Appunti per l'omelia della XXIII domenica dell'anno C, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 31 /08 /2010 - 22:11 pm | Permalink
- Tag usati:
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito gli appunti per l'omelia della XXIII domenica, anno C, scritti da Andrea Lonardo per il sito www.omelie.org. Per altri articoli di Andrea Lonardo vedi al link Articoli e scritti di Andrea Lonardo.

Il centro culturale Gli scritti (31/8/2010)

1/ Amare Gesù più di ogni bene, addirittura più delle persone care, addirittura più di se stessi. Questo è ciò che il vangelo propone oggi a chi lo voglia ascoltare. È importante, allora, non solo non rendere inoffensivo questo invito del Signore, ma anzi coglierlo in tutta la sua profondità e bellezza.

Un grande filosofo ortodosso russo, Vladimir Soloviev, scrisse nell'anno 1900 un significativo testo, che chiamò Il racconto dell'Anticristo, che pone proprio questa domanda: cosa abbiamo di più caro nel cristianesimo?

Soloviev immagina che una grande personalità appaia sulla terra e si proponga a tutti come capace di affermare il bene e la pace universale, annunciando che è finalmente giunta la fine delle discordie e delle lotte nel mondo. Realizzata la giustizia universale, convoca poi un concilio ecumenico invitando i cristiani delle diverse confessioni e promettendo che garantirà a tutti ciò che egli ritiene abbiano di più caro nella fede cristiana, assicurando cioè ai cattolici la difesa del principio di autorità, agli ortodossi la conservazioni delle tradizioni liturgiche ed ai protestanti la libertà di interpretare scientificamente la Bibbia a loro piacimento.

Ma, mentre tutti inneggiano a lui come al pacificatore religioso atteso da secoli, lo starets Giovanni si unisce al papa Pietro II ed al professor Pauli protestante ed esclama: «Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità. Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo. E alla tua domanda che puoi tu fare per noi, eccoti la nostra precisa risposta: confessa, qui ora davanti a noi, Gesù Cristo Figlio di Dio che si è incarnato, che è resuscitato e che verrà di nuovo; confessalo e noi ti accoglieremo con amore, come il vero precursore del suo secondo glorioso avvento».

Quando lo starets capisce che la sua affermazione ha fatto infuriare il pacificatore universale, si volge agli altri ed aggiunge, prima di essere ucciso da lui: «Figlioli, è l'Anticristo!».

Soloviev, con questo racconto, voleva già cento anni fa denunciare quanto fosse facile proporre un cristianesimo senza Gesù Cristo, quanto fosse sempre presente e strisciante la tentazione di estrapolare dal vangelo alcuni valori sentiti come consonanti con il proprio pensiero, dimenticando lo scandalo ed insieme la lieta notizia che Gesù è il Cristo.

«Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso». Queste parole sono un vero commento al vangelo che la liturgia propone oggi.

Anche la nostra esperienza quotidiana mostra come sia facile perdere il centro di tutto, l'amore a Cristo prima di tutto. Quante volte un determinato incarico nella comunità cristiana diviene un assoluto che non può più essere messo in discussione, oppure un determinato modo di gestire un servizio. È liberante, invece, che le altre realtà non siano mai considerate un assoluto! Tutto ciò che è storico conosce una fine; ma questo non è più unicamente un dramma, perché per amore di Cristo rinascono nuovi gesti d'amore ed il Signore stesso è capace di salvare nella sua eternità tutto il bene che è stato compiuto e che solo apparentemente non è più. Dove l'amore, invece, non è rivolto a Cristo, altre realtà prendono il suo posto e diventano come degli idoli intoccabili.

Dove la relazione con Cristo non mantiene il suo posto, scompare la tensione missionaria e non nascono le vocazioni. Non si può diventare preti o religiosi semplicemente perché la gente ne ha bisogno, perché è bello che ci siano persone a disposizione degli altri. Non si possono educare alla fede i propri bambini solo perché siano un po' più buoni. No, perdere la propria vita per il vangelo ha senso solo se si è compreso che senza Cristo il mondo non può vivere.

2/ Si può affidare tutto a Cristo, perché si sa che egli è il Signore della vita e l'amore per lui non porterà mai al disprezzo delle cose o delle persone. Egli chiede di essere amato al di sopra di tutto, ma chiede poi di amare tutto!

La liturgia ne fornisce una straordinaria testimonianza nel piccolo biglietto a Filemone, con il quale San Paolo esorta a riaccogliere uno schiavo fuggitivo, Onesimo. La fuga dello schiavo dovette avvenire a Colosse, vicino l'antica Gerapoli, l'odierna Pamukkale.

Paolo chiama lo schiavo “lui, il mio cuore”. Lo ha generato alla fede ed ora lo rimanda a Filemone, chiedendogli di accoglierlo “non più come schiavo, molto più che come schiavo, come un fratello carissimo […], sia come uomo, sia come fratello nel Signore”.

Paolo non affronta teoricamente il tema della schiavitù, che era uno dei tratti strutturali del mondo antico, bensì in maniera molto più concreta, invita il suo amico a guardare il suo servitore colpevole a partire dallo sguardo di Dio.

Sarà proprio questa prospettiva a sconvolgere in bene, nei secoli, il rapporto fra classi sociali. Il primato di Cristo porta con sé la dignità dell'uomo per il quale Cristo ha dato la vita. La via della trasformazione del cuore avrà nella storia conseguenze molto più profonde di qualsiasi legge imposta dall'alto.

3/ Le parole di Gesù proiettano lo sguardo anche sul futuro, mostrando che non si tratta solo di essere cristiani oggi, ma di esserlo anche domani e poi dopodomani, per tutta la vita.

Chi di voi, prima di affrontare un'impresa, non si siede a calcolarne tutti i costi? Chi di voi non immagina come andrà a finire ciò per cui si pone all'opera, altrimenti non da inizio all'opera? Ma Gesù vuole che si dia inizio all'opera. Le sue parole non vogliono scoraggiare, bensì convincere, spronare.

Questo è vero anche oggi, in un tempo che uno studioso ha definito del “piccolo cabotaggio”. Egli sostiene che l'incertezza dei tempi e dei valori fa sì che nessuno sia invogliato a fare scelte definitive, a spingersi in mare aperto, per raggiungere grandi mete. È più rassicurante muoversi solo un po' dalla riva, tenendo sempre aperta l'ipotesi di tornare immediatamente a riva, se le cose si mettono male. Essere fidanzati, ma non sposarsi, avere un bambino, massimo due, ma non di più, essere cristiani, ma non appartenendo alla chiesa fino in fondo, studiare, ma senza impegnarsi troppo, cercare la verità e la giustizia, ma senza sporcarsi troppo le mani.

L'inizio del nuovo anno, dopo le vacanze, ci mette di fronte alla crisi economica in cui viviamo, che potrebbe paralizzare ancora di più le scelte delle famiglie e dei giovani. Proprio questo tempo richiede invece, da un lato, il coraggio di essere più sobri, di saper rinunciare a cose a cui si era abituati, di saper proporre l'essenzialità anche alle nuove generazioni, e, dall'altro, di scegliere con grande coraggio creatività ed impegno nel formarsi e nel prepararsi, perché certo il tempo non starà ad aspettare.

Gesù invita a credere in lui. Egli chiama all'impegno, alla responsabilità, a seguirlo, a scoprire che grande grazia sia poter annunciare il suo vangelo ad ogni uomo. È per questa vocazione, per questo servizio, per “essere discepoli”, per camminare con il maestro, che vale la pena impegnare tutto.

Ci si può arrestare, perché qualcosa chiede rinunce, perché è impegnativa. Ma si può - e si deve - anche rovesciare il problema. C'è qualcosa di talmente grande e bello che meriti di rinunziare ad altro per ottenerlo? Se l'uomo rispondesse che niente merita il sacrificio, vorrebbe dire tragicamente che la vita non ha alcun senso, che niente ha significato, che niente merita veramente la nostra attenzione. La definitività che tanto spaventa il nostro tempo è invece la condizione dell'amore. Solo scelte definitive testimoniano che nel mondo c'è qualcosa che vale veramente, che merita tutto l'amore.

Gesù, che conosce il Padre ed il cuore dell'uomo, sa che l'essere discepoli, in comunione con lui, merita veramente ogni sacrificio. È la beatitudine che egli annunzia ad ogni uomo.