Che cos’è la pedofilia?, di Giovanni Amico

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /09 /2018 - 15:40 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un testo di Giovanni Amico. Per approfondimenti, cfr. la sezione Le nuove schiavitù.

Il Centro culturale Gli scritti (26/8/2018)

N.B. Questo articolo si limita a fornire alcune indicazioni sulla questione psicologica della pedofilia, mentre, per le questioni delle responsabilità penali e morali, siano esse sia personali che comunitarie, si rimanda all’innumerevole massa di studi in merito ed al recente importante intervento di papa Francesco Lettera del Santo Padre al popolo di Dio del 20/8/2018.
In questo testo de Gli scritti, invece, si analizza una questione più specifica: la situazione psicologica della persona con la psicosi “pedofiliaca”, ma ovviamente il problema più grave resta poi quello delle vittime. Cercare di capire la pedofilia da un punto di vista psicologico, però, permette di avere strumenti per evitare il reiterarsi degli abusi.  

La pedofilia non è un “gusto” sessuale che una determinata persona sceglierebbe di coltivare come una preferenza fra tante. È, invece una “psicosi” grave[1].

È una psicosi compulsiva e reiterativa, un disturbo cioè che spinge fortemente la persona all’atto e la spinge in maniera ripetitiva. Non essendo una scelta pienamente libera, l’atto non genera soddisfazione e vero piacere, se non istantanei, a differenza dell’amore: è, invece, uno scarico di pulsioni che genera un momentaneo sollievo che diviene poi, però, rapidamente, esigenza di una nuova ripetizione dell’atto.

Si può immaginare meglio cosa sia la pedofilia paragonandola al disturbo di una persona drogata - che ha però un tipo di dipendenza dalla droga non puramente psicologica, bensì fisiologica e l’esemplificazione deve quindi essere ritenuta utile solo ad un fine divulgativo. La persona drogata ottiene con l’utilizzo della sostanza stupefacente un momentaneo sollievo, ma dopo un certo periodo, abbisogna nuovamente di una dose analoga, in un vortice senza fine.

Non avrebbe senso, dal punto di vista clinico, accusare il drogato di aver assunto ben 1000 dosi in tre anni e di aver rubato ben 500 volte nello stesso periodo per poter acquistare la dose necessaria. Così è del pedofilo: è tragicamente abituale che egli consumi l’atto pedofilo numerosissime volte, perché il suo è un atto compulsivo ed ha bisogno della continua ripetizione dello stesso. Per questo ogni volta che si avrà a che fare con un pedofilo adulto ecco che si tratterà, purtroppo, di centinaia di vittime di abusi.

In pima battuta, si potrebbe dire che la colpa morale più grave del pedofilo - che è colpa gravissima - è quella di non ammettere la verità del suo malessere e chiedere aiuto ad un terapeuta iniziando un cammino di recupero. Esattamente come nel caso del drogato - senza dimenticare la grande diversità delle due situazioni.

Non ha senso accusare il drogato di non aver resistito alla tentazione numero cinquantuno o cinquantadue piuttosto che centoquattro o centocinque: il drogato non è in grado di resistere al bisogno dell’assunzione di sostanze stupefacenti. Ciò che è in suo potere è decidere di entrare in una comunità terapeutica ed iniziare un programma di recupero, che, da solo, non sarebbe in grado di intraprendere e, soprattutto, di portare a termine.

Dietro la difficoltà di ammettere la verità sul proprio stato di malattia psicotica nasce l’atteggiamento bugiardo che caratterizza il pedofilo. Come nel caso del drogato, la menzogna è la regola: il drogato spergiurerà di non aver mai assunto sostanze stupefacenti e, se venisse scoperto,  giurerà infinite volte che quella è stata l’ultima e che non accadrà mai più. Ma, se lo si segue passo dopo passo, ecco che lo stesso continua a rubare per reperire denaro, continua a procurarsi la droga, continua a farne uso.

Per poter aiutare un drogato, bisogna essere consapevoli di essere dinanzi ad una persona che ha fatto della bugia il suo stile di vita: bisognerà, per aiutarlo, decidere di verificare ogni affermazione.     

Analogamente avviene per un pedofilo: nasconderà ogni suo atto fin dai primi abusi commessi e, se venisse accusato, spergiurerà di non essere tale e di non aver mai commesso alcun atto pedofilo. In taluni casi, potrebbe addirittura aver rimosso nell’inconscio quegli atti. Ma, ad un livello più profondo, sarà cosciente di avere quel disturbo in forma grave ed il nascondimento di esso implica evidentemente la consapevolezza della sua psicosi.

Qui appare la responsabilità di chi deve discernere: l’educatore deve sapere che raramente sarà la persona stessa a dichiararsi tale, bensì servirà tutta la sapienza e l’esperienza educativa per intuire l’esistenza di una tale problematica sommersa ed aiutare la persona prima che sia troppo tardi.

Il nascondimento dipende ovviamente dal fatto che nessun pedofilo è felice di essere tale. Il pedofilo subisce egli stesso la propria pedofila ed essa lo disturba talmente che egli cerca di non ammetterla a livello conscio: essa, però, continua ad operare e la persona stessa ne è cosciente.

Ecco perché sono persone terze a dover intervenire una volta che la pedofilia è venuta alla luce e a dover intervenire con determinazione per aiutare lui e per impedire che ci siano ulteriori vittime che vengano abusate.

La frequenza di casi che si è avuta nei decenni passati dipende anche dal fatto che non si dava peso agli studi che già dichiaravano , con chiara consapevolezza, la compulsività della pedofilia e, dunque, si riteneva, affidandosi ad autori colpevolmente più lassisti, che il “problema” potesse essere risolto con il trasferimento ad altri incarichi o con generici consigli per una vita moralmente più sana o, nel caso di credenti, con l’invito alla preghiera e a pratiche di pietà. Quanto appena affermato non scusa la gravità del mancato intervento forte, ma aiuta a comprendere le radici di tale errore.

Oggi è evidente a tutti gli psicologi che dinanzi ad un pedofilo non bastano buoni consigli, bensì serve un programma vero e proprio di accompagnamento con l’inserimento in una comunità di recupero.

A sua volta, il pedofilo è una vittima di una storia, diversa per ognuno, nella quale la persona è stata profondamente perturbata in età infantile e adolescenziale. Gli studi affermano che la metà dei pedofili potrebbe essere stata vittima nel passato di abusi sessuali, prima di maturare la propria.

Il pedofilo ha una “storia” sessuale che si è arrestata, per cause da determinare, ad uno stadio non maturo - per rifarsi alla terminologia freudiana si potrebbe fare riferimento a quel complesso di disturbi, diversissimi l'uno dall'altro, che appartengono ad una personalità rimasta ferma alla fase “anale” dello sviluppo sessuale (per approfondimenti su questo  cfr. Dal Fallico al genitale in prospettiva freudiana. Testi di Leonardo Ancona e Franco Fornari).

Il pedofilo vive uno stato di depressione e di insicurezza dipendente da cause che è compito del cammino terapeutico individuare ed affrontare. Il suo stato depressivo è accompagnato a volte da altri disturbi come scatti di ira e cambiamenti d’umore repentini.

Per pedofilia, fra l’altro, si intende, nel linguaggio psicologico corrente, la pedofilia omosessuale, cioè il disturbo di un maschio che cerca coattivamente maschi di età minorile: essa ha cause diverse, nella storia pregressa infantile e adolescenziale, rispetto alla pedofilia femminile (cioè quando è una donna ad abusare di bambini) e rispetto alla pedofilia di maschi che abusano di bambine.

Esiste un altro aspetto fondamentale che è necessario porre in rilievo per comprendere alcune storie di persone con psicosi pedofiliaca: il pedofilo, proprio perché teme e odia la propria stessa pedofilia, cerca una sublimazione della ferita che porta con sé. Questo dice, nonostante tutto, la permanenza di una zona sana nella sua esistenza, che, purtroppo, non solo non è sufficiente a farlo uscire dal suo stato, ma anzi lo porta talvolta a rimandare la scelta di affrontare apertamente il problema.

Tale sublimazione, tesa a dimenticare le pulsioni pedofiliache, egli la può cercare in occupazioni alte, come l’insegnamento a minori, l’allenamento o l’arbitraggio sportivi, il volontariato verso migranti o altre categorie disagiate, l’adesione alle diverse religioni e l’assunzione degli stessi ministeri sacri, compreso ovviamente quello cattolico, l’ingresso in forze armate o di ordine pubblico e così via.

Paradossalmente egli, nel cercare di nascondere non solo agli altri, ma soprattutto a se stesso, il suo malessere profondo, può amare in maniera sublimante l’ordine e la disciplina, le uniformi e i vestiti rituali, le regole, le norme e la pulizia, fino a farsene integerrimo banditore.

Tale tentativo appare però come non risolutivo, perché dopo un determinato tempo nel quale egli trae sollievo dal realizzare qualcosa che sublima il suo malessere interiore, egli può ricadere improvvisamente nel vortice della compulsività dei suoi atti.

Solo chi ha la forza di pretendere che egli venga alla luce, in una terapia seria e profonda, sostenendolo in un dialogo psicologico serrato e costante nel quale egli accetti di non nascondersi, può realmente essergli di giovamento ed aiutarlo, contribuendo così a difendere le vittime degli abusi che, altrimenti, continueranno ad aggiungersi.

Per approfondimenti, cfr. la voce Perversioni - Pedofilia, di Gennaro Saragnano, Dizionario di Medicina, 2010 Treccani al link http://www.treccani.it/enciclopedia/perversioni_res-73ab26c0-9082-11e1-9b2f-d5ce3506d72e_%28Dizionario-di-Medicina%29/

Note al testo

[1] In psicologia si distinguono le “nevrosi” che, pur disturbando la persona, sono da essa gestibili, dalle “psicosi” che dominano l’individuo, riducendone sensibilmente gli spazi di libertà.