La scuola dà i numeri. E sono tutti sbagliati, di Giorgio Israel

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /12 /2010 - 22:57 pm | Permalink
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Riprendiamo da Il giornale del 17/12/2009 un articolo scritto da Giorgio Israel. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Educazione e scuola nella sezione Catechesi, scuola e famiglia. Per altri articoli dello stesso autore, cfr. il tag giorgio_israel, oltre a:

Il Centro culturale Gli scritti (7/12/2010)

«Sotto questa riforma vi è l’idea per la quale tutto quello che non sembra efficace nell’organizzazione sociale deve essere relegato tra le opzioni o semplicemente tolto». Così Max Gallo, membro dell’Académie Française, ha commentato il proposito sciagurato della nuova riforma scolastica francese che considera facoltative la storia e la geografia alla fine del liceo scientifico e che suscitato la rivolta molti intellettuali.

Va preso atto che è in azione un fronte transazionale che – per dirla con le arroganti parole dell’ispettore generale francese Roger-François Gauthier – conduce una «lotta militante» per mandare in soffitta l’istruzione basata sulle conoscenze e le discipline; e andrebbe costituito un fronte di difesa della cultura e della ragione perché il continente europeo non affondi nel sottosviluppo.

Perché mai l’Europa deve esistere solo per unificare le pulsioni e le iniziative peggiori? La «disfatta della scuola» in Francia è stata raccontata dal celebre matematico Laurent Lafforgue (nel libro omonimo appena tradotto da Marietti); in Inghilterra si parla di sostituire la storia con Facebook e Twitter; e in Italia vi sono “centri studi” che propongono di eliminare il latino perché non piace agli studenti – un criterio con cui, a maggior ragione, andrebbe abolita la matematica.

L’istruzione sta cadendo dalla padella nella brace e, per di più, con l’olio della padella che gli si rovescia addosso. Fuor di metafora, i guasti provocati da certi pedagogisti e didatti stanno per diventare poca cosa rispetto a un nuovo tsunami che oltretutto amplifica quei guasti. I quali – va ricordato – sono derivati dall’idea di privilegiare la metodologia sui contenuti: apprendere ad apprendere anziché apprendere. I contenuti sono secondari, quel che conta è il metodo: addestrare un esercito di teste “ben fatte” (non importa se da teste mal fatte e vuote). Gli strumenti per realizzare questa “riforma” erano l’abolizione degli odiati “programmi” (parola ormai impronunciabile), l’autoformazione e l’autonomia scolastica.

Così, al posto dei programmi abbiamo avuto le “Indicazioni nazionali”, che non prescrivono i contenuti che lo studente deve conoscere al termine del percorso, ma le “competenze” da acquisire, in un’orgia di linguaggio “didattichese”, in cui trionfa la “complessità”, la storia è ridotta all’acquisizione dell’idea del tempo e conoscere la geografia significa soprattutto «costruire le proprie geografie».

In realtà, chi conosca i “programmi” di un tempo sa bene che consistevano di elenchi essenziali. La lettura del decreto del 1913 che istituiva il “Liceo-Ginnasio moderno” ridicolizza, per chiarezza e modernità pedagogica, certi ampollosi proclami odierni. Ma, si sa, la chiacchiera pseudoculturale vacua e tronfia piace, soprattutto perché è alla portata degli ignoranti, che celano dietro di essa la loro confusione mentale.

Così, l’eliminazione dei programmi ha avuto l’effetto di aprire le porte all’intervento in materia scolastica di una sterminata platea di persone che, in precedenza, non avrebbe osato aprir bocca. Coloro che ripetono che i mali della scuola possono essere guariti solo con dosi massicce di autonomia non si avvedono, poveretti, che è proprio il trionfo dei metodologi e dei nullatenenti (intellettuali) ad aver trafugato l’autonomia scolastica.

Difatti, la finta autonomia di cui gode la scuola non è quella gestionale, l’unica sensata, bensì quella di intervenire sui contenuti anche in forme scriteriate purché entro il contesto soffocante di una valanga di prescrizioni – tra cui a breve la demenziale “certificazione delle competenze” – e di indicazioni teoriche che stringono la scuola in una soffocante cappa di piombo ideologica, contenute in miriadi di circolari verbose e insensate.

La padella in cui rischia di cadere il sistema dell’istruzione è il potere degli “esperti”. Si tratta spesso di persone che non hanno mai fatto un’ora di lezione in vita loro e che non hanno conoscenza specifica di alcuna materia, e spesso prive di preparazione culturale. Quel che pretendono di possedere è la professionalità di gestire la scuola e di ottimizzarne il rendimento, e questo soltanto perché conoscono certi precetti di gestione aziendale che vogliono far credere utili ad ogni bisogna. In certi casi, si tratta di manager che si sono convertiti alla problematica scolastica con l’identica mentalità e le identiche tecniche con cui conferivano i bollini di qualità a ditte di produzione di yogurth o di calze. In altri casi, di burocrati e funzionari che si sono arruolati nella «lotta militante» di cui parlava l’ispettore francese. C’è quasi da rimpiangere i pedagogisti di stato: quantomeno si trattava di intellettuali e, in certi casi, di gente colta. Salvo il fatto che le lamentazioni odierne di taluni di costoro, che si vedono anche loro assoggettati alle prescrizioni dei manager dei bollini qualità, non meritano compassione ed fanno pensare piuttosto agli apprendisti stregoni.

Ho letto uno dei progetti di questi nuovi “riformatori”, mirante alla riqualificazione dell’insegnamento della matematica. Per valutarlo – anche i valutatori, si rassegnino, possono essere valutati – basta una sola osservazione. Nel testo è possibile sostituire la matematica con un’altra materia qualsiasi – storia, ceramica, economia domestica o musica – senza bisogno di cambiare una sola frase.

In altri termini, l’estensore di matematica non sa nulla e ancor meno gliene importa: egli si è limitato a vendere un pacchetto di istruzioni da lui reputato buono per il processo produttivo di una merce qualsiasi. In compenso, il documento pullula di terminologia anglo-manageriale – “coaching”, “training on the job”, “tutoring on the job”, “repository”, “learning object” – che può abbindolare qualche sprovveduto ma non nasconde un drammatico vuoto concettuale. Come non lo nasconde l’apparato organizzativo pesante, che prevede quantità di “tutor”, gruppi di lavoro, équipe, pacchi di relazioni.

Da chi formati e da chi redatti? Troppo faticoso entrare nel merito. Meglio cavarsela delegando ai preesistenti gruppi di metodologia didattica. Così mentre il sistema dell’istruzione casca dalla padella nella brace il vecchio olio della padella gli si rovescia addosso. Ogni tentativo di ridare alla scuola la dignità di un’istituzione formativa che abbia al suo centro la trasmissione del sapere ha sempre incontrato nemici accaniti. Anche stavolta la reazione emerge, con il tipico accanimento di chi detesta la cultura e, per dirla con Gallo, tutto ciò che non appare direttamente funzionale all’utilità sociale.

Si parla tanto di autonomia scolastica? La risposta è allora nelle mani degli insegnanti, che se ne avvalgano nel senso migliore, esercitando in pieno la loro missione di formare intellettualmente e culturalmente i giovani, con la dignità di educatori e non di esecutori passivi delle prescrizioni degli incompetenti tecnocrati dei bollini qualità.