Il discernimento e le decisioni pastorali. Sergio Lanza e i pregi e i limiti del metodo “vedere-giudicare-agire”. Anche la scienza non procede per induzione, ma nemmeno per deduzione, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 30 /12 /2017 - 18:32 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo. Per approfondimenti, vedi la sezione Teologia pastorale.

Il Centro culturale Gli scritti (30/12/2017)

Il prof. Sergio Lanza, docente di teologia pastorale presso l’Università Lateranense di Roma scomparso alcuni anni fa, ha lungamente riflettuto sul metodo “vedere-giudicare-agire”, cercando di precisare quale sia il metodo corretto da usare in teologia pastorale per discernere la volontà di Dio nelle scelte ecclesiali.

Lanza insegnava che sussiste fra teoria e prassi un ruolo di reciprocità non asimmetrica. Perché, in realtà, non esiste uno sguardo oggettivo, ma il “vedere” è necessariamente condizionato dalle pre-comprensioni di colui che guarda. L’atteggiamento metodologicamente corretto non è, dunque, una pretesa “oggettività scientifica” del vedere, bensì un’esplicitazione dei presupposti a partire dai quali si indaga il reale.

Ad esempio: poiché lo sguardo credente insegna che il male presente nella società dipende da una ferita del cuore umano, questo dona una luce per leggere i dati sull’ingiustizia presenti nella realtà. Il sociologo individuerà alcune cause della violenza in determinati contesti economici, il credente saprà bene, invece, che può essere l’inverso e che determinati contesti economici dipendono dal fatto che una certa visione della vita data da una cultura o da una religione sono la vera causa dello squilibrio economico. Tutto questo non è un a priori: bisognerà di volta in volta operare un discernimento per comprendere qual è la causa profonda di una situazione e, quindi, quali le azioni da porre in atto. Ciò che conta è la consapevolezza che il “vedere” non è neutro, ma dipende dai criteri con cui si interroga la realtà.

Il “vedere” così, è già un “giudicare”, poiché non si registra semplicemente la realtà, bensì la si registra relativizzando i presupposti sociologici, e tenendo presenti invece quelli culturali e spirituali. Per vedere occorre una asimmetria nel rapporto fra dato teologico e dato scientifico per cogliere qualcosa che lo sguardo scientifico non è in grado di cogliere. In questa maniera non si nega il “vedere”, bensì si “vede” il reale anche con gli occhi della fede.

“Vedere” e “giudicare” non sono così, per Lanza, due tappe di un processo, bensì due dimensioni costitutive del processo di decisione pastorale.

La  critica di Lanza si rivolge giustamente al fatto che, nelle analisi pastorali a partire dagli anni sessanta e settanta, la sociologia è stata la “scienza” determinante: ma proprio l’analisi sociologica si è rivelata spesso non scientifica e non “realista” – si pensi alle tante “profezie” sociologiche fallite sulla scomparsa del religioso nel mondo post-moderno -  proprio perché anche la sociologia ha letto il reale a partire dai suoi punti di vista filosofici e valoriali, mischiando così “vedere” e “giudicare”.

Oggi è evidente a tutti i ricercatori, ad esempio, che le analisi di Z. Bauman sulla società liquida non sono delle analisi scientifiche, bensì sono tesi filosofiche di un autore che desiderava che la società fosse liquida e che, quindi trascurava nelle sue presentazioni della società post-moderna tutti quei dati che si opponevano alla sua teoria. Egli leggeva come dati trascurabili e connotati in maniera negativa tutti quei fenomeni che mostravano la presenza di persone e gruppi percentualmente consistenti che si opponevano alla liquidità: uno sguardo asimmetrico che conferisca importanza al dato di fede, può invece riconoscere, più liberamente di Bauman costretto dal suo pensiero troppo ideologico, che la presenza nel sociale di percentuali numerose che cercano la verità in campo esistenziale e religioso non è un dato “reazionario” e in contro-tendenza, bensì corrisponde ad una esigenza dell’uomo che è insopprimibile, nonostante le tesi sociologiche intendano ridicolizzare tali posizioni che sono evidenti in ambito sociale.

Per fornire un secondo esempio, si può pensare alle tesi della sociologa Hervieu-Léger le cui analisi della condizione ecclesiale in Europa sono chiaramente influenzate dalla sua visione, legittima ma personale, del futuro del cristianesimo[1].

Lanza però riteneva saggiamente che, se il dato sociologico, essendo troppo spesso ideologico, spinge a trascurare il dato teologico, così anche il dato teologico può portare in molti autori a sottovalutare l’invece prezioso dato sociologico. Se è vero che solo la presenza di Cristo in una determinata cultura permette che alcune situazioni si sblocchino è anche vero che ciò non è garantito. Il dato scientifico - ad esempio quello dello squilibrio economico - è importante e non deve essere trascurato. A volte un’azione pastorale fallisce esattamente perché non vede quel dato, perché non riflette, prima di agire, su quello squilibrio.

Per Lanza, insomma, nel “vedere” c’è già un “giudicare”, poiché si vede a partire da uno sguardo già educato: solo questa consapevolezza permette di evitare un riduzionismo del dato, quasi che esso possa essere letto oggettivamente, a prescindere dalla fede.

Ad esempio, tutto cambia se si “guarda” la realtà con uno sguardo che contempla l’idea di “redenzione” che deve essere operata dalla grazia o se la si guarda semplicemente con l’idea di “emancipazione” che l’uomo sarebbe in grado di realizzare da solo con un’azione sociale. I due sguardi ben diversi modificano l’analisi stessa del reale e, ovviamente, ancor più l’azione pastorale che si intende porre in atto: si può così puntare ad una azione che cambi la visione religiosa nei cuori, oppure ad uno sguardo che si incentri su di un’azione più politica, oppure si può decidere un mix delle due. Solo un “discernimento” concreto permette di decidere un’azione pastorale ed essa non è un procedimento matematico che conduca infallibilmente dal “vedere” al “giudicare” all’“agire”.

Inoltre l’“agire” non è qualcosa – secondo Lanza – che possa essere semplicemente dedotto dall’aver “giudicato”. L’“agire” implica sempre uno spazio di creatività e di libertà laicale, per il quale non esiste induzione, né deduzione possibile che faccia passare dal reale all’azione (induzione) o dai valori all’azione (deduzione), bensì esiste un che di imponderabile e di libero che può essere apportato solo dal discernimento secondo lo Spirito e nella libertà.

Il rischio del metodo “vedere-giudicare-agire” è quello di un induttivismo che pensi di poter risalire “scientificamente” dai dati all’azione pastorale. Lanza ha sempre ricordato come la filosofia della scienza moderna abbia negato questo modo di procedere, consapevole che le grandi scoperte scientifiche dipendono invece da una intuizione che supera i dati empirici.

Ma d’altro canto, nemmeno è valido un metodo deduttivo che pensi di agire pastoralmente a partire da determinati principi, deducendone le azioni da compiere in successione. La filosofia della scienza moderna nega anche questa via. Se la scienza non procede per induzione, essa non procede nemmeno per deduzione.

Esiste, invece, nella scienza come nella pastorale un circuito virtuoso da attuare fra teoria e prassi, poiché non è possibile passare né dalla prima alla seconda, né dalla seconda alla prima in maniera diretta: in teologia pastorale nessun metodo induttivo e nessun metodo deduttivo ha mai funzionato bene.

Lanza ricordava anche un limite del metodo deduttivo: l’incapacità di rendere conto della complessità del reale. Più recentemente Flavio Felice ha aggiunto a tale riflessione il concetto di “effetti non intenzionali del processo”. Se un determinato protagonista pastorale elabora un processo, ecco che esso avrà necessariamente degli effetti non intenzionalmente previsti che lo condizioneranno e che genereranno degli effetti collaterali che obbligheranno a continue correzioni di rotta. Anche per questo nessun metodo deduttivo funziona in pastorale.

Nei testi che seguono vogliamo lasciare le parole allo stesso Lanza.

1/ Albert Einstein contro il metodo induttivo

Vale la pena innanzitutto leggere un testo nel quale egli mostra di aver recepito la lezione della filosofia della scienza, oggi consapevole che non si giunge alle grandi scoperte per via induttiva[2]:

«È istruttivo ascoltare a questo proposito una voce autorevole, quella di Albert Einstein: «L’immagine più semplice che ci si può formare dell’origine di una scienza empirica (Erfahrungswissenschaft) è quella che si basa sul metodo induttivo. Fatti singoli vengono scelti e raggruppati in modo da lasciare emergere con chiarezza la relazione legiforme che li connette. Tramite il raggruppamento di queste regolarità è possibile conseguire ulteriormente regolarità più generali, fino a configurare - in considerazione dell'insieme disponibile dei singoli fatti - un insieme più o meno unitario, tale che la mente che guarda le cose a partire dalle generalizzazioni raggiunte per ultimo potrebbe, a ritroso, per via puramente logica, pervenire di nuovo ai singoli fatti particolari. Un pur rapido sguardo allo sviluppo effettivo della scienza mostra che i grandi progressi della conoscenza scientifica solo in piccola parte si sono avuti in questo modo. Infatti, se il ricercatore si avvicinasse alle cose senza una qualche idea (Meinung) preconcetta, come potrebbe egli mai afferrare dal mezzo di una enorme quantità della più complicata esperienza fatti i quali sono semplicemente sufficienti a rendere palesi relazioni legiformi?

Galilei non avrebbe mai potuto trovare la legge della caduta libera dei gravi senza l'idea preconcetta stando alla quale, sebbene i rapporti che noi di fatto troviamo siano complicati dall'azione della resistenza dell'aria, nondimeno noi consideriamo cadute di gravi nelle quali tale resistenza gioca un ruolo sostanzialmente nullo. I progressi veramente grandi della conoscenza della natura si sono avuti seguendo una via quasi diametralmente opposta a quella dell'induzione. Una concezione (Erfassung) intuitiva dell’essenziale di un grosso complesso di cose porta il ricercatore alla proposta (Aufstellung) di un principio (Grundlage) ipotetico o di più principi di tal genere. Dal principio (sistema di assiomi) egli deduce per via puramente logico-deduttiva le conseguenze in maniera più completa possibile. Queste conseguenze estraibili dal principio, spesso tramite sviluppi e calcoli noiosi, vengono poi messe a confronto con l'esperienza e forniscono così un criterio per la giustificazione (Berechtigung) del principio ammesso.

Il principio (assiomi) e le conseguenze formano insieme quella che si dice una 'teoria'. Ogni persona colta sa che i più grandi progressi della conoscenza della natura - per esempio, la teoria della gravitazione di Newton, la termodinamica, la teoria cinetica dei gas, l'elettrodinamica moderna ecc. - hanno tutti avuto origine per questa via, e che il loro fondamento è di natura ipotetica.

Il ricercatore parte dunque sempre dai fatti, il cui nesso costituisce lo scopo dei suoi sforzi. Ma egli, tuttavia, si avvicina ai fatti tramite una scelta intuitiva tra teorie pensabili basate su assiomi.

Una teoria può ben venir riconosciuta come sbagliata, qualora ci sia un errore logico nelle sue deduzioni o può venir riconosciuta come inadeguata (unzutreffende) allorché un fatto non si accorda con una delle sue conseguenze. Ma mai può venir dimostrata la verità in una teoria. E ciò perché mai si sa se anche nel futuro non si scoprirà nessuna esperienza che contraddica le sue conseguenze; e sono sempre pensabili altri sistemi di pensiero, in grado di connettere gli stessi fatti dati. Se sono a disposizione due teorie, entrambe compatibili con il materiale fattuale dato, allora non esiste nessun altro criterio per preferire l'una all'altra fuorché lo sguardo intuitivo del ricercatore. E così che si capisce come acuti ricercatori i quali dominano teorie o fatti possano tuttavia essere appassionati sostenitori di teorie opposte.

In questa agitata epoca io sottopongo al lettore le presenti brevi, oggettive considerazioni, giacché io sono dell'avviso che per mezzo della silenziosa dedizione a scopi eterni, comuni a tutte le culture umane, si può oggi essere più attivamente utili al risanamento politico che attraverso le trattazioni e le professioni politiche»[3].

2/ Il discernimento e la memoria storica della chiesa elaborata nella tradizione

Un secondo testo mostra l’asimmetria del dato teologico presente nel “vedere” pastorale: il discernimento non è semplicemente “moderno”, ma attinge alla ricchezza della tradizione ecclesiale che ha già sperimentato determinate crisi e passaggi, che conosce i motivi del crearsi di determinate situazioni. Il “vedere” del discernimento pastorale non bypassa quindi la tradizione cristiana, ma sa recepire da essa criteri già sperimentati per comprendere il volere di Dio:

«Il discernimento opera sul filo della memoria storica; è, in altri termini, atto di tradizione: «la nostra interpretazione deve sempre aver presente: la continuità della storia della salvezza, come si manifesta in forma più eminente nelle Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento; l’analogia della fede; il magistero della Chiesa; e i giusti dettami della prudenza umana (GS 4.11.37)»[4]

Al dato tradizionale si aggiunge così il risvolto antropologico-culturale e l'esplicito riferimento ecclesiale. Il discernimento fa tesoro della esperienza consolidata: fa riferimento all'orizzonte interpretativo dell'esistenza umana in cui la fede cristiana incontra la riflessione della filosofia e delle scienze umane e considera attentamente il momento giuridico e normativo.

Mette al primo posto, inoltre, il bene fondamentale della comunione ecclesiale, che non deve mai per nessuna ragione essere lacerata.

Nessuno di questi fattori costituisce, come si è detto, una regola da applicare meccanicamente. Le Scritture, ad esempio, illuminano e guidano il discernimento, ma esigono a loro volta discernimento, perché vi si possa udire la voce non contraffatta di Dio e scorgere il progetto autentico di salvezza. Anche i criteri ecclesiali della edificazione e dell'utilità comune, così come quelli spirituali e pastorali della diaconia e della corresponsabilità, non sono ricette di immediata applicazione pratica: orientano il discernimento e, a loro volta, lo esigono. Ciò non produce incertezza o evasività, ma impone l'umiltà, la fatica, e anche il rischio, di una ricerca incessante, che non parte mai da zero, ma non è mai definitivamente conclusa»[5].

3/ Il metodo “vedere-giudicare-agire”

In un terzo testo Lanza affronta direttamente la questione del metodo “vedere-giudicare-agire” sottolineando il valore positivo di tale proposta, ma anche i limiti ove non si sia avvertiti che non si tratta di una successione di tappe, bensì di una compresenza di dimensioni:

«È questione di prospettiva, dunque; ma, e non meno, di metodologia. Il modo di procedere, infatti, non ha valenza tecnico-pratica, ma sempre individua un modo di vedere e, a sua volta, in qualche modo contribuisce a crearlo.

È frequente constatare, p.e., una netta scollatura tra la fase analitica e quella progettuale propriamente detta: l'analisi e valutazione (quando c'è) della situazione, infatti, non influisce sulla determinazione degli obiettivi e delle scelte, che sono ritenute (o così si dichiara e si crede) nell'ambito della fede. Raramente si determinano le priorità pastorali attraverso una valutazione situata, ben connessa, cioè, alla situazione: la pastorale è chiamata a decidere che cosa è più importante e urgente non in sé, ma in relazione alle esigenze reali di quella comunità o di quella persona: mettendo quindi in relazione di reciprocità i principi e i valori assoluti con la situazione sul campo (p.e., gli argomenti da proporre nella catechesi), la loro sequenza, il loro spazio non può essere determinato deduttivamente, come "calco" dai manuali dottrinali, né per semplice adattamento didattico, ma solo attraverso una programmazione pedagogica che coniughi sapientemente le diverse esigenze in gioco, senza mai piegare o ridurre l'una all'altra. Così è pastoralmente del tutto improprio (e spesso errato) parlare di "primati": ciascuno ha i suoi (liturgia o catechesi; adulti o giovani; carità o annuncio ...), con relative, inutili diatribe. Ne viene una progettazione mutila o, per converso, astratta, che si mantiene sulle generali, sia perché non entra nei problemi e nelle questioni reali (così non si scontenta nessuno: chi non è d'accordo sulla solidarietà, la pace, la vita ... come valori da proporre e difendere?), sia perché si estende a dismisura (così si accontentano tutti: si amplia a dismisura il ventaglio delle problematiche e delle connessioni pastorali, in modo che nessuno si senta escluso dal progetto). Qui la ricerca di criteri operativi fondati, certo non facile, è perlopiù lasciata a evocazioni di prammatica, che lasciano il tempo che trovano. E, naturalmente, nessuna verifica, che metterebbe a nudo l'inconsistenza dell'insieme.

Si deve perciò ribadire la larga insufficienza del metodo deduttivo-applicativo, Ma anche il metodo vedere/giudicare/agire presenta non poche carenze.

La progettazione - intesa in senso stretto come momento specifico di elaborazione del progetto - vive soltanto se inserita in una sequenza metodologicamente compiuta e corretta, che corrisponde specularmente, di fatto, alla metodologia propria della riflessione teologico- pastorale: essa può venir sinteticamente disposta in tre fasi o momenti, così distinti:

- analisi e valutazione

- decisione e progettazione

- attuazione e verifica.

Senza l'accurata messa in atto di questi tre essenziali momenti - ciascuno con le proprie specifiche esigenze e caratteristiche - non è possibile parlare di progettazione pastorale.

Le tre fasi corrispondono solo numericamente al classico trinomio: vedere - giudicare - agire, al quale va riconosciuto l'indubbio meriti storico di aver dato veste metodologica non evanescente alla riflessione pastorale; ma che presenta più di un limite e difetto. Non si dà un "vedere" che si ponga sul piano meramente descrittivo e non implichi, invece, fin dall'inizio, una precisa prospettiva di lettura (precomprensione/interesse) e una almeno iniziale (anche se magari inconscia) attivazione di criteri interpretativi. Questa aporia (illusione positivistica o "neorealistica") è tanto più insidiosa quando affida alla sociologia (erroneamente supposta obiettiva e "innocente") il compito di fotografare e dire la realtà: non esiste sociologia neutrale e innocente! (Si ricordino le osservazioni fatte a proposito delle deviazioni metodologiche di una parte della cosiddetta teologia della liberazione). Rischio di ideologia!

La lettura della situazione deve essere condotta teologicamente fin dal primo istante dell'itinerario riflessivo teologico-pastorale.

Tale metodo, inoltre, appare di fatto impraticabile. Si veda, p.e., Effatà, Apriti, lettera pastorale del card. Martini sul comunicare (1990). Benché scandita, dopo una premessa e una introduzione, secondo il classico trinomio, essa presenta fin dalle prime battute elementi espliciti di interrogazione critica e di interpretazione: siamo di fronte a un modo di procedere corretto, ma con un riferimento metodologico improprio.

Di fatto, il classico trinomio individua non la scansione sequenziale dell'itinerario metodologico, ma la costituzione stessa del pensare la pastorale. Si tratta cioè di componenti (o dimensioni) costitutive che qualificano il pensiero teologico-pratico in ogni sua fase o momento. Le tre dimensioni sono come le "componenti chimiche" del pensiero teologico-pastorale. Lo qualificano e lo determinano nella sua figura epistemica appropriata.

Possiamo denominarle dimensione kairologica, operativa, criteriologica.  La prima dice la relazione specificamente teologica alla situazione; la seconda il riferimento costante all’azione ecclesiale, cui tutta la riflessione teologico-pastorale è volta. La dimensione criteriologica, infine, indica la specifica determinazione dei criteri (di analisi, decisione, progettazione, attuazione e verifica): criteri che, per il legame inscioglibile con la situazione e l'azione, potranno essere correttamente determinati soltanto in figura di interdisciplinarità (reciprocità dialettica asimmetrica[6] del dato di fede e del dato antropologico).

Queste tre dimensioni, inoltre, si richiamano costantemente, si coappartengono: esse si radunano e concentrano nella elaborazione criteriologica, che costituisce il nucleo qualificato e il centro focale della elaborazione teologico-pastorale. Nel metodo vedere giudicare agire, invece, le fasi di progettazione e attuazione, ristrette nella sola indicazione "agire", non vengono svolte nella loro specificità e nelle necessarie articolazioni: rischiano cioè di essere assorbite o nella (presunta) oggettività del vedere, o nella (impropria) ideologia del giudicare. Come si è detto, le dimensioni non si dispongono in sequenza, ma sono presenti in tutte le fasi dell'itinerario. La dimensione kairologica indica fondamentalmente che per pensare correttamente la pastorale è necessario porsi sempre (e non solo nella prima e ultima fase, come vuole il metodo vedere - giudicare - agire) in relazione con la situazione; dice inoltre (per questo la si chiama kairologica) che tale approccio alla realtà è sempre connotato dalla fede e ha quindi valenza teologica specifica, e non solo accessoria o derivata.

La progettazione pastorale - è opportuno ribadirlo - non è operazione di tecnologia pastorale, anche se richiede l'attivazione di tutte le migliori energie e competenze disponibili. È, piuttosto, espressione di teologia e, se si vuole, di sapienza e di arte.

Ciò non significa che essa non sappia ben precisare gli elementi che la caratterizzano e, in qualche modo, la costituiscono:

- Obiettivi: vengono determinati dopo la lettura teologica della realtà e la decisione pastorale che ne consegue; non ripetono i principi e valori fondamentali, ma li concretizzano in relazione alla situazione specifica; possono essere generali (non generici) o intermedi. Esempio: indicati i connotati che la comunità parrocchiale deve assumere nel suo preciso contesto, si tratterà di cogliere quali aspetti siano più e quali meno carenti, quali più o meno condivisi, quali più o meno facilmente realizzabili, per stabilire obiettivi realistici e reali.

- Tappe: determinano i tempi di realizzazione e prevedono contestuali verifiche; hanno carattere più disteso nel progetto, più ravvicinato e calendarizzato nella programmazione.

- Attori: si individuano le competenze da attivare e/o valorizzare (la buona volontà non basta, anzi il suo eccesso guasta), in riferimento alle reali disponibilità della comunità parrocchiale; con attenzione tuttavia alla più ampia rete della vita zonale e diocesana; e con l'avvertenza a valorizzare risorse presenti sul territorio e troppo spesso trascurate.

- Mezzi e strumenti: vanno specificati con cura, ma senza cadere in perfezionismi tecnocratici; anch'essi si scelgono non secondo una prospettiva ideale, ma in relazione alle reali possibilità della comunità»[7].

Note al testo

[1] Lo ricorda M. Introvigne che così ha scritto: «La sociologa afferma di “(…) guardarsi bene dall’avventurarsi sul terreno teologico e delle prospettive, cui la sociologia è doppiamente estranea. Così dovrebbe essere: ma in un’opera di questo respiro è inevitabile che emergano anche opinioni personali dell’autrice. Così, non è difficile leggere fra le righe dei capitoli sulla famiglia e sull’ordine naturale per rendersi conto che la sociologa francese considera assurde e anacronistiche le prescrizioni cattoliche [...]. Inoltre, nonostante si affermi di volersi limitare alla diagnosi, emerge qua e là anche qualche elemento di terapia. Le simpatie dell’autrice vanno a quei sacerdoti e vescovi francesi che tacitamente – senza proclamare in modo aperto un dissenso teologico – resistono alle norme “romane” facendo accedere alla comunione i divorziati, adottando posizioni autonome in materia di omosessualità, e così via. “La fine di un mondo – scrive – non è necessariamente la fine del mondo”: la Chiesa di Francia secondo Danièle Hervieu-Léger non ha speranze di riconquistare una posizione culturale e sociale di centralità, ma può sopravvivere attraverso una profonda riforma in cui non solo si proponga come “cattolicesimo fragile” – secondo le proposte di Mons. Simon – ma sia capace di compiere una “(…) rivoluzione ecclesiologica che dia un senso a questa fragilità”. Senza assolutamente forzare il suo discorso, sembra che la sociologa francese pensi qui a una Chiesa di Francia capace di liberarsi delle “(…) costrizioni legate al quadro romano all’interno del quale essa rimane tenuta a esprimersi”, ponendosi in sintonia con l’opinione comune in tempi di “ultramodernità” particolarmente sui temi della morale sessuale, come hanno fatto quelle comunità protestanti che hanno accettato di benedire i matrimoni omosessuali, di “(…) ordinare pastori omosessuali” e così via. Qui si pongono naturalmente problemi teologici e filosofici complessi cui, appunto, “(…) la sociologia è doppiamente estranea”. Vi è tuttavia un terreno su cui la sociologia può invece certamente “avventurarsi”, ed è quello delle previsioni – e, prima ancora, delle constatazioni –relative al successo di proposte teologiche esigenti rispetto ad altre che si limitino a rispecchiare le tendenze prevalenti nell’opinione pubblica postmoderna (o “ultramoderna”). Se vi è un dato che la teoria dell’economia religiosa ha dimostrato con dovizia di dati empirici è che, nelle società contemporanee, vi è una domanda davvero scarsa per forme religiose che si limitino ad applaudire il relativismo morale dominante anziché contestarlo. Ovunque nel mondo le comunità religiose che propongono un accostamento più rigoroso guadagnano membri, mentre quelle lassiste ne perdono» (M. Introvigne, Secolarizzazione, "eccezione europea" e caso francese: una recensione di Europe: The Exceptional Case di Grace Davie e Catholicisme, la fin d'un monde di Danièle Hervieu-Léger).

[2] S. Lanza, Convertire Giona. Pastorale come progetto, Roma Morena, Edizioni OCD, 2005, pp. 113-115.

[3] A. Einstein, Induktion und Deduktion in der Physik, in «Berliner Tageblatt», 25 dicembre 1919: cf D. Antiseri, Epistemologia ed ermeneutica: il problema del metodo in K.R. Popper e H.G. Gadamer, in Aa.Vv., Ermeneutica e razionalità contemporanea, «Hermeneutica. Annuario di Filosofia e Teologia fondato da Italo Mancini», Brescia 1997, 255-275, qui 262.

[4] Sinodo dei vescovi 1980, Post disceptationem. Elenchus propositionum de muneribus familiae christianae in mundo moderno, 24.10.1980, Propositio 5.

[5] S. Lanza, Convertire Giona. Pastorale come progetto, Roma Morena, Edizioni OCD, 2005, pp. 124-125. 

[6] Dove la asimmetria conferma e garantisce la specificità e la normatività del dato di fede.

[7] S. Lanza, Progetto, discernimento, verifica pastorale, in Centro Orientamenti Pastorali, Creatività dello Spirito e programmazione pastorale, Atti della XLVIII Settimana nazionale di aggiornamento pastorale, Roma, Edizioni Dehoniane Roma, 1998, pp.79-83.