1/ Dal Nicaragua stritolato dalla dittatura di Ortega si può solo scappare: le storie di chi se ne va. Padre Rafael Aragón in Costa Rica coordina attività di sostegno ai rifugiati: «Accogliamo le famiglie che fuggono dalla persecuzione e le accompagniamo nel percorso di regolarizzazione», di Costanza Oliva 2/ In Nicaragua non ci saranno più elezioni: l'annuncio-choc del presidente Ortega, di Lucia Capuzzi
1/ Dal Nicaragua stritolato dalla dittatura di Ortega si può solo scappare: le storie di chi se ne va. Padre Rafael Aragón in Costa Rica coordina attività di sostegno ai rifugiati: «Accogliamo le famiglie che fuggono dalla persecuzione e le accompagniamo nel percorso di regolarizzazione», di Costanza Oliva
Riprendiamo da Avvenire un articolo di Costanza Oliva, pubblicato il 12/6/2026. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. la sezione Giustizia e carità.
Il Centro culturale Gli scritti (19/7/2026)

Le ultime sono sei famiglie. Hanno lasciato il Nicaragua nei giorni scorsi e ora bussano alle porte del Costa Rica. Non hanno parenti, né una casa dove andare. Chiedono soltanto un luogo in cui fermarsi il tempo necessario per ricominciare.
«Ci hanno appena contattato», racconta padre Rafael Aragón, domenicano. Anche lui è un esule. Dopo più di 40 anni di attività pastorale in Nicaragua, il sacerdote si era impegnato in una radio popolare schierata in favore della mobilitazione di otto anni fa, reclamando il rispetto dei diritti umani: «Tutto il personale dell’emittente è perseguitato dal regime. Abbiamo dovuto chiudere e trasferirci all’estero. Quando ho cercato di tornare in Nicaragua me lo hanno impedito».
Oggi in Costa Rica guida una comunità domenicana e coordina attività di sostegno ai rifugiati. «Accogliamo le famiglie che fuggono dalla persecuzione e le accompagniamo nel percorso di regolarizzazione».
Nella loro storia c’è il Nicaragua di oggi. Un Paese in cui il dissenso è diventato reato, centinaia di oppositori sono stati privati della cittadinanza e migliaia di altri vivono in un limbo giuridico, senza documenti né possibilità di tornare, che li rende di fatto apolidi.
La patria dei poeti – terra di Rubén Darío e altri più grandi autori di lingua spagnola – è diventata afona. L’informazione indipendente è stata cancellata, insieme a più di 5.500 organizzazioni che sono state chiuse, tra cui gruppi per i diritti umani, organizzazioni umanitarie e università.
La criminalizzazione del dissenso si nutre di detenzioni arbitrarie e arresti illegali. L’ultimo caso che è riuscito a bucare la cortina del silenzio è la morte sotto custodia statale del leader indigeno miskito Brooklyn Rivera, da tre anni in cella.
Secondo il Colectivo de Derechos Humanos para la Memoria Histórica, dal 2018 sono partiti circa 800mila cittadini. Un esodo senza fine a cui il Costa Rica ha risposto nei giorni scorsi annunciando uno status migratorio speciale per richiedenti asilo da Nicaragua, Venezuela, Cuba e Colombia
Gli sforzi di repressione si concentrano oggi sulla Chiesa cattolica, unica forza rimasta indipendente. Le proteste del 2018, nate dalla riforma del sistema pensionistico, sono presto diventate una rivolta disarmata contro la dittatura di Daniel Ortega e della moglie Rosario Murillo.
La dura repressione ha portato alla morte di oltre 300 persone. «Prima dell’insurrezione il regime cercava accordi con la Chiesa, offrendo sostegni economici per restaurare edifici o finanziare attività pastorali. Poi la Chiesa ha aperto le porte ai manifestanti, si è schierata accanto ai giovani uccisi, ai perseguitati e ai detenuti. Da quel momento è diventata un bersaglio».
In Nicaragua non si è verificato quel processo di secolarizzazione che si vive in Europa. «La maggioranza della popolazione è credente», spiega padre Aragón. «La paura del regime è che la Chiesa possa mobilitare il popolo contro l’autoritarismo grazie all’influenza che sacerdoti e vescovi esercitano sulla popolazione».
Il religioso spiega che la predicazione della Chiesa – centrata sulla dignità umana, i diritti fondamentali, la partecipazione democratica e il bene comune – entra inevitabilmente in conflitto con il progetto politico promosso dal potere. «La co-presidente Murillo promuove una forma di religiosità sincretica tra la tradizione cristiana e le tradizioni originarie dei popoli indigeni, precedenti all’arrivo degli europei, e vuole assumere direttamente una funzione di guida spirituale della popolazione», denuncia Aragón.
Secondo l’ultimo rapporto dell’avvocata e attivista Martha Patricia Molina, durante la scorsa Quaresima sono state proibite 6.135 processioni. Più di 300 sacerdoti e quattro vescovi sono stati espulsi dal Paese. «La polizia arriva a chiedere alle parrocchie il programma della Settimana Santa e pretende autorizzazioni preventive per qualsiasi attività», si legge nel report.
«Controllano ciò che i sacerdoti possono predicare, monitorano i fedeli che partecipano alle celebrazioni». Oggi, racconta, molti laici continuano a lasciare il Nicaragua a causa della loro partecipazione alla vita ecclesiale.
«Non si tratta di una persecuzione contro la religione in quanto tale. È una persecuzione contro la leadership che la Chiesa esercita nella società. Il regime teme il pensiero umanista cristiano che essa promuove».
La conseguenza più profonda è il diffondersi della paura. «Manca la libertà di coscienza, manca la libertà religiosa, manca la possibilità di criticare pubblicamente il regime. Chi lo fa rischia il carcere o l’espulsione». Per questo il sacerdote rivolge un appello alle Chiese e alle istituzioni internazionali. «Molti ci dicono che preferiscono non esporsi per timore che la repressione peggiori ancora. Ma se tutti restiamo in silenzio, Rosario Murillo continuerà ad accanirsi contro la Chiesa del Nicaragua. La forza della Chiesa universale consiste proprio nel sentirsi unita e salda».
2/ In Nicaragua non ci saranno più elezioni: l'annuncio-choc del presidente Ortega, di Lucia Capuzzi
Riprendiamo da Avvenire un articolo di Lucia Capuzzi, pubblicato il 21/7/2026. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. la sezione Giustizia e carità.
Il Centro culturale Gli scritti (19/7/2026)
La coppia presidenziale a Managua alle celebrazioni per il 47esimo anniversario della rivoluzione sandinista/ Ansa
«Elecciones, nunca más», «Non ci saranno più elezioni». Daniel Ortega ha scelto l’occasione più paradossale per lanciare il nuovo motto: le celebrazioni per il 47esimo anniversario della rivoluzione contro l’interminabile dittatura del clan Somoza.
Il 19 luglio 1979, i giovani guerriglieri del Frente sandinista, movimento nazionalista e socialisteggiante, entrarono trionfanti a Managua dopo avere sconfitto il regime al grido: «Libertà o morte».
A urlarlo a squarciagola anche l’allora comandante Ortega. La stessa persona che, meno di mezzo secolo dopo, ha deciso di formalizzare la permanenza a oltranza al potere di una nuova dinastia. La propria.
Da oltre un decennio, il governo nicaraguense viene accusato di manipolare il voto. Lo smantellamento del sistema democratico, tuttavia, si è intensificato esponenzialmente dopo le proteste nonviolente nel 2018, represse nel sangue, con un bilancio di almeno 300 vittime secondo l’Onu.
Da allora, le manifestazioni sono state vietate per legge, 5.600 associazioni e 56 organi di informazione sono stati chiusi, 800mila persone sono fuggite per evitare ritorsioni, a 452 figure di spicco della società civile è stata tolta la cittadinanza in processi pilotati e le loro proprietà sono state incamerate dallo Stato.
Perfino le processioni e le celebrazioni religiose pubbliche sono state bandite come “punizione” per l’intento della Chiesa di mediare durante la rivolta e di salvare la vita ai dimostranti minacciati. Centinaia di dissidenti, reali o presunti, inclusi due vescovi, sono stati arrestati e, dopo lunghe negoziazioni internazionali, mandati in esilio. Quarantesei sono ancora in cella.
Alle ultime presidenziali – vinte con il 76 per cento delle preferenze, nonostante le accuse di frode – di fatto, Ortega non ha avuto rivali dopo l’arresto dei sette candidati dell’opposizione.
Le prossime avrebbero dovuto tenersi a novembre. Una controversa riforma costituzionale – che ha blindato il potere del capo della Stato e della moglie, nonché “co-presidente” Rosario Murillo – alla fine del 2025, ha allungato il mandato di governo di un anno, posticipando le consultazioni al 2027.
Ora, però, rischiano di saltare. «Dimenticatevene – ha detto il leader 80enne in un’inconsueta apparizione pubblica dopo due mesi di assenza –. Non andremo alle urne per regalare il Paese all’opposizione e perché quest’ultima lo venda agli Stati Uniti». La polemica nei confronti degli Usa è un classico di Ortega. A differenza del Venezuela e di Cuba, il Nicaragua, però, finora non è stato tra le priorità della “dottrina Donroe”, il piano di egemonia continentale coniato da Donald Trump.
La tensione ha cominciato a salire da aprile quando il dipartimento del Tesoro ha sanzionato Daniel e Maurice Ortega, figli della coppia presidenziale ed elementi chiave dell’apparato. A mandare su tutte le furie Washington la firma di una serie di concessioni – ben 84 secondo quanto documentato dalla Fundación del Rio – ad aziende cinesi per un totale di 1,2 milioni di ettari di terra.
Ventidue compagnie minerarie di Pechino controllano ormai il 10 per cento del territorio nazionale. Le aree – molte indigene e protette – dove sono collocati i principali giacimenti d’oro. Le ultime due autorizzazioni sono arrivate la settimana scorsa.
In quest’ottica si può leggere la veemente risposta del segretario di Stato Usa, Marco Rubio, all’annuncio dell’imminente abolizione delle elezioni. «Questa dichiarazione di Daniel Ortega svela la vera natura autoritaria del sistema nicaraguense», ha detto, definendo lo status quo a Managua «inaccettabile» per la Casa Bianca. Il duo Ortega-Murillo finora, però, ha tirato dritto. Pechino permettendo.



