Pensieri sparsi. Blog dei redattori de Gli scritti dell'ottobre 2010

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 01 /11 /2010 - 15:23 pm | Permalink
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N. B. Come sempre nel Blog de Gli scritti non vengono postate riflessioni complete, bensì frammenti di dialoghi, utili solo per fissare delle memorie e per pensare ancora.

 

Dialoghi I (di G.M.)

Con un sacerdote del nord

D. Qual è secondo te il più grande problema dei preti oggi?

R. Hanno poca passione per il mondo. Rispondono: “Io sto bene”, ma in questo stare bene non si pone la questione del bene della chiesa e del mondo.

D. E' un periodo di crisi?

R. Dobbiamo abituarci di nuovo a dire che non è finito “il tempo”. E' semplicemente finito “un tempo”, come sempre avviene nella storia. Bisogna prepararsi a cominciarne un altro.

D. Quali attenzioni deve avere la catechesi?

R. Quella del tempo. Il tempo, più che lo spazio, è nella fede cristiana il “templum Dei”. Senza dimenticare che non esiste solo il “grande” tempo, il tempo della storia, della grande storia sociale, ma esiste anche il “piccolo” tempo personale, il “mio” tempo, il tempo del nascere, del divenire adolescenti e poi giovani, poi adulti, con la vocazione, la fecondità e la responsabilità, poi ancora anziani con il carico di testimonianza e l'aprirsi alla vita eterna. La catechesi non deve dimenticare nessuno di questi due tempi, il “grande” ed il “piccolo” che costituiscono la nostra vita.

La catechesi deve poi avere cura di se stessa! Avere cura della sua responsabilità specifica che è quella di trasmettere la fede, di garantire l'adesione al Simbolo della fede, al Credo della chiesa.

D. Quali sono le prime responsabilità di un sacerdote oggi?

R. Rispondo con una triade che ricordo fin da piccolo:

-crescere i putei (far crescere i piccoli)

-visitare i malati

-ricordarsi dei morti

Queste attenzioni – se ne potrebbero certo elencare altre – fanno comprendere il legame della fede con la vita. Ma come si può trascurare il momento della malattia e della morte, ad esempio? Non si deve dimenticare che la cultura dell'uomo comincia proprio con il culto dei morti!

 

Dialoghi II (di G.M.)

Con un sacerdote romano

D. Perché l'evidente difficoltà vocazionale del nostro tempo?

R. Non bisogna dimenticare che tutto spinge le giovani generazioni ad “approfittare” del mondo. La parola d'ordine non è “dobbiamo cambiare il mondo”, ma “vediamo cosa possiamo prendere dal mondo per stare un po' meglio”. È questo atteggiamento che deve essere innanzitutto posto in discussione.

D. Cosa pensare oggi della carità?

R. E' stata positiva l'attenzione che è maturata nei confronti della giustizia e della soluzione radicale dei problemi. Ma non dobbiamo dimenticare che la carità è un dovere personale. Non si è chiamati a risolvere i problemi del mondo – cosa che è impossibile – ma certo a fare quello che è possibile fare nella propria situazione concreta ed anche da soli. Io sono chiamato alla carità, anche se non posso risolvere problemi che sono più grande di me. Questo non deve essere dimenticato. Non dobbiamo perdere il valore del singolo gesto che è affidato alla singola persona, mentre la comunità e la società maturano dinamiche ben più complesse.

 

Ripensare alle crociate: lo sguardio del Museo della Cittadella di Davide a Gerusalemme (di L.d.Q.)

Visitando il Museo della Cittadella di Davide a Gerusalemme è immediata la percezione che si ha delle crociate da un punto di vista ebraico ed israeliano (ovviamente andrebbero distinti, ma non è qui possibile), che è ben diverso da quello occidentale e da quello islamico. La storia di Gerusalemme viene presentata in sequenza. Sono venuti i romani, divenuti poi bizantini, a strappare Gerusalemme agli ebrei, gli arabi hanno sottomessi i bizantini, poi sono tornati i cristiani in quanto latini crociati che hanno ripreso per breve tempo il dominio, ma ad essi è succeduto il potere turco: infine, la terra è tornata al popolo ebraico a cui tutti l'avevano strappata. È un punto di vista che non deve essere dimenticato nella lettura del passato. I nostri libri di storia sono troppo legati a due soli contendenti nel presentare la questione crociata.

 

Da quale dei quattro vangeli è bene partire per il primo annunzio e l'evangelizzazione cristiana? Rimettere in discussione un acritico primato marciano (di A. L.)

Improvvisamente un'intuizione su di un problema importante. Si da per scontato che il vangelo più adatto per cominciare una presentazione della fede, un itinerario di iniziazione cristiana, ecc., sia il vangelo di Marco. Questo dipende dall'ipotesi proposta a suo tempo da Carlo Maria Martini che ha cercato di legare i quattro vangeli a quattro momenti successivi della formazione del cristiano (uno dei testi di Martini più chiari in materia è a disposizione proprio sul nostro sito).

Ma questa che era solo un'ipotesi da studiosi è divenuta ora un assioma pastorale! La tradizione secolare della chiesa, invece, non ha mai dato motivo di pensare ad un primato del vangelo di Marco.

Se proprio si deve riconoscere un “primato” nell'utilizzo pastorale dei quattro vangeli, questo tradizionalmente è stato conferito al vangelo di Matteo, proprio perché Mt si presenta come un vangelo più completo, comprendendo, fra l'altro, anche la nascita di Gesù. Marco era visto quasi come un'abbreviazione di Matteo.

Il vangelo di Mt è posto al primo posto fra i quattro, proprio per il suo utilizzo abbondante nella tradizione. Il “primato” pastorale del vangelo di Mt garantiva comunque che il tema dell'incarnazione fosse cronologicamente primario nella catechesi. Non era un tema successivo, ma primo. Se oggi si dovesse decidere sic et simpliciter di mettere al primo posto Marco, da un punto di vista catechetico, ovviamente passerebbero in secondo piano i temi che la liturgia presenta nell'Avvento e nel Natale.

L'itinerario dell'anno liturgico, anche dell'anno dedicato a Marco, l'anno B, comunque parte da Mt e da Lc. Non comincia mai direttamente con Marco.

Inoltre nell'itinerario catecumenale è già presente Giovanni con i tre grandi vangeli che vengono utilizzati per gli scrutini (oltre che con il Prologo nel tempo di Natale). Quindi, la sintesi giovannea non è rimandata ad un momento contemplativo successivo, bensì è utilizzato in quella sintesi teologica (l'acqua della samaritana, la luce del cieco nato, la resurrezione e la vita di Lazzaro) che è necessaria per la comprensione iniziale della fede, già prima del battesimo.

Infine, se è vero che gli Atti degli Apostoli scritti da Luca rimandano agli annunziatori del vangelo, è altresì vero che il Prologo lucano rimanda invece agli inizi del cammino di fede, quando una persona è ancora in dubbio sulla solidità della fede e deve affrontare il problema della verità dei vangeli e del Gesù storico.

Soprattutto – si potrebbe aggiungere per provocare ulteriormente – i quattro vangeli non vengono mai separati, bensì incrociati.

Questo breve post non vuole dirimere la questione, ma solo rendere più avvertiti delle conseguenze di scelte che forse meritano ulteriore approfondimento.