La colletta per la chiesa di Gerusalemme, in occasione della grande carestia del 46-47 d.C., permette di datare gli eventi della Chiesa primitiva, ma proseguì poi per la situazione di vessazione dei giudeo-cristiani. Un’ipotesi di interpretazione, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /08 /2026 - 22:20 pm | Permalink | Homepage
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito un breve studio di Andrea Lonardo. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Sacra Scrittura e I luoghi della Bibbia.

Il Centro culturale Gli scritti (16/8/2026)


Poster con i viaggi di san Paolo preparato da Andrea Lonardo per l'Ufficio catechistico nell'anno paolino

1/ Un gesto di carità in relazione alla carestia che colpì Gerusalemme e non solo

Il cosiddetto primo Concilio di Gerusalemme, in cui si decise che i pagani che venivano battezzati non dovessero adempiere le prescrizioni ebraiche, viene posto dagli storici fra il 48 e il 52, ovviamente d.C.: di esso tratta At 15.

Paolo, nel ricordare quell’episodio in Gal 2, vi lega una circostanza estremamente significativa taciuta nel racconto degli Atti: nel dare la destra in segno di comunione, Giacomo, Cefa e Giovanni «ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Gal 2,10)[1].

Gli studiosi ritengono che quella colletta sia stata proposta in relazione ad una grande carestia, che avvenne negli anni 46-47 d che permette di confermare la datazione del fatto e la motivazione specifica di quella richiesta di venire in soccorso della povertà “momentanea” dei fratelli di Gerusalemme.

Di quella carestia parlano sia gli Atti che Flavio Giuseppe, oltre che fonti romane che permettono di comprendere che l’evento ebbe forse dimensioni ben maggiori di quelle locali.

In At 11,27-30 si dice che «in quei giorni alcuni profeti scesero da Gerusalemme ad Antiòchia. Uno di loro, di nome Àgabo, si alzò in piedi e annunciò, per impulso dello Spirito, che sarebbe scoppiata una grande carestia su tutta la terra. Ciò che di fatto avvenne sotto l’impero di Claudio. Allora i discepoli stabilirono di mandare un soccorso ai fratelli abitanti nella Giudea, ciascuno secondo quello che possedeva; questo fecero, indirizzandolo agli anziani, per mezzo di Bàrnaba e Saulo».

Il brano è posto poco dopo il racconto della conversione di Paolo (At 9) e subito prima di quello del martirio di Giacomo, il primo degli apostoli ad essere martirizzato (At 12,1-2) – tre capitoli dopo si tratterà del Concilio di Gerusalemme, in piena consonanza cronologica con Galati.  

Nelle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio si fa riferimento due volte a quella che sembra essere la stessa carestia, e lo si fa in relazione alla conversione al giudaismo di Elena, regina di Adiabene, con il figlio.

Così scrive Flavio Giuseppe: 

«(51) La sua venuta [di Elena, regina di Adiabene] fu di grande utilità per il popolo di Gerusalemme, perché in quel tempo la città era rattristata dalla carestia e molta gente moriva perché sprovvista del denaro per acquistare ciò di cui abbisognava. La regina Elena inviò i suoi attendenti ad Alessandria per acquistare ingenti quantità di grano ed altri a (52) Cipro per carichi di fichi secchi. Gli attendenti ritornarono presto con le provviste che poi lei distribuì secondo il bisogno. Per la sua beneficenza lasciò un nome famoso che resterà per sempre glorioso tra tutto il nostro popolo. (53) Quando Izate, suo figlio, seppe della carestia, anch'egli mandò ai capi di Gerusalemme una grande somma di denaro. La distribuzione di queste somme ai bisognosi, liberò molti dai disagi della carestia. Lascio a un altro momento il racconto dei benefici compiuti da questa coppia reale per la nostra città» (Antichità Giudaiche, lib. XX.II.5)[2].

E ancora: «Fu sotto l’amministrazione (di Tiberio Alessandro) che in Giudea avvenne una grave carestia, durante la quale la regina Elena comprò grano dall'Egitto con una grande quantità di denaro e lo distribuì ai bisognosi, come ho detto sopra» (Antichità Giudaiche, lib. XX.V.1).

Nel commento moderno al testo, si suggerisce che la carestia dovette avvenire negli anni 46-47 d.C.[3]

Anche nel testo delle Antichità Giudaiche la notizia dell’uccisione di Giacomo, fratello di Giovanni, è data poco dopo quella della carestia.

La notizia della carestia e quella della prima colletta per la comunità di Gerusalemme permettono così di confermare la datazione dell’incontro fra Paolo e gli apostoli a Gerusalemme intorno all’anno 50: nemmeno venti anni dopo la Pasqua del Signore avvenne dunque l’incontro per discutere delle posizioni di Paolo e si trovarono tutti d’accordo, chiedendo contestualmente a lui di provvedere ad un’opera di carità nei confronti dei fratelli in difficoltà a Gerusalemme. Gli apostoli sono ancora tutti in vita e solo dopo poco tempo sarà ucciso il primo di loro, Giacomo.

I testi sembrano cronologicamente molto affidabili nel raccontare degli eventi di quegli anni, tanto è la presenza viva degli apostoli a garantirla insieme alla conformità ad una cronologia accertabile anche da altre fonti

2/ Un gesto di carità che proseguì nel tempo a motivo della povertà dei cristiani gerosolimitani dovuta alla loro situazione di vessazione

Le lettere di Paolo mostrano, però, che il suo desiderio che tutte le comunità partecipassero ad una colletta per la chiesa di Gerusalemme lo agitò poi per molti anni ancora e, quindi, non più in relazione a quella carestia degli anni 46-47.

Paolo ne parla, infatti, anche successivamente, quando ormai la maggior parte delle comunità da lui fondate sono in vita. Egli ricorda loro, vicendevolmente, come le altre si stiano adoperando per la stessa opera.

Nella prima lettera ai Corinti, Paolo scrive:

«Riguardo poi alla colletta in favore dei santi, fate anche voi come ho ordinato alle Chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi metta da parte ciò che è riuscito a risparmiare, perché le collette non si facciano quando verrò. Quando arriverò, quelli che avrete scelto li manderò io con una mia lettera per portare il dono della vostra generosità a Gerusalemme. E se converrà che vada anch’io, essi verranno con me» (1 Cor 16,1-4).

Con 1 Cor si è ben distanti dagli anni 46-47, forse la lettera è del 55-56. Dalle parole è evidente che nella raccolta di denaro è coinvolta anche la comunità della Galazia (con capitale Ancira, oggi Ankara) e che il giorno in cui le offerte vengono donate è il primo giorno della settimana, cioè la domenica: le offerte avvengono nel corso della liturgia domenicale.

La lettera ai Romani ricorda come la raccolta di offerte avvenga anche in Macedonia (quindi, ad esempio, a Tessalonica), così come in Acaia (quindi a Corinto). Paolo scrive:

«Per il momento vado a Gerusalemme, a rendere un servizio ai santi di quella comunità; la Macedonia e l’Acaia infatti hanno voluto realizzare una forma di comunione con i poveri tra i santi che sono a Gerusalemme. L’hanno voluto perché sono ad essi debitori: infatti le genti, avendo partecipato ai loro beni spirituali, sono in debito di rendere loro un servizio sacro anche nelle loro necessità materiali. Quando avrò fatto questo e avrò consegnato sotto garanzia quello che è stato raccolto, partirò per la Spagna passando da voi» (Rm 15, 25-28).

Qui è chiarissimo il rapporto che esiste fra carità spirituale e materiale: gli abitanti della Macedonia e dell’Acaia hanno ricevuto la carità dai fratelli di Gerusalemme, perché hanno ricevuto da loro la fede e la libertà di viverla senza doversi circoncidere – tramite Paolo! – e, per questo, sono ora chiamati a rendere una carità in offerte materiali, perché di questo hanno bisogno quei fratelli. Di carità si tratta, sia nel caso dell’annunzio che in quello dell’aiuto alla sussistenza.  

Ma il testo che più lungamente parla della colletta è 2 Cor 8-9, scritto probabilmente in un momento che va fra l’anno 56 e il 57. Paolo insiste tantissimo – per ben due capitoli – su tale raccolta.

Come ha sottolineato Benedetto XVI «tanto grande è il valore che Paolo attribuisce a questo gesto di condivisione che raramente egli la chiama semplicemente “colletta”: per lui essa è piuttosto “servizio”, “benedizione”, “amore”, “grazia”, anzi “liturgia” (2 Cor 9). Sorprende, in modo particolare, quest’ultimo termine, che conferisce alla raccolta in denaro un valore anche cultuale: da una parte essa è gesto liturgico o “servizio”, offerto da ogni comunità a Dio, dall'altra è azione di amore compiuta a favore del popolo. Amore per i poveri e liturgia divina vanno insieme, l’amore per i poveri è liturgia. I due orizzonti sono presenti in ogni liturgia celebrata e vissuta nella Chiesa, che per sua natura si oppone alla separazione tra il culto e la vita, tra la fede e le opere, tra la preghiera e la carità per i fratelli. Così il Concilio di Gerusalemme nasce per dirimere la questione sul come comportarsi con i pagani che giungevano alla fede, scegliendo per la libertà dalla circoncisione e dalle osservanze imposte dalla Legge, e si risolve nell’istanza ecclesiale e pastorale che pone al centro la fede in Cristo Gesù e l’amore per i poveri di Gerusalemme e di tutta la Chiesa»[4].

Famose sono le espressioni sul donare con gioia, che è amato da Dio, dove ciò che conta è tale contentezza libera, spontanea e non forzata di operare il bene: «Tenete presente questo: chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,6-7). 

Probabilmente Paolo passò nel suo terzo viaggio presso Corinto a ritirare quelle offerte per portarle a Gerusalemme, dove lo attendeva la persecuzione e infine la partenza per Roma. Infatti, in At 20,1-3 si dice:«Cessato il tumulto, Paolo mandò a chiamare i discepoli e, dopo averli esortati, li salutò e si mise in viaggio per la Macedonia. Dopo aver attraversato quelle regioni, esortando i discepoli con molti discorsi, arrivò in Grecia. Trascorsi tre mesi, poiché ci fu un complotto dei Giudei contro di lui mentre si apprestava a salpare per la Siria, decise di fare ritorno attraverso la Macedonia». 

Sebbene Corinto non sia citata, ma si parli solo della Grecia, è probabile che il passaggio attraverso la Macedonia avvenuto due volte abbia implicato esattamente tale discesa verso l’Acaia.

Ma perché tale necessità intorno agli anni 55-57 o, comunque, in anni ben lontani da quelli della grande carestia?

Proprio gli avvenimenti che seguirono la carestia e che seguirono l’arrivo a Gerusalemme di Paolo lo fanno comprendere.

In At 12 si afferma, subito dopo l’accenno alla carestia: «In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Azzimi. Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua» (At 12,1-4).

Si vede quanto appaia pesante la situazione della comunità cristiana di Gerusalemme, composta in gran parte da ebrei divenuti cristiani: essi sono vessati e l’uccisione di Giacomo appare dallo stesso racconto come gradita dall’opinione pubblica.

Lo stesso appare all’arrivo di Paolo che porta con sé presumibilmente la colletta alla fine del terzo viaggio apostolico. In At 21 egli, infatti, viene subito posto sotto attacco e quasi ucciso quando si reca al tempio, e molti, all’intervento della forza pubblica che lo salva, continuano a gridare “A morte!”[5].

Nel prosieguo del racconto, in At 23, si racconta addirittura che quaranta giudei fecero voto di astenersi dal cibo finché non fossero riusciti ad ucciderlo.

Tutto questo spinge Paolo a dichiararsi cittadino romano, sia per sfuggire all’uccisione, ma anche per poter giungere nell’urbe, dove il Signore apparsogli nella Fortezza Antonia lo aveva chiamato (At 23,11) e dove desiderava giungere[6], ma aiuta anche a comprendere quando difficile fosse la condizione dei giudeo-cristiani di Gerusalemme.

Da tali episodi si può ben arguire quanto dovesse essere difficile la situazione della comunità cristiana in quegli anni a Gerusalemme: essa, composta in maggioranza da ebrei che avevano aderito al cristianesimo, doveva avere problemi sia nei suoi membri che non osservavano più integralmente i precetti della Torah, sia in quelli che ancora li osservavano e desideravano frequentare il tempio, ma di cui era nota la loro fede nel Cristo.

Ovviamente, essendo una piccola minoranza, tale situazione non poteva che trasformarsi in una emarginazione di fatto, anche quando non si giungeva a violenze come quelle contro Giacomo o Paolo.

Anche la necessità di una grande colletta, quella di cui Paolo si faceva sostenitore, consente ulteriormente di rendersi conto delle difficili condizioni dei fratelli cristiani di Gerusalemme di allora e di come le altre comunità sentissero il desiderio di venire in loro soccorso, loro che da quella avevano ricevuto i missionari che avevano loro portato il Cristo.

Interessante è il fatto che, comunque, non emergano animosità o desideri di vendetta, ma che tutto fosse vissuto secondo la nuova via proposta dal Signore, sempre e soltanto come nuova occasione di testimonianza, oltre che di sostegno reciproco nella carità.  



[1] Questo, per esteso, il racconto di Galati: «Quattordici anni dopo, [io Paolo] andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Bàrnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito a una rivelazione. Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti, ma lo esposi privatamente alle persone più autorevoli, per non correre o aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, benché fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere; […] e riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Bàrnaba la destra in segno di comunione, perché noi andassimo tra le genti e loro tra i circoncisi. Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Gal 2,1-3;9-10).

[2] La traduzione è quella dell’edizione di Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, Torino, UTET, 2013.

[3] Così in nota: «Carestia: è verosimile che si tratti di quella menzionata nel libro degli Atti, 11, 28-30, che infierì sotto Claudio nel 46-47 d.C.», in Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, Torino, UTET, 2013, p. 1688. Delle carestie in relazione all’imperatore Claudio (41-54) si tratta anche in Svetonio, Claudio, 18,2 e in Dione Cassio, Storia romana, lib. LX, cap. 11.

[4] Papa Benedetto XVI, sesta Catechesi San Paolo, Il “Concilio” di Gerusalemme e l’incidente di Antiochia, tenuta l’1/10/2008.

[5] Così il testo di Atti: «Stavano ormai per finire i sette giorni, quando i Giudei della provincia d’Asia, come lo videro nel tempio, aizzarono tutta la folla e misero le mani su di lui 28gridando: «Uomini d’Israele, aiuto! Questo è l’uomo che va insegnando a tutti e dovunque contro il popolo, contro la Legge e contro questo luogo; ora ha perfino introdotto dei Greci nel tempio e ha profanato questo luogo santo!». 29Avevano infatti veduto poco prima Tròfimo di Èfeso in sua compagnia per la città, e pensavano che Paolo lo avesse fatto entrare nel tempio. 30Allora tutta la città fu in subbuglio e il popolo accorse. Afferrarono Paolo, lo trascinarono fuori dal tempio e subito furono chiuse le porte. 31Stavano già cercando di ucciderlo, quando fu riferito al comandante della coorte che tutta Gerusalemme era in agitazione. 32Immediatamente egli prese con sé dei soldati e dei centurioni e si precipitò verso di loro. Costoro, alla vista del comandante e dei soldati, cessarono di percuotere Paolo. 33Allora il comandante si avvicinò, lo arrestò e ordinò che fosse legato con due catene; intanto si informava chi fosse e che cosa avesse fatto. 34Tra la folla però chi gridava una cosa, chi un’altra. Non riuscendo ad accertare la realtà dei fatti a causa della confusione, ordinò di condurlo nella fortezza. 35Quando fu alla gradinata, dovette essere portato a spalla dai soldati a causa della violenza della folla. 36La moltitudine del popolo infatti veniva dietro, urlando: «A morte!» (At 21,27-36).

[6] Così il testo di Atti: «2Fattosi giorno, i Giudei ordirono un complotto e invocarono su di sé la maledizione, dicendo che non avrebbero né mangiato né bevuto finché non avessero ucciso Paolo. 13Erano più di quaranta quelli che fecero questa congiura. 14Essi si presentarono ai capi dei sacerdoti e agli anziani e dissero: «Ci siamo obbligati con giuramento solenne a non mangiare nulla sino a che non avremo ucciso Paolo. 15Voi dunque, insieme al sinedrio, dite ora al comandante che ve lo conduca giù, con il pretesto di esaminare più attentamente il suo caso; noi intanto ci teniamo pronti a ucciderlo prima che arrivi».
16Ma il figlio della sorella di Paolo venne a sapere dell’agguato; si recò alla fortezza, entrò e informò Paolo. 17Questi allora fece chiamare uno dei centurioni e gli disse: «Conduci questo ragazzo dal comandante, perché ha qualche cosa da riferirgli». 18Il centurione lo prese e lo condusse dal comandante dicendo: «Il prigioniero Paolo mi ha fatto chiamare e mi ha chiesto di condurre da te questo ragazzo, perché ha da dirti qualche cosa». 19Il comandante lo prese per mano, lo condusse in disparte e gli chiese: «Che cosa hai da riferirmi?». 20Rispose: «I Giudei si sono messi d’accordo per chiederti di condurre domani Paolo nel sinedrio, con il pretesto di indagare più accuratamente nei suoi riguardi. 21Tu però non lasciarti convincere da loro, perché più di quaranta dei loro uomini gli tendono un agguato: hanno invocato su di sé la maledizione, dicendo che non avrebbero né mangiato né bevuto finché non l’avessero ucciso; e ora stanno pronti, aspettando il tuo consenso». 22Il comandante allora congedò il ragazzo con questo ordine: «Non dire a nessuno che mi hai dato queste informazioni»» (At 23,2-22).