La ricerca sul Gesù storico (III parte), di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 08 /10 /2010 - 23:13 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito l'articolo scritto da Andrea Lonardo il 3/9/2010 per la rubrica In cammino verso Gesù del sito Romasette di Avvenire. La prima e la seconda parte sono già disponibile on-line: La ricerca sul Gesù storico (I parte) e La ricerca sul Gesù storico (II parte).

Il Centro culturale Gli scritti (8/10/2010)

«Abramo vide il mio giorno e se ne rallegrò». La moderna ricerca sul contesto giudaico della vita di Gesù è oggi in grado di comprendere meglio questo versetto misterioso del vangelo di Giovanni. Come insegna la tradizione rabbinica, “Isacco” vuol dire “sorriso”, poiché il suo nome è assonante in ebraico con il verbo “ridere”, “sorridere”.

La storia della sua nascita mostra Abramo e Sara prima ridere increduli della promessa di Dio, poi infine sorridere di gioia all'arrivo insperato del figlio, fino all'esclamazione: «Motivo di lieto riso mi ha dato il Signore».

L'espressione di Gesù nel vangelo di Giovanni, richiamando la gioia di Abramo, mostra immediatamente come il quarto vangelo non sia un testo facilmente etichettabile come“ellenizzante”, perché conserva espressioni che sono un vero e proprio midrash ebraico della Torah.

Quando Abramo ebbe Isacco come figlio se ne rallegrò, perché in realtà, nel suo figlio, intravide già la futura venuta del Cristo e fu questo il motivo del suo vero e intimo riso: infatti, «prima che Abramo fosse, Io sono». Gesù si presenta qui allora come profondo conoscitore e commentatore delle Scritture ebraiche: egli rilegge l'antica storia di Isacco, l'antico racconto del “sorriso” dell'“amico di Dio” e annuncia che quella storia già parlava di lui.

È immediatamente evidente anche solo da questo esempio quanto uno studio del contesto ebraico sia necessario per capire la storia di Gesù, mentre i vangeli apocrifi - come si è visto nel precedente articolo - non ci forniscono alcun nuovo elemento per comprendere il Gesù storico. Infatti, le speculazioni degli apocrifi sul Cristo, siano esse dei vangeli dell'infanzia che dei vangeli gnostici, sono tardive e ci fanno capire i vangeli canonici solo per contrasto, mostrando il loro disprezzo e la loro ignoranza per la carne di Gesù e per la sua concreta esistenza storica. Gli studi recenti che cercano di approfondire l'ebraicità di Gesù hanno, invece, un valore ben superiore.

Gli ultimi decenni hanno conosciuto il vero e proprio rifiorire di interesse in ambito cristiano per il mondo ebraico, per la sua storia e le sue tradizioni. Soprattutto è stata sempre più apprezzata la peculiare esegesi rabbinica dei testi della Torah - un'esegesi che potremmo definire “spirituale” - che ha arricchito la stessa esegesi cattolica, come ricorda il secondo documento dedicato dalla Pontificia Commissione Biblica alla questione dei criteri di interpretazione della Bibbia.

Da questi studi è scaturita la cosiddetta third quest che si auto-colloca dopo la cosiddetta “ricerca antica” (quella che va dall'illuminismo ai primi del novecento) e dopo la “nuova ricerca” (quella che seguì l'era bultmanniana dagli anni cinquanta agli anni settanta del secolo scorso).

La third quest si caratterizza, rispetto agli studi sopra menzionati, per una presa di posizione metodologica a volte esplicita, più frequentemente implicita: delle parole e degli episodi dei vangeli quelli che si possono far risalire al Gesù storico sono quelli che ne manifestano la sua ebraicità, la sua piena appartenenza al mondo giudaico del I secolo d.C.: degli altri - sostiene la third quest - è bene sospettare.

Un'impostazione di questo tipo genera un evidente corto circuito: affermando che è storicamente vero di Gesù solo ciò che è pienamente consonante con il giudaismo del tempo non si può che giungere alla conclusione che Gesù riteneva di essere semplicemente uno dei tanti rabbini del suo tempo. La scuola più nota, in questo senso, è quella che ha dato vita in America al cosiddetto Jesus Seminar.

Alcuni autori, però, di ben altro calibro, accogliendo con grande favore tutti gli studi storici volti a chiarificare il contesto ebraico del tempo, proprio da questi rinnovati studi hanno tratto ulteriori motivi per sottolineare, allo stesso tempo, come la personalità di Gesù manifesti dei tratti originalissimi che non sono spiegabili né con la sua appartenenza al suo tempo, né possono essere ritenuti una creazione della comunità cristiana primitiva.

Giorgio Jossa, ad esempio, che ha studiato a lungo il processo di Gesù e la sua condanna a morte, ha sottolineato come il rifiuto di Gesù da parte del sinedrio avesse motivazioni essenzialmente religiose e non politiche. Gesù, infatti, - afferma Jossa - «pretendeva di avere un’autorità nei confronti della tradizione che andava molto al di là di quella di un comune maestro […] È difficile definire questa pretesa di Gesù altrimenti che messianica».

Romano Penna si spinge ancora più in là, nella ricerca di quella che egli chiama la stessa “intenzione” di Gesù: «Pure se non fosse possibile ritrovare le sue parole esatte (le ipsissima verba) è sufficiente mettere in luce la sua reale intenzione storica (la ipsissima intentio)».

Risulta evidente che «di fatto Gesù rivendica un'autorità che lo pone inevitabilmente non tanto contro quanto sopra la Legge. Egli sa di essere messaggero di Dio e di un suo disegno escatologico, non della Legge» e, soprattutto, dalle sue parabole, come ad esempio quella del padre misericordioso e quella dei vignaioli omicidi, emerge «un'allusione molto chiara alla coscienza che Gesù aveva di se stesso come figlio di Dio, ben diverso dai vari “servi” inviati prima di lui a riscuotere i frutti della vigna».

Benedetto XVI, a sua volta, insiste nel suo primo volume su Gesù di Nazaret sul cosiddetto “inno di giubilo” che testimonia la relazione unica esistente, nella consapevolezza di Gesù, fra se stesso e il Padre: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». Come è noto, fra l'altro, questi versetti provengono dalla cosiddetta “fonte Q” - appartengono cioè alla primitiva raccolta dei detti di Gesù utilizzati poi dai vangeli di Matteo e Luca.

Proprio in questo contesto acquista tutto il suo significato il dialogo letterario di J. Ratzinger-Benedetto XVI con il rabbino statunitense Jacob Neusner, appartenente al giudaismo liberale. Il maestro ebreo riconosce l'ebraicità di Gesù, ma al contempo sente di non poterlo seguire perché il Cristo conferisce a se stesso il ruolo che era stato - ed è - quello della Torah: rivelare Dio e la sua via.