Paolo VI: “Roma, città del mio cuore”. L’intervento di mons. Leonardo Sapienza alla Veglia in vista della Canonizzazione di Paolo VI

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 21 /10 /2018 - 23:04 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito il testo della relazione tenuta da mons. Leonardo Sapienza alla Veglia in vista della Canonizzazione di Paolo VI presso la Basilica dei Santi Apostoli, l’11 ottobre 2018.  Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Roma e le sue basiliche.

Il Centro culturale Gli scritti (21/10/2018)

Cominciamo con una confidenza del Cardinale Ugo Poletti: “Non c’è che un modo per trattare con Roma: devi servirla, devi umiliarti davanti a lei ma, soprattutto, devi amarla!”. E già questa potrebbe essere una precisa indicazione per tutti quelli che svolgono una missione in questa Città. È l’amore che ha nutrito Paolo VI per Roma. Un amore profondo, sincero, un “amore pastorale” (14 gennaio 1965).

Un amore per una città alla quale si sentiva “ormai legato per la vita e per la morte” (14 gennaio 1965). Un amore che gli fece dire al cardinale Dell’Acqua, nella lettera in cui lo nominava Vicario per Roma: “Le affido ciò che ho di più mio, di più caro, di più degno: Roma cattolica, con i suoi incomparabili tesori di spiritualità cristiana e di tradizione cattolica; Roma, con le sue forze vive del sacerdozio, delle comunità religiose, delle parrocchie, del laicato; Roma, col suo espandersi esaltante e preoccupante nella estensione esteriore come nella profondità interiore degli animi, sollecitati da innumerevoli esperienze umane e pervasi da mille fermenti; Roma, nelle sue incertezze e nelle sue inquietudini, nelle sue realizzazioni e nelle sue attese, nelle sue luci e nelle sue ombre, nella sua missione al centro della Chiesa cattolica” (10 gennaio 1968).

Da questi pochi accenni si capisce come conosceva bene Roma. Lo racconta lui stesso nel primo incontro con il Clero romano, tre giorni dopo la sua elezione: "Ricordo di conoscere abbastanza 1a vita religiosa di Roma, per aver qui trascorso trentaquattro anni del mio sacerdozio, per aver qui conosciuto persone degnissime e carissime; qui luoghi sacri piissimi, qui tradizioni tanto ricche di splendore regale e di popolare sincerità; ma so anche quali siano i nuovi bisogni religiosi della città, quali le difficoltà pratiche per soddisfarli, quali le questioni formidabili della sua espansione urbanistica, l’invasione di tutte le correnti della cultura e del costume moderno creano all’azione pastorale, a cui io e voi dovremmo dedicare le nostre primissime sollecitudini" (24 giugno 1963).

Conquistato dal fascino di Roma, dalla sua storia, dall’arte, dalla politica; come anche dalla "sua parlata romanesca, spiritosa e vigorosa" (14 febbraio 1965), si è avvicinato a Roma con commozione e ammirazione. Tanto da arrivare a ripetere, nella visita in Campidoglio: "Volentieri mi sento fiero e onorato di fare mia la professione di San Paolo: “civis Romanus sum” (Atti 16,21; 22,25-29), sono cittadino romano” (16 aprile 1966).

E, ancora, nella visita al Quirinale, davanti al Presidente Saragat: “Anche io sono romano, e tale resto per inestinguibile titolo, quello proprio di Vescovo di questa dilettissima Urbe” (13 settembre 1970). Paolo VI ha amato Roma, si è lasciato conquistare dal carattere sacro di Roma e dal suo fascino unico al mondo. In un’altra confidenza del Cardinale Poletti, Paolo VI rivela: "Sappia che ogni sera, prima di chiudere 1a giornata, io benedico dalla finestra questa mia città". Solo alcuni segni dell’amore e della sollecitudine di Paolo VI per Roma.

Il 5 marzo 1967 si reca in visita pastorale alla Parrocchia Santa Maria di Loreto, estrema periferia di Roma verso Guidonia, in località "Castellaccio", così chiamata per la presenza dei resti di un castello in rovina. Avvicinandosi alla Parrocchia, il Papa ammira la bellezza della verde campagna romana, e quando parla con i fedeli prima della Messa, esclama: "Questo luogo si dovrebbe chiamare Castelverde, e non Castellaccio!”. Da allora, la località cambia nel nome attuale: Santa Maria di Loreto a Castelverde.

Montini aveva già vissuto da Arcivescovo di Milano il dramma della mancanza di case. A Roma conosce bene i tanti problemi politici, sociali, culturali, amministrativi. "Problemi enormi, che impongono enormi doveri" (19 dicembre 1971). Tra questi, quelli che ancora affliggono 1a città: il lavoro, 1a casa, 1a scuola, gli immigrati; all’epoca era molto pesante la questione dei baraccati. Paolo VI decide una cosa che oggi sarebbe semplicemente impensabile: la costruzione di novantanove appartamenti per dare una casa a famiglie povere provenienti dalle baracche dell’Acquedotto Fe1ice, dal Borghetto Alessandrino e da altri quartieri. Da allora, si chiamerà “Villaggio Paolo VI” ad Acilia.

Il Cardinale Poletti nel giorno della benedizione delle nuove case confida che “il Papa offre alla città di Roma questo dono con discrezione” e informa che il Papa, oltre all’appartamento, ha disposto un particolare aiuto alle famiglie prescelte, per agevolarle nelle spese di insediamento" (31 luglio 1973). Con discrezione… Sarà la nota caratteristica di tante opere di carità di Paolo VI.

Un ulteriore segno della sollecitudine di Paolo VI per la sua Diocesi. Il 22 novembre 1974 trasmette al Cardinale Poletti un assegno di 20.000 dollari, per una borsa di studio in favore di qualche seminarista. Da notare, anche qui, la richiesta di discrezione, che Paolo VI annota in un biglietto autografo: “La prego di non fare al riguardo alcuna pubblicità”.

Nelle sue “Memorie” il Cardinale Poletti scrive: "Pochi sanno che la sollecitudine di Paolo VI si era addossata personalmente – senza impegno per i Successori – l’onere di 500 milioni annui, destinati al servizio religioso delle periferie, con luoghi provvisori di culto, e all’incremento di nuove chiese. Di questa somma, ben 140 milioni annui sono spesi per affitto di negozi, scantinati, locali vari, abitazioni provvisorie delle nuove, ed anche anziane, parrocchie della nuova Roma".

"Roma mi arde nel cuore" (5 ottobre 1969), dice Paolo VI in una lettera al Cardinale Dell’Acqua. Ed è per questo che mette nel programma del suo pontificato la volontà di far rivivere il patrimonio spirituale di Roma (24 giugno 1963). “Roma non è mai stanca. Roma non è mai vecchia. Roma, se cosciente e fedele al suo alto misterioso destino, è eterna!” (30 dicembre 1964).

“L’impegno di Roma ad essere città cristiana, anzi scuola ed esempio alla Chiesa tutta e al mondo, di vita veramente fedele a Gesù Cristo e al suo Vangelo" (24 giugno 1963). "Tutto il mondo guarda a Roma” (6 dicembre 1970); per questo “la Chiesa di Roma ha anche una funzione di esemplarità" (6 marzo 1971).

Paolo VI torna molte volte sulla esemplarità della Chiesa di Roma per tutto il mondo: “da tutte le parti si guarda a Roma cattolica. Il dovere di essere autenticamente cristiani qui è sommamente impegnativo. Tutto a Roma fa scuola: la lettera e lo spirito. Come si pensa, come si studia, come si parla, come si sente, come si agisce, come si soffre, come si prega, come si serve, come si ama" (21 settembre 1963).

"Roma è una scuola, da cui tanto si può imparare" (15 agosto 1965). E la stimola ad essere sempre all’avanguardia; ad essere degna dell’eredità del passato. La invita a “non sottrarsi a questo comune sforzo di rinnovamento, perché deve tutti precedere con il suo esempio, perché è 1a Diocesi del Papa, il centro della cattolicità, a cui tutto il mondo guarda come a città posta sul monte, come faro di vivida luce" (5 marzo 1967).

Per questo, indice una Visita pastorale (1967); visita numerose parrocchie, ospedali, carceri, università, collegi, case di cura, scuole. Celebra il Corpus Domini nei diversi quartieri. Soprattutto dispone una riorganizzazione del Vicariato di Roma, per renderlo adeguato alle nuove esigenze, e per far sì che sia una Diocesi autonoma, a pieno titolo, senza più legami con la Curia romana.

È indicativa, a questo riguardo, quanto disse un Cardinale al Cardinale Dell’Acqua, che si sforzava di mettere in pratica le direttive del Papa: “Lei parla di Diocesi di Roma! Non usi questa espressione! Roma non è mai stata una vera Diocesi, ma una estensione pastorale della Curia romana!”.

Oggi possiamo vedere tutti quanto cammino è stato fatto. Ma sentite come parlava Paolo VI della condizione dell’attuale Palazzo del Vicariato, segno anche della situazione della Diocesi di allora: “Io mi ricordo che la prima volta che venni a Roma (avevo 8 anni e mezzo) si fece con la mia famiglia una escursione fino a San Giovanni in Laterano; ricordo ancora benissimo il senso di desolazione che mi sorprese in quella grande casa, tetra, chiusa, abbandonata d’intorno, senza nessuna circolazione perché non c'erano i tram, né altro in quel momento; e mi dissero: questa è 1a “mater et caput”. Ricordo poi tutte le volte che, venuto a Roma giovane studente, appena detta la Santa Messa, avevo occasione di passare davanti a quell’edificio, bello ma cadente: lo si vedeva dalle finestre e dalle porte chiuse, dall’impossibilità di entrare. Ricordo anche il senso di disagio che mi metteva la stessa Basilica di San Giovanni: la sera era come penetrare in una caverna, senza luce; cinque navate buie e paurose a chi osava inoltrarsi. E sempre, fino da allora, i ragazzi e i giovani sognano: da qui bisogna ridare la vita alla Chiesa romana… (10 febbraio 1975). Parole che rivelano come fin da giovane sognava la riforma della Chiesa di Roma. Ma sono anche parole rivelatrici della conoscenza profonda dei problemi della città.

L’idea di Roma fu forte in Paolo VI: “Urbe unica al mondo” (1975); “Roma non è solo storia, non solo è arte, non solo è tipo di una civiltà; Roma è mistero” (14 luglio 1974); e arriva a parlare di “senso di Roma”, per far comprendere ai Romani che tanti pellegrini e turisti vengono a Roma “per osservare se Roma sia davvero cosciente della sua peculiarissima posizione morale nel mondo; e se meriti la stima e l’onore che tutti desideriamo esserle attribuiti” (27 gennaio 1972).

La Diocesi, così spinta da Paolo VI, diventa tutta un fermento di attività, di rinnovamento. In questa opera, il Cardinale Poletti trova un interlocutore ideale in Don Luigi Di Liegro. Due grandi realizzazioni di quegli anni: la nascita della Caritas diocesana, e il famoso Convegno sulle attese di carità e di giustizia del febbraio 1974, ricordato anche come il Convegno sui mali di Roma.

Ma il Papa si domandava: “Roma è cattolica. Sì, nessuno lo nega; tutti lo affermano, almeno quanti hanno spirito cristiano e senso storico e amore verso questa incomparabile città. Ma Roma è cattolica quanto dovrebbe essere? È davvero cattolica, così cristiana, religiosa e buona questa città del mio e del vostro cuore, come lo esigono la sua storia e la sua missione?” (14 gennaio 1965). E ha sempre stimolato il clero e il laicato: “Roma cristiana non basta a se stessa. Deve fare molto di più…” (14 gennaio 1965). “A Roma il cristianesimo non può essere vissuto in qualche maniera; o lo si vive in pienezza, o lo si tradisce! Questa è la vocazione di Roma, e questa deve essere la caratteristica dei cittadini di Roma. Roma cristiana non può appagarsi di mediocri, di gente torbida e non coraggiosa, che vive di compromessi o di ripieghi utilitari. Richiede gente salda, retta, cosciente, ben decisa a rispondere ad un impegno così alto, esplicito, obbligante" (1 marzo 1964). “Un romano, un vero romano non può non essere cristiano, cattolico” (15 luglio 1964); “deve essere coerente con 1a sua storia civile e cattolica, e con la sua immortale missione” (8 luglio 1963).

E una raccomandazione valida per i Romani di tutti i tempi: “Roma, Roma stessa, ha bisogno di cattolici pari a questa concezione integra e virile della professione religiosa e cristiana. Oggi, non meno di ieri, anzi forse più di ieri, questa pienezza cosciente della vostra fede è più che mai necessaria e di grande attualità: il cristianesimo oggi deve essere attivo, militante, missionario, e la carità del bene lo deve documentare” (31 maggio 1969).

Raccogliamo, come rivolta a ciascuno di noi oggi, un’ultima esortazione di Paolo VI: "Romani, amate Roma! A voi tutti Romani, che avete la sensibilità della segreta, austera, originale bellezza di questa unica Città, onde Cristo è Romano, noi ripetiamo nel nome dei suoi Patroni, Pietro e Paolo: amate Roma! Sia per essa oggi la nostra preghiera" (19 novembre 1972). "Abbiate fiducia: Roma va avanti e il Papa 1a guida” (15 ottobre 1967).