Il Breviarium Sancti Francisci, recentemente pubblicato in edizione diplomatica integrale, apre lo sguardo sulla sua spiritualità minuta di san Francesco d’Assisi. Il santo e le parole quotidiane della liturgia, di Antonio Musarra
Riprendiamo sul nostro sito da Gutemberg, supplemento di Avvenire, una recensione di Antonio Musarra, ripresa sulla sua Pagina FB il 2/10/2026. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Francesco d’Assisi e Medioevo.
Il Centro culturale Gli scritti (5/10/2026)

“Il beato Francesco procurò questo breviario per i suoi compagni, frate Angelo e frate Leone, poiché, mentre era in salute, volle sempre dire l’Ufficio, come è contenuto nella Regola”. Così comincia la nota di frate Leone apposta al codice che Francesco utilizzava nella preghiera quotidiana e che, dopo la sua morte, Angelo e Leone affidarono a Benedetta, badessa delle Povere sorelle di Santa Chiara, affinché fosse custodito. Poche parole – quasi una memoria d’uso -, capaci, però d’aprire una finestra su un aspetto decisivo dell’esperienza religiosa dell’Assisiate.
Di Francesco pensiamo di conoscere tutto. Interroghiamo le legendae agiografiche, leggiamo il Testamento, le Regole, le lettere, le ammonizioni, le lodi.
Ebbene: vi siete mai chiesti quali parole nutrivano la sua preghiera? Quali orazioni davano ritmo alle sue giornate? Quanto di ciò che Francesco pensava, diceva o scriveva era radicato in quella frequentazione quotidiana?
Queste domande danno la misura dell’importanza del monumentale Breviarium sancti Francisci, recentemente edito a cura di frate Danimir Pezer per le Edizioni Antonianum. Le sue 1137 pagine rendono finalmente disponibile in edizione diplomatica integrale la parte propriamente breviaria d’un manoscritto custodito, insieme ad altre “reliquie”, nel Protomonastero di Santa Chiara ad Assisi. Un codice composito, risultante dall’assemblaggio di quattro unità originariamente autonome: il breviario vero e proprio, con calendario e innario; un salterio, con le litanie dei santi, i “piccoli uffici” dei defunti e della Vergine; un evangeliario.
Non abbiamo, dunque, soltanto un oggetto appartenuto a Francesco, ma uno dei rarissimi strumenti che consentano d’osservare dall’interno il lessico, i ritmi e le gerarchie della sua formazione religiosa. L’edizione restituisce per intero il primo e più cospicuo di questi nuclei, la cui lettura consente di mettere in discussione una delle questioni più delicate della biografia di Francesco, la cui cultura religiosa, profondamente biblica – e patristica – perché profondamente liturgica, nutrita di ascolto, ripetizione, memoria.
Tra i principali meriti dell’operazione v’è innanzitutto, la capacità di riconsegnare il manoscritto alla ricerca. Il suo studio permette, infatti, qualcosa di raro: avvicinarsi alla quotidianità spirituale di Francesco.
Pregare col breviario significava misurarsi ogni giorno con salmi, cantici, antifone, letture bibliche e patristiche: con un patrimonio testuale che richiedeva familiarità col linguaggio della liturgia. La Scrittura gli giungeva, cioè, attraverso la selezione e l’ordinamento operati dalla Chiesa, seguendo il ritmo dell’anno liturgico.
Con una specificità importante: il testo tràdito dal codice è quello del breviario riformato dalla Curia romana al tempo di Innocenzo III, il papa del Concilio Lateranense IV. A tradirne l’antichità è la presenza di brani tratti dai sermoni d’Innocenzo stesso, resi facoltativi dal suo successore, Onorio III, prima di scomparire del tutto dalla tradizione posteriore.
Si tratta di un dato di grande interesse, che colloca chiaramente Francesco nell’orbita della Chiesa innocenziana: la stessa alla quale la “fraternitas” nascente aveva scelto di riferirsi per ottenere un’approvazione che le consentisse di vivere entro un quadro di piena legittimità ecclesiale e che, con il Concilio Lateranense IV, aveva impresso un forte impulso alla disciplina sacramentale – basti pensare alla definizione dogmatica della transustanziazione (cost. 1) - e alla riforma della vita religiosa e pastorale.
È entro questo medesimo orizzonte che acquistano maggiore spessore l’insistenza francescana sull’Eucaristia, il rispetto dovuto ai sacerdoti, la cura riservata ai libri contenenti le “parole divine” di cui si legge negli scritti di Francesco.
La scelta dell’Ufficio romano recava, a ogni modo, anche altre conseguenze. In un Occidente latino ancora caratterizzato da una notevole pluralità di usi liturgici locali, offriva ai frati una disciplina comune. La rinuncia alla “stabilitas loci” poneva un problema specifico: come garantire unità e riconoscibilità a una fraternità destinata a muoversi continuamente?
L’Ufficio romano diveniva una sorta di “patria liturgica portatile”; ciò che consentiva ai frati di restare riconoscibilmente gli stessi da Assisi a Parigi, da Bologna alla Terrasanta. Non solo; l’adozione della forma di preghiera propria della Chiesa romana contribuiva a collocare con chiarezza la fraternità entro l’ortodossia, rendendone leggibile l’appartenenza e riducendo il rischio di confusione con uno dei molti movimenti religiosi sospetti o apertamente eterodossi che percorrevano allora l’Occidente.
L’edizione di frate Pezer – risultato d’un lavoro filologico e storico–liturgico di grande acribia – colma una lacuna importante: sia per la francescanistica, sia per la storia stessa del breviario come libro plenario. La trascrizione diplomatica ne restituisce con rigore la lettera, comprese correzioni e stratificazioni (il codice non rimase cristallizzato alla morte di Francesco: frate Leone continuò ad aggiornarne i contenuti, soprattutto il calendario, adeguandole alle successive disposizioni dell’Ordine); l’introduzione di Laura Albiero, specialista del libro liturgico manoscritto, lo colloca nel quadro dello sviluppo della liturgia romana, e delle origini minoritiche; la presentazione di Cassian Folsom, monaco benedettino, ne mette a fuoco la rilevanza.
Ottocento anni dopo la morte di Francesco, mentre la sua figura continua a essere evocata sotto le insegne più diverse – pacifista, ecologista, riformatore, icona del dialogo -, il Breviarium suggerisce un fondamentale cambio di prospettiva. Prima di diventare un simbolo universale, egli fu, innanzitutto, un cristiano del suo tempo, radicato, oltre che nel Vangelo, nella liturgia della Chiesa. Parte della sua “originalità” nasceva da qui: dalla capacità di fare di parole ricevute, ripetute e pregate non un repertorio da citare, ma una forma di vita.



