Perché il multiculturalismo annienta in realtà la differenza, di Paolo Flores d’Arcais

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /12 /2017 - 10:46 am | Permalink
- Tag usati: ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo un brano da Paolo Flores d’Arcais, L’individuo libertario, Torino, Einaudi, 1999, pp. 116-118. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Immigrazione, accoglienza e integrazione, intercultura nella sezione Carità, giustizia e annunzio.

Il Centro culturale Gli scritti (22/12/2017)

N.B. de Gli scritti (A.L.)
Sono stato alunno del prof. Flores d’Arcais alla Facoltà di Filosofa della Sapienza quando egli era assistente del prof. Lucio Colletti. Colletti venne bandito dagli autonomi dall’Università quando si distacco dal marxismo e potei essere partecipe delle ultime contestazioni rivoltegli dagli Indiani metropolitani, prima che potesse riprendere le lezioni. Il parallelismo istituito da Flores d’Arcais fra la prospettiva ideologica marxista e quella multiculturale è illuminante a mostrare come la libertà individuale ne risulti schiacciata.

A prima vista il multiculturalismo inalbera il vessillo della differenza radicale. Questa, tuttavia, si converte immediatamente in conformismo radicato, in identità coatta. Le sole differenze esaltate come inalienabili, e quindi ammesse, sono quelle collettive, infatti: il genere, l'etnia, eventualmente la preferenza sessuale. Mai l'individuo come dissenso rispetto all'identità del gruppo. L'analogia con il qui pro quo marxiano fra operaio reale e «classe» è impressionante.

Il femminismo proclama la necessità di riconoscere la differenza di genere. Ma la donna reale che si rifiutasse di riconoscersi in questa identità verrebbe dichiarata dall'ideologia femminista una donna sui generis, perché priva di «coscienza di genere». Una donna non autenticamente donna, perché ancora succube del modello maschilista. Esattamente come l'operaio non leninista, che Lenin dichiara infiltrato della piccola borghesia in seno alla classe operaia. In realtà il femminismo non chiede il riconoscimento della differenza della donna (ogni donna, singolarmente esistente), ma impone a ogni donna l'ideologia della differenza, quale criterio discriminante fra donna cosciente e donna-zio Tom. La stessa cosa, del resto, è avvenuta con il radicalismo nero. La stessa cosa sta avvenendo con l'omosessuale che non scelga di «uscire allo scoperto».

Di più. Poiché non esiste una sola ideologia femminista (o nera, o omosessuale) ma diverse scuole in reciproca concorrenza, ciascuna pretenderà di essere l'unica nel rappresentare la coscienza adeguata epperciò «vera». E getterà l'anatema sulle altre, con reciproche accuse di resa al nemico. Anche questo un déjà vu del marxismo-leninismo.

Le ideologie della differenza in realtà annientano la differenza. Questa logica opera con radicalità ancora più devastante se riferita alle etnie. Qui l'assoggettamento del singolo al gruppo, la determinazione eteronoma della sua volontà, celebra il suo sabba. La tutela della differenza quale attributo di una cultura-comunità, anziché dei singoli, equivale in realtà ad accettare le norme e i costumi del gruppo quali che siano. Se si pretendesse di discriminare all'interno di ciascuna cultura le norme accettabili rispetto a quelle «barbare e incivili», infatti, si eserciterebbe proprio il vituperato «imperialismo dell’assimilazione», che giudica ripugnante ciò che in altre culture è venerabile tradizione.

L'idea di un multiculturalismo liberale è totalmente illusoria, dunque, perché evita di misurarsi proprio con le norme «ripugnanti» che, nelle culture «altre», violano clamorosamente i diritti civili dell'individuo. Ma proclamare la eguale dignità di tutte le culture e trascurare le pratiche illiberali in esse presenti è un semplice espediente tautologico. Il multiculturalismo preso sul serio deve fare i conti non con il cous cous ma con la lapidazione delle adultere e la poligamia, non con il velo ma con la clitoridectomia e l'infibulazione. E magari con la pretesa che tali mutilazioni sessuali rituali vengano praticate negli ospedali pubblici, perché sono un «diritto» della bambina.

In questi rilievi non c'è nulla di caricaturale, purtroppo. La discussione sulla compatibilità fra logica dei diritti civili e logica del multiculturalismo rimane seria solo se affronta i casi cruciali, infatti. Che sono molto più numerosi di quelli - particolarmente tragici - appena richiamati. In ognuno di essi si tratta di scegliere: se venga prima la differenza come individuo o la differenza come cultura. Ma nel primo caso si è irrimediabilmente fuori della logica del multiculturalismo, a cui si pagherebbe solo un omaggio verbale (ma comunque ambiguo, e perciò pericoloso).

La logica della società multiculturale è del resto quella di una società progressivamente ghettizzata. Dove ogni identità-comunità offre in effetti protezione, ma onerosa, perché innanzitutto si protegge contro ogni comportamento non conformista, non obbediente alla tradizione, che ne possa minare l'unità e la stabilità. In definitiva, la scelta per il multiculturalismo, come del resto l'intera ideologia del politically correct, costituisce in realtà - soprattutto negli Stati Uniti - il surrogato consolatorio di una rivoluzione non riuscita: quella dei diritti civili e della compiuta cittadinanza per tutti. Ed esprime, sebbene in forma militante, la rassegnazione a quella sconfitta. Rischiando così di renderla definitiva.