L’Arazzo di Bayeux ci parla dopo mille anni. L’esposizione della gigantesca tela sull’invasione normanna al British Museum è uno degli eventi culturali più discussi del nostro tempo. Lo storico britannico David Musgrove ci spiega perché si è scatenata la «tapestry mania»: l’opera parla di un nodo della storia europea, di immigrazione, fiducia, Brexit e perfino di TikTok. Un’intervista di Luca Fiore
Riprendiamo sul nostro sito dal sito di Comunione e Liberazione (https://www.clonline.org/it/attualita/articoli/arazzo-bayeux-british-museum) un’intervista di Luca Fiore a David Musgrove, pubblicata il 23/9/2026. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per ulteriori testi, cfr. la sezione Medioevo.
Il Centro culturale Gli scritti (5/10/2026)

Da quando, il 10 settembre, l’arazzo di Bayeux è tornato in Inghilterra per la prima volta dopo quasi mille anni, i biglietti per vederlo al British Museum sono esauriti fino a fine anno: i primi centomila, messi in vendita all’inizio di luglio, sono spariti in poche ore, in quella che i giornali britannici chiamano «tapestry mania», la febbre dell’arazzo. Il Times l’ha definita un’esperienza «da brividi», l’Economist il «biglietto più caldo» della stagione; George Osborne, presidente del board dei trustee del museo, ha parlato del «più grande anno nella storia» dell’istituzione.
Si tratta di una striscia di lino lunga circa settanta metri e alta appena cinquanta centimetri, ricamata con pochi colori di lana – terracotta, blu, verde, giallo ocra – in una sequenza continua di 58 scene: centinaia di figure, cavalli, navi, castelli, con brevi didascalie in latino a scandire l’azione, e ai margini bordi popolati da animali fantastici e scene di vita quotidiana che corrono paralleli alla storia principale.
È lì che si racconta la vicenda che portò alla battaglia di Hastings e alla conquista normanna dell’Inghilterra nel 1066. Difficile non chiedersi perché un oggetto così, del XI secolo, riesca a mobilitare tanto entusiasmo quasi mille anni dopo essere stato realizzato.
Con David Musgrove – direttore di HistoryExtra e autore, assieme al curatore della mostra Michael Lewis, di un libro dedicato all’arazzo – abbiamo cercato di capire che cosa racconta davvero, perché continui a parlarci e perché qualcuno, quasi mille anni fa, abbia sentito il bisogno di un’opera così imponente per raccontare una vittoria già acquisita.
Come si spiega questa «tapestry mania»?
Il 1066 è una data fondativa della storia inglese, che qui si insegna fin da bambini, e l’immagine dell’arazzo l’accompagna sempre.
Ma è la storia del prestito ad aver moltiplicato l’attenzione: è chiaro a tutti che si tratta di un evento più unico che raro. Una cosa mai successa negli ultimi 950 anni. È quello che chiamiamo Fomo (acronimo di Fear of missing out), la paura di perdersi qualcosa: la gente ne parla persino in treno, tra sconosciuti.
E poi c’è la lettura politica. Il nostro paese è ancora segnato dalla Brexit, e credo – non sono un politico, ma è la mia impressione – che Macron abbia capito quanto l’arazzo significhi più per noi che per la Francia: prestarcelo è un gesto di soft power, che apre una conversazione sul rapporto anglo-francese che cambia.
A questo si è aggiunta per caso la suggestione del «football coming home» durante i Mondiali di quest’estate: l’arazzo «che torna a casa» si è sovrapposto, senza alcun nesso reale, alla retorica calcistica di ogni torneo.
Resta sullo sfondo, in modo più scomodo, il dibattito sull’immigrazione irregolare attraverso la Manica: qualcuno gioca anche su quell’analogia, perché «arriva dall’altra parte». Un terreno scivoloso, ma che fa parte della conversazione pubblica di questi mesi tanto quanto la storia medievale.
Che cosa sappiamo davvero sulle origini di quest’opera?
Nulla, fino al 1476, quando un inventario della cattedrale di Bayeux lo cita per la prima volta. Prima è speculazione.
Il consenso degli storici è che sia stato realizzato in Inghilterra poco dopo il 1066, da ricamatrici anglosassoni, su commissione di Oddone di Bayeux, fratellastro di Guglielmo il Conquistatore e, dopo la conquista, conte del Kent: lo stile richiama da vicino – nei tratti dei volti, nelle pose, nel disegno dei drappeggi – i manoscritti miniati che sappiamo appartenuti ai monasteri di Canterbury, ed è da questo confronto visivo, più che da prove documentarie, che la maggioranza degli studiosi colloca lì la sua origine, sebbene alcuni propendano per l’abbazia di Barking, vicino a Londra, o addirittura per la Francia; del resto in Inghilterra esisteva una tradizione riconosciuta di ricamatrici.
Racconta la vicenda in due metà: prima il conte Aroldo, ritratto come un buon cristiano e un buon signore, che presta un giuramento sacro a Guglielmo; poi, dopo la morte di re Edoardo il Confessore, lo tradisce facendosi incoronare, e l’arazzo ne racconta i preparativi dell’invasione normanna che consegue. Il suo scopo politico era legittimare quell’invasione: Guglielmo non stava aggredendo un’altra nazione cristiana, stava punendo uno spergiuro.
Ed è per questo che parla di «fiducia» come tema centrale?
Sì: nella prima metà Aroldo è una figura affidabile – un buon guerriero, un buon signore – ed è proprio per questo che il suo tradimento pesa tanto: diventa, da lì in poi, l’uomo di cui non ci si può più fidare. È quella caratterizzazione a costruire per Guglielmo un avversario degno, e insieme a dargli la superiorità morale nello scontro: non sta aggredendo un innocente.
Quindi è, in fondo, un atto di propaganda per giustificare una guerra giusta?
Sì e no. Chiede legittimità per Guglielmo più che celebrare apertamente i vincitori: le didascalie in latino sono vaghe, lasciano molto all’interpretazione.
Una lettura possibile è che fosse pensato per essere guardato insieme, da signori inglesi e normanni, come un modo per voltare pagina dopo la violenza, un compromesso, una sorta di «fudge», per usare una parola che in Gran Bretagna abbiamo imparato a conoscere bene proprio con la Brexit: si aggirano le questioni più spinose per andare avanti.
L’arazzo presenta il 1066 come una storia già conclusa – probabilmente si chiudeva con l’incoronazione di Guglielmo a Westminster, anche se il pannello finale è perduto – e non mostra affatto le rivolte durissime che Guglielmo dovette reprimere negli anni successivi in un paese ancora ostile.
È proprio questa capacità di semplificare, di dare l’illusione di una storia compiuta, a dargli, ancora oggi, un potere narrativo enorme: molti continuano a pensare che il 1066 sia stato tutto lì.
C’è una scena che ama più delle altre?
Quella in cui Aroldo, appena tornato in Inghilterra dopo il giuramento, sbarca in una banchina e viene osservato da una fila di piccoli volti affacciati alle finestre di una torre, i colli tesi in avanti.
L’arazzo mostra pochissime emozioni: i volti non sono certo delle Gioconde, eppure in quei tratti minuscoli si legge un’apprensione quasi nazionale, sanno già, guardandolo tornare, che quella promessa porterà guai.
Un oggetto così antico può davvero dirci qualcosa sul presente?
Il 1066 è uno di quei rari momenti di cesura vera, non graduale: prima gravitavamo verso la Scandinavia, dopo verso la Francia, ed è la direzione che abbiamo tenuto da allora. Anche questo dialoga con il discorso europeo di oggi.
Ma c’è un parallelo più diretto: l’arazzo è narrazione visiva potente che racconta una storia parziale spacciandola per storia intera, esattamente ciò che accade su Instagram e TikTok.
Mi chiedo se, scoprendo quanto l’arazzo sia selettivo – quanto racconti una storia e ne taccia un’altra – il pubblico non arrivi anche a interrogarsi sulle narrazioni visive che consuma ogni giorno sui social.
C’è poi una pressione più generale, qui in Gran Bretagna, sul senso di studiare discipline umanistiche: davanti a un oggetto così, il valore della storia e dell’arte è difficile da mettere in dubbio.
Che cosa succederà da qui in avanti?
La storia non finisce qui. A luglio 2027 l’arazzo dovrà tornare in Francia, e rivivremo lo stesso dibattito sulla sicurezza del trasporto che ha già accompagnato l’andata.
Nel frattempo il British Museum sta portando la vicenda fuori da Londra con il programma «Bayeux Around Britain», pensato per le scuole e realizzato insieme a decine di musei e altre istituzioni culturali del paese.
E il 2027 sarà anche il millenario della nascita di Guglielmo il Conquistatore, proclamato «anno dei normanni» dalla Normandia: ci saranno eventi non solo in Gran Bretagna ma in Sicilia e Scandinavia, ovunque i normanni abbiano lasciato traccia.
In autunno 2027, poi, sarà la British Library, non il British Museum, a dedicare ai normanni una nuova grande mostra. Nella storia dell’XI secolo, insomma, c’è ancora molto da scoprire.



