Per quelli che: «Ce lo meritiamo, il pianeta sta meglio senza l’uomo», di Annalisa Teggi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /05 /2020 - 21:21 pm | Permalink
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo dal sito Aleteia un articolo di Annalisa Teggi pubblicato il 17/4/2020. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti , cfr. la sezione Ecologia.

Il Centro culturale Gli scritti (10/5/2020)

L’uomo in quarantena osserva da una posizione defilata il creato: un virus ci ha bloccato, gli animali camminano in città e l’inquinamento si riduce. E dunque: l’uomo è solo una presenza insignificante e, peggio, nociva?

Hai notato che la pandemia ha ridotto l’inquinamento globale in maniera drastica? Hai notato che mamma anatra e i suoi anatroccoli passeggiano indisturbati per le vie di città? Hai visto come è bella, rigogliosa e silenziosa la natura primaverile senza l’invadenza degli uomini?

Sì, l’ho notato. E tu hai notato che il soggetto delle domande precedenti non è un pioppo, né un pettirosso, ma sei tu – quel fastidiosissimo essere vivente chiamato uomo?

In fondo la questione potrebbe chiudersi qui, ma svisceriamola. Rinchiuso l’homo sapiens nella gabbia di una quarantena globale, sembra che lo zoo-pianeta Terra ci abbia guadagnato assai. C’è tutto un filone di cronache ecologiste che squaderna immagini e dati esaltanti. Fin da subito, quando ancora il coronavirus era solo una brutta faccenda cinese, giravano instantanee impressionanti sulla riduzione di Co2 nella zona di Wuhan. Chi ha applaudito quei dati era consapevole del sillogismo: malattia-migliaia di vittime-inquinamento ridotto? Lo chiedo perché a volte, e io non ne sono immune, tendiamo a ragionare a compartimenti stagni.

Ora le cronache si sono ampliate su scala mondiale, e dunque si va dal Veneto in cui – come già anticipato – è stata avvistata una bella fila di anatroccoli in libera uscita per le vie delle città, fino al Sudafrica in cui i leoni hanno preso possesso dell’asfalto stradale per farsi la pennichella al sole. Ogni latitudine ha il suo scenario.

Dal suo cantuccio domestico, l’essere umano si è messo a osservare il mondo come non ne fosse più il protagonista e padrone invadente (questo è un bene!) e ne ha tratto conclusioni un po’ sconclusionate che si riassumono nel pensiero: guarda che bel posto è il pianeta senza di noi, questo virus ce lo meritiamo! A questo punto, la mia scrittura s’interrompe perché mio figlio di 9 anni mi chiede a cosa sto lavorando e, una volta informato, commenta: «Ma non dovremmo essere noi quelli che migliorano il pianeta, altrimenti perché Dio ci ha creato?». Punto, partita, campionato.

Indifferente

Nell’ultimo mese ho notato anche io una certa spavalderia nel regno animale: per consegnare la spesa a mio padre devo fare qualche chilometro in campagna e noto che i fagiani stanno creando assembramenti al posto nostro. Ieri, e non capitava da tempo, ho incrociato una lepre comodamente adagiata in mezzo alla strada: non si toglieva e guardava in direzione della mia auto come fossi un’intrusa. Ho atteso i suoi comodi guardandola con tenerezza, finché ha fatto un salto nel prato libera, felice e ignara del Covid19. E ho pensato a quanto avesse ragione Leopardi: senz’altro se io e tutto il genere umano sparissimo per sempre dal globo a quella lepre non importerebbe affatto. Lepre che peraltro non stava davvero guardando me e la mia auto; era il suo istinto a essere in allerta di fronte a un rumore e a un oggetto in movimento. Ho recuperato quel passaggio delle Operette Morali in cui il poeta di Recanati immagina la reazione del globo alla scomparsa della razza umana:

Folletto: Ma ora che ei [gli uomini] sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di correre, e il mare, ancorché non abbia più da servire alla navigazione e al traffico, non si vede che si rasciughi.
Gnomo: E le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare.

(dal Dialogo di un folletto e di uno gnomo)

Se avessimo davvero il coraggio di immaginare un mondo senza la presenza della creatura umana, dovremmo osare l’azzardo di immedesimarci in una vita completamente indifferente. Semplificando: l’antilope continuerebbe a essere sbranata dai leoni e non ci sarebbe nessuno a provare pietà per lei. Il documentario sarebbe senza spettatori. Ci sarebbe un tripudio spropositato e ingarbugliato di vita e morte, indifferenti a se stessi e al resto dell’esistente. Ci sarebbe un puro ciclo ripetitivo e nessuna storia. Senza scopo.

Quando l’uomo si lancia in conclusioni apocalittiche, auspicando la sua stessa scomparsa dal mondo, non sta davvero pensando a quello che dice altrimenti ne sarebbe quantomeno interdetto e non estasiato. Ma se c’è chi ne è convinto, allora è bene che sia pronto a sostenere fino in fondo la sua tesi, quella di un regno governato dalla Natura. Che non è quella amabile entità che si incontra nelle serre e nei libri di appassionati etologi che sono riusciti a dimostrare che la scimmia è capace di deduzioni logiche. A volerla rendere antropomorfa e parlante avrebbe proprio questa voce:

Natura: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei. (da Dialogo della Natura e di un islandese)

Stare onestamente davanti alla natura non significa gridare: salviamo i panda! Semmai significa anche dire che nessun panda si è in qualche modo mosso a dire: è arrivato il coronavirus, salviamo l’uomo! Il verbo salvare non esisterebbe se ci fosse solo la Natura. Esisterebbe un vocabolario (peraltro muto) di indifferenza. Lo possiamo immaginare sul serio senza averne i brividi?

Ed è altrettanto evidente che quando inseriamo l’uomo dentro la trama della natura dobbiamo ampliare il vocabolario in modo vertiginoso, allargando a dismisura campi semantici che vanno da «ospedale» fino a «campo di concentramento». Introduciamo lo slancio della cura e il cinismo della violenza; ovvero: introduciamo una coscienza e il libero arbitrio. In altre parole, non cambiamo solo scena, cambiamo completamente orizzonte. Entriamo dentro la Creazione, che è un’ipotesi drammatica (sede di una lotta enorme e profonda) ma distante anni luce dall’incubo di un’indifferenza universale.

Presente

Se c’è una creatura davvero degna di pietà nella Bibbia è Giobbe. Annose discussioni teoriche sul male e sulla cattiveria dell’uomo avvengono ovunque, astratte e incuranti di questo testo in cui tutti i nodi vengono al pettine. Messo alla prova in ogni forma e modo strazianti, Giobbe è l’uomo buono dei mille dolori e ha titolo di chiedersi: ma perché? L’aspetto paradossale che Chesterton mi ha insegnato a osservare è la risposta di Dio a Giobbe: al Creatore è data l’occasione per rispondere al tema del male (l’osso veramente duro della Creazione) e apparentemente svia il discorso.

Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra?

Dopo aver posto questa domanda parecchio aggressiva, Dio procede in un lungo elenco che è bene dettagliare. Il Signore ricorda cosa ha creato e nomina: le stelle del mattino, il mare, l’aurora, le tenebre, i serbatoi della neve e della grandine, il vento d’oriente, gli acquazzoni, la nube tonante, il deserto, le erbe nella steppa, le gocce di rugiada, le Pleiadi, l’ibis, il gallo, la polvere, la leonessa, le cerve, l’asino selvatico, l’onagro, il bufalo, lo struzzo, il cavallo, lo sparviero, l’aquila, l’ippopotamo.

Non ci giro attorno. Quale gigantesca (e puntigliosa nei dettagli) culla ha preparato l’Onnipotente per poter dare alla libertà dell’uomo uno spazio adeguato per compiersi? L’alternativa all’indifferenza della Natura è una Creazione nient’affatto indifferente che usa il terribile del tuono e la delicatezza silenziosa della rugiada per chiamare alla vera vita l’unica creatura che ha un’anima. Giobbe capisce molto bene la provocazione di Dio – capisce che in un remotissimo tempo prima della sua venuta Qualcuno aveva preparato tutto per lui (per ciascuno di noi) – e risponde:

Io ti conoscevo per sentito dire,
ma ora i miei occhi ti vedono
.

Giobbe non s’inorgoglisce, si riempie di una commossa consapevolezza. Dio ama ogni singola varietà naturale da Padre Creatore e non da ambientalista; in ogni presenza ha messo il riverbero di una chiamata, non l’ha trattata oggetto di scena. (Chiediamoci se la mente fervida di un ecologista moderno si sarebbe davvero spinta a immaginare tutto quel bellissimo spreco di arancione che è il becco del tucano). E poi Dio, invece di un documentario, ha preferito un’avventura: anziché immaginare uno scenario vivo e indifferente ha voluto un mondo complicato e drammatico.

La posizione umile e decentrata che la quarantena ci offre non dovrebbe spingerci a negare l’ipotesi della presenza umana, dovrebbe riportarci alla domanda di mio figlio: perché siamo stati creati? E se siamo noi quelli consapevoli e liberi di adoperarci per le cose migliori come la cura, la premura, la compassione, il sacrificio, che cosa implica questa responsabilità?

Che la dinamica dell’avventura implichi l’alterigia dell’eroe e le sue bassezze colpevoli nelle mille declinazioni del male non significa che la storia non abbia senso, ma che è una sfida vera. La consapevolezza dei nostri molti errori umani dentro la grande scena del mondo che Dio ha creato o è una scusa codarda per defilarci dalla scena, o è la spinta di un’umiltà sincera che brucia e ci rimette all’opera consapevoli di essere custodi e non padroni.