Maria/Chiesa, sposa di Cristo. Il trittico ad ante mobili con l’Assunzione della Vergine tra le braccia di Cristo e otto Storie della morte di Maria: qualche spunto per la comprensione e la meditazione, di Anna Pizzamano

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /04 /2020 - 23:04 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un testo di Anna Pizzamano, pensato in origine per la riunione virtuale del gruppo universitari di San Tommaso Moro del 25/03/2020. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Arte e fede e, in particolare, La Chiesa-sposa nell’iconografia medioevale, da Cimabue al coro della Chiesa di Monteluce, al Sacro Speco di Subiaco, struggente testimonianza dell’amore scambievole fra il Cristo e la sua Chiesa, annunziato dalla fede, di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (13/4/2020)

Questo dipinto si può ammirare presso il Musée Marmottan-Monet di Parigi. Si colloca attorno all’anno 1300 ed è considerata la prima opera del cosiddetto Maestro di Cesi, che probabilmente aveva lavorato con Giotto nella Basilica di S. Francesco ad Assisi. Fu realizzata per il coro del monastero detto “della Stella” di Spoleto, destinato alle monache di clausura agostiniane.

Ciascuno, osservandolo, può per un attimo immaginarsi al posto di una di quelle suore, che, pur lontane nel tempo, hanno ancora qualcosa da insegnarci.

In effetti vedevano solo questo trittico insieme ad un Crocifisso, prodotto dalla stessa bottega.

Soffermiamoci allora sull’iconografia di quest’opera.

È una storia d’amore e di salvezza che affonda le sue radici nell’Antico Testamento: già il profeta Osea, infatti, annuncia Israele sposa del Signore. Leggiamo: “Io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. (…) Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,16.21-22).

Ora il Nuovo Testamento, nel trittico, esplode in un tripudio di colori e l’amore sponsale che unisce Cristo e la sua Chiesa riempie di sé tutto il creato: un mistero che permea la storia, (anche ora, oggi!) la supera e ne dà il senso. Cristo abbraccia affettuosamente Maria all’interno della mandorla dell’eternità, risultato dell’intersezione di due cerchi, dell’unione della natura umana con quella divina.

Cristo dà la vita per la sua sposa, “la nutre e la cura”, come scrive San Paolo (Ef 5,29), per renderla santa e immacolata. Come imitare questo amore così grande? La risposta si coglie guardando con attenzione il dipinto: i segni dei chiodi della Passione sono ancora visibili sulle mani e sui piedi di Cristo. È un amore che passa per la sofferenza, ma che ci fa uscire da noi stessi per renderci pienamente noi stessi.

Maria è Sposa, è Madre, è Figlia. Ciascuno non può sbagliare a riconoscersi in lei. In lei, il compendio della vita umana: è il simbolo della Chiesa, che vive di attesa e di speranza.

Cosa ci racconta allora oggi questo trittico?

La certezza dell’amore di Dio, che in ogni mistero della vita dell’uomo, non lo lascia solo. Anche nel tragico mistero della morte, Maria non è lasciata sola neppure in una scena.

Addirittura l’Arcangelo Gabriele, colui che le aveva dato l’annuncio che le avrebbe stravolto completamente la vita, è scelto nel secondo riquadro dello sportello sinistro, per annunciarle l’imminente compimento della vita terrena. Così subito sotto, san Giovanni Evangelista, il figlio che Gesù stesso aveva affidato alla Madre sotto la Croce, è il primo a cui Maria comunica l’annuncio. È una “familiarità” celeste e terrestre, che ancora oggi puntella la nostra vita: attraverso alcune persone specifiche il Signore accompagna tutto il corso della nostra esistenza terrena, si fa prossimo, ci apre occhi, cuore e mente.

Questo trittico ci invita a non avere paura di ciò che succede, ad affidarci ad un mistero più grande di noi, che non riusciamo a capire del tutto. Ci sprona ad amare fino alla fine, come Gesù, che mostra i segni del Suo amore sconfinato, e come Maria, che non perde di vista il suo Signore neanche di fronte alla morte.

Infine, vale la pena di essere anche mandorle: frutti nutrienti del primo albero che fiorisce, perché annuncia la primavera anche se ancora è inverno!

La fonte per le informazioni di carattere storico-artistico è il catalogo della recente mostra Capolavori del Trecento. Giotto, Spoleto e l’Appennino, a cura di V. Garibaldi e A. Delpriori, Edizioni Quattroemme, Perugia 2018, in particolare la scheda dell’opera (n. 40, pp.294-297), curata da G. Spina.