Raffaello e la divina armonia. Una finestra aperta sul rinascimento, di Marco Bona Castellotti

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 28 /11 /2010 - 08:08 am | Permalink
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Riprendiamo dal sito del meeting di Rimini la trascrizione della relazione su Raffaello tenuta da Marco Bona Castellotti il 24 agosto 2005. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Dal testo sono state omesse le espressioni iniziali e finali che rimandavano al contesto specifico dell'incontro.

Il Centro culturale Gli scritti (27/11/2010)

[...] Il vero problema che affligge Raffaello è che è talmente bello che non sembra vero, per cui ci si limita a passare davanti alle sue opere o alle riproduzioni delle sue opere, o alla massa enorme di riproduzioni ottocentesche che hanno anche un’importanza enorme nella storia dell’estetica e del gusto, e soprattutto nella storia della Chiesa. Ma perché ci sono cosi tante riproduzioni delle Madonne di Raffaello nell’Ottocento? Ve lo siete domandato? Magari molti di voi ne hanno una copia o una stampa.

È stata una riproduzione pazzesca, un fenomeno molto interessante che va datato: si tratta del fenomeno di popolarizzazione del sacro, quindi non è semplicemente una produzione a scopo venale.

Di fronte a tutto questo si passa con un’indifferenza che purtroppo è sintomo di un’acriticità che ci affligge anche nella vita, in un’epoca che ci fa urlare senza essere critici in tutte le cose, l’epoca degli "Ayatollah della cultura": si grida senza pensare.

L'idea è nata in me in modo estremamente banale, guardando il quadro della Madonna della Seggiola. Tutti quanti sanno qual è, la Madonna, col Bambino "sonnacchioso" e bellissimo, e san Giovannino, il tutto raccolto come una perla nella sua conchiglia. Di fronte a questo ho avuto un improvviso battito del cuore e ho cercato di andare al fondo di questa bellezza. Ho tenuto un corso universitario per quest’anno, e mi dispiace molto di averlo abbandonato, ma lo riprenderò anche l’anno prossimo e mi sono già lasciato uno spazio per farlo anche l’anno dopo.

Infatti non lo voglio abbandonare, Raffaello è un po' il pittore della vecchiaia, a differenza di Caravaggio, che può essere considerato il pittore degli “eroici furori”, legato ad una certa gioventù di tanti. Raffaello, invece, è proprio quello che lentamente ti prende per mano e ti porta alla tomba. Insomma, è molto bello che ad un certo punto ci sia qualcuno che faccia così, e non frapponga nulla tra la vita e la morte. Allora la mia scelta di Raffaello fu un tantino provocatoria: "Vediamo un po' come il pubblico reagisce di fronte a questo pittore". Quasi tutti sono in grado di dire che è bello, ma di solito ci si ferma lì.

Il problema della riscoperta di Raffaello - non di quella attuale, bensì di quella da un secolo a questa parte - è proprio connessa alla sua eccessiva bellezza ed all’ignoranza che di solito l’uomo pone di fronte alla bellezza.

È un momento in cui nella Chiesa Cattolica, con Giovanni Paolo II e soprattutto con Benedetto XVI, c’è il desiderio di recuperare teoreticamente e filosoficamente un certo mondo dell’arte, e quindi di recuperare esistenzialmente il valore della bellezza. Esce continuamente questa parola, "bellezza", e questo è forse più drammatico di quanto lo possa essere l'enorme produzione di stampe raffaellesche nell’Ottocento, che ha a sua volta una matrice drammatica: non si trattò infatti di pura divulgazione, bensì di una divulgazione alla quale la Chiesa, in quel momento, era costretta perché povera di immagini sacre. Guardate che l’Illuminismo, dal punto di vista del mondo dell’immagine, ha sferrato un colpo talmente terribile e forte all’arte di soggetto religioso e sacro che ancora oggi questa stenta a risollevarsi.

L’origine della povertà che ritroviamo nell’arte sacra di oggi va ricondotta alla seconda metà del Settecento. Per questa ragione la soluzione del problema non era così immediata: come si risolve un tale problema con centocinquant’anni di fatica sulle spalle? Di conseguenza, tutte le volte in cui la Chiesa dell'Ottocento sente un certo anelito religioso, non potendo ricorrere ad un immaginario sacro moderno ed attuale, si riporta a Raffaello e non va a cercare Caravaggio.

Siccome ritengo che tutti i fenomeni di divulgazione e di popolarizzazione della cultura cattolica nascano da un’intelligenza della Chiesa e non dalla sua ottusità, domandiamoci perché essa fa ricorso a Raffaello e non a Caravaggio. È molto difficile rispondere, non immediato, ma io una qualche risposta ce l’avrei. Ci penso continuamente, però è giusto che il problema venga posto e lo si lasci davanti a noi; poniamoci questo interrogativo. In tal senso, la figura di Raffaello assume una dimensione ancora più grande, lui che già fa impallidire tre quarti dell’arte occidentale, perché è il più grande pittore, dal punto di vista di un certo canone di bellezza, che sia mai esistito in Età Moderna. C’è poco da fare, questo merito gli viene riconosciuto da tutti.

Ora, devo cercare di concentrarmi perché io stesso mi meraviglio, non sono abituato ancora a parlare di Raffaello come parlo di Caravaggio; un argomento, quest'ultimo, che certo fa germinare continuamente idee, tuttavia Raffaello non è da meno. Vorrei leggervi un passo di una modesta conferenza che un grande teologo del Novecento, Romano Guardini, ha dedicato all’opera d’arte, un testo del 1946 che mi è capitato di trovare in biblioteca, alla Cattolica di Milano, tradotto malissimo, come la maggior parte dei testi religiosi di quegli anni tradotti in italiano. La figura di Romano Guardini è molto importante, non solo per la sua ortodossia, ma anche per la sua versatilità, per la sua grandiosa umanità, perché la sua è un’antologia vissuta, e fa parte, insieme ad altri, della formazione di don Giussani. Leggo: “Il Realismo moderno insegna che importa rappresentare la realtà fedelmente, quale ci si offre per quanto ripugnante possa essere. In opposizione al realismo e partendo tuttavia da un medesimo atteggiamento fondamentale, l’Espressionismo dice che all’artista è concesso di profittare della realtà, del mondo circostante, fino alla violenza estrema”.

Sotto l’influenza di queste simili concezioni portanti di una certa arte estetica del Novecento, soprattutto dell’Espressionismo, ma anche del Realismo in Età Fascista, si è giunti a disprezzare l’arte bella, intesa come immediata armonia. Da parte di chi aderisce alla nuova arte astratta si sentono pronunciare giudizi negativi di fronte ad una Madonna di Raffaello o ad un adagio di Beethoven, ma si tratta di mode. Relativamente a Beethoven, si tratta certo di una moda transitoria, per il pensiero berlinese di Guardini, che si trovava in Germania, mentre per quanto riguarda la provocazione raffaellesca di questa piccola mostra, saggiando il gusto del pubblico, cerco di riproporre qualcosa che è veramente ai margini del gusto comune, perché è stato stritolato dalla drammaticità del Novecento, altro che dalle migliaia di stampe di destinazione popolare che l’opera di Raffaello ha germinato nell’Ottocento. Quelle ben vengano! L’hanno divulgato, non rovinato. Ciò che invece l’ha emarginato è la drammatizzazione del Novecento, per cui se un’opera non è "marcia", tragica, non è bella.

Mi dispiace, ma le cose non stanno così. Da che mondo è mondo, dai Greci a san Tommaso D’Aquino. Intendiamoci bene; la bellezza cristiana non è soltanto il realismo. Ci sono in realtà opere d’arte nelle quali grazia, levità, libertà, gioia, nobiltà e splendore risaltano in modo speciale. Tali opere possono sembrare di una bellezza di sola splendente apparenza e possono anche venir fraintese. La bellezza è tutta esteriore, come non di rado accade. Si può così tranquillamente asserire che Raffaello sia un artista quasi ignoto, nonostante le innumerevoli riproduzioni, se non piuttosto per causa loro. Bisogna anzitutto scoprirlo Raffello, e allora si gioirà della sua estrema perfezione, come quando si ascolta una sinfonia di Mozart. Voler negare questa bellezza è forse cosa peggiore di accettare quel sentimentalismo, ma io tradurrei più quella dolcezza, che si vuole combattere. Opere come quelle, ricordate, toccano i vertici più alti. E ciò che è grande nella sua grandezza va rispettato.

Questo è quanto diceva Romano Guardini, il quale non era un estetico, però la sua grande cultura certamente è sconfinata, anche nei territori dell’estetica. Egli è importante perché è un teologo pieno di vita. Non un teologo astratto, di quelli che filtrano tutto, che distillano tutto. Assolutamente. È un teologo per il quale la teologia diventa immediatamente esistenza. E allora come è possibile che simile intelligenza, anche così prontamente versata nelle questioni più strettamente legate all’uomo, formuli un giudizio del genere? Tutto quanto deve aiutarci a riflettere su certi valori, perché il valore di una bellezza considerata normalmente accademica, quindi una bellezza puramente formale in Raffaello, è incarnato al cento per cento. Ma intendiamoci bene, è proprio lui il testimone di come non si possa contrapporre naturalismo a idealizzazione.

Questi sono i poli dentro i quali il nostro giudizio, dopo la corrosione di molta cultura del Novecento, deve riuscire a riformarsi. E qui, idealizzazione contrapposta a naturalismo, assolutamente no. È questo il punto. Infatti, parlavo con una mia collega dell’Università, docente di Storia dell’Arte, che mi diceva: “Raffaello è stupendo, ma è molto difficile entrarci”. È giusto questo termine, è molto difficile riuscire ad entrarci, perché la soglia è stretta, se non si riesce ad intenderlo aldilà, o comunque nel profondo, di quella bellezza che lui stesso vuole manifestare e che è quella che compare di più, cercando di capire che le radici di questa bellezza sono veramente affondate in un terreno irrigato di cultura in quel momento.

Raffaello, infatti, arriva a Roma nel 1508 e muore nel 1520. Rispetto alla preparazione giovanile ed alla maturità fiorentina, a Roma cambia registro. Da Firenze, arriva a Roma e immediatamente succede qualcosa di deflagrante in lui. Tutto si gioca in dodici anni di storia. Perché non c’è nessuno al mondo che possa incarnare quanto lui il senso della bellezza classica nel Rinascimento come la si può intendere: armonia, equilibrio di forme, dignitas, recupero dell’antico, gravitas, un certo tipo di atteggiamento. Una bellezza che è anche a modo suo morale, ma senza scivolare nei moralismi di quint’ordine. Figuriamoci se, a quei livelli, gli interessava di essere moralista. Al massimo era interessato ad un certo tipo di recupero di valori. Quello sì, senz’altro. Con l’enorme preoccupazione di non essere semplicemente interprete, ma di essere così vivo in questa interpretazione da potere in qualche modo riproporli, così che il pubblico stesso fosse affascinato e coinvolto.

Quello che [è stato detto] è giustissimo a proposito di un confronto fra Raffaello e Caravaggio, un confronto tra l’altro molto "sfizioso". Ma non soltanto per le differenze, anche per le difficili, quasi impercettibili analogie che ci sono tra i due. Qualcosa c’è. Caravaggio prende in giro Raffaello come prende in giro Michelangelo, perché era nella sua natura. Ma attenzione. È molto difficile che un grande artista italiano non abbia compiuto parte della sua formazione a Roma. Io credo che non possa non esserci un grande artista a qualunque livello in Italia che non abbia avuto almeno una “sferzata romana”. È impossibile, perché il senso della classicità è presente ovunque. Anche nei momenti di più accentuato realismo.

Guardate certi profili femminili, specialmente delle figure di Caravaggio, ad esempio Giuditta e Oloferne, della Galleria Nazionale di Roma. Giuditta sta tranciando - non ha ancora tagliato - la testa, ed è lì che si dà da fare: il suo profilo deriva da una scultura romana. Non è invenzione mia, ci sono fior di studi che lo dimostrano. Quindi anche in Caravaggio c’è un certo tipo di avvicinamento all’arte classica, molto diverso da quello che poteva essere quello di Raffaello di cent’anni prima. Ma la cosa fondamentale è che si capisca come la contrapposizione tra naturalismo e idealizzazione, a livelli come quello di Raffaello Sanzio, non è così netta. Assolutamente.

Che cosa ce lo dimostra? Un fatto di carattere stilistico diretto che è quello che possiamo noi stessi vedere in alcuni quadri. Ripeto: la Madonna della Seggiola nella sua maternità. È stupenda: sembra quasi non vera perché è talmente bella, eppure così materna, che tutti quanti vorrebbero essere ai suoi piedi se non proprio addirittura in braccio a lei. E la Madonna Sistina, oggi a Dresda purtroppo, perché i preti la vendettero nel 1750 a Federico di Prussia. Nella Madonna Sistina, la Madonna porta in braccio quel bambino meraviglioso, così "carino", "nipotino di tutti", e si sta muovendo. Non è ferma, per niente, la Madonna sta andando verso il popolo, con quella specie di due sipari che si aprono per consentire l’apparizione. “Bellissimo ritratto di una apparizione”, lo ha definito qualcuno; stupendo modo per definire la Madonna che va verso il pubblico, viene verso di noi.

E Sisto, quel vecchio tutto rugoso che è san Sisto, porge, con un gesto di grande dignità alla Madonna, il pubblico. E lei incede con la sua dignità regale, una dignità regale che è per il popolo. È per noi quella dignità regale. Il fatto è che noi non abbiamo più il coraggio di affermare che la dignità regale è un elemento della bellezza, perché siamo stati spazzati via da un certo populismo del Novecento.

Quindi questa mostra, non dico che sia un pretesto, ma mi sembrava fosse l’unico mezzo per cercare di recuperare anche certi valori. Grazie a Dio c’è Raffaello nel bagaglio della tradizione cattolica.

Ecco, c’è un pannello dove sono riportati tre pareri: uno è della signora Brown. Sono brevissimi. In piena Età Vittoriana tale signora Brown, una brava donna del popolo che aveva sposato un soldato semplice in India, ed era in procinto di tornare in Inghilterra con l’ultimo figlioletto neonato, il solo sopravvissuto di vari fratelli morti, portava con sé un quadretto della Madonna con Gesù bambino, “fatto da uno straniero cattolico”.

Questa era la citazione esatta, non sapeva neanche il nome dell’autore. Questo quadretto null’altro era che una riproduzione a stampa della Madonna della Seggiola di Raffaello, e le era stato regalato dalla moglie di un ufficiale presso la quale la signora Brown aveva prestato servizio. Si tratta di una intervista comparsa su un giornale inglese del 1850. L'hanno intervistata perché aveva fatto una vita veramente dura, le hanno quindi rivolto un paio di domande e hanno chiesto due parole di risposta. La signora Brown aveva loro detto: “Quando mi sentivo affaticata e abbattuta tiravo fuori quel quadretto e lo guardavo finché mi sembrava che la madre stesse parlando con me”.

Attenzione, perché è molto significativo. Si mette a confronto anche con tante definizioni che si danno dei valori della vita e soprattutto anche certi concetti che diventano portanti nell’esistenza e che, molto spesso, rimangono veramente delle formule. Età Vittoriana, Inghilterra, questa era una "poveraccia". Significativo il fatto che riuscisse a tirare fuori l’unico piccolo bene che le era rimasto, questa "cosetta" che le era stata regalata, perché la Madonna della Seggiola potesse parlare con lei, fosse oggetto di conforto.

Sulla stessa Madonna della Seggiola, il più intellettuale scrittore, oserei dire, dell’Età Moderna, dell’Ottocento, Henry James, quello che scrisse Ritratto di Signora - uno di quei libri molto spessi, molto lenti, non facilissimi da leggere, ma chissà quanti di voi lo conoscono -, dice della Madonna della Seggiola: “Aggraziata, umana, affine come è ai nostri sentimenti - lui era puritano, americano. Non ha nulla di maniera, di metodo, nulla quasi di stile. Fiorisce là, in una tornita morbidezza così satura di armonia come se fosse una immediata esaltazione del genio. La figura confonde la mente dello spettatore in una sorta di tenerezza appassionata, che questi non sa se attribuire alla purezza celeste o al fascino terreno”. Può piacere o meno, ma Henry James è un genio assoluto. È di una lucidità di giudizio veramente adamantina. Con questa lettura da scrittore, non da storico dell’arte, di quel quadro, è riuscito a cogliere l'unione degli estremi di naturalezza, di idealizzazione. Egli è inebriato dalla fragranza del più tenero fiore della maternità che mai sia sbocciato tra gli uomini.

E poi c’è Ernst Gombrich, che è uno dei grandi storici dell’arte del Novecento, ebreo, morto alcuni anni fa, che ha scritto un lunghissimo saggio, tutto dedicato alla Madonna della Seggiola. Un saggio di tipo strutturalista - quindi studia specialmente le posizioni - molto difficile, che così si chiude: “Il significato intimo, psicologico di un’opera d’arte, è più essenziale del valore e della funzione dell’opera come simbolo religioso. Ma su tali questioni preferirei lasciare l’ultima parola a uno dei miei amici ciceroni di Palazzo Pitti”. Il quadro della Madonna della Seggiola è conservato a Palazzo Pitti a Firenze; allora esistevano i ciceroni, adesso i Beni Culturali stanno molto attenti ai "ciceroni improvvisati". Una volta giravano, me li ricordo anch’io, quelli che ti accompagnavano a vedere il Colosseo, eccetera. Gombrich diceva di vedere nella Madonna della Seggiola la divinità della Maternità. E questo è Ernst Gombrich.

Quindi, per chiudere, siamo veramente tenuti ad essere più critici. Innanzitutto a non prendere per buono tutto quello che ci viene detto, a guardare le cose che appartengono più alla consuetudine del nostro immaginario, con un occhio nostro e a rompere poi certe categorie. Noi molto spesso pronunciamo la parola "bellezza" nel modo più astratto possibile, senza riferimenti, senza caratterizzazioni: soltanto perché "bellezza" è bello dirlo.

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