essenziale, intorno al quale poi tutto si struttura».


Umiltà: non è un’aggiunta (di L.S.)

L’umiltà non è un’aggiunta. È riconoscere ciò che si è. Se l’uomo non è umile dinanzi a Dio è perché non ha preso coscienza della sua reale pochezza. L’umiltà è la vera adesione al reale!


Se non c’è l’umano, Gesù è un puro nome (di L.S.)

Mi raccontano che don Giussani ripeteva spesso questa espressione: «Non deve mancare l’umano. Se manca l’umano, Gesù è un puro nome».

Questa la citazione letterale da Luigi Giussani, All'origine della pretesa cristiana, Milano, 2001, p. 3:
«Non sarebbe possibile rendersi conto pienamente di che cosa voglia dire Gesù Cristo se prima non ci si rendesse ben conto della natura di quel dinamismo che rende uomo l'uomo. Cristo infatti si pone come risposta a ciò che sono «io» e solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare a vivere Cristo. Senza questa coscienza anche quello di Gesù Cristo diviene un puro nome».