Per guarire il desiderio, andiamo a "caccia" di persone felici. Un’intervista ad Alessandro D’Avenia

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 01 /01 /2011 - 17:40 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito www.ilsussidiario.net un’intervista ad Alessandro D’Avenia pubblicata il 15/12/2010. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Di Alessandro D'Avenia vedi anche, su questo stesso sito, Bianca come il latte, rossa come il sangue. Intervista sull'adolescenza, Lettera ai professori alla vigilia del primo giorno di scuola, Siamo l'anima del mondo.

Il Centro culturale Gli scritti (31/12/2010)

«Ho conosciuto persone nobili che hanno perduto la loro speranza più elevata. E da allora calunniano tutte le speranze elevate». Comincia citando Nietzsche l’intervista del sussidiario con lo scrittore Alessandro D’Avenia a proposito dell'ultimo volantino di Cl [Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo]. No, non è il desiderio ad essere in crisi, dice D’Avenia, ma il nostro senso per il bene capace di suscitarlo. Un senso che si è smarrito nell’indistinto dei tanti vizi che riempiono la nostra pancia. La sfida? «Trovare la bellezza nascosta nel quotidiano, trasformando in versi la prosa dell’ordinario», dice l’autore di Bianca come il latte, rossa come il sangue. «Occorre andare a caccia di persone felici».

Secondo lei è vero che c’è un «calo del desiderio», come dice il Censis il quale si spinge fino a parlare di declino della nostra soggettività morale e profonda, di una «nirvanizzazione» dei nostri bisogni e desideri?

«Niente di nuovo sotto il sole. “Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono eguali. Una vogliuzza per il giorno e una per la notte: salva restando la salute. ‘Noi abbiamo inventato la felicità’ - dicono e strizzano l’occhio. Io ho conosciuto persone nobili che hanno perduto la loro speranza più elevata. E da allora calunniano tutte le speranze elevate. Da allora vivono sfrontatamente di brevi piaceri e non riescono più a porsi neppure mete effimere. Perciò hanno spezzato le ali al loro spirito: che ora striscia per terra e contamina ciò che rode...”. Queste parole appartengono a Nietzsche, che aveva intuito con un secolo di anticipo la chiusura della mente e del cuore borghesi e la sostituzione della felicità con il piacere e del bene con il benessere. Il desiderio è tensione verso il bene. Non è calato il desiderio, ma è calata la presenza visibile e l’appetibilità del bene. Basti pensare ad un tema come quello del Paradiso. Nessuno vuole andare in Paradiso, neanche i cristiani: sembra un posto noioso».

Sta dicendo che il problema oggi non è l’esaurimento del desiderio, ma l’esaurimento del bene come qualcosa di desiderabile e quindi da realizzare...

«…anche se a fatica. Il piacere soddisfatto sempre e comunque atrofizza il desiderio. Al bambino che chiede il secondo gelato il papà fa bene a resistere, presentando come desiderabile una realtà diversa, fatta di attesa e quindi di scoperta. Il bambino sempre soddisfatto diventa un tiranno obeso. Di contro, il bambino il cui desiderio non è sempre soddisfatto, entra nella realtà, va alla ricerca del nuovo, gioca, scopre, crea. Questo vale anche per gli adulti: se il desiderio è sempre soddisfatto non c’è ricerca, non c’è creatività.

Si scatena così una lettura pessimistica del reale, come luogo incapace di soddisfare tutti i desideri, e delle persone, come mezzo o ostacolo per la soddisfazione di quei desideri. Le dipendenze, di qualunque tipo siano, sono frutto di un desiderio immediatamente e infantilmente soddisfatto, che non sa più uscire dal circolo autoreferenziale e confrontarsi con la realtà, come l’ubriaco de Il Piccolo Principe, che alla domanda: “Perché bevi?”, risponde “Perché ho vergogna”. “Di cosa hai vergogna?” - rincara il bambino. “Di bere” - risponde l’ubriaco».

Lei oltre che scrittore è uomo di scuola. Qual è secondo lei la cifra più emblematica del “cuore” dei giovani in questi anni? Che cosa desiderano?

«Il cuore dei giovani è lo stesso di sempre, siamo noi adulti ad essere diventati spesso incapaci di mostrare il bene, la verità, la bellezza. Se una facoltà non viene utilizzata si rattrappisce, sparisce. Oggi è lo spirito ad essere nascosto, rattrappito, addormentato. Basta però andare a prendere i ragazzi in questo pozzo profondo di insoddisfazione, perché il desiderio riscopra se stesso e si metta in viaggio. Baudelaire, altro grande profeta della condizione moderna, all’inizio del suo poema dice che il grande vizio della natura umana è la noia, che tutto divora. I suoi Fiori del male sono il resoconto della ricerca dell’antidoto alla noia del piacere soddisfatto, che ha momenti di esaltazione e di prostrazione, con quella bipolarità tipica dell’adolescente. La soluzione è nascosta nell’ultima parola dell’ultima poesia, intitolata Il viaggio. Questa parola è “nuovo”. La ricerca del nuovo è ciò che vince la noia e rimette in moto il desiderio. I ragazzi hanno un disperato bisogno di uscire dalla noia di una libertà che gira a vuoto, perché è ridotta a banale “non invadere” lo spazio altrui. Il nuovo è percepito come ciò è più recente, cioè in realtà ciò che è meno vecchio. Questo però non è il vero nuovo che disseta il cuore e vince il nemico della noia della routine quotidiana. Il nuovo si trova solo in ciò che sa dare sempre più di sé stesso ad ogni incontro, ciò che ha profondità. Dante è sempre nuovo, Shakespeare è nuovo, un panorama, un amico, un amore sono nuovi. Dio è il nuovo per eccellenza. Chesterton diceva che Dio è giovane, siamo noi ad essere vecchi. Sarà per questo che il Figlio dell’uomo nell’Apocalisse promette la grande soluzione: “Ecco io faccio nuove tutte le cose”».

Don Luigi Giussani ha sempre definito il “cuore” in senso biblico, come unità di ragione - intesa in senso ampio, non ridotta secondo il paradigma razionalistico - e di affezione. È questa la scaturigine del desiderio umano. È una chiave di lettura che trova confermata?

«Ne sono convinto. Sto incontrando centinaia di ragazzi, insegnanti, genitori grazie al mio romanzo. Mi scrivono altrettanti. Cosa accomuna tutte le domande e le lettere delle persone che incontro? La sete di senso. Il cuore è inaridito. La testa è smarrita. Cuori freddi. Teste calde. Occorre ri-armonizzare testa e cuore, rendendo i cuori “pensanti” o le teste “accorate”. Dante più si avvicina al centro dell’Inferno più trova lande di ghiaccio e dannati dagli occhi ghiacciati: il ghiaccio di cuori freddi, la solitudine che si richiude su sé stessa. Un ghiaccio del cuore che si cerca di sciogliere surriscaldandolo con artifici virtuali o alcolici, “stupefacendosi” invece di stupirsi. Diventiamo così incapaci di sperimentare il calore buono della vita quotidiana, capace di estasi appaganti in una pagina, in un volto, in un panorama, in una sfida, in un amore. Ma siamo capaci di queste estasi? Le possono testimoniare?».

«Il desiderio - ha scritto Luigi Giussani, citato nel volantino - può appiattirsi se non trova un oggetto all’altezza delle sue esigenze». Cosa manca allora al desiderio oggi e qual è la crisi che lo investe?

«Ho già risposto prima. Aggiungerei che manca bellezza. Se la verità è amore che si manifesta, la bellezza è amore che si realizza. Quando Dante entra in Paradiso, sente e vede cose che provocano questa reazione: “La novità del suono e ‘l grande lume / di lor cagion m’accesero un disio / mai non sentito di cotanto acume”. Sperimenta un desiderio mai provato prima di allora, causato da cosa? La novità della bellezza percepita. Senza bellezza spariscono il bene e la verità. Il bene perde desiderabilità e la verità non ha più forza persuasiva. Già lo diceva Leopardi: “Ma con l’esperienza, (il giovane) trovandosi sempre in mezzo ad eccessive piccolezze, malvagità, sciocchezze, bruttezze ecc. A poco a poco si abitua a stimare quei piccoli pregi che prima disprezzava, a contentarsi del poco, a rinunziare alla speranza dell’ottimo o del buono, e a lasciar l’abitudine di misurar gli uomini e le cose con se stesso”. La sfida è trovare la bellezza nascosta nel quotidiano, trasformando in versi la prosa dell’ordinario».

«Chi o che cosa può ridestare il desiderio?» Lei cosa risponde?

«Testimoni della felicità. Oltre alla bellezza, questo è l’argomento che lascia ammutolito chiunque. Una vita felice dal primo all’ultimo momento è una vita che vale la pena di essere vissuta. Andare a caccia delle persone felici e chiedere loro ragione della loro felicità. Solo questo risveglierà il desiderio di una vita più grande e piena. Una volta una studentessa dopo una lezione sulla poesia mi disse che avrei fatto meglio a leggere meno poesia e a guardare di più il “Grande Fratello”. Credevo di avere fallito: mi sbagliavo. Quella ragazza in realtà mi stava chiedendo di non provocare più la sua libertà, di non portare in classe la differenza tra il bello e il brutto. Mi chiedeva di tornare nel mondo piccolo e brutto della tv e di smetterla di complicarle la vita comoda che aveva scelto. Il relativismo è la cultura dell’indifferenza (non c’è differenza tra le cose) e genera indifferenti, capaci di consolarsi solo con forti e continue emozioni. Solo chi sa, vuole e ha il coraggio di testimoniare ciò che fa la differenza tra il vero e il falso, tra il bene e il male, tra il bello e il brutto, provoca la libertà a scegliere. La libertà ha bisogno oggi di essere chiamata all’appello, non con la sterile proposta di regole, ma con la promessa di avventura che è la vita di ciascuno a partire dalla pienezza della propria. Solo chi ha una vocazione può provocarne altre. Ogni uomo è creato per essere l’inizio di qualcosa di unico: solo chi sa che la sua vita è un progetto sognato dall’eternità, può vincere il pessimismo e il disfattismo dilaganti».

Nel volantino si dice che la grande alternativa oggi è tra ideologia ed esperienza. Che cosa vuol dire questo per lei, e in generale per un educatore?

«L’unica ideologia che domina oggi è quella del luogo comune, prodotto per lo più dai media. L’esperienza è il valico aperto verso la pienezza, perché è un linguaggio che tutti comprendono. Per esperienza non intendo il banale “fare esperienze”, al plurale, come garanzia di crescita, ma “fare esperienza” come capacità di andare in profondità, non rassegnarsi a risposte preconfezionate, a soluzioni di comodo. Oggi facciamo esperienze di ogni tipo, in orizzontale, ma ci manca la verticalità e quindi la profondità. Si può fare esperienza solo se lo spirito è desto e non si rassegna alle superfici, ma va oltre, le spezza, alla ricerca della vita piena, grande, bella. Quella vita che ci redime e che si manifesta in alcuni momenti privilegiati e segnati dalla beatitudine. Per fare questo però occorre tornare ad usare i cinque sensi. Stare nella realtà con i cinque sensi. Solo chi usa i sensi, sviluppa lo spirito. Solo chi usa i sensi coglie il senso della vita. Senso vuol dire: sostanza e direzione. Solo chi vede, ascolta, tocca, annusa, assaggia trova il senso profondo, perché scopre che ogni fibra del nostro corpo è fatta per il bene, il vero, il bello. Gli educatori sono chiamati ad incoraggiare l’uso dei sensi, per poi guidare verso la ricerca del senso ultimo delle cose. Dante si ritrova nella selva oscura, senza sapere come, colpito da un sonno che non sa bene come lo abbia colto. Virgilio lo aiuta a ritrovare sé stesso attraverso l’esperienza della verticalità totale: dalla selva oscura all’Amore che muove il sole e le altre stelle».