La storia di una delle foto più famose del mondo. Inconsapevole messaggero dell'inferno della Shoah, di Anna Foa

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 18 /02 /2011 - 15:51 pm | Permalink
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Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 5/2/2011 un articolo scritto da Anna Foa. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti sulla Shoah vedi su questo stesso sito i testi e le foto della mostra Voci dalla Shoah.

Il Centro culturale Gli scritti (18/2/2011)

La foto è una delle più famose del mondo: un bambino con le braccia alzate, minacciato da un nazista che gli punta contro il mitra, un berretto troppo largo sulla testa, le gambe nude e i calzettoni tirati fino alle ginocchia. Il contesto, il ghetto di Varsavia durante la rivolta e la successiva liquidazione, nell'aprile 1943.

L'autore, un fotografo delle SS che seguiva le operazioni condotte da Jürgen Stroop, il generale delle SS che ha comandato la repressione della rivolta e la distruzione del ghetto. La foto immagine è la quattordicesima di un album di 54 fotografie fatte scattare da Stroop per essere inviate al suo diretto superiore Walter Krüger e da questi a Himmler, accompagnato da un dettagliato rapporto, a documentazione del compito svolto.

Il titolo dell'album, Non esiste più un quartiere ebraico a Varsavia. Di questo album, e in particolare di questa foto assurta a simbolo della Shoah tutta, lo storico francese Frédéric Rousseau ricostruisce la storia in un libro recentemente tradotto in Italia, Il bambino di Varsavia. Storia di una fotografia (Roma-Bari, Laterza, 2011, pagine 216, euro 18).

È noto come i nazisti avessero l'abitudine di scattare immagini ricordo delle loro imprese di morte. Erano, d'altronde, gli unici che potessero farlo, tranne casi particolari. Non c'erano infatti giornali che inviassero i loro fotografi ad accompagnare le operazioni militari e i massacri contro ebrei e civili e le vittime, da parte loro, non fotografavano.

Famose sono, ad esempio, le terribili foto scattate durante i massacri compiuti dalle Eisantzgruppen in Polonia e in Russia e inviate a Hitler come dono per il suo compleanno. In questo caso, le foto furono riprese allo scopo preciso di documentare la vittoria sugli insorti, non come souvenir, il che le caratterizza da subito come foto mirate.

Da queste foto, già organizzate in un discorso conseguente, quello che documentava la distruzione del ghetto, gli Alleati trassero un album più ridotto, diciotto foto delle 54 originali, che fu presentato al processo di Norimberga a documentazione delle atrocità commesse dai nazisti e delle responsabilità degli imputati. Fra di essi non era Stroop, processato in Polonia e impiccato nel 1952 a Varsavia. Di queste immagini dell'album di Norimberga faceva parte anche la foto del bambino, che tuttavia fu tra quelle soltanto accluse agli atti, non tra quelle presentate al tribunale nelle udienze.

Nel 1946, quindi, non solo la foto del bambino con le braccia alzate non aveva ancora assunto un valore simbolico particolare, ma non era nemmeno considerata particolarmente rilevante nel contesto del processo. Dopo di allora, e fino alla fine degli anni Cinquanta, scrive Rousseau, la foto del bambino "è come una falena attirata dalla luce di una stanza illuminata - lo spazio pubblico, la memoria e l'immaginario culturale dell'occidente - o che batte contro un vetro finché la finestra non si apre".

A impedire che emergesse all'attenzione pubblica, è il clima resistenziale del tempo, il primato dato ai deportati politici, ai resistenti, che in quegli anni si salda con l'esaltazione da parte israeliana della rivolta del ghetto, dei resistenti in armi. Il bambino, con le sue mani alzate, ha dei concorrenti temibili, ci spiega Rousseau, gli eroi. La conquista da parte sua dello spazio pubblico memoriale avviene attraverso recuperi successivi e l'emergere di una diversa concezione, in cui la resistenza ai nazisti non è solo più quella armata, ma quella civile, di tutti.

A partire dal 1966-1967, la foto emerge all'attenzione e prende sempre più il primo posto. A consentirlo, è lo spostamento dell'attenzione dall'eroe alla vittima. Il piccolo ebreo inerme sotto la minaccia delle armi diventa un'icona, quella della vittima per eccellenza. All'inizio del nuovo millennio, il bambino finisce per identificarsi con "la storia collettiva degli ebrei", sostituendo nel ruolo di icona Anna Frank, troppo lontana dalla storia degli ebrei dell'Europa orientale e del loro sterminio. Il bambino campeggia ormai da solo, senza i suoi carnefici, divenuto il messaggero insostituibile dell'inferno della Shoah.

Nel frattempo, però, come nel caso de Il diario di Anna Frank, la sua foto offre spazio agli strali dei negazionisti. Due diverse identificazioni del bambino, una delle quali, molto dubbia, da parte di un sopravvissuto, mettono in discussione la datazione della foto e offrono spazio agli attacchi di Faurisson e di altri negatori della Shoah.

L'emergere da protagonista dell'immagine corrisponde al mutamento della politica memoriale, all'ascesa indiscussa della vittima, che diviene il centro simbolico dell'immaginario della civiltà occidentale. Questa trasformazione della memoria avviene nell'ambito di un preciso mutamento del suo ruolo pubblico. Ed essa accompagna un processo al tempo stesso di definizione dell'oggetto "Shoah", distinguendolo dagli altri momenti della guerra, e di slittamento del ruolo di protagonista dall'eroe alla vittima.

Il fatto che l'icona della Shoah sia l'immagine di un bambino, d'altronde, ben corrisponde al gran numero dei bambini sterminati, un milione e mezzo, un quarto delle vittime totali. E al fatto che se c'è un elemento che distingue radicalmente il genocidio degli ebrei d'Europa dagli altri genocidi è la volontà dei nazisti di sterminare fin dalla nascita tutti gli ebrei, dai neonati in poi, fino all'ultimo.

Un'immagine così diffusa, così sovraesposta, si chiede Rousseau, è ancora una testimonianza, oppure non finisce, sollecitando soltanto la commozione e non più la sete di conoscere, con il cancellare la sua stessa funzione? "L'avvenimento - una delle più grandi tragedie del nostro tempo scrive Rousseau - è stato completamente inghiottito dalla carica emotiva della fotografia". Per questo, la storia di questa foto, di quello che rappresenta, di chi la ha scattata e di chi l'ha utilizzata, può aiutarci a restituirle il suo valore prezioso di testimonianza.

(©L'Osservatore Romano - 5 febbraio 2011)