Non si può comprendere l’identità del presbitero se non in relazione al vescovo, del quale è collaboratore: il dono dell’eucarestia, che rende tale la comunità, e la fedeltà alla dottrina degli apostoli, che tiene la Chiesa centrata sull’essenziale. Breve nota di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /04 /2026 - 21:58 pm | Permalink | Homepage
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Riprendiamo sul nostro sito una breve nota di Andrea Lonardo. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Cristianesimo e Ecclesiologia.

Il Centro culturale Gli scritti (13/4/2026)

Il prete ha senso solo in relazione al sacerdozio battesimale. Il suo è un servizio alla comunità laicale, che esercita la sua missione nel mondo, e non avrebbe alcun senso senza di essa che, in qualche modo, lo sovrasta in tutto, poiché è a lei che il Signore ha guardato

D’altro canto il presbitero è necessario ad essa, perché nessun laico, senza la comunione eucaristica, potrebbe esercitare appieno la propria missione.

 Ha scritto in merito Giovanni Paolo II: «Non si deve pensare al sacerdozio ordinato come se fosse anteriore alla Chiesa, perché è totalmente al servizio della Chiesa stessa; ma neppure come se fosse posteriore alla comunità ecclesiale, quasi che questa possa essere concepita come già costituita senza tale sacerdozio» (Pastores dabo vobis 16).

La missione del sacerdote ha senso innanzitutto in tale prospettiva che è quella sacramentale, poiché i sacramenti, con la loro grazia, sono essenziali alla Chiesa ed essa non potrebbe sussistere senza di essa.

Ma, per capire appieno l’identità del presbitero, si deve fare riferimento alla sua relazione con il vescovo: costui, che ha la pienezza dell’Ordine, è costituito come garante della dottrina degli apostoli, perché non vadano perduti la fede e il deposito apostolico nella sua pienezza. È lui che “vigila” perché la comunità intera non si allontani dalla fede cattolica e anzi sia centrata su di essa e non si disperda in rivoli secondari o addirittura antitetici ad essa.

Il ministero del presbitero ha senso in relazione a tale missione. Se egli consacra e dona l’eucarestia perché il laicato nel suo insieme compia la propria missione, egli al contempo è ministro collaboratore del vescovo nella custodia e nell’annuncio della dottrina degli apostoli, perché la comunità le resti fedele e anzi cresca nella matura comprensione e nel pieno annuncio di essa.

Esiste anche un diverso magistero che è quello dei teologi e dei sapienti e questo, ben più libero, benché sempre fedele, può essere svolto anche da chi non è vescovo e presbitero. Il magistero dei teologi è volto anche all’ipotesi di nuove scelte e di nuove prospettive, mentre quello episcopale – e al suo seguito quello presbiterale – rimanda alla novità perenne del deposito della fede.

Da questo punto di vista - quello della dottrina della fede - il ministero del presbitero non è solo quello sacramentale, bensì egli partecipa della presidenza episcopale in quanto, insieme al vescovo e all’intero presbiterio, garantisce che la fede della Chiesa sia sempre e comunque tenuta al centro e mai ci si allontani da essa, bensì sempre ci si rinnovi alle sue sorgenti

Questo dimensione della presidenza della comunità è propria del presbitero, insieme alla presidenza eucaristica. Anche se a volte tale presidenza teologale è apparsa e appare ancora oggi debole, a motivo della debolezza del ministero episcopale che è oggi fra i più in difficoltà nel vissuto odierno, nondimeno è solo in tale prospettiva che si comprende in che senso e con che limiti esista una paternità sacerdotale nei confronti della comunità.

Mentre altre forme di autorità che, nel corso della storia, hanno sovraccaricato il ruolo presbiterale nella storia, possono e debbono tranquillamente essere dismesse a favore di figure laicali, è tale presidenza teologale che appartiene all’Ordine episcopale e, derivatamente, a quello presbiterale, che appartiene al nucleo della sua stessa missione.

Nella storia della Chiesa, la guida di università, di territori, di missioni, di movimenti, la gestione di questioni economiche e di azioni comunicative o l’elaborazione di una presenza artistica e creativa è apparsa di pertinenza di figure laicali o religiose, femminili o maschili, è invece all’Ordine che è apparso pertinente la custodia del fatto che il cuore della fede si mantenga al centro dell’azione pastorale.  

Non si dimentichi soprattutto la riconosciuta paternità che spetta al laicato sia nell’ambito dell’elaborazione della cultura e del lavoro, sia in quello delle realtà familiari, che appaiono essere oggi i punti di maggiore fragilità e debolezza proprio della figura del laico, a volte assolutamente schiacciata su questioni intra-ecclesiali e mancante, invece, del respiro della testimonianza e della provocazione culturale nel mondo: lì una indebita paternità presbiterale contribuirebbe a indebolire lo slancio verso l’incontro fra il Vangelo e le culture che, in altre epoche della storia della Chiesa, era giustamente al centro della missione laicale (cfr. su questo Quando si parla di donne teologhe e di presenza femminile in responsabilità apicali nella Chiesa non si deve dimenticare il matrimonio! Breve nota di Andrea Lonardo e Il dibattito su fede e cultura che da febbraio viene proposto dal quotidiano Avvenire. Alcune voci per discutere: Sequeri, Righetto, Petrosino, Possenti, Rondoni, Nembrini).

Nell’omelia del Giovedì Santo 2026, papa Leone XIV ha richiamato le parole di papa Freancesco, precise e provocanti: «Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù. […] È necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città» (Evangelii Gauidum 73-74).

Come ricordava Giovanni Taulero, con parole enormi, sebbene pronunciate in un tempo in cui il termine “laico” non esisteva espressamente nel linguaggio cristiano: «Viene poi la gente comune che va a Dio nelle cose e con le cose» (Giovanni Taulero, ca. 1300-1361, Omelia di Ognissanti).