Argentina, una grande nazione: appunti di gauchos, dittatori, immigrati e villas miseria e ora anche di papi (I parte), di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /09 /2019 - 00:59 am | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito gli appunti di Andrea Lonardo sull’Argentina. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione I luoghi della storia della Chiesa.

Il Centro culturale Gli scritti (10/9/2019)

1/ Buenos Aires, il porto di Nostra Signora di Bonaria, protettrice dei marinai

Gli abitanti di Buenos Aires vengono chiamati porteñi (in spagnolo porteños), cioè “quelli del porto”, “quelli che abitano al porto”. Questo termine dice tutta la storia della capitale: Buenos Aires è “il” porto. Tutti gli antenati della popolazione nella moderna Argentina sono giunta lì, sono arrivata lì, da lì si sono diffusi in tutto il territorio e si sono mescolata – o non si sono mescolati – con gli indigeni.

Buenos Aires è l’origine dell’Argentina. Nel porto sono arrivati tutti, spagnoli e francesi, italiani e lituani, polacchi e “russos” (gli ebrei), croati e inglesi. Tutte le altre città sono nate dall’aumento della popolazione degli emigrati in Argentina.

L’Argentina è uno stato nato dall’immigrazione. L’Argentina è una nazione di immigrati. Tutti dicono, appena ti incontrano, mio nonno era italiano, mio nonno era veneto, mio nonno era genovese, mio nonno era siciliano, mio nonno era tedesco, mio nonno era croato. “Mi abuelo era…”: quante volte si sente questa espressione!

Il nome di Buenos Aires viene, invece, da uno dei titoli della Vergine Maria – quasi tutta l’onomastica argentina è legata alla fede cristiana e alla Madonna in particolare.

Nostra Signora di Bonaria (in spagnolo di Buenos Aires) è il titolo con cui gli uomini di mare iniziarono a venerare la Madonna in Sardegna - titolo che passò di lì in Spagna e dalla Spagna alla futura capitale[1].

Nella tradizione sarda, la Madonna è venerata come Signora del “buon vento” o “dei buoni venti” perché si ricorda così il miracolo con il quale si salvò una nave in tempesta, per l’intercessione alla Vergine perché cessasse la tempesta e i “buoni venti” conducessero la nave in porto.

Anche il nome della capitale ricorda così il mare e il porto: la Madonna che conduce al porto, la Madonna che aiuta gli uomini intercedendo per la loro navigazione, perché i venti conducano a buon fine le traversate marine (in questo caso atlantiche).

Il nome di Buenos Aires/Bonaria venne dato al luogo dal primo gruppo di spagnoli che vi giunse e che chiamò il primissimo insediamento “Porto di Santa Maria de Buenos Aires”.

Tale insediamento viene localizzato dalla tradizione nella zona ove sorge ora il Parque Lezama e il Museo Histórico Nacional, ma gli scavi lì condotti recentemente non hanno potuto comprovare tale identificazione[2].

Certo, il sito “individuato” dalla tradizione è nei pressi del rio Riauchelo, detto anche Rio Matanza, dove sorge una piccola collinetta che sarebbe stata adatta per una posizione difendibile rispetto alla linea costiera, ma qualsiasi sito analogo potrebbe aver svolto quel ruolo.

Fu Pedro de Menoza a sbarcarvi nel 1536 e ad erigervi un forte con una piccola cappella dedicata appunto a Nostra Signora di Bonaria, Nuestra Senora de Buenos Aires. Il suo intento era quello di esplorare la zona – ed iniziare una prima “occupazione” – per risalire poi ancora il Rio de la Plata (il Rio dulce). Il suo gruppo di conquistadores non era “regolare”, inviato cioè dai reali di Spagna, bensì costituito da “privati”, probabilmente anche molto violenti: essi cercavano oro e intendevano scoprire una via d’acqua che conducesse fino al Perù per non dover circumnavigare l’America e raggiungerlo più direttamente dall’Europa.

Furono essi, una volta che si divisero in due gruppi proprio nel primo insediamento della futura città, a risalire ancora il fiume e a fondare Asunción, oggi capitale del Paraguay, nel 1537, un anno dopo. Furono Juan de Salazar e Gonzalo de Mendoza, distaccatisi dalla spedizione di Pedro de Mendoza a fondarla e a chiamarla anche qui con un titolo mariano, Nuestra Señora de la Asunción, datandone l’atto al 15 agosto, giorno dell’Assunzione di Maria.

Nei due resoconti che raccontano della primitiva fondazione di Buenos Aires si racconta appunto di un riauchelo – piccolo rio – che la tradizione ha poi indentificato con il rio che scorre vicino a La Boca (La Boca è appunto “la foce” del rio.

I due racconti sono corredati di note sugli indios, considerati cannibali, e di come, infine, gli spagnoli vennero costretti ad abbandonare il luogo nel 1541 non essendo riusciti ad instaurare un buon legame con la popolazione.

La descrizione del mancato rapporto con la popolazione indigena appartiene, secondo la maggior parte degli studiosi, a quel tipo di testi apologetici, tesi ad esaltare la bontà degli spagnoli e la violenza dei nativi e, proprio per questo, vanno presi con molta cautela, perché probabilmente furono proprio gli spagnoli a volersi imporre, generando poi reazioni negative.

Certo è che quando avvenne la vera e propria fondazione dell’insediamento spagnolo in quel luogo – da taluni detto la “seconda fondazione” di Buenos Aires – Juan de Garay nel 1580 ritenne di insediarsi esattamente nel luogo abbandonato 39 anni prima dalla prima spedizione.

Probabilmente il primo insediamento di Pedro de Mendoza fu un semplice fortino in legno.

La nuova spedizione di Juan de Garay giunse sul luogo il 29 maggio, in quell’anno Festa della Trinità, chiamando poi l’11 di giugno dello stesso anno la nuova città Ciudad de la Santísima Trinidad y Puerto de Nuestra Señora del Buen Ayre, ma il nome con cui ora la si chiama è composto solo dalle ultime due parole.

L’espansione della città di Buenos Aires e dell’intero paese rivela l’apporto incredibile dei migranti che fa dell’Argentina quello che è ora.

Nel 1776, quando Buenos Aires divenne capitale del Vice-reame spagnolo del Río de la Plata secondo il Censimento di Vértiz si contavano 24.205 abitanti[3]. Il numero passò a 93.000 nel censimento del 1855.

Dal 1870 circa la crescita diviene esponenziale, facilitata dalla Legge di Immigrazione, conosciuta come Legge Avellaneda del 1886. Nel 1895 si contano 664.000 abitanti. Nel 1914 gli abitanti sono ormai più di un milione e mezzo. Nel 1947 sono 3 milioni.

Un analogo sviluppo si registra per la totalità degli abitanti del paese che sono 4.044.911 nel 1895, 7.903.662 nel 1914, 15.893.827 nel 1947[4].

I grandissimi spazi del paese, con possibilità di lavoro nell’allevamento del bestiame o nella coltivazione di cereali, con l’esportazione di carne e di grano, permisero ai tantissimi immigrati di trovare lavoro.

2/ Il “dramma” dell’Argentina, non è solo economico e politico, ma anche culturale

La situazione del paese conobbe un grande sviluppo con una distribuzione relativamente buona delle risorse al punto che l’Argentina arrivò, ad esempio, a sconfiggere quasi completamente l’analfabetismo negli anni dei primi due governi peronisti.

La situazione appare ora peggiorata in maniera grave. Un sacerdote mi parla del 35% di popolazione che vive totalmente abbandonata dalle istituzioni pubbliche.

Lo si vede dalle cosiddette “villas miseria” che si trovano ai margini delle città, talvolta nascoste sulle grandi strade, o presso i fiumi.

Me le descrivono e me le fanno visitare. Il dramma non è semplicemente economico, ma anche culturale – mi spiegano.

È come se si fosse deciso che quelle persone “non contano”, “non esistono”. È come se si fosse deciso che non c’è niente da fare e che è, quindi, inutile occuparsene. Ma sono il 35% della popolazione!

Si comprende , visitandole, come papa Francesco abbia imparato a comprendere che il mondo si capisce dalle sue periferie e non a partire “esclusivamente” dal “centro”: i centri urbani dimenticano quei luoghi, li “escludono” e vivono come se non esistesse una gran parte della popolazione, quella delle “villas”:

Molti dei nuovi nati non hanno nemmeno carta d’identità e non possono, quindi, nemmeno presentarsi ai servizi sanitari.

Si è creata negli ultimi decenni una cultura dell’abbandono, sia da parte della città, come da parte delle popolazioni stesse più povere. Alcuni, dopo essere vissuti per un po’ di tempo di sussidi statali - quando ancora ce n’erano – hanno smesso di pensare all’idea di trovarsi un lavoro e, semplicemente sopravvivono. La cultura del disimpegno globale ha portato altri a vivere con il denaro ottenuto tramite l’essere parcheggiatori abusivi. Lo Stato si è limitato a creare un vera e propria carta di permesso per essere parcheggiatori abusivi, senza il quale non lo si può fare: si è legalizzato l’abuso.

Molte delle persone delle villas miseria (oggi si chiamano villas, semplicemente) vivono di espedienti, molti giovani si drogano , ma non alla maniera dei borghesi delle classi benestanti, bensì semplicemente come una modalità per passare il tempo. Tutto è tragicamente semplice e lineare: nessuno si interessa degli abitanti delle villas: vivono abbandonati senza che nessun partito politico si preoccupi di elaborare un qualsivoglia progetto per essi.

3/ El Hogar de Cristo: una famiglia e non una carità assistenzialistica

Mi fanno visitare una delle pochissime esperienze che cercano di interagire – riuscendovi – con i giovani delle villas. È el Hogar de Cristo, la “casa di Cristo”.

È molto diversa da una mensa per i poveri. Non si viene per mangiare, ma per stare insieme. Si può accedere alla mensa solo se si viene almeno un’ora prima, per stare insieme, per parlare, per essere famiglia.

È la regola: si entra nell’Hogar almeno un’ora di mangiare. Così chi vuole solo mangiare e non stare insieme preferisce altre mense. Chi viene qui, pian piano, diviene uno di casa. Deve fare la scelta di venire qui, di perdere tempo, di dedicare tempo alla “famiglia” dell’Hogar. E pian piano si affeziona.

Il clima è molto bello. Tutti si salutano. Salutano il prete. Salutano i volontari. Soprattutto si salutano fra di loro. Perché tutti sono conosciuti, uno per uno. E conoscono tutti, uno per uno. Sono quelli che frequentano l’Hogar a conoscersi e abbracciarsi fra di loro, non solo ad abbracciare i preti e i volontari.

Ci sono ragazze madri giovanissime, giovani, bambini. Gente di strada, gente che vive nei dormitori, gente delle villas. Il clima è quello di una famiglia molto numerosa. Una gran confusione, C’è chi parla, chi gioca a ping gong, chi fa festa ai bambini.

Si resta anche nel pomeriggio, almeno qualche ora per stare insieme e partecipare ai laboratori di preparazione al lavoro. Anche questi fanno parte dei “doveri” della casa. Chi viene, viene per stare, non per mangiare e basta.

L’Hogar de Cristo si rivolge innanzitutto a giovani e bambini, così come a giovanissime ragazze madri.

Anche se sono tanti – una quarantina di persone in quello di Parana – tutti sono come una famiglia.

Nel tempo si sono conosciuti e stanno insieme. C’è anche uno psicologo che si siede a mangiare, ma non tiene terapie specifiche, bensì parla ai tavoli dove le persone si siedono. I volontari non servono alla mensa, bensì mangiano insieme agli altri. Il servizio è fatto a turno da tutti, non solo dai volontari.

Si viene perché il cuore della “casa” è la relazione, il cuore dell’Hogar de Cristo è l’incontro.

Il prete parla ora con uno, ora con l’altro. Tutti quelli che arrivano via via si salutano e lo salutano.

Chi racconta di aver avuto un problema con la polizia, chi di non essere ancora riuscito ad avere una carta d’identità, chi ha dovuto lasciare il dormitorio e dovrà tornare a vivere per strada.

L’Hogar de Cristo è una casa della parrocchia. Sono presenti alcune mamme cuoche, alcuni animatori, diversi universitari, ma tutti sono una famiglia: i giovani delle villas cucinano insieme alle persone della parrocchia e lavano i piatti con loro.

Padre Esteban insiste nel suo racconto sulla perdita di protagonismo della popolazione e delle istituzioni civili che si registra tristemente negli ultimi anni. Insiste sul fatto che certamente ci sono delle gravi colpe da parte di stati esteri, perché la politica internazionale e il Fondo monetario condizionano il paese: l’Argentina è come soffocata. Insiste che certamente è anche un problema di politica nazionale, poiché una corruzione altissima unita ad un disinteresse per le classi popolari ha generato la condizione attuale.

Ma – sottolinea - questo non è sufficiente a spiegare il degrado progressivo che si va impadronendo della società: sono le persone, è il tessuto sociale, ad essere responsabili insieme alla politica. La gente ha smesso di pensare con responsabilità al presente e al futuro. E – prosegue – se non ci sarà un cambio di mentalità, un cambio culturale, nessuna riforma economica potrà cambiare le relazioni fra le persone e porre fine a questa disaffezione alla vita sociale.

Mi racconta che c’è stato di recente uno sciopero di 12 giorni consecutivi degli autobus pubblici. Nella scuola vicina i docenti non sono venuti per dodici giorni, perché – dicevano – c’era lo sciopero.

Nella scuola parrocchiale, invece, i docenti sono venuti lo stesso, perché – hanno detto – non si potevano lasciare i bambini senza dodici giorni di scuola. I docenti della scuola parrocchiale sono venuti, superando tutti i problemi del trasporto, pur di permettere ai bambini di non perdere la scuola. Questo comportamento è rarissimo – mi dice. La gente si adagia e ne approfitta e ognuno inizia a pensare solo a se stesso.

In alcuni momenti economici difficili, successivi alla giunta militare, lo Stato ha deciso di erogare fondi alle persone in difficoltà. Ci sono così famiglie nelle quali non ha lavorato il nonno, non ha lavorato il padre: le nuove generazioni si sono abituate a non lavorare e pretendono di vivere senza impegnarsi a trovare lavoro. Certo è difficile trovarlo, ma ognuno pretende di trovarlo senza cercarlo. Mi spiegano che molti potrebbero almeno lavorare il piccolo terreno che hanno, potrebbe industriarsi. Invece, la società è seduta. Tutti aspettano non sa che cosa.

L’Hogar di Cristo, invece, si muove.

Un altro sacerdote mi dice - per spiegarmi il degrado che è sociale e non solo politico - che esiste ormai una legge che prevede che allo stadio non ci siano due tifoserie: è proibito accedere ai tifosi della squadra che gioca fuori casa. Siccome c’erano continui incidenti, allo stadio può accedere solo la tifoseria di casa.

Nel classico – il nostro derby – fra River Plate e Boca Juniors appena giocato, c’erano solo i tifosi del River. In tutte le partite del paese è così: solo i tifosi della squadra di casa.

Tutti danno per scontato che non si può intervenire. Che così è e che non c’è niente da fare. Il problema non è solo che ci sono enormi interessi economici nel calcio. Sono gli stessi club a radunare i tifosi prima delle partire e a fornire loro droga, sono le stesse squadre ad essere conniventi con i capi tifoseria: il problema è che la polizia preferisce non intervenire, accettando l’illegalità come un dato di fatto.

Per spiegarmi il degrado sociale, mi fanno anche l’esempio dei parcheggiatori “abusivi” argentini: essi chiedono soldi per parcheggiare in una strada pubblica, dove non sarebbe dovuto niente per parcheggiare. Lo si accetta: è così. Addirittura si è deciso che i parcheggiatori avessero una tessera per essere tali, legalizzando così l’illegalità, ma non mutandola in legalità vera.

Questo crea una situazione di stallo in ogni settore della vota.

La situazione genera anche paura. In alcune zone è bene non fermarsi ai semafori di notte o non attraversare alcuni quartieri. C’è una violenza che deriva dalla povertà, ma anche dalla caduta di senso civico della nazione.

Mi dicono più volte: è difficile capire l’Argentina. Mi dicono: “Nemmeno noi argentini la capiamo”. È difficile capire come una nazione che produce cibo per 400 milioni di persone possa essere povera e non avere cibo per 40 milioni di persone (tanti soni gli argentini).

4/ Di criollos e di gauchos: dalle reducciones gesuitiche al cura Brochero

Le grandi pianure del sud dell’America interessarono meno i conquistadores. Non c’era oro e le culture erano meno sviluppate di quelle più famose degli Incas e degli Atzechi. L’impero Incas dominava e popolazioni locali erano oppresse d loro. La gran ruta degli Incas – che aveva una funzione simile all’attuale panamericana – permetteva alle truppe incas di spostarsi e di controllare tutte le popolazioni sottomesse.

Gli spagnoli penetrarono nel sud da tre direttive: dal Perù - dove aveva sede il vicereame – dall’odierno Cile e dal Rio della Plata, dove si cercava una via per raggiungere il Perù senza dover circumnavigare l’intera America Latina.

Se il piccolo forte di Santa Maria di Buenos Aires - come si è detto – fu fondato nel 1539 e poi di nuovo nel 1580, la più antica città è Santiago del Estero che venne fondata nel 1553.

Anche qui ci furono sia i cosiddetti “spagnoli di spada” - i conquistadores - sia gli “spagnoli della croce” – i missionari – che spesso furono i difensori delle popolazioni locali contro gli spagnoli di spada.

A differenza della colonizzazione inglese protestante e di quella portoghese cattolica, quella spagnola portò ad una vera e propria mescolanza con le popolazioni locali.

Dove giunsero i conquistatori inglesi protestanti, le popolazioni locali scomparvero: vennero semplicemente annientate. Dove giunsero i portoghesi cattolici, essi si limitarono a controllare i porti e le coste senza penetrare nell’interno, interessati solo a depredare e a commerciare.

Gli spagnoli giunsero in America, invece in maniera diversa. Innanzitutto perché non portarono con sé donne e ciò comportò che si sposassero via via con donne indigene: questo li differenziò dai protestanti del nord America che giunsero con nuclei familiari interi, senza mai mescolarsi con la popolazione locale.

In secondo luogo – e questa è, invece, la differenza con i portoghesi - perché giunsero in America per stabilirsi e vivere così non solo nelle coste, ma anche nell’interno.

Si ebbero così i creoli – in argentino “criollos” – cioè spagnoli indigeni, spagnoli figli di spagnoli nati qui, nelle Americhe, spesso con imparentamento con popolazioni locali, a motivo dei matrimoni misti. Per questo si utilizza tuttora il termine “America latina” – termine misto che dice l’incrocio fra i locali americani e i “latini” spagnoli - e per questo è così evidente la persistenza di tratti somatici derivanti dagli indios nell’attuale popolazione, in ogni nazione del sud America. Che differenza dall’America del Nord che è semplicemente “Occidente”.

Il termine “criollos” differenzia i nati in America Latina delle prime generazioni di spagnoli dai migranti che si trasferirono nelle Americhe dall’Italia, dalla Polonia, dalla Croazia, dalla Germania, dalla Russia, ecc., a partire dal 1870 ca.

Questo radicarsi in America Latina e l’esistenza del miscuglio inziale con le popolazioni locali ha avuto come conseguenza il fatto che oggi tutti i discendenti dei criollos si sentano pienamente argentini, al punto da essere fieri di essere tali – e lo stesso avverrà dei migranti che aumentarono in maniera esponenziale a partire, appunto, dal 1870 ca.

Mi è capitato di essere apostrofato con il titolo di gringo (da “green go home” che era il termine con cui i messicani designavano i soldati dell’America del nord, poiché indossavano una divisa verde). Un argentino non è un gringo, uno straniero statunitense o italiano, sì.

L’importanza, in questo contesto, degli uomini “della croce” appare immediatamente se solo si evocano alla memoria le reducciones gesuitiche – il film Mission ha avuto il pregio di riportarle all’attenzione mondiale. Esse non furono semplici “episodi” o eventi accidentali, bensì l’emergere di un fenomeno di grandi proporzioni: esse mostrano la modalità tipica di presenza che venne tenuta da tanti preti e laici missionari che non erano per interessati alla spada o all’oro.

Il grande territorio nel quale i gesuiti abitarono insieme agli jndios è oggi suddiviso fra gli stati del Paraguay, del Brasile e dell’Argentina.

In Argentina si possono visitare i resti delle missioni (o reducciones) di San Ignacio Miní e della Santísima Trinidad de Paraná e di Jesús de Tavarangue. Quelle costruzioni abbandonate sono ancora oggi il segno della presenza di cristiani di altissimo valore, capaci di un rispetto e di una capacità di inter-cultura di grande livello (cfr. su questo Alcune precisazioni storiche sul film “Mission” di Roland Joffé, di Andrea Lonardo sul sito www.gliscritti.it).

Le reducciones sorsero fra il 1610, quando venne fondata la prima di esse, e i primi decenni del ‘700 e, sul modello di esse, ebbero anche delle imitazioni prima da parte dei cappuccini e poi dei francescani più in generale, anche in altre regioni del sud America e nel nord d’America.

Furono i massoni e gli illuministi a volere la fine di questa modalità di presenza. Furono, infatti, le correnti culturali massoniche ed illuministe a fare pressioni per l’espulsione dei gesuiti dagli stati che in quegli anni evolvevano in modo decisivo.

Fu per primo il re Giuseppe I ad espellerli nel 1759 dal Portogallo, per le pressioni del temibile Marchese di Pombal, primo ministro della corona portoghese, che riuscì a porli in cattiva luce. Furono espulsi dalla Francia ed, infine, anche dalla Spagna nel 1767, sotto il re Carlo III. L’anno successivo, nel 1768, la corona spagnola decise di espellerli anche dalla reducciones e così la fine di esse fu segnata.

Ma le reducciones furono, fin dagli inizi della polemica di Pombal contro i gesuiti, uno degli argomenti più forti da lui utilizzato – così come da altri intellettuali di area massonico-illuminista: l’intento anti-gesuitico aveva come obiettivo che tutto fosse posto sotto il controllo dello stato, nella preoccupazione di togliere alla gestione diretta della Chiesa, tramite i gesuiti, le missioni paraguayane, perché fosse evidente che solo lo “stato” aveva potere e non doveva esservi libertà di posizioni diverse.

Molti criollos furono così “uomini della croce” e non “della spada” e furono determinanti nella storia del paese.

La bontà di tali spagnoli “della croce” è evidente nei santi creoli che oggi sono veneratissimi.

La più famosa di essi è la criolla Mama Antula[5], come veniva soprannominata María Antonia de Paz y Figueroa. Ella visse negli anni della distruzione delle reducciones e si impegnò, una volta che i gesuiti vennero cacciati dai reali di Portogallo e Spagna, come si è detto su istigazione massonica e laicista, a proseguire nella predicazione degli esercizi spirituali che essi non potevano più dare.

Si ritiene che siano stati fra li 70.000 e gli 80.000 i laici e le laiche per i quali Mama Antula organizzò il mese ignaziano degli esercizi nella casa che riuscì a fondare con questo intento a Buenos Aires.

Non troppo dissimile – almeno nelle intenzioni, se non nelle modalità concrete - da quella di Mama Antula fu la vita del Cura Brochero[6], nome con il quale venne soprannominato in vita il prete (cura) Jose Gabriel del Rosario Brochero.

Egli, pur vivendo in zona montagnosa, precisamente nei dintorni di Córdoba, venne soprannominato anche il “cura gaucho”, cioè il prete gaucho. I gauchos erano sì discendenti di spagnoli sposatisi con indios, ma erano spagnoli più poveri: conducevano vita difficile, povera e semplice nelle pampas – cioè nelle pianure intorno a Buenos Aires -, pascolando il bestiame, allevando soprattutto vacche, spesso disprezzati dai nuovi immigrati, così come dagli spagnoli delle classi alte.

Comei famosi cavalieri delle pampas percorrevano a cavallo enormi distese di pianura, così il Cura Brochero percorse ogni giorno chilometri e chilometri a dorso di mula, per visitare le persone che gli erano affidate, nei diversi villaggi della sua parrocchia, composta da poverissimi criollos.

La vita del gaucho è esemplarmente descritta nel 1872 da Jose Hernandez che scrisse il Martin Fierro[7], poema molto amato da papa Francesco, che fu professore di letteratura a Santa Fe. L’opera racconta la storia di un gaucho, cioè come si è detto, di un discendente povero degli spagnoli, costretto a custodire le bestie e poi a combattere contro gli indios alle frontiere dell’Argentina dai ricchi del paese. Egli passa di disavventura in disavventura, scoprendo che la moglie e i due figli se ne erano andati via di casa poiché egli non poteva garantir loro sicurezza. Solo al termine della vicenda potrà, infine, riabbracciare i suoi figli nella prosecuzione dell’opera, Il ritorno di Martin Fierro.

Il cura Brochero visse alcuni decenni dopo Mama Antula ma anche lui, da vero criollo, si dedicò non solo ai dotti, ma anche ai poveri, predicando a ben 40.000 persone gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio in 40 anni di parrocato.

5/ Dell’indipendenza argentina, dal 25 maggio al 9 luglio

La bontà di gran parte dei discendenti dei primi spagnoli è evidente nel fatto che la schiavitù venne abolita in Argentina nel 1813, ben 80 anni prima dell’abolizione in Brasile.

Ciò avvenne anche grazie al processo di indipendenza del paese che, a differenza – e in somiglianza - di molti paesi europei, fu promosso proprio da molti uomini di Chiesa e fu possibile solo grazie alla partecipazione decisiva di frati e preti che, insieme ai laici, redassero le diverse carte costituzionali.

L’indipendenza dell’Argentina avvenne, di fatto, in coincidenza con gli eventi legati alla rivoluzione francese e immediatamente successivi ad essa, in maniera simile e insieme radicalmente diversa da quanto avvenne in Europa.

Quando Napoleone, nel 1808, di fatto depose e condusse in esilio il re di Spagna Carlo IV di Borbone e il suo successore Ferdinando VII, il vicereame del Rio de la Plata si dichiarò indipendente, affermando che avrebbe riconosciuto il re, ma non il suo vice-re Cisneros, dato che era vice-re di un re che non esisteva più.

Argentini, cileni e peruviani (le tre nazioni che divennero indipendenti contemporaneamente e grazie allo stesso processo), lottarono inizialmente contro gli inglesi che invasero il vice-reame del Rio de la Plata, nel 1806 e 1807, con due attacchi in successione, ma vennero respinti.

Il 25 di maggio 1810 (da cui il nome della famosa piazza) la popolazione, guidata dal general Manuel Belgrano, dichiarò l’indipendenza dell’Argentina dal vice-re (lo stesso general Belgrano creò nel 1812 la bandiera argentina a Rosario).

Per comprendere quanto fosse forte il suo legame con la Chiesa cattolica basta ricordare che Belgrano chiese di essere sepolto con l'abito dell’ordine domenicano e di essere tumulato nel convento di Santo Domingo/Santo Domenico a Buenos Aires. La torre di sinistra della chiesa di San Domenico mostra ancora i fori dei colpi sparati dagli inglesi, quando egli si pose a difesa della città contro gli inglesi.

Una volta che la monarchia fu restaurata dopo la caduta definitiva di Napoleone, fu il generale José de San Martín a guidare la lotta per l’indipendenza che venne definitivamente sancita nel 1816, esattamente il 9 di luglio con la dichiarazione di San Miguel de Tucumán che segnò il distacco per sempre dalla Spagna.

San Martín è il famoso liberatore dell’Argentina, del Perù e del Cile e, in effetti, le principali sue battaglie vennero combattute fuori dall’Argentina, in Cile e Perù.

Egli aveva prima combattuto contro Napoleone, a favore della monarchia spagnola, in contrasto con quanto avvenne in Italia, dove i risorgimentali si richiamarono in qualche modo alla rivoluzione francese.

San Martín si fece poi massone, ma affidò la sua lotta di liberazione alla Madonna del Carmen di Cuyo, in Mendoza.

Al termine delle campagne vittoriose tornò a venerare la Vergine che aveva nominato “generale dell’esercito delle Ande”, cioè il suo esercito di liberazione, per l’amore che le portavano i soldati – molti di essi portavano lo scapolare.

La statua della Signora del Carmen de Cuyo si trova oggi nella basilica di San Francesco a Mendoza (era stata custodita prima nella chiesa dei gesuiti fino alla loro espulsione): San Martín le offrì il suo scettro del comando nel 1817, al termine della guerra vittoriosa.

San Martín venne poi esiliato, ma il suo corpo, infine, riportato in patria. Riposa, ora – e anche questo è significativo -, nella cattedrale di Buenos Aires, dove i suoi resti vennero traslati nel 1880

Belgrano e San Martín vengono oggi chiamati i próceres, cioè i patriarchi, i padri della nazione argentina.

All’indipendenza seguì il lungo periodo di lotta fra gli unitari, che volevano che tutta la nazione gravitasse intorno a Buenos Aires, e i federalisti, che volevano uno stato nel quale le diverse regioni avessero maggior autonomia.

Nel 1853, in Santa Fe de la vera Cruz venne firmata la prima costituzione argentina con il concorso di laici, preti e frati, tutti raffigurati nei dipinti ufficiali dell’evento.

Fu, infine, con la battaglia di Pavón, combattuta nel 1861, nell’ambito delle guerre civili argentine fra unitari e federalisti che l'esercito dello Stato di Buenos Aires, al cui comando era Bartolomé Mitre sconfisse le forze della Confederazione Argentina, guidate da Justo José de Urquiza.

La battaglia si tenne nella provincia di Santa Fe. La provincia di Buenos Aires si unì da allora alle altre regioni, mantenendo però una posizione egemonica.

Anche oggi molti degli equilibri della nazione argentina si giocano fra la capitale (che conta 20 milioni di abitanti, la metà della popolazione) e le restanti province, che producono la ricchezza del paese, con i loro campi, i loro allevamenti e le loro risorse minerarie, vedendo, però, tornare in periferia meno di ciò che hanno prodotto.

Il Frontone della cattedrale della Cattedrale di Buenos Aires reca la rappresentazione dell’incontro di Giuseppe con suo padre Giacobbe e gli altri fratelli, episodio biblico scelto per rimandare agli eventi successivi alla battaglia di Pavón, con la definitiva riunione di unitari e federalisti.

Mi spiega un catecheta argentino di valore che gli storici occidentali – a partire dai missionari recenti giunti dalla Francia e dal Belgio – non capiscono l’America Latina quando parlano di sincretismo o di superstizione. C’è stata, invece, una vera e propria inculturazione. Mi racconta il caso della diablada della Bolivia: lì i missionari non hanno voluto portare avanti la lotta contro il diavolo nascondendone l’esistenza, che era evidente alle popolazioni indigene. Hanno, invece, trasformato la processione popolare in onore delle potenze negative, trasformandola in una danza nella quale l’arcangelo Michele trascina dietro di sé i demoni a riconoscere il potere benefico della Vergine Maria.

L’evangelizzazione si è svolta così sempre a due livelli, da un lato con le fondazioni delle università da parte dei gesuiti come dei domenicani, ma dall’altro con un lavoro di vera inculturazione e di vero rispetto delle classi popolari, condotto da tutti gli ordini religiosi, anche da quelli che avevano aperto università.

6/ Dei migranti che hanno fatto grande l’Argentina e dei Mapuche della Patagonia

La grande espansione demografica, come si è detto, ebbe inizio con l’arrivo di nuovi abitanti che si aggiungono ai criollos, a partire dal 1870 ca. L’espansione fu enorme e fu essa a fare l’Argentina attuale che sarebbe ben diversa senza i nuovi immigrati.

Per capirla è prezioso, come in ogni epoca della chiesa, guardare ai missionari e ai nuovi santi che via via sia aggiungono.

Mi ha colpito, nella parrocchia di Nostra Signora della Guardia della città di Rosario –a poche centinaia di metri dal barrio nel quale Lionel Messi bambino aveva cominciato a giocare a calcio nel campetto del quartiere -, comprendere che il primo parroco era di appena tre generazioni fa: è stato sepolto dinanzi all’altare maggiore, nella navata centrale, perché l’intera parrocchia sentiva riconoscenza per questo uomo che non li aveva abbandonati quando essi erano venuti a cercare fortuna in Argentina, bensì si era fatto uno di loro.

Gli stessi nonni di papa Bergoglio, che erano piemontesi, arrivarono in Argentina nel 1929 – anche loro nel porto di Buenos Aires - e vi si stabilirono: per questo la discendenza è a pieno titolo argentina. I nonni vissero in un primo tempo a Paranà, dove esiste tuttora un Palazzo Bergoglio e si trasferirono poi nel 1932 a Buenos Aires, dove il padre del futuro papa conobbe in un oratorio salesiano la futura madre (cfr. su questo Papa Francesco va lì dove si sono sposati i suoi nonni, di Andrea Gagliarducci)

Vale la pena ricordare, in questo “grande sogno” dell’Argentina, in questo flusso di immigrazione di centinaia di migliaia di persone che si trasferirono in pochissimi anni in America, i sogni di don Bosco, raccontati da lui stessi e poi dai suoi storici. Per ben due volte almeno don Bosco sognò che in Argentina si levava un grido perché vi giungessero i suoi figli: egli sognò che le popolazioni locali abbracciavano i salesiani e le salesiane e, dai racconti di alcuni viaggiatori, ritenne di comprendere che le persone che egli sognava fossero gli indios della Patagonia ad invocare la presenza dei missionari (cfr. su questo Due sogni sulle missioni della Patagonia e dell’America Latina).

I primi salesiani e salesiane giunsero a Buenos Aires come tutti – sapendo, allora, che non sarebbero mai più ritornati a rivedere i genitori e pronti a morire nella nuova patria. Si stabilirono poi a San Nicolas, dove venne fondata la prima casa salesiana al di fuori dell’Italia, nel 1875, e, infine poterono inviare missionari in Patagonia.

Nelle intenzioni di don Bosco c’era anche il desiderio di convertire i massoni, appartenenti tutti alle classi benestanti e disinteressati alla gente povera (non erano i discendenti spagnoli ad essere massoni, ma lo erano quelli con formazione anglo-francese), ma, ben presto, si accorse che tale obiettivo non era di facile raggiungimento.

I salesiani ripresero così il cammino che aveva portato in Patagonia già i primi missionari che erano stati i francescani.

Due santi ci riportano al clima di quegli anni. Innanzitutto il primo beato mapuche, Zeffirino Namuncurà[8].

Nella sua vita e nella vita del popolo Mapuche è evidente la presenza dei salesiani che, innanzitutto, si adoperarono per la sopravvivenza degli indios stessi, chiamati a mediare tra loro e l’esercito argentino che intendeva annientarli - segno che il cuore dei Mapuche aveva compreso, nello sceglierli come mediatori, l’affidabilità di quei sacerdoti venuti dall’Italia. Sia Zeffirino, che il padre, si battezzarono grazie alla loro testimonianza e, successivamente, il giovane Mapuche decise di entrare presso i salesiani. Zeffirino decise di farsi prete per porsi a servizio del suo popolo come annunziatore del Vangelo.

Quando si ammalò di TBC, i salesiani cercarono di salvare la sua vita facendolo curare a Roma. Egli, però, purtroppo non guarì e morì a Roma, presso l’Ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina.

Anche la storia della beata Laura Vicuña[9] ci riporta agli stessi anni e allo stesso clima. La Vicuña era in realtà una meticcia, anche se spesso viene raffigurata come una ragazza di origini europee, con carnagione chiara. L’unica foto conservatasi di lei ce la mostra con tratti che ricordano le popolazioni indigene dell’estremo sud del continente americano, anche se suo padre era un soldato semplice dell’esercito cileno.

Anche lei visse in situazioni di grande povertà, a partire dalla morte del padre. La madre fu costretta ad iniziare una convivenza con un uomo cattivo e Laura, avvicinatasi alle salesiane per la frequentazione della scuola presso di loro, iniziò a pregare perché la madre lo abbandonasse. Venne infine malmenata dall’uomo e subì violenza, morendo in conseguenza di tali atti.

Anche la sua vita è testimonianza della presenza dei cristiani “della croce” che vennero perseguitati dagli spagnoli “della spada”.

Le storie di santità di Zeffirino e della Vicuña mostrano quanto i salesiani fossero rispettosi delle culture locali.

7/ La storia recente dell’Argentina e i martiri della dittatura militare

La storia argentina, successiva all’indipendenza, ha avuto tratti “popolari” e di chiara apertura alla democrazia (sebbene con modalità diverse dal suffragio universale moderno). La stessa struttura antica del Cabildo ricorda come già dopo la conquista esistesse un governo non dittatoriale, bensì condiviso, in ogni città e provincia, e come, in più, esistesse una confederazione di province che avevano una loro autonomia, nonostante lo stato fosse unitario: proprio dal Cabildo deriva l’attenzione alle diverse provincie.

I presidenti della Repubblica furono in origine sempre massoni, finché si giunse, negli anni 1916-1922 (ma poi di nuovo nel 1928-1930), al primo presidente cristiano Hipólito Yrigoyen - il suo nome completo era Juan Hipólito del Sagrado Corazón de Jesús Yrigoyen. Venne eletto perché era un leader popolare e della classe media, anche se non povera, ed era molto amato. Yrigoyen reintrodusse la festa del 12 ottobre, cioè quella della scoperta dell’America da parte di Colombo.

Nel 1949 si giunse alla nuova Costituzione che deriva, di fatto, da quella statunitense ed è umanista, cristiana, nazionale, popolare.

Venne poi il tempo del più famoso dei presidenti dell’Argentina, il militare Juan Domingo Perón.

Nel suo primo e secondo mandato egli fu certamente vicino al cristianesimo. Ebbe un sacerdote come suo consigliere, il padre Hernán Benítez, che lo aiutò a far tesoro della dottrina sociale della Chiesa. Molto più problematico fu il suo terzo mandato[10].

La sua politica popolare – facilitata anche dal carisma personale della sua consorte, la famosa Evita Perón – fece sì che l’Argentina potesse avere un percorso molto diverso da altri paesi dell’Amerca Latina, poiché l’Argentina non vide mai attecchire veri e propri partiti comunisti, data la popolarità del peronismo.

Certo, comunque, è che Juan Domingo Perón non fu sempre chiaro nei suoi pronunciamenti e nella politica che egli condusse nei suoi tre mandati. Ciò ha come conseguenza il fatto che esponenti peronisti a lui successivi abbiano portato avanti politiche diversissime, non solo nei confronti dell’apprezzamento della Chiesa nel paese, ma più ancora dinanzi a questioni economiche e sociali, per cui si è avuto un Menem, subito dopo la dittatura militare, che è stato un peronista che ha condotto una politica liberista, privatizzando moltissime delle aziende dello Stato, ma si sono avuti anche leader che si sono avvicinati, all’opposto, a posizioni radicali.

Al periodo di Perón seguì, a partire dal 1976 e fino al 1983, la terribile dittatura dei militari. Essa ebbe termine per il fallimento economico della loro politica che li spinse a tentare la carta del nazionalismo, inviando truppe contro gli inglesi nelle isole Malvinas/Falkland. Alla sconfitta militare, infatti, seguì il crollo del regime.

Terribile fu, negli anni della dittatura, la repressione di ogni protesta e di ogni voce anche solo apparentemente contraria al governo militare. Moltissime persone vennero sottratte dalla polizia ai loro cari e i loro corpi ritrovati poi senza vita, con segni di tortura. Ma molte di più vennero prelevate e sparirono senza che fosse più permesso ai parenti di trovare traccia di essi, i giustamente famosi desaparecidos.

Dai processi successivi alla caduta del regime si è poi conosciuta chiaramente la loro sorte, con dettagli di violenza inenarrabile: molti vennero caricati su aerei militari e fatti precipitare vivi nell’Oceano, condannandoli ad una morte in mare, perché non si ritrovasse traccia dei loro corpi.

Sono state accertate con assoluta sicurezza 9000 vittime (dati CONADEP), ma i morti del regime sono certamente di più, forse 15.000.

Fra di essi moltissimi cristiani. Si contano moltissimi preti, religiose, laici, catechisti e persone impegnate in diversissime funzioni nella Chiesa che pagarono con la vita anche solo il sospetto di essere schierati contro la dittatura o a favore dei più poveri, sostenendo posizioni politiche differenti dalle visioni imposte dal regime o denunciandone apertamente le violenze.

Qui alcuni degli elenchi dei desaparecidos con espliciti incarichi ecclesiali , elenchi redatti, nel tempo, dalle diverse associazioni che cercavano di avere loro notizie:

L’episcopato argentino si schierò pubblicamente contro la terribile pratica dei desaparecidos con alcuni pronunciamenti ufficiali, come quello del 15 maggio 1976, nel quale si afferma: «È peccato – e lo condanniamo senza attenuanti – chiunque ne sia l’autore […], l’assassinare, con previo sequestro o senza di esso, quale che sia la fazione dell’assassinato. […] potrebbe essere un errore se, per la fretta di ristabilire la sicurezza che tutti desideriamo, ci si lasciasse andare a detenzioni indiscriminate, incomprensibilmente lunghe, senza far conoscere la sorte dei detenuti o impedendo di comunicare con loro, o rifiutando ad essi i conforti religiosi»[11].

La conferenza episcopale tornò sulla stessa drammatica questione il 7 maggio 1977, dichiarando pubblicamente che condannava: «a/ le sparizioni e i numerosi sequestri che vengono denunciato con frequenza, senza che alcuna autorità sia in grado di rispondere ai reclami che si vanno formulando, mostrando così che il governo non è ancora riuscito a controllare l’uso esclusivo della forza b/ la situazione di numerosi cittadini del nostro Paese, che la sollecitudine di familiari e di amici presenta come scomparsi o sequestrati da gruppi che si autodefiniscono membri delle forze armate o di polizia, senza che né i familiari, né i vescovi, che tante volte se ne sono interessati, abbiano ottenuto – nella maggioranza dei casi – alcuna informazione al riguardo»[12].

L’episcopato inviò anche quattro documenti direttamente al regime, chiedendo conto delle persone che scomparivano giorno dopo giorno[13].

Ciò non toglie che ci furono nella Chiesa e nell’intera popolazione anche altri che tacquero o si accomodarono, senza esporsi in proprio, nella difficile situazione in cui ognuno rischiava la vita.

Fra le tante vittime, per capire come la dittatura tenesse tutti nel proprio mirino, si può ricordare María del Carmen Maggi, decana della Universidad Católica di Mar del Plata, che era molto vicina all’allora arcivescovo Eduardo Francisco Pironio, come messaggio intimidatorio alla Chiesa argentina intera. Venne sequestrata il 9 di maggio del 1975 e il suo corpo ritrovato senza vita solo il 23 di marzo 1976.

Il governo offrì la scorta al cardinal Pironio, per meglio controllarlo e invischiarlo nei giochi di potere, ma egli rifiutò: la Santa Sede decise di trasferirlo a Roma per garantirne l’incolumità. Paolo VI lo fece cardinale, come messaggio chiaro di risposta inviato al regime.

Quattro martiri della dittatura sono stati canonizzati e fatti santi e altri seguiranno.

I nomi dei primi quattro martiri riconosciuti sono padre Carlos de Dios Murias[14], don Gabriel Longueville[15], Wenceslao Pedernara[16] e il vescovo Enrique Angelelli[17]. I primi due divennero preti della parrocchia ad El Chemical, facendosi annunciatori del Vangelo e difensori dei poveri. Vennero rapiti e, tre giorni dopo, i loro corpi vennero ritrovati senza vita.

Wenceslao Pedernara, che si convertì dopo una missione popolare, nello stupore della moglie che era invece molto credente, visse tutta la vita lavorando come contadino e sostenendo altri contadini non solo a difendere la dignità del proprio lavoro, ma anche a vivere alla luce del Vangelo e in uno spirito di preghiera e di annuncio, come di condanna delle ingiustizie.

Decise di trasferirsi con la moglie nella diocesi di La Rioja per collaborare con il vescovo Angelelli di cui aveva grande stima.

Il 25 luglio 1976 quattro uomini incappucciati si presentarono alla porta della sua abitazione e lo uccisero a raffiche di mitra, sotto gli occhi della moglie e dei suoi quattro figli.

Infine il vescovo Angelelli. Fu appassionato pastore della diocesi di La Rioja, conquistandosi la stima di tanti, annunciando il Vangelo e ponendosi a fianco delle situazioni di estremo disagio in cui tanta gente versava.

Il 4 agosto 1976, mentre tornava da una messa di suffragio per i martiri di El Chemical, venne ucciso: esponenti del regime fecero precipitare la sua auto in un burrone, simulando un incidente, e facendolo così morire

8/ Le “sette” protestanti

Un salto nuovamente nell’oggi. Ovunque in Argentina si parla del fenomeno delle “sette” protestanti che hanno “invaso” l’America Latina, surclassando tutte le comunità protestanti storiche, dai luterani ai calvinisti, dagli anglicani ai battisti e ai metodisti, fondando un’infinità di nuove chiese, ognuna legata ad un diverso fondatore.

Esse sono state inizialmente finanziate dall’America del Nord, spesso da gruppi anti-clericali, che intendevano così limitare la presenza del cattolicesimo, sempre presente e vivo negli strati popolari del paese.

A livello politico, la cosa si sta ora rivelando un boomerang, perché le nuove chiese, all’inizio concentrate esclusivamente sulla predicazione, si stanno ora orientando alla politica, sposando la causa delle destre dei diversi stati sudamericani. Il presidente del Brasile Bolsonaro, ad esempio, è potuto diventare tale con il loro appoggio: senza la diffusa propaganda assicuratagli dalle diverse nuove chiese protestanti non avrebbe potuto vincere le elezioni (cfr. su questo 1/ La metamorfosi protestante in America Latina, di Alver Metalli 2/ Gli evangelici e il potere in America Latina. «Sono venuti per rimanere, sono rimasti per crescere, sono cresciuti per conquistare». La scorciatoia dell’impegno politico diretto, di Alver Metalli 3/ Accenni di “riconquista cattolica” in America Latina, il caso argentino. Nei settori più poveri, quelli delle “Villas miserias”, la Chiesa recupera terreno, e gli evangelici non sembrano crescere, di Alver Metalli).

Si va da chiese che hanno un’organizzazione estremamente centralizzata a chiese che consistono unicamente in una determinata cappella eretta l’altro ieri da un qualsivoglia pastore che afferma di aver ricevuto da Dio l’ispirazione a fare questo.

Tutte queste nuove chiese si distinguono, come si diceva prima, dalle chiese protestanti più antiche e si è solito chiamarle con un termine che le raggruppa: chiese pentecostali o chiese del “quarto risveglio”.

In esse si stanno via via ricreando tutti i problemi che esse denunciavano. Ci sono pastori accusati di corruzione, di plagio, di abusi sessuali, di sete di denaro, oltre che di ingerenza politica, mentre altri sono animati da una vera passione evangelica.

Le persone semplici, però, sono spesso indifese dinanzi al loro anticlericalismo che intende allontanarli dalla chiesa cattolica, anche se il buon senso aiuta. Mi raccontavano di una ragazza disabile, non istruita, che, recatasi con la famiglia in una comunità pentecostale di amici, ha poi spiegato: “Non mi è piaciuto, perché non hanno il pane di vita e non hanno mamma Maria”. L’enorme sapienza dei semplici!

Molti continuano, pur frequentando le nuove comunità protestanti, a venerare in segreto la Vergine Maria e a battezzare i figli nelle parrocchie cattoliche, pur vergognandosi di ammetterlo nelle chiese pentecostali.

Le nuove “sette” protestanti si radicano soprattutto nelle villas miseria. Creano inizialmente calore umano con la presenza di piccole cappelline dove si realizza una predicazione esclusivamente kerygmatica e anticlericale.

Sono molto refrattarie all’ecumenismo, anche se, col tempo, iniziano ad accettare di incontrare, almeno al di fuori della liturgia, anche i preti cattolici.

Mi raccontano come i pentecostali siano molto aggressivi anche contro i luterani e i metodisti accusandoli di aver reimpiantato delle modalità organizzative e liturgiche in fondo assolutamente simili alla chiesa cattolica, dopo averle contestate in antico.

Certo è che tutti si accorgono del bisogno di recuperare la sacramentalità! Non nel senso di una riscoperta dei sette sacramenti, ma nella comprensione che la fede cristiana passa per l’incarnazione, passa per l’umano, e quindi ha bisogno di segni, di riti, di gesti, di liturgia. Tutte queste cose vengono ora reinventate, ma da ogni chiesa in modo diverso, poiché hanno by-passato – almeno apparentemente – la tradizione.

In una delle catechesi spiego loro che è importante sempre di nuovo mostrare che la chiesa è “madre”. Le madri non son perfette e quante critiche un figlio potrebbe rivolgere alla propria madre, anzi potrebbe rivolgerle proprio lui, più di tutti, perché è suo figlio e la conosce bene, nell’intimo! Ma un figlio ama la propria madre perché è lei e lei sola che gli ha dato la vita, nonostante i suoi difetti possano essere tanti.

Così è delle nuove chiese protestanti: esse hanno ricevuto la fede dalla chiesa cattolica, dalla chiesa dei primi secoli. Non nascono da zero, non nascono per ispirazione divina improvvisa nella mente di questo o quel pastore: nascono perché le Americhe hanno ricevuto la fede da laici, preti e vescovi che si ricollegavano alla generazione degli apostoli, di generazione in generazione, come avviene per il DNA.

La Chiesa è come la luna: essa non ha luce propria, ma la riceve dal sole. Così è di Cristo, il sole, e della Chiesa, la luna. Se il sole non illuminasse la luna essa sarebbe solo sabbia e sassi. Se Cristo non illuminasse la Chiesa anch’essa sarebbe solo sabbia e sassi. Ma Cristo la illumina. Le comunità protestanti pentecostali hanno ricevuto la fede, non iniziando ex novo, bensì attraverso la chiesa cattolica che ha annunziato nei secoli il Signore Gesù, pur essendo terra e sassi, facendolo giungere fino a loro che, nel passato, non esistevano e sono nate solo ieri, solo 20 o 30 anni fa.

Note al testo

[1] Cfr. per approfondimenti, questo testo tratto dal web: POR QUÉ BUENOS AIRES SE LLAMA ASÍ? (1536)
«Durante mucho tiempo, haciendo cierta una tradición originada en la crónica de Ulrico Schmidel (y también según el historiador Luis L. Domínguez), se creyó que el nombre de Buenos Aires se debía a una exclamación hecha por el capitán Sancho García, uno de los expedicionarios de don Pedro de Mendoza que al llegar a estas tierras exaltara las bondades del clima, diciendo “¡Qué buenos aires son los de este suelo!”. Sin embargo, a partir de la última década del siglo XIX, se ha podido comprobar que el nombre de Buen Ayre o Buenos Aires, con el que Mendoza llamó a estas tierras, se le debe a la Virgen Nuestra Señora del Buen Aire.
La advocación de Nuestra Señora del Buen Aire tiene su origen en Cagliari, capital de Cerdeña, Italia, donde ya era conocida a principios del siglo XV como “Nostra Signora del Bon Aría”. La explicación de porqué Pedro de Mendoza bautizara con el nombre de la virgen del Buen Aire el primer lugar que poblara, en 1536, quizás se deba a alguna promesa hecha en el mar, por el feliz término de su viaje o también probablemente, porque entre la tripulación figuraban dos padres mercedarios pertenecientes al convento de Sevilla, santuario de la mencionada virgen, quienes conociendo seguramente la leyenda de ésta, se hayan puesto bajo su protección para el buen fin de la empresa.
La isla de Cerdeña, en donde tuvo origen la advocación de la Virgen del Buen Aire, era en esta época posesión española. Frecuentado el puerto de Cagliari por las naves que trafica­ban por el Mediterráneo, la imagen que recibía culto en el convento de los mercedarios, fue haciéndose muy popular entre los marinos, por sus milagros. Esta advocación pasó posteriormente a Sevilla, que era otro de los puertos importantes de la zona, por eso se explica que al fundarse en 1561 en Sevilla la cofradía o hermandad de los mareantes, la eligiera como patrona tutelar, unos veinticinco años después que Pedro de Mendoza bautizara con la misma advocación el primer lugar que poblara en su brillante expedición.
Con referencia a los orígenes de la imagen, son varios los autores que coinciden en describir, a modo de leyenda, la forma misteriosa en que llegó la misma al lugar donde todavía se le rinde culto como «Patrona Massima della Sardegna», este lugar es el Convento que allí poseen los padres Mercedarios. Dice la leyenda que en 1370, una nave cargada de mercancías, en un puerto español, regresaba con buen tiempo hacia Italia, cuando al avistar las costas de Cerdeña se vio envuelta en una furiosa tempestad que amenazaba hundirla; los tripulantes arrojaron entonces al mar todo el equipaje ante el peligro de naufragar. Figuraba en el cargamento una pesada caja cuyo contenido se desconocía y que al tocar las revueltas aguas hizo trocar la tempestad en calma, a la vez que, poniéndose delante de la nave tomó rumbo hacia la isla, enfiló al Golfo de Cagliari y se detuvo en la cercanía del Convento de la Merced. En el interior de la iglesia, la caja fue abierta, y se encontró una imagen de la Virgen María que sostenía en la mano derecha un cirio encendido y con su brazo izquierdo al niño Jesús con rostro sonriente. Aunque en un principio no se sabía qué nombre o advocación imponer a la virgen, finalmente se resolvió bautizarla con el de Bonaria «Buen Aire», nombre tomado de la colina en la que se hallaba el convento.
En aquel entonces, la imagen carecía de la navecilla de marfil que tanta fama tendría después entre la gente de mar, navecilla cuyo origen parece ser que cuando una peregrinación que iba hacia Tierra Santa, se detuvo en Cagliari con el propósito de conocer la imagen, ante los peligros que suponía la continuación del viaje, decidieron suspenderlo y donar con destino al altar de la Virgen una navecilla que llevaban destinada al Santo Sepulcro de Jerusalén. Esta ofrenda fue colocada delante del altar, sujeta con una cuerdecilla deforma que oscilara. Desde entonces, era utilizada para pronosticar la dirección de los vientos que se esperaban. Antes de emprender un viaje, los marineros hacían una visita al santuario, para observar la posición de la proa de la navecilla, pues de acuerdo a la dirección que tomara, sabrían la dirección de los vientos que deberían enfrentar en alta mar.
Variaciones del nombre de la ciudad de Buenos Aires a través del tiempo. Queda dicho que Pedro de Mendoza, considerando que aquí había encontrado buenos vientos para continuar con su viaje río arriba en busca de los yacimientos de Plata del Perú, le dio el nombre de «Nuestra Señora del Buen Ayre», pero con los años este nombre sufrió algunas variaciones, a saber:
El 11 de junio de 1580 Juan de Garay fundó por segunda vez la ciudad y la llamó “Ciudad de la Trinidad» y plantó el «Tronco de la Justicia» en medio de la actual Plaza de Mayo. Luego de regreso del Paraguay, buscando una salida para esos fantásticos tesoros del Norte, encontrándola en donde hoy está en Puerto de Buenos Aires, renombró a la ciudad «Santa María de los Buenos Ayres», en honor de la virgen de los marineros de Andalucía.
Los registros del Museo de la Ciudad, reportan que en 1649, la ciudad conjugó los nombres que GARAY le había dado a la ciudad y al puerto. Buenos Aires comenzó a llamarse entonces: «Ciudad de la Santísima Trinidad y Puerto de Santa María de los Buenos Aires». Desde 1717 hasta 1816 se la denominó «La muy noble y muy leal ciudad de la Trinidad, puerto de Santa María de Buenos Aires”. Desde 1817 hasta 1821: «Ciudad de la Santísima Trinidad, puerto de Santa María de Buenos Aires». Pero otros nombres utilizados también fueron: «Ciudad de la Trinidad», «Ciudad de la Trinidad, puerto de Buenos Aires». La importancia de su puerto como actividad esencial de la ciudad, el tiempo y la costumbre han determinado que esa ciudad de la Trinidad hoy se llame Buenos Aires». Il sito dell’Ambasciata Argentina d’Italia l’articolo “Buenos Aires: storia del nome e della sua origine”, pubblicato il 22/1/2019 (https://www.ambasciatargentina.it/2019/01/22/buenos-aires-storia-del-nome-e-della-sua-origine/), così sintetizza la tradizione della Madonna di Bonaria: «Nel 1370, un gruppo di naviganti, forse originari della Spagna si trovavano in viaggio per l’Italia quando furono coinvolti in una turbolenta e violenta tempesta. A quel punto il capitano della nave, onde evitare di perdere la vita lui e la sua ciurma ordinò ai marinai di svuotare la nave di tutti il carico al fine di alleggerirla. I marinai rispettarono gli ordini del capitano, e incuranti del contenuto delle casse a bordo, lanciarono tutto in nave. Ma quando una cassa in particolare sfiorò l’acqua, la tempesta si calmò. Pur essendo pesante la cassa non era affondata, per cui i marina attoniti decisero di recuperarla e ci provarono in ogni modo possibile ma la cassa andò alla deriva. La cassa giunse sulle rive di Bonaria, un paese del Cagliaritano, dove c’era il convento di Frati Mercedari. Ivi fu trovata la cassa da alcuni marinai che tentarono invano di aprire la cassa ma non ebbero risultati. Giunsero i frati del convento che con facilità riuscirono ad aprire la cassa, e il contenuto fu sensazionale. All’interno c’era una Madonna in Legno con il Bambino in braccio e una candela in mano che era miracolosamente accesa. Da allora la Madonna Bonaria fu fatta patrona massima della Sardegna oltre che divenne protettrice dei naviganti. A Cagliari nacque pure il santuario oggetto di pellegrinaggio di devoti da ogni parte del mondo. Il giorno di festa in Suo onore è fissato al 24 Aprile. È molto amata la Madonna Bonaria, al punto che nell’anno 2014 anche Papa Bergoglio ha deciso di fare visita al Santuario della Madonna di Bonaria a Cagliari e lui stesso raccontava la relazione intercorrente tra Buenos Aires e Cagliari. Il Papa durante la messa spiegava la storia della sua città con queste parole “Fra la città di Buenos Aires e Cagliari c’è una fratellanza con radici storiche. Proprio nel momento della nascita della città di Buenos Aires, il suo fondatore voleva nominarla «Città della Santissima Trinità». Ma i marinai che lo avevano portato laggiù erano sardi e loro volevano che si chiamasse «Città della Madonna di Bonaria». Dopo un conflitto tra tutti quanti, si giunse un compromesso: «Città della Santissima Trinità e Porto di Nostra Signora di Bonaria». Ma essendo troppo lungo, rimasero solo le due ultime parole: Bonaria e Buenos Aires”».

[2] Cfr. su questo Centro de Arqueología Urbana, Arqueología de la primera Buenos Aires (1536-1541): entre la historia y el mito, pubblicato il 19 marzo 2012 e aggiornato il 19 agosto 2016: http://www.iaa.fadu.uba.ar/cau/?p=3174.

[3] I dati sulla crescita della popolazione di Buenos Aires sono tratti dall’articolo di Gonzalo Prieto, La evolución de Buenos Aires a través de los mapas, pubblicato on-line il 18/6/2018 al link https://www.geografiainfinita.com/2018/06/la-evolucion-de-buenos-aires-a-traves-de-los-mapas/.

[4] Dati tratti dalla voce in spagnolo Demografía de Argentina su Wikipedia del 29/8/2019.

[5] Mama Antula, Beata Maria Antonia di San Giuseppe (María Antonia de Paz y Figueroa) Vergine, di Emilia Flocchini (da www.santiebeati.it): «Silípica, Santiago del Estero, Argentina, 1730 – Buenos Aires, Argentina, 7 marzo 1799.
María Antonia de Paz y Figueroa, nata nel 1730 a Santiago del Estero in Argentina, a quindici anni decise di consacrarsi a Dio: emise il voto privato di verginità e aggiunse al nome proprio la qualifica “di San Giuseppe”. Insieme ad altre consacrate, aiutò i padri della Compagnia di Gesù, occupandosi in particolare nell’organizzazione degli Esercizi spirituali. Nel 1767 re Carlo III di Spagna decise di espellere i Gesuiti dall’America del Sud: Maria Antonia, a quel punto, si sentì stimolata interiormente a continuare la loro opera. Aiutata dalle sue compagne, o più spesso recando con sé unicamente una croce di legno, percorse a piedi il nord dell’Argentina. Divenuta famosa col soprannome di “Mama Antula”, fondò una casa di Esercizi a Buenos Aires, nella quale morì il 7 marzo 1799. Si stima che i partecipanti ai ritiri da lei organizzati siano stati tra le 70000 e le 80000 unità. È stata beatificata a Santiago del Estero il 27 agosto 2016, sotto il pontificato di papa Francesco, suo connazionale. I suoi resti mortali sono venerati nella Basilica di Nostra Signora della Pietà, in Calle Bartolomé Mitre 1524, a Buenos Aires.
Famiglia e primi anni
I dati sui primi anni di vita di María Antonia de Paz y Figueroa sono quasi interamente tratti da tradizioni orali, visto che non è stato trovato il suo certificato di Battesimo. Si ritiene che sia nata nel 1730 a Silípica, cittadina nei pressi di Santiago del Estero, in Argentina, oppure nella stessa Santiago. Non esiste documentazione neppure circa i suoi genitori, i cui nomi tramandati sono Francisco Solano de Paz y Figueroa e Andrea de Figueroa.
Plausibilmente, trascorse l’infanzia nella fattoria del padre, vivendo a stretto contatto con le popolazioni native dell’America Latina. Ricevette un’educazione buona e solida, non solo dal punto di vista religioso: imparò a leggere, scrivere e far di conto, ma anche i lavori domestici e quanto potesse essere utile a una donna. Dotata di un’intelligenza vivace e di una tenace volontà, maturò anche un profondo senso di responsabilità, imparando a comprendere i bisogni del popolo del suo paese.
Tutte queste qualità, unite a un cuore generoso e aperto e ai suoi lineamenti delicati, la rendevano attraente per molti.
I contatti coi Gesuiti e la consacrazione privata
La sua scelta di vita, però, fu di altro genere e venne incentivata dalla presenza della Compagnia di Gesù a Santiago del Estero. I padri avevano una casa e una chiesa, gestivano una scuola, predicavano missioni al popolo e dirigevano spiritualmente molti fedeli, anche donne. Alcune di esse si resero disponibili per aiutarli nell’organizzazione degli Esercizi spirituali, l’opera peculiare dei figli di sant’Ignazio di Loyola.
Tra di esse c’era anche la quindicenne María Antonia, che, dopo la dovuta preparazione, consacrò la sua verginità al Signore con voti privati, aggiungendo al proprio nome la qualifica “di San Giuseppe”: divenne quindi una “beata”, ovvero, con linguaggio moderno, una laica consacrata. Indossò quindi un abito scuro e andò a vivere con altre donne, sia vergini sia vedove, in un “beaterio”, ossia in una casa apposita dove, con i propri lavori e sacrifici, le consacrate potevano sostenere la casa degli Esercizi. Guidate dal gesuita padre Gaspar Juárez, si dedicavano ad aiutare i sacerdoti, educavano i bambini, cucivano, ricamavano, badavano ai malati ed elargivano elemosine. All’epoca gli istituti religiosi di vita attiva erano pressoché inesistenti in Argentina, quindi era l’unica possibilità di consacrazione in tal senso.
L’apostolato degli Esercizi spirituali
Tuttavia, nel 1767, Carlo III di Borbone, re di Spagna, ordinò l’espulsione dei Gesuiti dall’America del Sud. La notizia sconvolse tutta l’Argentina, ma la città di Santiago ne fu particolarmente segnata. Maria Antonia, che all’epoca aveva trentasette anni, non si rassegnò: cominciò dunque a interrogarsi su cosa poter fare per tutte le persone che rimanevano così prive di guida spirituale. Interiormente, le parve di sentire una voce che le suggeriva: “Non potresti proseguire tu l’opera degli Esercizi?”.
Convinta che quell’ispirazione venisse dall’alto, la vergine si confidò a padre Diego, un Mercedario, che non solo l’appoggiò, ma le offrì anche la propria collaborazione, prestando i servizi del suo ministero; lei, in cambio, avrebbe procurato tutto ciò che serviva per l’organizzazione materiale. Cominciò quindi risistemando una casa spaziosa, poi, in modo lento e capillare, si diede a invitare di persona i fedeli agli Esercizi.
I primi viaggi
Armata di una grossa croce di legno come bastone, di un’immagine dell’Addolorata e con al collo una croce (che, singolarmente, portava sopra un Gesù Bambino, da lei soprannominato “Manuelito”), inizialmente si limitò alla zona di Santiago del Estero. Dopo aver ottenuto il permesso del vescovo della regione di Tucumán, Juan Manuel Moscoso y Peralta, estese l’opera anche lì, in seguito a un corso di Esercizi particolarmente frequentato. Si diresse quindi a Jujuy, poi a Salta e a San Miguel de Tucumán; proseguì per Catamarca, La Rioja e, alla fine, giunse a Córdoba. In tutto aveva percorso più di duemila chilometri a piedi.
A Córdoba Maria Antonia venne accolta positivamente dalle famiglie più in vista della città, guadagnandosi il loro rispetto con il suo atteggiamento umile e laborioso e con il suo fervore religioso. I corsi di Esercizi diedero molti frutti, specialmente nelle conversioni personali e nell’equiparazione tra le classi sociali.
A Buenos Aires
Agli inizi del settembre 1779, in compagnia di altre “beate”, intraprese il viaggio verso Buenos Aires. A molti parve una follia: avrebbe dovuto percorrere 1400 chilometri, ancora una volta unicamente a piedi, col rischio di essere aggredita da belve feroci o da predoni. Invece, guidata dal suo motto: «La pazienza è buona, ma la perseveranza lo è di più», decise di partire lo stesso.
L’accoglienza fu davvero pessima: le consacrate, coperte di polvere e stanche per il tragitto, furono oggetto di scherno. Maria Antonia si presentò quindi al viceré del Río de la Plata, Juan José de Vértiz y Salcedo, e al vescovo, il francescano Sebastián Malvar y Pinto, per chiedere loro il permesso di organizzare gli Esercizi. Dal primo venne respinta, poiché lui provava astio verso tutto ciò che rimandasse in qualche modo ai Gesuiti. Il secondo, invece, cambiò parere dopo aver notato il riscontro del primo corso organizzato nel 1780: scrisse quindi al Papa, descrivendo come la donna avesse sopportato con pazienza e serenità le varie vicissitudini cui era andata incontro, che le valsero l’auspicata concessione.
Le risorse materiali erano abbondanti: Mama Antula – così avevano preso a soprannominarla – confidava pienamente nella Divina Provvidenza e nell’intercessione di san Gaetano da Thiene
, diffondendo la devozione a lui in gran parte dell’Argentina. Quando c’era cibo in eccedenza, veniva distribuito ai mendicanti e ai carcerati. Spesso, poi, le vennero attribuiti prodigi come la moltiplicazione delle vivande o la trasformazione della frutta in pane.
Poteva quindi scrivere: «Vedo che la Divina Provvidenza mi aiuta immancabilmente nel loro [degli Esercizi] proseguimento e che il pubblico sperimenta ogni giorno di più il loro frutto. In quattro anni di Esercizi si sono accostate più di 15.000 persone».
La Santa Casa degli Esercizi
Con il desiderio di «andare dove Dio non fosse conosciuto», come ebbe a dire, si spinse fino in Uruguay e vi rimase per tre anni. Al suo ritorno a Buenos Aires, comprese di dover ampliare la struttura per gli Esercizi.
Inizialmente prese in prestito un’abitazione, ma più avanti prese dei locali in affitto. Infine si lanciò in una nuova impresa: la costruzione della Santa Casa degli Esercizi, interamente dedicata a quello scopo e tuttora esistente, in Avenida Independencia 1190. Bussando di porta in porta per quell’opera, che comunque considerava non sua, ma «di Dio e per Dio».
La fama di santità e la morte
Di fatto, venne ad assumere un ruolo di rilievo nella sua Chiesa locale: monsignor Malvar y Pinto decretò che nessun seminarista potesse accedere agli Ordini sacri se mama Antula non avesse dimostrato il suo corretto comportamento durante gli Esercizi. Le sue lettere vennero tradotte in latino, francese, inglese, tedesco e russo e iniziarono a circolare: fu quindi conosciuta nel monastero carmelitano di San Dionigi a Parigi, la cui priora era zia del re Luigi XVI, e in Russia. Le venne perfino dedicata una prima biografia, «El estandarte de la mujer forte» («Il simbolo della donna forte»), pubblicata anonima nel 1791.
Maria Antonia morì serenamente il 7 marzo 1799, povera come visse: pur avendo maneggiato denaro in quantità per l’amministrazione della Casa di Esercizi, non tenne per sé neppure uno spicciolo. Come aveva chiesto nel suo testamento, venne seppellita in una tomba ottenuta in elemosina. I suoi resti mortali riposano oggi presso la Basilica di Nostra Signora della Pietà, in Calle Bartolomé Mitre 1524, a Buenos Aires.
La causa di beatificazione
Dopo oltre un secolo dalla morte di Mama Antula, la diocesi di Buenos Aires ha avviato il suo processo di beatificazione. […]
Con una lettera a Luisa Sánchez Sorondo, sua discendente, datata 14 agosto 2013, papa Francesco ha espresso il desiderio che la beatificazione arrivasse presto, dichiarando di essersi interessato in tal senso presso la Congregazione delle Cause dei Santi. Il 3 marzo 2016, ricevendo il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione, ha infine potuto autorizzare la promulgazione del decreto con cui la guarigione di suor Rosa era avvenuta per intercessione di Maria Antonia di San Giuseppe.
La beatificazione è stata celebrata il 27 agosto 2016, presso il parco Francisco de Aguirre di Santiago del Estero, presieduta dal cardinal Amato come inviato del Santo Padre».

[6] El cura Jose Gabriel Brochero, San Giuseppe Gabriele del Rosario Brochero Sacerdote, di Gianpiero Pettiti (da www.santiebeati.it) «Santa Rosa de Rio Primero, Argentina, 16 marzo 1840 - Villa Tránsito, Argentina, 26 gennaio 1914.
José Gabriel del Rosario Brochero fu un sacerdote dell’Arcidiocesi di Córdoba, in Argentina. Destinato nel 1869 come parroco della cittadina di San Alberto, migliorò la vita dei suoi parrocchiani in tutti i campi, senza trascurare quello spirituale. Fu detto “el cura gaucho” (“il prete gaucho”) perché, come i famosi cavalieri argentini, percorreva chilometri e chilometri a dorso di mula, per farsi vicino a tutti. Condivise la condizione dei suoi fedeli fino ad arrivare a contrarre la lebbra, per aver bevuto dell’infuso di erba mate con alcuni ammalati. Tornato nel suo paese natale, fu reclamato indietro dalla sua gente e morì il 26 gennaio 1914, nella città di Villa del Tránsito, che due anni dopo, in suo onore, fu rinominata Villa Cura Brochero. Fu dichiarato venerabile da san Giovanni Paolo II nel 2004 ed è stato beatificato il 14 settembre 2013 sotto il pontificato di papa Francesco, suo connazionale. La sua canonizzazione, dopo l’approvazione del secondo miracolo necessario, è avvenuta il 16 ottobre 2016, insieme a quella di altri sei Beati. La sua memoria liturgica è il 16 marzo. I suoi resti mortali sono venerati nel santuario della Madonna del Transito, a Villa Cura Brochero.
Le spigolosità del suo carattere, tutte quante emerse nel corso del processo di canonizzazione al punto da, se non ostacolarlo, certamente rallentarlo, non gli avevano alienato la simpatia del suo popolo.
Ed è certo, fosse anche solo per la complicità della comune origine argentina, che anche Papa Francesco l’ha sempre stimato molto, anzi c’è da scommettere che quando nella Messa Crismale del 2013 (la prima nella sua nuova veste di “vescovo di Roma”) ha chiesto ai preti di essere pastori con «l’odore delle pecore», pensava sicuramente a lui, al “Cura Brochero”, come ha lasciato trasparire in occasione della beatificazione, quando lo ha definito «pastore che odorava di pecora, che si fece povero tra i poveri, che lottò sempre per stare vicino a Dio e alla gente, che fece e continua a fare tanto bene come carezza di Dio al nostro popolo sofferente».
José Gabriel del Rosario Brochero nasce nel 1840 nei pressi di Córdoba, in Argentina, ed entra in seminario a 16 anni dopo un faticoso discernimento vocazionale: da sempre attratto verso il sacerdozio, ma frenato e intralciato da dubbi e perplessità.
Ordinato prete dieci anni dopo, inizia il suo ministero in prima linea, perché Córdoba è infestata dal colera che miete più di quattromila vittime, la maggioranza delle quali se lo vedono pericolosamente inginocchiare accanto, nell’atto di amministrar loro gli ultimi sacramenti.
All’emergenza subentra l’ordinarietà del ministero che gli si chiede di esercitare a San Alberto, una comunità di diecimila anime sparse su un territorio di oltre quattromila chilometri quadrati, a tre giorni di viaggio a dorso di mulo da Córdoba.
È la stessa distanza (andata e ritorno) che chiede ai suoi parrocchiani di compiere, quando in comitive di 50/70 per volta, li accompagna a Córdoba a compiere gli esercizi spirituali sullo stile di Sant’Ignazio, spesso sfidando bufere di neve. Proposta sconvolgente ed impegnativa, fatta a mandriani, contadini, povera gente perlopiù analfabeta, che da questa esperienza ritorna come rinnovata e con il proposito di cambiare vita.
Crede talmente in questa sua scelta pastorale da prendere la decisione di costruire una nuova casa di esercizi a Villa del Tránsito, per riuscire ad abbattere almeno i tempi del viaggio: un edificio che adesso porta il suo nome e nel quale si calcola che durante i 40 anni del suo ministero attivo siano transitate almeno 40 mila persone.
Parroco per niente adatto a «restare in sacrestia a pettinare pecore»
(secondo la colorita espressione di papa Bergoglio), il Padre Brochero sceglie di immedesimarsi in coloro ai quali vuole annunciare il Vangelo, sapendo che solo così può arrivare dritto al cuore di quella gente semplice.
A cominciare dalla cavalcatura, una semplice mula che non doveva essere uno splendore, fino all’abbigliamento, in tutto simile al loro: vestito come un gaucho, con il poncho sulle spalle e la talare che gli sbuca di sotto e un ampio cappello; il libro di preghiere e il messale, tenuti insieme con un nastro rosso, in mano perché non si perdano durante i lunghi viaggi, senza dimenticare tutto l’occorrente per celebrare Messa.
Precursore di tutti i preti di strada, in perenne movimento nelle sue “periferie”, raggiunge gli angoli più remoti della sua parrocchia con la pioggia o con il sole, soprattutto quando di mezzo c’è un moribondo, perché, dice, «altrimenti il diavolo mi ruba un’anima».
Senza perdere di vista il fine soprannaturale per il quale lavora, cerca di venire incontro alle necessità dei suoi parrocchiani «abbandonati da tutti, ma non da Dio», com’è solito dire
: per questo, costruisce strade dove non ce ne sono, apre scuole dove lo stato non arriva, ambulatori medici dove medici non hanno mai messo piede, case per ragazze abbandonate, chiese, asili, ricoveri, mense, scuole, e canali di irrigazione, un cimitero, un acquedotto, un ufficio postale e anche l’estensione di una linea ferroviaria.
Anche il suo linguaggio, semplice e diretto, molto colloquiale, diventa il modo per farsi comprendere da gente che non ha alcuna educazione, né conosce altra lingua se non il dialetto. Nelle sue prediche usa paragoni con la vita di tutti i giorni, episodi e aneddoti facili da capire, usando i termini dei contadini e dei pastori, come quando spiega loro che Dio è come i pidocchi perché si attacca ai poveri e non ai ricchi.
Possiamo quindi anche solo immaginare quali e quanti dubbi questo suo stile di parlare e scrivere abbia fatto sorgere nei censori-teologi durante il processo di canonizzazione, fino a giudicarlo troppo basso e addirittura sgrammaticato, dimenticando forse che il prete in questione nel 1869 ha ottenuto a pieni voti, all’Università di Córdoba, il titolo di Maestro in Filosofia, per cui lo stile dimesso che utilizza altro non vuole essere che una strategia di “incarnazione”.
Che, in ogni caso, ottiene l’effetto sperato, a giudicare anche solo dalla fama che circonda il “Cura-gaucho” (cioè il “prete-mandriano”), già in vita ritenuto santo dalla sua gente, al punto che nel 1883, a Córdoba, distribuiscono la sua biografia e dal 1906 il suo nome è citato nei testi scolastici.
Lo pensionano nel 1898, quindi prima dei 60 anni, per motivi di salute, non potendo più reggere ad un ritmo di vita davvero sfibrante cui da parroco non saprebbe rinunciare. Nominato canonico della cattedrale di Córdoba, dimostra subito che questo posto non fa proprio per lui, cosicché quattro anni dopo gli devono affidare di nuovo la parrocchia di Villa del Transito, di cui prende possesso ad agosto 1902: con lo stesso stile e il medesimo ritmo, incurante dei riguardi che dovrebbe avere per la sua salute.
Sembra trascuri anche le più elementari precauzioni quando si tratta di assistere i malati, cui da sempre vanno le sue preferenze e le sue attenzioni. Avviene così che un bel giorno viene contagiato dalla lebbra per colpa del famoso “mate”, che imprudentemente (o generosamente?) ha voluto condividere con alcuni lebbrosi che sta assistendo.
Devastato progressivamente dalla malattia, nel 1908 deve rinunciare alla parrocchia, questa volta definitivamente, e rientrare nel suo paese natale dove una sorella si prende cura di lui. Accecato dalla lebbra e praticamente sordo, inizia così il periodo della sua decadenza fisica, durante il quale sente di ricevere da Dio «il compito di cercare la mia fine e di pregare per gli uomini passati, presenti e quelli che verranno fino alla fine del mondo».
Evidentemente, pur se menomato, ai suoi “vecchi” parrocchiani il “Cura Brochero” va bene anche così, tanto da reclamarlo a Villa del Transito nel 1912, reso ormai un rudere ma ancora capace di riprendere in mano l’unica cosa lasciata in sospeso, cioè l’ampliamento della linea ferroviaria.
La completa cecità non gli impedisce di celebrare Messa, ma deve accontentarsi dell’unica che riesce a ricordare a memoria, cioè la “Messa della Madonna” e la cosa non gli deve dispiacere, visto che si tratta della «mia Immacolata». «Ora ho gli attrezzi pronti per il viaggio», sussurra il 26 gennaio 1914, poco prima che il suo cuore cessi di battere.
Subito i suoi gauchos, ma in fondo l’Argentina tutta, gli tributano grandi onori e ne tramandano il ricordo: per loro, in fondo, non ci sarebbe bisogno di un processo canonico che certifichi una santità di cui sono già convinti e fieri».

[7] Per la traduzione italiana dell’opera, cfr. Martin Fierro. Testo originale con traduzione, commenti e note, di Giovanni Meo Zilio. 2 voll. Buenos Aires: Asociacion Dante Alighieri, 1985; cfr. anche la versione cinematografica diretta nel 1968 dal regista argentino Leopoldo Torre Nilsson (https://www.youtube.com/watch?v=6I-fC2M4rnI) e la riduzione in cartoni animati per i più piccoli del 2007 diretta da Norman Ruiz e da Liliana Romero su sceneggiatura di Horacio Grinberg e Roberto Fontanarrosa. Cfr. anche Borges sul Martin Fierro al link: https://www.youtube.com/watch?v=vu05ISsaTXI).

[8] Beato Zeffirino Namuncurà Aspirante salesiano (festa liturgica 11 maggio): Chimpay, Argentina, 26 agosto 1886 - Roma, 11 maggio 1905. «Zeffirino Namuncurà nasce il 26 agosto 1886 a Chimpay, sulle rive del Rio Negro. Suo padre Manuel, ultimo grande cacico delle tribù indios araucane, ha dovuto arrendersi tre anni prima alle truppe della Repubblica argentina. Dopo 11 anni di libera vita agreste, il ragazzo è condotto a Buenos Aires: suo padre vuole fare di lui il difensore della sua razza. Ma Zeffirino, entrato nel collegio salesiano, si apre ad altri orizzonti: è meglio diventare il primo sacerdote araucano per evangelizzare i fratelli. Sceglie Domenico Savio come modello e durante 5 anni, attraverso lo sforzo straordinario per inserirsi in una cultura totalmente nuova, diventa egli stesso un altro Domenico Savio. Esemplare l'impegno nella pietà, nella carità, nei doveri quotidiani, nell'esercizio ascetico.
Questo ragazzo che trovava difficile "mettersi in fila" o "obbedire alla campana" diventò pian piano un vero modello. "Modello - hanno testimoniato di lui - di equilibrio, era l'arbitro nelle ricreazioni: la sua parola veniva accolta dai compagni in contesa". "Mi impressionava la lentezza con cui faceva il segno della croce, come se meditasse ogni parola; anzi correggeva i compagni insegnando loro a farlo adagio e con devozione. Sembrava che si fossero invertite le parti: l'indio convertiva i bianchi". Nel 1903 Mons. Cagliero lo fa venire nel gruppo degli aspiranti a Viedma, capoluogo del vicariato, per iniziare il latino. L'anno seguente, lo conduce in Italia per fargli proseguire gli studi e in un clima che sembra più adatto alla salute. Entra nel collegio salesiano di Villa Sora a Frascati. Studia con tanto impegno da essere il secondo della classe. Ma un male non diagnosticato a tempo (forse perché non si lamentava mai) lo minava: la tbc. Il 28 marzo 1905, è trasportato all'ospedale Fatebenefratelli dell'Isola Tiberina a Roma. Vi muore serenamente l'11 maggio. Dal 1924 i suoi resti mortali riposano nella sua patria, a Fortin Mercedes. L'11 novembre 2007 è stato beatificato.
IL POPOLO MAPUCHE
I primi abitanti della Patagonia orientale furono i tuhelches; indigeni miti, conosciuti dagli spagnoli fin dalla loro prima conquista; essi popolavano l'estesa regione del litorale e dell'altopiano.
Dall'inizio del XVII secolo, però, attraverso un lento pro­cesso di annessione, i mapuches imposero la loro cultura nei territori oltre la cordigliera. Si impadronirono delle terre, im­posero la loro lingua, mentre numerose tribù migrarono verso l'est, radicandosi nella Patagonia argentina.
I mapuches erano organizzati in clan o piccoli gruppi di famiglie, che raramente superavano le 400 persone, ed erano governati da un "lonco" o cacico.
Erano un popolo profondamente religioso che adorava il Dio supremo Nguenechèn, dal quale dipendevano i nguene-chenù (le divinità delle acque celesti) e gli hueneìn (forze o energie sparse nella natura considerate protettrici dell'uomo).
Particolare terrore esercitava lo spirito malefico Huecuvù, chiamato pure Hualichu, causa dei tanti mali che tormentano la vita dell'uomo.
La festa religiosa popolare e nazionale più importante era quella di Nguillatùn, durante la quale si celebrava solenne­mente l'unità e l'identità di tutto il popolo e si affidavano alla benevolenza e al potere di Nguenechèn i parenti, il bestiame e la prosperità delle famiglie.
La stirpe Calfucurà-Namuncurà
Zeffirino Namuncurà è vissuto in questo contesto cultu­rale, religioso, sociale e tribale mapuche, orgoglioso di ap­partenere ad un popolo impegnato in una dura e impari lotta armata contro i conquistatori bianchi, invasori della sua terra, distruttori del suo mondo, dei suoi valori, e della sua stessa vita.
Le origini della stirpe Calfucurà-Namuncurà risalgono al gran cacico Calfucurà (Roccia Azzurra), che si insediò nella regione di Salinas Blancas (ai confini delle province di Bue­nos Aires e della Pampa), dopo aver cacciato i Vorogas cileni che le possedevano.
Calcufurà era un vero leader; la sua personalità era forte e incontrastata. Seppe utilizzare adeguatamente le relazioni e i rapporti con il governo di Buenos Aires; strinse alleanze con il generale Rosas; accrebbe la sua autorità e il suo prestigio con strategie militari moderne come l'assalto improvviso e imprevisto delle forze governative e il trasferimento del be­stiame da un luogo ad un altro sottraendolo alle rappresaglie del nemico.
Con grande determinazione e in modo non convenzionale difendeva coraggiosamente la sua terra con tutti i mezzi di­sponibili.
Riuscì così a radunare i diversi e autonomi gruppi indiani in una grande Confederazione che comprendeva tremila guerrieri. Tuttavia, alla sua morte, avvenuta il 3 giugno 1873 e soprattutto dopo la sconfitta a San Carlos, la decadenza e la fine del popolo mapuche era, ormai, solo questione di tempo.
Il padre di Zeffirino, Manuel Namuncurà (Sperone di pietra), fu il successore di Calfucurà. Era un uomo intelligente e sagace, che cercò di continuare l'opera del suo predecessore, muovendosi con scaltrezza e difendendo a viso aperto i diritti e gli interessi della sua gente.
Per ben cinque anni Namuncurà riuscì con grande deter­minazione a conservare il dominio di tutto il territorio, seb­bene non possedesse più la forza militare di suo padre.
La conquista
Il generale Roca, come gli altri governatori argentini di quel periodo, non si rese conto dei problemi degli indigeni. Considerava gli aborigeni "barbari, selvaggi, incivili"; era convinto che con loro non fosse possibile nessun accordo; li riteneva, infatti, privi di un’autentica politica di integra­zione.
I popoli autoctoni della Patagonia furono considerati dal governo una minaccia costante per la pace e un ostacolo per annettere le regioni dal sud di Azul alla Patagonia.
Il generale Roca progettò allora una grande invasione con cinque armate di soldati con le quali invase il territorio domi­nato dai mapuches.
Il cacico Namuncurà, non potendo realizzare un accordo pacifico con il governo di Buenos Aires, che privilegiava piuttosto la "soluzione militare", decise di resistere finché gli fosse stato possibile, nonostante l'evidente disparità di forze e di armamenti militari. L'esercito di Roca riuscì, così, ad im­porsi rapidamente e il territorio dei mapuches fu conquistato senza grossi problemi.
In solo sei mesi scomparve il potere di Namuncurà. Cad­dero migliaia di mapuches, uccisi o fatti prigionieri, circa 14 mila uomini; altri si consegnarono al nemico con i loro capi.
Namuncurà, però, non si arrese. Si ritirò sulla Cordigliera con un manipolo di uomini a lui fedelissimi ed un po' di armi, e tentò un'estrema, disperata resistenza contro il ne­mico. Nel maggio del 1882, però, durante un'incursione del maggiore Daza, riuscì a mettere in salvo i suoi uomini, ma la sua famiglia cadde prigioniera nelle mani dei militari.
La resa
A questo punto, Namuncurà si rese conto che la lotta per lui era finita. Dopo essersi consultato con i suoi, si convinse che era giunto il momento di tentare la strada della convi­venza pacifica con i bianchi. Continuare la lotta armata avrebbe significato solo altro inutile spargimento di sangue.
Fu inviata un'ambasceria al generale Villegas con l'of­ferta della resa; ma venne rifiutata. Allora Namuncurà si ri­volse al salesiano don Domenico Milanesio affinché facesse da mediatore tra il governo e i mapuche per una resa onore­vole, che garantisse in primo luogo la vita dei mediatori ma­puche.
Il 5 maggio 1884 Namuncurà si recò dal generale Roca per la capitolazione ufficiale. Ai mapuche fu assegnato il ter­ritorio di Chimpay, nei dintorni della fortezza dello stesso nome e al loro cacico Namuncurà fu conferito il grado di co­lonnello della Nazione.
CHIMPAY: la fanciullezza di Zeffirino
Chimpay è una regione situata presso il Rio Negro, abitata da molti gruppi di indigeni, terra di transito, ricca e propizia per la caccia e la pesca, considerata un punto nevralgico per le comunicazioni tra le alte montagne e la pianura della pampa.
Secondo alcuni, la parola Chimpay significa "guado, pas­saggio"; per altri "meandro, svolta"; per altri ancora "lo­canda".
Questa fu la terra dove i Namuncurà e il loro popolo rima­sero parecchi anni, fino al momento in cui si trasferirono verso la catena di montagne di Neuquén.
Qui nacque Zeffirino il 26 agosto 1886. Secondo alcuni sua madre Rosario Burgos era una reclusa cilena. Però, le fo­tografie che ci sono pervenute di lei mostrano chiari linea­menti mapuche; e quando fu abbandonata da Manuel Na­muncurà, dopo d'essere stata sua sposa, cercò rifugio sempre nei gruppi mapuches, senza mai osare l'integrazione con gli huincas.
Zeffirino crebbe così in un ambiente tipicamente mapu­che. Nel Natale del 1888 fu battezzato da don Domenico Milanesio. Il certificato di battesimo è conservato nella Parroc­chia di Patagones, dalla cui giurisdizione dipendeva il Rio Negro.
Fin da piccolo si mostrò affettuoso e disponibile con tutti, aiutava volentieri i suoi genitori; al mattino si alzava presto e in silenzio raccoglieva la legna per risparmiare quel lavoro alla mamma.
A tre anni cadde accidentalmente nel fiume e la corrente impetuosa lo trascinò via per diverse miglia; i suoi parenti già disperavano di rivederlo, quando l'acqua lo riconsegnò alla terra sano e salvo. Fatto sempre considerato e raccontato dai suoi come un vero miracolo.
Utile alla mia gente
La tribù passò momenti difficili a Chimpay. Namuncurà amministrava con saggezza la sua gente alla quale distribuiva generosamente il suo stipendio di Colonnello, riuscendo così a garantirle il minimo indispensabile per vivere, tanto che in quegli anni nessuno morì né di fame né di peste come invece succedeva nei villaggi vicini. La miseria, tuttavia, era grande. La gente non aveva più bestiame e la terra coltivabile era troppo poca (soltanto tre leghe) per una agricoltura che po­tesse garantire sufficienti possibilità di vita.
Namuncurà sollecitò il Senato della Nazione affinché concedesse almeno dieci leghe di territorio, ma il governo ne concesse solo otto, con una clausola che prevedeva l'asse­gnazione di altri terreni migliori altrove. Era, però, solo un inganno per trasferire la tribù altrove.
Zeffirino, man mano che cresceva, si rendeva sempre più conto della gravità della situazione di prostrazione e deca­denza in cui versava il suo popolo. Vedeva profilarsi all'oriz­zonte il rischio di una fine totale. Fu allora, che con una intui­zione eccezionale per un ragazzo di undici anni, si rivolse al padre dicendogli: "Padre, le cose non possono continuare così. Voglio studiare per essere utile alla mia gente".
Zeffirino era ormai consapevole che occorreva comin­ciare un nuovo periodo, aprirsi al dialogo con la cultura bianca, integrare nuovi elementi alla sua identità mapuche. Con grande dolore, ma anche con la speranza di nuovi oriz­zonti lasciò la sua terra proprio come il patriarca Abramo. Verso la terra dei suoi sogni lo accompagnarono suo padre e alcuni cugini, anche questi desiderosi di studiare. Viaggia­rono prima a cavallo fino a Choele Choel; di qui continua­rono con la nave "Galera di Mora" fino a Rio Colorado, da dove presero il treno per Buenos Aires.
ZEFFIRINO A BUENOS AIRES
Arrivati a Buenos Aires, Manuel Namuncurà, decise di iscrivere suo figlio come allievo in una scuola tecnica della Marina a Tigre, dove Zeffirino entrò come apprendista di falegnameria.
Ma qualche giorno dopo, Zeffirino chiese al padre di iscriverlo altrove; quella scuola non rispondeva alle sue esigenze. Namuncurà accondiscese al desiderio del figlio e su consiglio del dottore Roque Saenz Pena, che gli parlò molto bene dell'azione educativa dei Salesiani, si rivolse al Collegio Pio IX di Almagro, dove Zeffirino venne accolto il 20 settembre 1897. Dopo pochi giorni, il padre andò a trovarlo, ma questa volta Zeffirino manifestò la sua piena soddisfazione ed il desiderio di rimanere nella scuola salesiana.
Fin dal primo momento Zeffirino mise tutto l'impegno per approfittare al massimo delle proposte culturali offerte dall'Istituto: studia intensamente e con tenacia lo spagnolo, si aggiorna progressivamente nelle materie, partecipa volentieri ad altre attività della vita del Collegio, fa parte del coro in cui, tra gli altri, c'è un certo Carlos Gardel che in seguito si affermerà come uno dei maggiori "interpreti del tango argentino". È membro attivo della Compagnia dell'Angelo Custode e di altri gruppi giovanili e in cortile con i suoi compagni esprime tutta la sua gioia di vivere.
In poco tempo, si adattò a tutte le esigenze della nuova vita; riuscì a guadagnarsi presto il rispetto e la stima della maggior parte dei suoi compagni.
Spesso, fronteggiò senza complessi d'inferiorità l'ironia e le beffe per essere un indigeno. Questo non lo impaurì; di­venne anzi occasione per imparare a non lasciarsi trascinare dal rancore, a crescere nella fortezza e nella capacità di con­vivere con tutti, superando le difficoltà che incontrava nelle circostanze critiche. […]
SEMPRE MAPUCHE
Zeffirino, nonostante lo sforzo di adattamento alla nuova realtà, mai dimenticò di essere un mapuche.
Prima di tutto, mantenne una frequente corrispondenza con il padre, la mamma ed altri componenti della sua tribù; non si vergognava nell'usare l'arco e le frecce portati da Don Beauvoir dalla Terra del Fuoco
. Abile nel cavalcare, spesso con il cavallo del lattaio andava in giro per Buenos Aires, ri­cordando così i bei tempi a Chimpay.
Ogni occasione era buona per parlare la sua lingua con i missionari di passaggio. In modo speciale, durante le ferie estive a Uribelarrea, faceva lunghe cavalcate e si interessava di tutto ciò che riguardava la terra e l'agricoltura.
Racconta uno dei suoi compagni: "Siccome io ero l'inca­ricato di consegnare ogni mattina il latte dal Collegio San Michele a quello delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Don Guerra chiese a Zeffirino di accompagnarmi, perché potesse svagarsi un poco. Io fui felice nell'averlo come compagno di viaggio e in pochissimo tempo diventammo amici. Gli piaceva guidare il cavallo ed io lo accontentavo sempre. Mi raccontava tante cose sulla Patagonia; per me tutto era una novità, però, a volte, ero poco attento. Un giorno lo inter­ruppi con una domanda fuori posto. Capì che non lo ascol­tavo e mi disse: "Come? Non ti interessa la mia storia? Se tu conoscessi la Patagonia, ti renderesti conto di quanto sia bella".
Zeffirino, nonostante la lontananza dalla sua terra e l'assi­milazione della cultura dei bianchi, rimase sempre fedele al suo mondo, alla Patagonia, al suo popolo mapuche.
LA MATURAZIONE CRISTIANA
Fin dal suo ingresso nel Collegio Pio IX, Zeffirino dimo­strò un interesse fuori del comune per il Vangelo, che comin­ciava a conoscere poco per volta. Più che di "interesse", si trattava di una vera "passione". Si preparò con grande impe­gno alla Prima Comunione e alla Cresima, avvenimenti che lo segnarono nel profondo dell'anima. Da allora visse inten­samente l'Eucaristia di ogni giorno come l'incontro più in­timo e gioioso con il Signore. Allo stesso modo prese con im­pegno l'abitudine salesiana della visita al Santissimo Sacramento.
La sua amicizia con il Signore divenne sempre più forte e intensa; aveva una coscienza viva della presenza di Gesù nella sua vita e cercò di coltivarla intensamente ogni giorno con grande fedeltà. Prese sul serio lo studio del Catechismo e partecipò con successo alle difficili gare che si facevano in quei tempi, ottenendo una volta il secondo posto. Ma, soprat­tutto, Zeffirino si sentiva sempre più chiamato a comunicare ai suoi compagni tutto quello che stava imparando. Per que­sto, si offrì come catechista per un piccolo gruppo di ragazzi nell'Oratorio del Collegio San Francesco di Sales.
Il suo apostolato aveva la dimensione del cuore. Trovan­dosi con i suoi compagni, si sforzava di vivere quello che im­parava, cercando il modo di avvicinarli a Gesù, in maniera molto spontanea e gioiosa. Aveva capito che il Vangelo do­veva essere non solo goduto ma vissuto e annunziato.
Così, maturava nel suo cuore il desiderio di servire il Re­gno di Dio, donandosi totalmente a questo compito. In Don José Vespignani trovò l' "amico dell'anima", al quale aprì il suo cuore e la sua coscienza, cominciando un cammino di ri­flessione e di preghiera per capire ciò che Dio gli stava chie­dendo.
Fu una gioia immensa per l'adolescente mapuche la noti­zia della grande missione realizzata nella tribù Namuncurà a Sant'Ignazio da Monsignor Cagliero, il grande apostolo che don Bosco mandò a capo della prima spedizione missionaria salesiana in Argentina.
In quella circostanza, Monsignor Cagliero preparò perso­nalmente il cacico Namuncurà alla prima Comunione e alla Cresima che furono celebrate il 25 marzo 1901.
In seguito lo stesso Cagliero lo informò dell'esito positivo della missione. E Zeffirino, in un indirizzo di omaggio al ve­scovo, affermò pubblicamente: "Anch'io mi farò salesiano e un giorno andrò con Monsignor Cagliero per mostrare ai miei fratelli il cammino del cielo, come lo hanno mostrato a me".
Il cammino con la Croce
Insieme a queste gioie Zeffirino conobbe anche la via della Croce. La prima esperienza dolorosa fu l'allontanamento di sua madre dalla tribù. Suo padre, secondo le tradizioni mapuche, conviveva con più donne. Diventando cristiano aveva dovuto adeguarsi al matrimonio come unione indissolubile tra un uomo e una donna. Quando, perciò, si sposò con il rito cristiano a Roca il 12 febbraio 1900, mentre era in viaggio verso i nuovi territori assegnati alla tribù, la scelta della sua sposa cadde su Ignazia Ranquil. Così, la mamma di Zeffirino, libera dal precedente vincolo matrimoniale, si sposò con Francisco Colliqueo della tribù Yanquetruz. Tuttavia, quando morì il marito, fu accolta dai Namuncurà; e morì in casa del figlio Annibale, a Sant'Ignazio, provincia di Neuquén.
Per Zeffirino questa fu una croce molto pesante
; era molto legato alla mamma e faceva di tutto per andare a trovarla e manifestarle affetto e solidarietà.
Intanto, verso la fine del 1901 incominciarono a manifestarsi i primi sintomi della malattia che l'avrebbe portato alla morte. A metà del 1902, i superiori decisero d'inviarlo ad Uribelarrea, nella speranza che l'aria della campagna lo aiutasse a recuperare la salute.
Durante questo tempo, Zeffirino visse intensamente la devozione all'Eucaristia.
Adempiva il servizio di sagrestano con dedizione, e tante volte aiutava anche come assistente ed insegnante i ragazzi della scuola agricola.
Don Heduvan ci ha lasciato, al riguardo, una testimonianza molto interessante: "Questo giovane dimostrò sempre una grande pietà e un buon carattere; era ben voluto dai piccoli agricoltori, che assisteva e curava in assenza dell'assistente. Non ricordo che qualcuno si sia mai ribellato o abbia mancato di rispetto al piccolo assistente".
La sua salute, però, continuava a peggiorare tanto che i superiori ritennero opportuno mandarlo a Viedma, nella speranza che il clima patagonico potesse facilitare il suo recupero.
ZEFFIRINO A VIEDMA
Verso la metà di gennaio del 1903 Zeffirino si trasferì a Viedma, in Patagonia, nel collegio San Francesco di Sales di quella città dove regnava un clima meraviglioso di fiducia, di fervore spirituale e di grande amicizia fra tutti i membri di quell'istituto. Si viveva e respirava un autentico spirito di fa­miglia in cui Zeffirino si trovò presto a suo agio. Augusto Valle, un compagno di quel periodo, racconta: "... eravamo in pochi e ci amavamo come veri fratelli. Nella mia vita non sono mai riuscito a godere un'amicizia così sincera come quella degli anni passati nel Collegio San Francesco di Sa­les... Lì gli allievi del sesto corso condividevano con i supe­riori e i confratelli coadiutori il lavoro, la preghiera e il diver­timento in un clima di grande serenità e di sincera amicizia. L'ambiente familiare era dovuto allo spirito di Don Bosco, e al grande e intelligente lavoro di Monsignor Cagliero e di Don Vacchina".
C'era, inoltre, nel Collegio un piccolo gruppo di aspiranti alla vita salesiana, che accolse con grande gioia Zeffirino, che cominciava a manifestare il desiderio di diventare sacer­dote salesiano.
In questo ambiente Zeffirino continuò a vivere la sua do­nazione al Signore e la sua dedizione costante agli studi. Era l'anima delle ricreazioni e partecipava sempre con molta ini­ziativa e creatività ai giochi. Eseguiva giochi di prestigio, che gli meritarono il titolo di mago. Organizzava diverse gare, tra cui le famose scorrerie dei battellini nel canale. Istruiva i suoi compagni sulla maniera migliore di preparare gli archi e le frecce per addestrarli successivamente nel tiro al bersaglio.
Anche qui gli fu affidato il compito di sagrestano, che Zeffirino adempì con diligenza e molto sacrificio.
Intanto, la malattia proseguiva implacabile il suo corso. Don Garrone seguiva solerte la salute di Zeffirino. Non era medico, ma era talmente conosciuta la sua capacità nel dia­gnosticare e nel curare le malattie, che i contadini si fidavano ciecamente di lui.
Anche il coadiutore salesiano Artemide Zatti, proclamato beato da Giovanni Paolo II il 14 aprile 2002, si prese cura del giovane mapuche con grande amore e competenza. Proprio lui, nella testimonianza rilasciata per la causa di Zeffirino, ri­ferì che ogni mattina, secondo la ricetta di Don Garrone, prendeva con Zeffirino una bistecca ai ferri, un bicchierino di vino e un pezzo di pane. Il pomeriggio, invece, facevano la seconda medicazione: una passeggiata per respirare aria pura e raccogliere le uova che servivano per lo zabaione.
Artemide Zatti, che aveva più o meno 22 anni, ed era an­che lui ammalato di tubercolosi, ricorda che Zeffirino gli di­ceva: "Sono bravi i nostri superiori. Ci amano come se fos­sero i nostri genitori. Diciamo il rosario per loro".
Salesiano e Prete?
Zeffirino a Viedma come aspirante iniziò a partecipare ai raduni con gli altri aspiranti, nonostante le diverse difficoltà che rendevano problematica la realizzazione del suo progetto di vita religiosa e salesiana. Egli, infatti, non era figlio legittimo, e questa situazione a quei tempi costituiva un grave ostacolo per l'ammissione al sacerdozio. Inoltre, è sorpren­dente come, nonostante l'incessante preoccupazione di Zeffirino per ottenere il certificato di Battesimo, non sia mai stato possibile disporre di questo documento, indispensabile per un aspirante al sacerdozio. La precarietà della sua salute, inoltre costituiva un ostacolo non da poco per l'accettazione nella Congregazione Salesiana.
Terminata la costruzione del Collegio Maria Ausiliatrice di Patagones, fu deciso che gli aspiranti fossero trasferiti nella vicina città. Erano 18 aspiranti. I superiori, però, deci­sero che Zeffirino rimanesse a Viedma.
Ecco come Don De Salvo, che faceva parte del gruppo, ri­porta tutto ciò che successe al momento della separazione: "Eravamo diciotto aspiranti e sentivamo una grande tristezza perché Zeffirino non poteva rimanere con noi... Le gravi condizioni della sua salute, esigevano delle cure speciali... Non dimenticherò mai quella separazione. Era il 13 giugno. Don Vacchina, che non poteva nascondere l'emozione, ci ra­dunò; ci diede, commosso, gli ultimi consigli. Poi si riprese. Raccontò molte barzellette e ci lasciò baciare la mano. Ma aveva osservato che, in un angolo, da solo, a testa china, stava il figlio del deserto, il suo prediletto Zeffirino, triste, che a stento tratteneva le lacrime... Don Vacchina, lo ricordo molto bene, esitò per qualche attimo... poi si fece coraggio e con voce accorata disse:
— Zeffirino vieni qui e congedati dai tuoi compagni... Coraggio. Su, perbacco! Non vedi che neppure io piango?
Poi, con voce grossa, forse, per coprire l'emozione, ri­volto a noi disse:
E voi, cosa fate con quella faccia addolorata? Che bello! Siamo, forse, alla fine del mondo?
Don Vacchina, con una scusa, si allontanò per un po' di tempo. Allora, noi ci avvicinammo a Zeffirino e ci conge­dammo da lui senza poter trattenere l'emozione e la tri­stezza...".
Fu quello certamente uno dei momenti di maggiore soffe­renza per il figlio del cacico Namuncurà
. Dio gli chiedeva, la rinuncia a ciò che Lui stesso aveva seminato nel suo cuore. E lui con grande spirito di fede, era disposto a consegnare tutto al suo Signore, anche la sua stessa vita.
Zeffirino continuò, secondo le sue possibilità, a visitare gli aspiranti colmandoli di tante attenzioni. Qualcuno di loro testimonierà al processo: "Tenevamo in grande considera­zione il suo contegno virtuoso. Eravamo fieri di diventare meritevoli dei suoi pensieri, di essere oggetto del suo affetto fraterno ed eravamo orgogliosi di considerarci suoi amici... Eravamo, infatti, tutti convinti che fosse un vero santo...".
La malattia nel mentre avanzava; Zeffirino più volte fu colpito da emorragia bronchiale.
Allora, Monsignor Cagliero pensò a quello che sembrava un estremo rimedio: condurlo in Italia per verificare la possi­bilità di una cura migliore.
IL VIAGGIO IN ITALIA
Quando Zeffirino ricevette la notizia del viaggio in Italia, provò una grande gioia: avrebbe potuto conoscere il centro della Cristianità e i luoghi dove era vissuto Don Bosco. Ma era anche triste per il dolore di lasciare l'ambiente di famiglia di Viedma; la sua terra dagli orizzonti sconfinati, e andare così lontano, forse, per sempre dalla sua famiglia e dalla sua tribù.
A Buenos Aires, visse un momento d'immensa gioia in­contrando i compagni e i superiori del Collegio Almagro. Tutti, però, si resero conto immediatamente che la sua salute era peggiorata, e quando Don Vespignani gli domandò espressamente quali fossero le sue condizioni fisiche, Zeffi­rino rispose: "Normale!". Ma dopo, purtroppo, riprese a espettorare sangue.
Zeffirino, giunto in Italia, passò da una novità all'altra e visse intensamente ogni istante.
Diventò un corrispondente itinerante; scrisse molte lettere e cartoline ai parenti, ai Salesiani della Patagonia, agli amici.
A pochi giorni dal suo arrivo, fu invitato a visitare il suc­cessore di Don Bosco, Don Michele Rua. L'incontro lo scosse internamente e lo riempì di forti emozioni.
La gente che incontrava lo circondava di grande stima e simpatia, e sempre più persone di diversa cultura e religione desideravano conoscerlo.
Quanto in tutto ciò ci fosse di autentico interesse e quanto di vana curiosità non è dato sapere. Zeffirino non si lasciò mai turbare né dalle persone, né dagli omaggi che riceveva. La sua semplicità e la sua umiltà rimasero serene: apparte­neva ad una razza martoriata ed era figlio di un lonco, cioè di un cacico che aveva lasciato tutto per difendere gli interessi e i diritti della sua gente.
Durante il soggiorno a Torino, tre furono i principali im­pegni di Zeffirino:
1. Pregare. Sostava per ore nel Santuario di Maria Ausiliatrice, in dialogo intimo con Gesù.
2. Scrivere alla sua gente, che non dimentica mai.
3. Visitare le comunità salesiane di Torino e dintorni, ac­compagnato ordinariamente da Monsignor Cagliero.
Il 19 settembre Zeffirino si recò a Roma. Qui visse una esperienza indimenticabile nell'incontro con il Papa Pio X. Il giovane mapuche riuscì a dire anche qualche parola in ita­liano al Papa che gli parlò paternamente, e benedisse lui e la sua gente. Mentre tutti stavano lasciando l'aula dell'udienza, il segretario privato del Papa lo chiamò di nuovo e lo portò alla scrivania del Santo Padre, che lo aspettava sorridente. Il Papa lo salutò di nuovo e gli consegnò una medaglia ricordo della visita.
Zeffirino meravigliò tutti per la semplicità, la buona edu­cazione e la saggezza piena di umiltà e discrezione con cui si comportò in una circostanza di così grande importanza.
Il 21 novembre Zeffirino fu accolto come allievo nel Col­legio salesiano di Frascati. Mantenne stretti rapporti episto­lari con i suoi e con i salesiani conosciuti in Argentina e si de­dicò allo studio con grande impegno, finché le forze lo permisero.
La morte
La malattia, intanto, continuava il suo corso inesorabile ed era giunto il tempo della sua donazione totale al Signore. Dai primi giorni di marzo del 1905 Zeffirino non riuscì più a scendere in classe. Alla fine dello stesso mese venne con­dotto al Collegio del Sacro Cuore a Roma e il 28 fu ricove­rato all'Ospedale Fatebenefratelli, all'isola Tiberina.
All'ospedale meravigliò tutti per la sua preghiera conti­nua, la disponibilità alla volontà di Dio, la fortezza nella sof­ferenza.
Dal sacerdote Giuseppe Iorio, allora infermiere del Colle­gio, che sovente andava a visitarlo, conosciamo quanto grande fosse la sua rassegnazione alla volontà del Signore nella dolorosa malattia.
"Mai fece sentire una lamentela, anche se il solo vederlo suscitava compassione e strappava le lacrime, così magro e sofferente com'era. Non soltanto non si lamentava delle sue sofferenze, ma le dimenticava tutte per pensare a quelle degli altri. All'ospedale il suo letto era accanto a quello di un altro giovane allievo del Collegio, che, come Namuncurà, era al­l'ultimo periodo della malattia. Zeffirino lo incoraggiava con parole affettuose invitandolo ad offrire ogni azione e ogni sofferenza al Signore".
A Don Iorio, tre giorni prima di morire, disse:
"Padre, io fra poco me ne andrò, ma le raccomando questo povero giovane, che è accanto a me; torni spesso a visitarlo... Soffre tanto! Di notte quasi non dorme, tossisce tanto...".
E diceva questo quando lui era in una situazione ancora peggiore, giacché non dormiva affatto.
Durante la degenza in ospedale, nonostante la grande de­bolezza, scrisse al padre Manuel una lettera affettuosa, in cui cercava di rasserenarlo sulla sua malattia.
Monsignor Cagliero, che gli era stato sempre vicino negli ultimi tempi, gli amministrò il Sacramento degli infermi e gli rimase accanto fino all'ultimo respiro.
Si spense in silenzio l'11 maggio 1905. La salma fu por­tata al cimitero del Verano a Roma da un piccolo gruppo di persone e lì deposta.
IL RITORNO IN PATRIA
Nel 1911 un salesiano argentino, Don Esteban Tagliere, lanciò l'iniziativa di scrivere un libro su Zeffirino Namuncurà e Don Vespignani preparò un questionario per racco­gliere dati e testimonianze sulla sua vita.
Furono avviate le pratiche per l'esumazione della salma e il corpo del giovane mapuche nel 1924 fu traslato da Roma a Fortin Mercedes e posto davanti al villaggio Pedro Luro (a sud della provincia di Buenos Aires).
Là è rimasto fino al 1991, anno in cui il corpo fu traslato in un locale attiguo al Santuario di Maria Ausiliatrice.
Già all'arrivo in Argentina, tantissimi pellegrini inizia­rono a sfilare davanti alla nuova tomba per pregare e racco­mandarsi alla sua intercessione ed ancora oggi continuano ad accorrere da ogni dove.
La gente semplice sente che Zeffirino è uno di loro; perce­pisce la sua vicinanza e rivede nella sua immagine i valori del Regno dei Cieli, che il giovane mapuche seppe incarnare con semplicità e radicalità» (da www.santiebeati.it).

[9] Beata Laura Vicuna Vergine (festa liturgica il 22 gennaio): Santiago del Cile, Cile, 5 aprile 1891 - Junin de los Andes, Argentina, 22 gennaio 1904. «Laura Vicuna nacque a Santiago del Cile nel 1891. Rimasta orfana di padre all'età di due anni, si trasferì con la mamma in Argentina, dove frequentava il collegio delle Suore Salesiane. Morì giovanissima il 22 gennaio 1904, dopo essere diventata la bambina più generosa e simpatica di tutta la scuola. Simpatica ma anche energica quanto bastò per fronteggiare con coraggio le insidie violente che un maniaco le tendeva. La sua figura impressiona per la straordinaria determinazione che questa bambina sapeva esprimere, pronunziando con fermezza il suo proposito: "la morte ma non peccati". E' un invito a riflettere come i bambini sappiano talora essere radicali nelle loro scelte, e come in particolare la bambine custodiscono tesori spesso ignorati. Laura fu beatificata da Giovanni Paolo II il 3 settembre 1988. La sua salma è venerata nella cappella delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Bahía Blanca, in Argentina.
Nel villaggio di Junín de los Andes in Argentina, beata Laura Vicuña, vergine, che, nata a Santiago del Cile, alunna nell’Istituto di Maria Ausiliatrice, all’età di tredici anni offrì la sua vita a Dio per la conversione della madre.
Laura del Carmen Vicuna, questo il suo nome completo, nacque nella capitale cilena, Santiago, il 5 aprile 1891, primogenita di José Domingo e di Mercedes Pino. La città era attraversata da tensioni politiche e militari ed a causa di ciò fu necessario attendere quasi due mesi per procedere alla celebrazione del suo battesimo, che ebbe luogo il 24 maggio successivo. Tra gli antenati di Laura figuravano parecchi personaggi illustri e per tal motivo la rivoluzione imperante si scagliò anche sulla famiglia di Laura. Il padre fu forzatamente costretto all’esilio e dovette trasferirsi verso sud, alla frontiera con l’Argentina sulle Ande. L’intera famiglia traslocò dunque a Temuco. La famiglia si ritrovò repentinamente in una triste situazione di precarietà a seguito della morte del padre avvenuta nel 1893. Alcuni mesi dopo, l’anno successivo, nacque una seconda bambina, Giulia Amanda. La madre si ritrovò così sola con due figlie a dover vincere la fame e la disperazione.
Nel 1899 il residuo nucleo familiare si trasferì nella vicina regione argentina del Neuquén. La madre potè così trovare lavoro nella tenuta agricola di Manuel Mora, uno dei tanti colonizzatori che avevano intrapreso lo sfruttamento dei terreni incolti della Patagonia. In seguito a pressioni subite dal datore di lavoro, ne divenne la compagna. Ciò conseguentemente influì purtroppo negativamente sull’educazione delle due bambine. Laura, seppur ancora piccola, si rese conto della precarietà e dell’irregolarità dal punto di vista religiosa della mamma, che in tal modo non poteva essere ammessa ai sacramenti.
Nonostante ciò la mamma non abbandonò mai completamente le figlie e tentò nei limiti del possibile di educarle anche religiosamente. Al fine di assicurare loro un’istruzione adeguata e continua, le affidò nel gennaio 1900 ad un piccolo collegio missionario tenuto dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, situato a Junin de los Andes ai confini con il Cile, patria natia di Laura.
Di quest’ultima, nel consegnarla alla superiora, la madre assicurò: “Non mi ha mai dato dispiaceri. Fin dall’infanzia è stata sempre obbediente e sottomessa”.
Repentinamente catapultata in questo nuovo ambiente, Laura si trovò comunque subito a proprio agio. Il suo animo fu tempestivamente conquistato dalle verità evangeliche infusele mediante la catechesi e ciò la portò a rendersi maggiormente conto della contrarietà della situazione di convivenza della madre rispetto alla legge divina. Il 2 giugno 1901 potè ricevere la prima Comunione, ma in tal giorno divenne ancor più profonda la sua sofferenza nel vedere la mamma non accostarsi ai sacramenti. Non potè dunque astenersi dal pregare intensamente per la pacifica conclusione di tale relazione. Purtroppo la sua speranza non ebbe compimento, ma ciò non toglie che questa esperienza fu decisiva nel provocare una grande svolta nella sua vita, che fu così descritta: “Notammo in lei da quel giorno un vero e solido progresso”.
Il giorno della prima Comunione scrisse alcuni propositi, molto simili a quelli del santo allievo di don Bosco, Domenico Savio: “O mio Dio, voglio amarti e servirti per tutta la vita; perciò ti dono la mia anima, il mio cuore, tutto il mio essere. Voglio morire piuttosto che offenderti col peccato; perciò intendo mortificarmi in tutto ciò che mi allontanerebbe da te. Propongo di fare quanto so e posso perché tu sia conosciuto e amato, e per riparare le offese che ricevi ogni giorno dagli uomini, specialmente dalle persone della mia famiglia. Mio Dio, dammi una vita di amore, di mortificazione, di sacrificio”.
Con questi propositi Laura si abbandonò totalmente al Signore pur di ottenere la conversione di sua madre e le Figlie di Maria Ausiliatrice non tardarono a comprendere di trovarsi dinnanzi ad una bambina eccezionale.
Sin dal suo primo anno di permanenza nel collegio si distinse per la volenterosa applicazione nello studio e per l’intensità della sua vita interiore. Dall’8 dicembre 1900 si iscrisse alla Pia Unione delle Figlie di Maria.
Nel secondo anno le sorelle Vicuna furono mandate in vacanza dalla madre, ma Laura restò negativamente scossa dall’impatto con il suo convivente. Era sofferente fin nel più profondo della sua intimità, ma ciò non traspariva se non nei momenti di maggiore amarezza. Una di queste occasioni fu per esempio la mancata partecipazione della mamma alla missione popolare che fu predicata a Junin de los Andes. L’anno successivo le due sorelle raggiunsero nuovamente la mamma a Quilquihué nel periodo delle vacanze. Mora esternò un eccessivo interesse nei confronti di Laura, la quale se ne accorse prontamente e si cinse come di una corazza di ferro per combatterne i malvagi propositi. Questi reagì crudelmente e si vendicò rifiutandosi di pagare la retta del collegio. Mossa da pietà e comprensione la direttrice accolse ugualmente le due bambine.
Il 29 marzo 1902 le due sorelline ricevettero la cresima, presente la madre che però perseverò nell’astensione dai sacramenti. In tale occasione Laura fece richiesta di poter essere ammessa tra le postulanti delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ma ottenne una risposta negativa a causa della situazione familiare. Dovette dunque rassegnarsi, senza però desistere dal suo intento.
Il mese successivo, infatti, emise privatamente i voti di castità, povertà ed obbedienza, consacrandosi così a Gesù ed offrendogli la propria vita. Verso fine anno iniziò a manifestarsi in Laura un leggero deperimento fisico.
Trascorse l’intero anno successivo rinchiusa nel collegio e nel settembre 1903 non riuscì neppure a prendere parte agli esercizi spirituali, tanto era diventata cagionevole la sua salute. Tentò un cambiamento climatico, tornando dalla madre, ma ciò non si rivelò alquanto salutare. Allora tornò a Junin e vi si trasferì anche la madre, alloggiando però privatamente.
Nel gennaio 1904 giunse in visita il Mora, con il proposito di trascorrere la notte nella medesima abitazione. “Se egli si ferma qui, io me ne vado in collegio dalle suore” minacciò Laura scandalizzata, e così dovette fare seppur stravolta dal male. Mora la inseguì e, raggiuntala, la percosse violentemente lasciandola traumatizzata. Giunta poi in collegio si confessò dal suo direttore spirituale, rinnovando l’offerta della propria vita per la conversione della madre.
Il 22 gennaio ricevette il Viatico e quella sera fece chiamare la madre per trasmetterle il suo grande sogno: “Mamma, io muoio! Io stessa l’ho chiesto a Gesù. Sono quasi due anni che gli ho offerto la vita per te, per ottenere la grazia del tuo ritorno alla fede. Mamma, prima della morte non avrò la gioia di vederti pentita?”. Questa le promise allora di cambiare completamente vita. Laura potè allora spirare serenamente dopo aver pronunciato queste ultime gioiose parole: “Grazie, Gesù! Grazie, Maria! Ora muoio contenta!”
In occasione del funerale la mamma tornò ad accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia.
La tomba di Laura è collocata nella cappella del Collegio Maria Ausiliatrice di Bahia Blanca, in Argentina, dove è metà di pellegrinaggi in particolare per le popolazioni cilena ed argentina.
Venerata fin dalla sua morte, […] fu beatificata dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II il 3 settembre 1988 sul Colle delle beatitudini giovanili, presso Castelnuovo Don Bosco. Il nuovo Martyrologium Romanum la commemora dunque il giorno della sua morte, nel quale è fissata anche la sua memoria liturgica per la Famiglia Salesiana» (da www.santiebeati.it).

[10] Famosa è la querelle che oppose papa Pio XII all’arcivescovo Copello, amico di Perón. Solo recentemente è emerso che Copello riusciva, con grande intelligenza, a ricevere il sostegno dalle mogli dei massoni che erano invece cattoliche per costruire le chiese (si dice che vennero così costruire moltissime parrocchie). Egli venne posto in cattiva luce da suoi nemici presso il papa che fu ingannato da tali voci. In punto di morte l’arcivescovo assicurò il suo perdono al papa per l’incomprensione del suo servizio ecclesiale.

[11] Citato in H. Storni in La Civiltà Cattolica, Cronaca contemporanea – Vita della Chiesa, La Chiesa in difesa dei «desaparecidos», quaderno 3185 (1983), anno 134, p. 484.

[12] Citato in H. Storni in La Civiltà Cattolica, Cronaca contemporanea – Vita della Chiesa, La Chiesa in difesa dei «desaparecidos», quaderno 3185 (1983), anno 134, p. 485.

[13] Citati sempre nel testo di H. Storni.

[14] «Padre Carlos de Dios Murias, nativo di Córdoba in Argentina, entrò tra i Frati Minori Conventuali. Fu ordinato sacerdote da monsignor Enrique Angelelli, vescovo di La Rioja, il 17 dicembre 1972. Fu quindi destinato a El Chamical, affiancando il parroco don Gabriel Longueville, sacerdote “fidei donum”. Il suo compito doveva essere la fondazione di una comunità francescana che affiancasse i contadini nella lotta contro gli espropri dei latifondisti. Entrambi erano membri del Movimento dei Sacerdoti per il Terzo Mondo, che associava le istanze del Concilio Vaticano II a un impegno sociale molto marcato. Furono rapiti il 18 luglio 1976 da membri della Polizia Federale; tre giorni dopo, furono trovati i loro cadaveri, con segni di torture e ferite da arma da fuoco. Dopo di loro, il 25 luglio, fu il turno di Wenceslao Pedernera, padre di famiglia, dedito all’evangelizzazione dei contadini e contadino lui stesso. Infine, il 4 agosto, in un simulato incidente automobilistico, trovò la morte anche monsignor Angelelli. La causa di padre Carlos, don Gabriel e Wenceslao si è svolta inizialmente nella diocesi di La Rioja dal 31 maggio 2011 al 15 maggio 2015. A essa è stata aggiunta la causa di monsignor Angelelli, la cui inchiesta diocesana si è svolta invece dal 13 ottobre 2015 al 15 settembre 2016, sempre a La Rioja. Padre Carlos e i suoi compagni, informalmente già noti come i “martiri di El Chamical”, sono stati beatificati il 27 aprile 2019 presso il Parco Cittadino di La Rioja, sotto il pontificato di papa Francesco. La loro memoria liturgica cade il 17 luglio, il giorno prima di quello della nascita al Cielo di padre Carlos e di don Gabriel. Le spoglie mortali di questi ultimi sono venerate dal 18 luglio 2018 nella cripta della chiesa parrocchiale del Salvatore a El Chamical».

[15] «Gabriel-Joseph-Roger Longueville nacque il 18 marzo 1931 a Étables, un paesino nel dipartimento francese dell’Ardèche, situato nel territorio della diocesi di Viviers. Il 26 settembre 1942 entrò nel Seminario Minore San Carlo di Annonay e nell’ottobre 1948 passò al Seminario Maggiore di Viviers. Dal 1954 al 1957 fu impegnato nel servizio militare, che svolse in parte anche in Algeria, durante la guerra d’indipendenza. Tornato in patria, fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1959. Nei dodici anni successivi fu professore di lingue nel Seminario Minore di Annonay. Spinto dall’appello contenuto nell’enciclica «Fidei Donum» di papa Pio XII, chiese e ottenne di partire come missionario per l’America Latina. Dopo tre mesi di preparazione in Messico, il 1° febbraio 1970 arrivò a Corrientes, in Argentina. Un anno dopo fu inserito nella diocesi di La Rioja, nel nord-ovest del Paese. Condividendo in pieno il progetto pastorale del vescovo locale, monsignor Enrique Angelelli, visitò continuamente il territorio che gli era stato affidato, entrando in relazione con gli abitanti e condividendone la vita e le istanze di progresso improntate al Vangelo. Nel 1972 divenne parroco della parrocchia del Salvatore a El Chamical, affiancato, tre anni più tardi, da padre Carlos de Dios Murias, dei Frati Minori Conventuali. La sera di domenica 18 luglio 1976, mentre i due sacerdoti stavano cenando in casa delle suore Figlie di San Giuseppe, alcuni uomini si presentarono in cerca di padre Carlos, affermando di essere della Polizia Federale; don Gabriel volle seguirli. Il suo cadavere e quello del religioso, tre giorni più tardi, furono trovati in un terreno abbandonato a sette chilometri da El Chamical, con segni di torture e colpi di arma da fuoco. Alla loro uccisione seguirono quelle di Wenceslao Pedernera, padre di famiglia, e di monsignor Angelelli. Don Gabriel e i suoi compagni, informalmente già noti come i “martiri di El Chamical”, sono stati beatificati il 27 aprile 2019 presso il Parco Cittadino di La Rioja, sotto il pontificato di papa Francesco. Le spoglie mortali di don Gabriel e di padre Carlos, precedentemente sepolte nel cimitero comunale di El Chamical, sono state traslate il 18 luglio 2019 nella cripta della chiesa parrocchiale del Salvatore, nella stessa cittadina».

[16] Wenceslao Pedernara: Los Jagüeles, Argentina, 28 settembre 1936 - Chilechito, Argentina, 25 luglio 1976.  «Wenceslao Pedernera nacque il 28 settembre 1936 a Los Jagüeles, presso La Calera. Sposò, il 24 marzo 1962, Martha Ramona Cornejo, contadina come lui, ma, a differenza di lui, molto credente. Una missione popolare lo condusse a riscoprire la fede in maniera più convinta, ma fu l’influsso di monsignor Enrique Angelelli, vescovo di La Rioja, a condurlo a impegnarsi ancora di più a fianco dei suoi colleghi contadini. Nel 1973 si trasferì a La Rioja con la moglie e le tre figlie: avviò una cooperativa agricola, dove il lavoro era accompagnato dalla preghiera e dalla lettura del Vangelo. Il 25 luglio 1976, quattro incappucciati bussarono alla sua porta e lo uccisero a colpi di arma da fuoco. La moglie, che aveva assistito, lo trasportò in ospedale a Chilechito, dove Wenceslao morì perdonando i suoi aggressori. […] I resti mortali di Wenceslao sono venerati dal 27 luglio 2018 nella cappella del Sacro Cuore a Sañogasta.
«La nostra situazione si fa ogni volta più pesante e difficile, la nostra attività pastorale viene segnalata come marxista e sovversiva. Presentano La Rioja come un covo di guerriglieri e Angelelli come il loro capo». È questa situazione politico-sociale, denunciata dalla diocesi argentina di La Rioja, il cui vescovo è monsignor Enrique Angelelli, a far da cornice alla vita e al martirio di Wenceslao Pedernera.
È nato il 28 settembre 1936 a Los Jagüeles, La Calera, provincia di San Luis. Ha solo la terza elementare, in compenso è un gran lavoratore dei campi altrui. Nei vigneti dell’italiano Gargantini, nei pressi di Mendoza, Wence, com’è soprannominato, a 25 anni conosce Martha Ramona Cornejo, detta Coca, ed è amore a prima vista.
Lei sogna un matrimonio in abito bianco, naturalmente in chiesa di cui è abituale frequentatrice, mentre lui ne farebbe volentieri a meno, non essendo praticante ed avendo inoltre poca simpatia per i preti. La spunta lei, sotto la minaccia di troncare il fidanzamento, e il 24 marzo 1962 si sposano, regolarmente in chiesa e in abito bianco.
Dopo sei anni di fede “dormiente”, Wenceslao, durante alcune missioni popolari, scopre che la Chiesa non è poi così male e che sui preti (almeno parte di essi) può anche ricredersi. Il cambiamento è così radicale che, finita la settimana di “missione”, si ritrova con la moglie a dirigere un gruppo del Vangelo tra le famiglie sue vicine di casa.
Semplicemente leggendo e commentando insieme quelle pagine, che prima non ha mai preso in mano, la sua fede comincia a crescere fino a diventare l’orientamento di tutta la sua vita. La moglie assiste, incredula e gioiosa, alla radicale trasformazione del suo sposo, arrivando ad affermare che, ad un certo punto, a lui altro più non interessa, se non Cristo e la Chiesa.
Naturalmente, continua ad impegnarsi nel lavoro, perché da questo gli deriva il necessario per vivere, ma è la fede a dare un tono a tutta la sua vita. Lo sperimenta impegnandosi nel sindacato dei braccianti agricoli, diventando il loro portavoce, prendendo le difese dei più deboli.
A incidere profondamente sulla sua vita di fede e sul suo impegno cristiano è il vescovo Angelelli, che a La Rioja sta giocando tutto il suo episcopato a favore dei più deboli. Wenceslao si riconosce profondamente nell’impegno che il vescovo sta portando avanti e ne subisce talmente l’influsso da voler a tutti i costi trasferirsi a La Rioja. Alla moglie che cerca di dissuaderlo, facendogli presente che anche a Mendoza c’è tanto bene da fare e che qui non gli mancheranno certo possibilità di impegnarsi, invariabilmente risponde che «a La Rioja è tutta un’altra cosa».
Nel 1973 riesce a soddisfare questo suo desiderio, trasferendosi con moglie e figlie in quella provincia. Prende casa nella cittadina di Anguinan, si mantiene con piccoli lavoretti, ma il ritmo di vita è duro e la povertà è tanta.
Alla fine la famiglia si trasferisce a Sañogasta, aderendo ad una piccola cooperativa agricola, dove il lavoro è intessuto di preghiera e la settimana termina sempre con il Vangelo in mano, perché ognuno vi possa confrontare la propria vita.
Insieme a Wenceslao ci sono tre giovani, che negli anni successivi entreranno in seminario e diventeranno sacerdoti. Quella forma di vita comunitaria desta perplessità, qualcuno li scambia per comunisti o estremisti. Anche il vescovo Angelelli, con cui Wenceslao collabora, è in odore di marxismo. Così finiscono tutti nell’occhio del ciclone.
Il 18 luglio 1976, la Polizia Federale rapisce e uccide padre Carlos de Dios Murias, dei Frati Minori Conventuali, e don Gabriel Longueville, sacerdote “fidei donum”. All’alba del 25 luglio, qualcuno bussa alla porta di Wenceslao, che va ad aprire. Sotto gli occhi terrorizzati della moglie e delle tre figlie, la maggiore delle quali ha solo 12 anni, quattro incappucciati scaricano su di lui una raffica di proiettili.
Con la morte nel cuore, Coca riesce a caricarlo su un carro e a trasportarlo agonizzante all’ospedale di Chilecito, ma non c’è più nulla da fare. Un prete gli amministra gli ultimi sacramenti, mentre il contadino ha solo parole di perdono per i suoi assassini e raccomanda alla moglie di non portare rancore.
La diocesi di La Rioja ha sempre ritenuto Wence, il contadino che aiutava gli altri contadini e che si sforzava di vivere il Vangelo, un martire. Non solo lui, ma anche monsignor Angelelli, morto il 4 agosto 1976, e i due sacerdoti assassinati prima di loro. […] L’8 maggio 2018, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Wenceslao e i suoi compagni venivano dichiarati ufficialmente martiri, anche se, informalmente, erano già noti come i “martiri di El Chamical”. I resti mortali di Wenceslao, precedentemente sepolti nel cimitero di Sañogasta, sono stati traslati il 27 luglio 2018 nella cappella del Sacro Cuore, nella stessa cittadina.
La beatificazione dei quattro martiri si è svolta il 27 aprile 2019 presso il Parco Cittadino di La Rioja, nella celebrazione presieduta dal cardinal Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in qualità d’inviato del Santo Padre. La loro memoria liturgica cade il 17 luglio, il giorno prima di quello della nascita al Cielo di don Longueville e di padre Murias» (dal sito www.santiebeati.it, voce di Gianpiero Pettiti ed Emilia Flocchini).

[17] Enrique Angelo Angelelli Carletti (festa liturgica il 17 luglio). «Enrique Angelo Angelelli Carletti nacque a Córdoba in Argentina il 17 luglio 1923. Entrò in Seminario quindicenne e fu ordinato sacerdote nel 1949 a Roma. Prese da subito coscienza della situazione dei quartieri poveri di Córdoba, le “villas miserias”, e divenne anche assistente spirituale della Gioventù Operaia Cattolica e della Gioventù Universitaria Cattolica. Il 12 dicembre 1960, il Papa san Giovanni XXIII lo nominò vescovo ausiliare di Córdoba; fu ordinato il 12 marzo 1961. Partecipò alle ultime tre sessioni del Concilio Vaticano II. Nel 1968, il 3 luglio, ebbe la nomina a vescovo della diocesi di La Rioja. Se da una parte il suo popolo lo ammirava, dall’altra politici e proprietari terrieri lo osteggiavano. Il 4 agosto 1976 stava tornando in automobile da El Chamical, dove aveva celebrato una Messa in suffragio di don Gabriel Longueville (sacerdote “fidei donum”), padre Carlos de Dios Murias (dei Frati Minori Conventuali) e Wenceslao Pedernera (padre di famiglia), uccisi meno di dieci giorni prima. La vettura, guidata da padre Arturo Pinto, fu raggiunta da un veicolo con a bordo tre militari, poi fu spinta e gettata in un burrone. La versione ufficiale dei fatti era che fosse stato un incidente stradale, ma nel 2010 furono riaperte le indagini, che portarono a una nuova ricostruzione: era avvenuto un omicidio vero e proprio, motivato dalle scelte per i poveri di monsignor Angelelli. La sua causa di beatificazione si è svolta, nella parte iniziale, presso la diocesi di La Rioja dal 13 ottobre 2015 al 15 settembre 2016. È stata successivamente unita a quella dei due sacerdoti e del laico già citati. La beatificazione di tutti e quattro si è svolta il 27 aprile 2019 presso il Parco Cittadino di La Rioja, mentre la loro memoria liturgica cade il 17 luglio, il giorno prima di quello della nascita al Cielo di don Longueville e di padre Murias. Le spoglie mortali di monsignor Angelelli sono venerate nella cattedrale di La Rioja» (dal sito www.santiebeati.it).