1600 anni dopo. Il sacco di Roma del 410 e l'origine del "De civitate Dei" di Agostino. Tra le rovine fumanti la visione di una nuova città, di Giancarlo Rinaldi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 03 /06 /2010 - 12:53 pm | Permalink
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Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 14/1/2010 estratti da una relazione di Giancarlo Rinaldi, dell’Università Orientale di Napoli. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. 

Il Centro culturale Gli scritti (30/5/2010)

Il 13 gennaio si è svolta a Napoli, presso la Facoltà teologica dell'Italia Meridionale, la XIV edizione della "Lectio Augustini" quest'anno dedicata al tema "Goti, Romani, cristiani e la caduta di Roma nel 410. In dialogo con Agostino di Ippona". Pubblichiamo alcuni stralci di una delle relazioni.

Verso la fine dell'agosto del 410 i porti dell'Africa proconsolare si affollavano di imbarcazioni provenienti da Roma. Il carico era ben diverso da quello che aveva un tempo reso festosi quei lidi opulenti, adagiati sulla riva meridionale del Mediterraneo. Non più, infatti, vi sbarcavano quei possessores di ville e terreni, ornati dei simboli del clarissimato romano, i quali avevano lasciato, per poi serenamente farvi ritorno, le loro ampie residenze urbane o le tranquille dimore gentilizie adagiate sulle dolci colline del Tuscolo.

I nuovi viaggiatori non accarezzavano più nella memoria lo spettacolo dell'Urbe reso unico dal rosseggiare dei suoi marmi al tramonto. Meste e silenziose, o atterrite e agitate, si precipitavano in Africa folle di uomini e di donne, di anziani e di bambini che fuggivano dalla città, un tempo ritenuta eterna, ma che ora era stata colorata sinistramente con il rosso del sangue di tante, troppe vittime e del fuoco che le orde barbariche al seguito di Alarico avevano appiccato a quanto s'era trovato di venerabile e di vetusto, offrendo così lo spettacolo della capitale saccheggiata e diruta, tanto nei suoi popolosi vici quanto nei suoi più alti e marmorei fastigi.

Le donne fuggivano da un destino di schiavitù o, ancor peggio, di violenza sui loro stessi corpi; i bimbi d'un colpo avevano dato l'addio all'innocenza degli anni verdi; gli anziani si disponevano a procedere verso un non sgradito passaggio a una vita migliore di quella che sarebbe stata loro riservata in quei tempi di catastrofe. Ma più di tutto era significativo il pensoso silenzio o l'accorato lamento di senatori, di uomini più maturi e avvezzi a valutare situazioni ed eventi.

Costoro, oltre alle immagini del sacco di Roma e a quella della rovina dei propri beni, agitavano nelle loro menti e nei precordi delle loro anime alcune quaestiones di gran rilievo: perché la soccombenza della città creduta eterna quanto il mondo stesso? Perché la schiavitù, la tortura, la morte di tanti giusti?

Le divinità capitoline erano state abbandonate da quel popolo che per secoli, di fronte al mondo intero ammirato, aveva goduto della pax deorum, e ora erano state messe al bando da una serie di leggi le quali erano giunte a scardinare i loro stessi sacelli. E ciò affinché ci si mettesse sotto l'egida del mite Nazareno, nel nome e nel nume di quel Dio che era stato dei giudei e che le legioni di Tito, prima, poi di Traiano e di Adriano avevano creduto di seppellire tra le rovine del suo tempio gerosolimitano.

Il sacco del barbaro Alarico sulla città di Roma, nel 410, fece immediatamente diventare d'attualità l'antica accusa mossa dai pagani secondo la quale la novità cristiana avrebbe portato sciagure al popolo e calamità all'impero. Le tristi note di attualità rendevano così cogenti le argomentazioni di alcuni tardi nostalgici del paganesimo che anche tra i cristiani vi fu chi, in preda al contagio del momento, divenne preda del dubbio.

È questo lo sfondo nel quale dobbiamo leggere la più ampia opera di Aurelio Agostino, il De civitate Dei.

Nei giorni tra il 24 e il 26 agosto i visigoti al seguito di Alarico, attraverso la Porta Salaria, entrarono nella città ritenuta eterna, la saccheggiarono inferendo colpi che lacerarono non solo e non tanto i suoi edifici e tanta parte della popolazione civile ma anche, e principalmente, l'immagine simbolo di un potere che si era ritenuto eterno. Chi poté si affrettò a percorrere le vie del mare, cercando rifugio nei porti di quell'Africa abbastanza vicina per essere raggiunta e sufficientemente lontana dal teatro della sciagura per essere ritenuta sicura.

Aurelio Agostino era allora vescovo di Ippona. Tra le sue incombenze pastorali vi fu immediatamente e tragicamente anche quella di mediare tra stati d'animo diversi: quello di chi paventava nella disfatta di Roma la fine di un mondo le cui sorti si ritenevano legate a quelle della città "eterna", quello di chi auspicava così l'avvento prossimo dell'atteso Regno di Dio, quello di chi prendeva in odio il Dio dei cristiani che aveva scalzato gli dèi protettori dell'impero. Sulla scorta delle fonti pervenute possiamo dedurre che su questi atteggiamenti predominava il senso di profondo sgomento generale e che i pensieri, pur tra loro diversi, si susseguivano e si affastellavano accrescendo un diffuso senso di confusione e di sconcerto.

Le pagine di Agostino ci restituiscono l'affresco più significativo di quei tragici eventi e, più ancora, della loro risonanza. Esse testimoniano reazioni di sensibilità diverse delle quali costituiscono, per così dire, un punto di confluenza. Per noi che le leggiamo oggi, a sedici secoli di distanza, è indispensabile recuperare quelle sensibilità particolari le quali diedero rilievo e spessore a un evento che, in sé e per sé, non apparirebbe diverso dai tanti, tantissimi che si sono succeduti sulla ribalta della storia.

Dopo i sermoni rivolti al popolo riunito in chiesa e le epistole redatte per il lettore colto, l'eco del 410 si ripercosse nella stesura dei primi tre libri del De civitate Dei i quali denunziano immediatamente e a chiare lettere la loro circostanza di composizione in riferimento agli eventi di quest'anno.

 
Dopo i primi momenti di sgomento che sembrano caratterizzare la reazione di Agostino nel Sermo de excidio, il vescovo apologeta trova la calma per raffinare la sua strategia e individuare alcuni punti di forza che pervadono i suoi ragionamenti nel De civitate a iniziare dai primi tre libri: i pagani scampati alla devastazione di Roma nel bestemmiare il nome di Cristo si dimostrano irriconoscenti poiché molti di loro avevano trovato scampo grazie al fatto che si erano rifugiati presso le sepolture dei martiri quelle capienti nelle basiliche cristiane, luoghi rispettati dai barbari, costoro non riconoscono che la loro salvezza è un atto di misericordia di quel Dio che aveva castigato la città proprio a causa della loro vita dissoluta.

Perché, invece, in quella tragica circostanza i buoni erano stati colpiti proprio come i malvagi? Agostino qui fa osservare che la medesima sofferenza per i malvagi è castigo mirato al ravvedimento, per i buoni è un esercizio di sopportazione e pazienza. Inoltre chi tra i comuni mortali, anche credenti, avrebbe ardito proclamarsi del tutto esente da colpe? Troppi cristiani tralasciavano il dovere della riprensione evangelica per un quieto vivere tra i pagani!

E poi vigeva sempre l'esempio del biblico Giobbe le cui sofferenze furono un termometro per misurare quanto fosse grande il suo amore per Dio. Probabilmente vi furono cristiani di condizione agiata i quali rimpiangevano la perdita dei loro beni che erano stati loro sottratti anche con il ricorso alla tortura; a costoro Agostino diceva che quei beni erano per loro un ostacolo alla perfezione cristiana e che i veri beni non potevano invece esser loro sottratti in alcun modo; anche la fame patita era un esercizio in vista di una vita più ascetica. Molto spazio venne dedicato a rincuorare quelle vergini che erano state violentate dai barbari, alcune delle quali avevano poi preferito togliersi la vita piuttosto che sopravvivere segnate da quella esperienza. In questo contesto egli si dilungò anche sulla necessità per il cristiano di evitare il suicidio.

In conclusione possiamo dire che Agostino ebbe sì a cuore le sorti di Roma, città alla quale sentiva in un modo o nell'altro di appartenere, ma tale interesse volle e seppe comporre col suo ministero pastorale nell'ambito del quale la sciagura del 410 assurgeva a exemplum del castigo di Dio teso a correggere piuttosto che a recare sterile sofferenza.

Successivamente egli sublimò queste emozioni sue (e del popolo tutto che lo circondava) nelle forme di un disegno escatologico, di un impegno apologetico e di una riflessione teologica tesa a dare un senso e un esito provvidenziale a quell'oceano di sofferenza nel quale la storia, allora e sempre, faceva navigare l'umanità decretandone troppo spesso il naufragio della speranza.

Il capitolo 35 del primo libro è importante poiché si respinge l'idea di una separazione netta tra i due gruppi (pagani / cristiani - empi / giusti) e vi si afferma infatti che tra i "nemici" si nascondono persone prossime alla conversione, mentre tra i convertiti ve ne sono non pochi "di facciata": "In questo modo le due città sono intricate e confuse finché il giudizio non le separi". Al di là di questa profonda intuizione teologica che sarà il leit motiv di tutta la vasta opera, qui abbiamo una testimonianza di come il fronte che separava le due fedi non doveva essere sempre ben netto e come, di conseguenza, argomenti pagani esercitavano un certo influsso anche sui credenti.

Nel secondo libro vengono criticati gli dèi pagani per non aver fornito regole ed esempi di morale a chi prestava loro culto. Poi Agostino ha buon gioco nel dilungarsi sulla corruzione dei costumi presso i romani prima della venuta di Cristo e, nel libro successivo, sulla gran quantità di sciagure che li avevano colpiti in questo caso senza, naturalmente, alcuna responsabilità da parte dei cristiani.

Tutta questa congerie di riflessioni induceva Agostino a sviluppare sempre più la sua idea di fondo nella quale noi ravvisiamo l'aspetto per così dire rivoluzionario dell'opera sua: l'idea che la storia di Roma non è già l'epopea gloriosa di una formula politica e culturale naturaliter destinata a una posizione di egemonia, ma che essa è invece una strada, come tutti i percorsi dell'uomo, lastricata di sangue e di sciagure.

Questa convinzione si maturò su quegli stessi testi che avevano nutrito il patriottismo romano ("pagano" o, se si preferisce, "classico") e trovò il suo fondamento non su computi cronologici o visioni apocalittiche, ma su quello che era il concetto base e più profondo di quell'apocalittica della quale anche Gesù e Paolo avevano fatto parte: la corruzione naturale dell'uomo, l'esigenza della conversione, la prospettiva della perfezione da realizzarsi appieno nell'eone a venire.

(©L'Osservatore Romano - 14 gennaio 2010)