Web: tutti dicono di limitare i social, nessuno invita a saperli usare, spiegando come. Educare all’uso dei social non vuol dire semplicemente non esserne dipendenti, ma ancor più aiutare a capire a chi chiedere amicizia e cosa pubblicare, come essere protagonisti e come usarli per testimoniare qualcosa!, di Andrea Lonardo
Riprendiamo sul nostro sito un breve studio di Andrea Lonardo. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Educazione e media e Educazione e cultura.
Il Centro culturale Gli scritti (13/9/2026)

Anche dinanzi ai social, è evidente come il modello educativo sia repressivo e, soprattutto, manchi totalmente di contenuti culturali.
Certo si tratta anche di dare un limite alla compulsività nello scrollare sui diversi social e, al contempo, si deve insegnare a separarsene di notte o durante attività importanti (che vanno dalla scuola, ai pranzi in casa o con gli amici, alle riunioni).
Ma questo non servirebbe a niente se, nelle altre ore del giorno, i social venissero poi utilizzati solo come perditempo.
Chiunque usa i social in maniera “culturale” sa bene che, per avere notizie interessanti e foto di qualità, deve avere amici di qualità, che diffondono tali post: insegnare a “fare amicizia” con tali presone – da prof., a uomini di cultura, a pensatori originali, a comici non politicamente corretti, a persone che ti presentano scoperte scientifiche o astronomiche o storie di luoghi – è decisivo.
Allo stesso modo interagire con le persone che pensano, che elaborano idee e progetti di qualità, che ti presentano le questioni così come esse sono veramente - ovviamente anche con un taglio di fede se si è credenti - è fondamentale.
L’algoritmo, infatti, ti proporrà poi altre storie e altre figure dello stesso livello e pian piano i tuoi contatti arricchiranno la tua mente e ti faranno scoprire un mondo.
Se, invece, i tuoi contatti sono di bassissimo livello, di bassissimo livello saranno i contenuti che il tuo cellulare ti mostrerà.
Quanto conta avere amici – il che vuol dire anche istituzioni – che segnalino musica di qualità o anche semplicemente che sappiano proporre immagini belle, di un mondo bello, reso nella sua grandezza e interesse e non solo amici che pubblicano la Torre Eiffel con il loro selfie, o i loro piedi e il loro bikini alle Seychelles, o con un piatto di carbonara al ristorante.
Interagire sui social è decisivo, perché l’algoritmo ti proporrà foto e testi proprio delle persone e istituzioni con cui hai interagito. Se non interagisci con persone in gamba, l’algoritmo abbassa il livello di ciò che ti propone.
Interagire vuol dire mettere un “like”, vuol dire commentare, vuol dire condividere. Internet non è un posto solo per voyer, ma per protagonisti, già da questo punto di vista.
Oltre a produrre noi testi e foto, già il solo fatto che ripostiamo cose di qualità di altri fa sì che promuoviamo a nostra volta cose belle e incoraggiamo gli altri a fare altrettanto.
Ma poi i social chiedono di diventare protagonisti, di avere qualche cosa da dire che vada oltre la cronachetta banale dei miei pranzi e delle mie cene e delle mie feste e discoteche.
Fra l’altro, un educatore deve affinare lo sguardo e, quando si accorge che qualcuno non scrive mai niente sui social, può capire anche da questo che quella persona non è creativa o non ha maturato molto da dire: può capire che manca di contenuti.
Sui social anche i “silenzi” sono rivelativi. Anche un catechista deve accorgersi che un giovane non riprende mai le iniziative interessanti della Chiesa, e domandarsi allora se che quel tipo non sia uno poco convinto, che sta vivacchiando nella sua fede.
Qui si aprono la grande questione e il grande spazio della testimonianza.
La fede non si testimonia solo direttamente, parlando del Vangelo o della Messa domenicale o facendo gli auguri di Pasqua – anche se anche questo ha un senso.
Si tratta, ben oltre, questo, innanzitutto di farlo con immagini e parole che siano profonde, degne, delicate, non invasive, eppure chiare, nette, non ambigue.
Si vede abbastanza nitidamente sui social quanto un giovane ci metta la faccia anche solo nell’augurare buona Pasqua con una foto e delle parole significative, oppure non lo faccia.
Ma il discorso è molto più ampio, perché si tratta del vasto campo di come un credente legge il mondo. Ma, si noti bene, questo vale anche per misurare la curiosità e la ricettività di un non credente dinanzi a contenuti di valore.
Io mi aspetto che una persona intelligente, se va in vacanza in un posto, abbia poi qualcosa da dire di quel posto, delle cose che ha visto, del creato, delle persone che ha incontrato.
Se non dice niente, potrebbe essere forse uno che non ha niente da dire, che non ha capito niente di nuovo stando in quel luogo o in quelle vacanze. Se posta solo il bar, la cena e la spiaggia vuol dire che forse non ha niente di nuovo da dire.
Tanto più per chi crede: se io vado a Parigi, sui social posso e debbo postare non tanto il selfie con la Torre Eiffel, ma qualcosa di quella città, dei suoi abitanti, di un monumento, di una storia, di un modo di mangiare, di vivere, di cantare: insomma cosa ho capito, cosa mi porto a casa.
I social sono un luogo, appunto, per socializzare, per dire qualcosa, per testimoniare qualcosa.
È anche qui che si combatte una battaglia o la si perde, se si tratta di credenti ancora disabituati a pronunciare qualcosa di sensato.
Certo si tratta anche di dare dei limiti di orario ai giovani, come ai mariti e alle mogli, nell’utilizzo dei social. Ma si tratta poi anche di farli crescere a partire dalle domande più semplici: di cosa mi parli su Instagram, su TikTok, su Facebook o sulle chat di WA? Del tuo bikini, della tua mise, del tuo panino o hai imparato qualcosa?
È un lungo cammino: non bisogna spaventare i giovani e neanche sé stessi nel rischio di esporsi sui social – perché si impara sbagliando -, ma bisogna incamminarsi, per non restare sempre infantili e muti.
I social sono una grande chance per crescere, per imparare: basta pian piano sapere chi seguire, chi ascoltare, chi vedere e anche scoprire cosa si ha da dire, perché ogni persona, se vive veramente, ha qualcosa da dire.



