Dalla Galilea a Roma. Un’introduzione alla nuova rubrica “Alle radici di Roma” del sito Romasette, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 26 /01 /2011 - 20:58 pm | Permalink
- Tag usati:
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo dalla rubrica Alle radici di Roma del sito Romasette un articolo scritto da Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (26/1/2011)

«Roma, soprattutto Roma, deve il suo oggi a ciò che avvenne nell’ombra della casa di Nazareth, o ai bordi delle pietrose, avare radure attorno a Betlemme. Comunque la si viva è storia, non teologia: è un dato scritto nell’incessante riprodursi di forme, immagini, suoni che assemblano l’antico e lo riflettono, non museale e schiacciato dal solo ricordo, negli occhi delle persone che attraversano le vie della città per ammirarla, per dire una preghiera, o per vivere e basta».

Così ha scritto Paolo Garuti, biblista domenicano che vive la sua vita fra l’urbe e la Scuola Biblica di Gerusalemme, la famosa École biblique che ha dato nome e vita alla Bibbia di Gerusalemme.

È proprio così. Roma deve se stessa, le sue opere d’arte, il suo centro storico, la sua conformazione urbanistica, gli oratori ed i luoghi di carità nelle periferie, il traffico dei pellegrini e dei turisti, il suo indotto economico, la sua rilevanza sovranazionale, ed, insieme, molto più semplicemente, il suo modo di essere e di vivere al nazareno ed a quel suo discepolo, il primo degli apostoli, che i nostri antenati crocifissero duemila anni fa, secondo la tradizione a testa in giù.

Si potrebbe esemplificare tutto questo con esempi noti e meno noti. Si pensi solo, a quattrocento anni dalla sua morte, al Caravaggio che dalla lontana regione lombarda volle venire a Roma, a dipingere per cardinali e monsignori. E che, fuggito dopo aver ucciso un avversario nel corso di una partita di pallacorda – l’antenato dell’odierno tennis –, fece di tutto per ottenere la grazia dal pontefice e poter tornare a lavorare in Roma.

Se la morte non lo avesse colto sul litorale dell’Argentario avremmo ancora altri suoi quadri nell’urbe perché egli sentiva che questo era il luogo adatto per esprimere la sua arte e qui voleva vivere. 

Prima di lui era stato il grande umanista Giovanni Pico della Mirandola a concepire il progetto di discutere proprio a Roma le sue Novecento tesi nell’anno 1486. E, per quell’occasione, aveva preparato la celebre Orazione sulla dignità dell’uomo, nella quale poneva in bocca a Dio la grande affermazione della libertà come responsabilità dell’uomo di costruire se stesso:   

«Né un determinata posto, né un aspetto tuo peculiare, né alcuna prerogativa tua propria ti diedi, o Adamo, affinché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu stesso avrai desiderato, secondo il tuo volere e la tua libera persuasione tu abbia e possieda. [...] Ti ho collocato al centro dell’universo affinché più comodamente, guardandoti attorno, tu veda ciò che esiste in esso. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, affinché tu, quasi libero e sovrano artefice, ti plasmassi e ti scolpissi secondo la forma che preferirai. Potrai degenerare verso gli esseri inferiori, che sono i bruti, potrai, seguendo l’impulso dell’anima tua, rigenerarti nelle cose superiori, cioè in quelle divine».

Se il progetto fallì, nondimeno per Pico era Roma, a motivo della sua storia cristiana, il luogo più adatto per pronunciare la sua perorazione in favore della libertà umana.

Più vicino a noi, il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia ricorda che non solo per Vittorio Emanuele II e per Cavour, ma, in fondo, per tutti gli italiani, nessuna altra città poteva essere capitale d’Italia se non Roma. E questo certamente non a motivo della remota storia imperiale, ma piuttosto perché la storia cristiana della città aveva plasmato nei secoli l’identità stessa della nazione, come ben sapevano i garibaldini, con i loro cappellani cattolici, ed i pontifici.

Vale la pena ricordare anche il primo viaggio a Roma del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, nel 1924 – vi tornerà ancora nel 1936 e nel 1942, l’ultima volta per prendere contatti in Vaticano, in vista di un’azione anti-hitleriana.

Il suo diario, scritto nel 1924, è un dialogo interiore ininterrotto con la basilica di San Pietro e ciò che essa rappresenta. Bonhoeffer, giovanissimo, vi afferma:    

«Fantastica è l’universalità della chiesa, bianchi, neri, gialli, tutti uniti nella chiesa dai paramenti sacerdotali: sembra veramente ideale. Durante la grande processione sono state benedette le palme: grandi rami gialli intrecciati. Ho avuto la fortuna di stare vicino ad una cattolica che aveva il messale, così ho potuto seguire tutto. Stupendo è stato il Credo del coro e in questo il conceptus de spiritu sancto natus ex Maria virgine, che è la parte più bella in quasi tutte le messe. Le voci erano così delicate e piene, come non le avevo mai sentite. [...] La giornata è stata splendida, il primo giorno in cui mi si è chiarito qualcosa di reale del cattolicesimo, nessun romanticismo ecc., ma comincio, credo, a comprendere il concetto di “chiesa”».

Dopo un periodo trascorso nel sud della penisola, ritornando a Roma, scriveva ancora: «Devo dire che il distacco da Napoli non mi è pesato molto avendo in vista Roma. Era sufficiente solo pensare a Roma per ridurre al minimo la tristezza per ciò che lasciavo. Non potevo dire se era questo o quello che mi riportava indietro in maniera così irresistibile; e anche se avessi detto: “San Pietro”, non sarebbe comunque stata la chiesa; no, era tutta Roma che si lascia riassumere nella maniera più chiara nelle parole “San Pietro”. Era la Roma dell’Antichità, del Medioevo e anche dei giorni nostri, semplicemente il cardine della cultura europea e della vita europea. Il cuore batteva in effetti molto forte, quando per la seconda volta vidi l’antico acquedotto che ci accompagnava fino alle mura della città».

Sono solo alcuni esempi, fra gli infiniti possibili, che ricordano come Roma debba il suo significato a quel pescatore galileo che confessò la fede nel Cristo ed al suo Signore che conquistò per sempre il suo cuore. La nuova rubrica di Romasette ci permetterà di soffermarci su fatti, luoghi e figure della straordinaria storia dell’urbe e sul suo legame con il cristianesimo che l’ha fecondata nei secoli.