Sul rapporto fra politica e società all’inizio del governo Conte-Di Maio-Salvini. Perché, forse, l'Italia sta cambiando e molti sembrano voler sorvolare sulla svolta culturale necessaria per una nuova stagione del paese, di Giovanni Amico

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /06 /2018 - 12:26 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito, per aprire in merito riflessioni e discussioni, un articolo di Giovanni Amico, scritta per il 2 giugno, festa della Repubblica. Per approfondimenti, cfr. la sezione Carità e giustizia.

Il Centro culturale Gli scritti (2/6/2018)

Un moto di fastidio mi prende al petto mentre ascolto una di quelle squallide preghiere dei fedeli che vengono lette dai brutti foglietti liturgici preparati da varie case editrici per la messa domenicale: “Signore fa che i politici mettano il bene comune al di sopra degli interessi personali”.

Il fastidio è dato dalla vecchiezza di quelle parole. L’autore di quella preghiera, apparentemente inappuntabile, è in realtà un uomo di cinquanta anni fa, un vecchio. Non si è reso conto che il problema non è oggi morale, rinunciare cioè ai propri interessi, bensì culturale: elaborare un’idea di bene comune, scegliere delle priorità che precisino cosa è il bene comune, per vivere poi come nazione quei sacrifici che sono richiesti dal perseguimento di quel bene.

Non è chiaro, infatti, oggi cosa sia il bene comune: questo è il problema.

Non è chiaro se appartenga all’idea di bene comune la promozione della natalità e se sia una priorità invertire il tasso di denatalità, cioè se quella mancanza di amore per la vita che caratterizza l’Italia sia da contrastare o no.

Non è chiaro se il matrimonio, la famiglia, la paternità e la maternità, siano un valore o un disvalore, siano equivalenti a forme diverse o meno.

Non è chiaro se la scuola debba indirizzarsi verso un modello anglosassone sempre più legato a quiz e verifiche o debba mantenere l’impianto umanistico che ha sempre caratterizzato la nostra eccellenza, puntando sui grandi autori, sulle grandi questioni, sui grandi classici.

Non è chiaro se l’università e prima ancora la scuola debbano innanzitutto servire a prepararsi al lavoro, dando così al lavoro ogni primato, o piuttosto o almeno contemporaneamente a maturare una visione sapienziale della vita.

Non è chiaro quale equilibrio debba essere instaurato tra accoglienza di persone di culture diverse e la proposta a loro della nostra cultura e degli ideali costituzionali.

Non è chiaro se il problema profondo delle migrazioni sia che gli stranieri ci rubano il lavoro o piuttosto che qui non c’è lavoro e che quindi le loro fatiche e le violenze che subiscono nel viaggio potrebbero rivelarsi alla fine inutili perché, per mancanza di lavoro, non sarà possibile una loro promozione sociale ed una vera integrazione, ma solo il vivere di elemosina.

Non è chiaro altresì se i paesi del nord Europa come la Svezia o la Danimarca siano riusciti ad integrare i migranti o siano sul punto di sconfessare le scelte del passato e quindi se si tratta di seguire il loro esempio o di elaborare una nuova via.

Non è chiaro se dinanzi al bullismo si debba continuare a pagare una “manica” di esperti che si sono dimostrati non in grado di illuminare le coscienze o si debba, molto più semplicemente, conferire maggiore autorevolezza – ed anche autorità – a chi ha l’ordinario compito di presiedere all’educazione.

Non è chiaro se bisogna aumentare il garantismo oppure semplificare le regole sul lavoro per permettere a giovani imprenditori di aprire nuove attività, senza quel peso enorme della burocrazia che tutto paralizza.

Non è chiaro se, per lo Stato e la società, la comunità cristiana sia un peso o una risorsa e un aiuto per la democrazia.

Non è chiaro se la sussidiarietà sia un pilastro della democrazia o se si debba andare verso uno statalismo in cui le organizzazioni che nascono dal corpo sociale (la famiglia, il sindacato, le parrocchie, le scuole private) debbano essere limitate e non promosse.

Nessuno, insomma, sa più oggi cosa sia il bene comune.

In fondo, non è nemmeno chiaro per tanti “intellettuali” e tanti media se sia una priorità giungere ad un chiarimento sulle priorità del "bene comune" o se si debba continuare a perdersi in questioni secondarie, inventando sempre nuovi presunti “diritti” che cercano di illudere il paese che si sta procedendo nella direzione giusta, rifiutandosi di affrontare la questione dei doveri e delle responsabilità gli uni nei confronti degli altri che richiede un’ottica di bene comune: per il bene comune, infatti, è necessari sacrificarsi.

Se si volesse porre la stessa questione a livello di politica locale, ci si potrebbe domandare se per diventare grandi sindaci basti essere onesti o sia almeno parimenti importante avere un’idea chiara di quale sia la storia e l’identità peculiare di una città, ad esempio, come Roma?

Da dove deriva questa incapacità di chiarire cosa sia il bene comune?

Chiunque attribuisca tale confusione sugli obiettivi del paese ai singoli leader della Lega, dei 5Stelle, del PD, dei berlusconiani, dei FdI, dei radicali, dei green, appartiene a quella cultura dominante che è in crisi e che non ha il minimo sentore delle radici del problema.

Solo per fornire qualche pennellata ed aprire un discorso che richiederà anni di riflessione e conversione, è necessario invece soffermarsi sulla crisi di pensiero dei gruppi di “intellettuali” che hanno fin qui rappresentato il paese e sono incapaci oggi di comprendere che il paese attende una risposta ai quesiti sopraenunciati.

La “sinistra” è in una crisi profonda. Sulle questioni su indicate tace, pretendendo di farsi arbitro imparziale e di limitarsi a gestire le tensioni, senza mai affrontarle di petto. I quotidiani e i commentatori riconoscono a stento che esiste una crisi non politica, ma culturale della sinistra, che non è più in grado di capire il paese che ha guidato culturalmente per anni. Dinanzi ai grandi temi del lavoro, della famiglia e della vita, dell’integrazione dei migranti, non ha una visione chiara di bene comune, perché non affronta le tematiche del futuro, del rapporto fra futuro e promozione dell’imprenditoria, del valore delle radici storiche della nostra cultura e così via.

D’altro canto l’altra grande cultura del paese, quella cattolica, è anch'essa in crisi, come paralizzata a riguardo degli stessi temi, schiacciata sulle posizioni dei partiti, senza una sua elaborazione autonoma. Ha profondamente ragione papa Francesco quando vede una Chiesa immobile. La “sinistra” e la Chiesa sono immobili. Si pensi, solo per fare un esempio, a come la Chiesa avrebbe potuto guidare, correggere anche, ma riconoscendone il significato, il Family Day, invece di lasciarlo a se stesso, con gli errori che ne sono conseguiti.

Ma c’è una terza cultura che ha assunto nei decenni passati la leadership, estenuando le forze culturali della “sinistra” e del mondo cattolico: la vera cultura egemonica in anni recenti è stata quella “radicale”.

L’idea dei diritti individuali esasperati e portati alle estreme conseguenze, il diritto all’assoluta autodeterminazione in ogni istante della vita, con la conseguente parcellizzazione del corpo sociale fino a giungere all’idea di uno Stato il cui unico compito non è contemperare le esigenze di tutti in una visione prospettica di bene comune, bensì quella di essere solo un contenitore senza forma nel quale galleggiano i singoli con i loro presunti diritti individuali.

Ora è questa cultura ad essere entrata in crisi, anche se essa ha in qualche modo attratto a sé e livellato anche quella della “sinistra” e, per certi aspetti, quella del mondo cattolico, che si sono lasciate ingannare dall’idea di bene comune inteso come enunciazione senza fine di sempre più esigenti e dispendiosi diritti individuali identificati tout court con il "bene comune".

La crisi dipende in primo luogo dall’insostenibilità economica di tale visione della vita, poiché se non si scommette sulle relazioni fra le persone, appare sempre più evidente che lo Stato non è più in grado, nell’attuale situazione di crisi economica, di supportare i bisogni di tutti.

Ma tale cultura “radicale”, tutta incentrata sull’elevazione ad assoluto di qualsiasi posizione individuale, è ancora più in crisi dal punto di vista culturale. È in crisi dinanzi a sistemi culturali di cui sono portatori alcuni dei migranti che non la riconoscono accettabile.

È soprattutto in crisi nella nuova consapevolezza di tanti giovani e adulti che non si riconoscono in tale visione, avvertendo che essa non è onesta, perché esiste invece un’identità del paese, della persona e delle sue relazioni fondanti e che ritengono pertanto che i diritti e le culture non sono tutti equivalenti, bensì esiste un bene comune, un portato culturale del paese, una priorità data ad alcune scelte che richiedono sacrifici da parte di tutta la nazione italiana.

Sciocco sarebbe vedere allora negli eventi politici del presente solo qualcosa da combattere e da stigmatizzare, fidandosi di sociologi che continuano falsamente a dire che l’Italia è una società liquida e senza riferimenti, senza Dio e senza una propria storia peculiare di cui essere fieri e che non c’è interesse nel paese alle grandi questioni, ma che l’unica cosa che conta sono i diritti soggettivi.

Il paese si accorge del vicolo cieco in cui è stato condotto dalla crisi di questa cultura e cerca disperatamente qualcuno che lo aiuti a recuperare un'idea di bene comune, non moralisticamente inteso, ma tornando ad enunciare e a scandire i nomi delle questioni sul tappeto e le impasse attuali relative ad essi.  

I giovani chiedono una chiarificazione dell’idea di bene comune proprio sui temi sui quali c’è afasia culturale e politica e abbandonano la cultura "radicale" e chi l'ha sposata nel passato, cercando come a tentoni, anche se a volte errando, una nuova via.

Ad altri il compito di gestire gli sviluppi politici appena apertisi. A noi il compito di una lettura più onesta delle cause culturali del grande cambiamento che stiamo vivendo e la sfida dell’elaborazione di un cammino culturale futuro per chiarificare cosa sia il bene comune e quali le scelte prioritarie da proporre, rifiutando l’effimero imperante della cultura “radicale” che ha assoggettato a sé le grandi culture che hanno elaborato la Costituzione.