La nascita della chiesa in Corea: l'unico caso nella storia di un'evangelizzazione iniziata tramite la lettura di libri e non tramite la testimonianza vivente di missionari

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 01 /04 /2011 - 14:47 pm | Permalink
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Ripresentiamo sul nostro sito alcuni testi che permettono una prima conoscenza della straordinaria evangelizzazione della Corea. Come appare evidente dalla documentazione stessa, il vangelo arrivò in Corea tramite alcuni scritti, certamente un Catechismo ed altri testi che presentavano diversi aspetti della fede cristiana. Alcuni intellettuali, appartenenti ad un gruppo che si riuniva nella appassionata ricerca della verità – gruppo che è poi passato alla storia con il nome di Gang-Hak-Hwe, che significa “riunione per dialogare sulla scienza” -, furono colpiti dal valore di questi testi e divennero cristiani senza conoscere ancora personalmente alcun cristiano. Solo alcuni anni dopo inviarono un loro rappresentante a Pechino in cerca di altri testi sul cristianesimo ed anche per prendere contatto con i missionari occidentali che li avevano scritti. Costui, per primo, ricevette il battesimo e, tornato in Corea, prese a battezzare poi gli altri. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito di questi testi non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (1/4/2011)

Indice

1/ Dalla ricerca della verità alla fede (da Giovanni Paolo II)

dall'omelia di Giovanni Paolo II in occasione della Concelebrazione per i martiri della Corea, Basilica Vaticana, domenica 14 ottobre 1984

1. “Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio” (Mt 22, 2). A queste nozze speciali il Padre eterno invita tutti i popoli e tutte le nazioni della terra.

Due secoli fa è stato invitato il popolo coreano. Nello scorso mese di maggio ho avuto la gioia di celebrare in Corea il bicentenario di quella cristianità.

Il popolo coreano ha risposto all’invito al mistico banchetto del Padre celeste mostrando nel proprio cuore una straordinaria disponibilità e un edificante impegno, che oggi sono premiati con una splendida fioritura della comunità ecclesiale.

In Corea la fede fu recata - caso unico nella storia - spontaneamente dai coreani stessi. Il cammino dei coreani verso la fede infatti è cominciato grazie all’iniziativa autoctona di alcuni laici. Tale cammino ci fa comprendere di quanta importanza, ai fini della salvezza eterna, sia rivestita l’aspirazione naturale della ragione umana alla verità. Fu infatti, come sappiamo, una leale ricerca della verità a spingere quei laici - era un gruppo di letterati e “filosofi” - a prendere contatti, non senza gravi rischi, con Pechino, laddove avevano sentito parlare della presenza di uomini, alcuni dei quali cattolici, che avrebbero potuto illuminarli sulla nuova fede da essi conosciuta mediante i nuovi libri. Questi laici, uomini e donne, giustamente considerati i “fondatori della Chiesa” in Corea, per ben 56 anni, dal 1779 al 1835, senza l’aiuto di sacerdoti - tranne la presenza assai breve di due sacerdoti cinesi - hanno diffuso il Vangelo nella loro patria fino all’arrivo dei missionari francesi nel 1836, e hanno offerto e sacrificato la vita per la loro fede in Cristo.

E quel Figlio di Dio che, venendo sulla terra tanti secoli prima, aveva detto: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18, 37), non poté deluderli nella loro ricerca, anzi, con la sua parola divina, li illuminò molto al di là di quanto essi all’inizio si attendevano. Li illuminò e li fortificò. Dette loro quello Spirito di fortezza che già li aveva guidati, senza che essi stessi se ne fossero resi conto nel cammino verso il Verbo di verità e verso il Padre.

È per questo Spirito di fortezza, che essi rimasero ben saldi in Cristo, pronti a perdere ogni bene, anche quello della vita, pur di non perdere lui, Gesù salvatore.

2. La Chiesa in terra coreana ha reso, specie nel corso dei primi cent’anni, una straordinaria testimonianza alla fede in Cristo, come ne sono prova le numerose schiere dei martiri.

Come è noto, durante l’Eucaristia giubilare del 6 maggio scorso a Seoul, mi è stato dato di canonizzare 103 martiri della Corea.

Questi martiri della Corea costituiscono un numero piccolo, ma particolarmente significativo, tra le migliaia e migliaia che vengono ricordati dalla storia.

Ciò che ci riempie di profonda ammirazione, almeno nelle testimonianze più eroiche che ci sono riferite, è l’eccezionale serenità e la misteriosa gioia delle quali, per uno speciale dono di Dio, essi furono capaci pur davanti alla prospettiva di crudeli tormenti e della morte. La fortezza dei martiri della Corea richiama alla memoria quella di cui si parla circa i primi secoli cristiani. In essi lo splendore particolare della testimonianza sembra risentire in qualche modo della disciplina orientale concernente l’autodominio e il distacco ascetico dai beni di questo mondo, compresa la stessa vita fisica, completando nella loro carne “quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24).

3. Il Vangelo di oggi ci parla dei servitori che il re manda a chiamare gli invitati alle nozze di suo Figlio: “Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze” (Mt 22, 9).

Molti figli e figlie di Francia hanno compiuto un grande servizio missionario nei confronti della giovane Chiesa di Corea.

Infatti, papa Gregorio XVI, avendo ricevuto una lettera della comunità di laici che chiedevano l’invio di sacerdoti, si rivolse nel 1827 alla Società delle missioni estere di Parigi, che conosceva un momento di forte espansione missionaria, proponendole di rispondere alla richiesta. Tra i volontari che si presentarono, vi era il primo vescovo designato dalla Santa Sede come vicario apostolico per la terra di Corea, monsignor Barthélemy Bruguière. Egli morì però prima di raggiungere il suo luogo di destinazione.

Ma il martirio attendeva i francesi coraggiosi che dall’anno seguente, il 1836, cominciarono la loro attività in Corea: Pierre Maubant e Jacques Chastan. Furono poi martirizzati il secondo vicario apostolico, monsignor Laurent Imbert, arrivato nel 1837, poi monsignor Siméon Berneux, monsignor Antoine Daveluy, ed altri eroi francesi dei quali abbiamo iscritto i nomi, come voi sapete, “nel libro della vita” (Fil 4, 3; Ap 3, 5; 13, 8; 21, 27).

Questi martiri missionari hanno fraternizzato con i coreani in un’unica testimonianza di fede che mostra fino a che punto la carità ha un valore che non conosce le barriere o i limiti della nazionalità o della cultura. Colui che ama veramente la sua patria non può considerare “straniero” il cristiano di un altro Paese. E ogni vero cristiano considera suoi compatrioti, in un certo modo, gli uomini di altri Paesi. Come i missionari francesi seppero riconoscere dei fratelli nei coreani, così i coreani seppero riconoscere dei fratelli nei francesi. Il miglior modo di amare la propria patria e di rispettare quella degli altri è giustamente parte di questo spirito di “cattolicità”, cioè di autentica universalità, di questo amore per l’uomo insegnato dal Vangelo e che è un dono di Dio all’umanità intera.

Ecco perché il Vangelo è aperto ad ogni forma di cultura: esso feconda dall’interno le qualità spirituali e i doni propri delle diverse culture (cf. Gaudium et Spes, 53). [...]

2/ La luce a questa terra! Breve storia della Chiesa in Corea, di Angela Mistura

Il testo di Angela Mistura è tratto dal sito dei Diaconi di Como

Questa breve storia della Chiesa coreana mi è stata inviata dalla nostra sorella Angela Mistura, originaria della parrocchia di Azzio, nelle valli varesine. Da diversi anni essa è partita missionaria in Corea ma, quasi ogni anno, durante il periodo estivo, torna in Italia per condividere con noi la sua esperienza e quella della Chiesa coreana.

Sono trascorsi 200 anni da quando la Chiesa in Corea, terra di placide aurore e di splendori mattutini, ebbe i suoi inizi. Da 5000 anni i nostri antenati guardavano il cielo, adoravano il Supremo Dio e hanno creduto alla sua esistenza nei cieli. Le generazioni che seguirono hanno mantenuto la stessa credenza, hanno indossato i vestiti bianchi chiamandosi “Baedal Ghyerye”, ossia “Figli della Luce”. Abbiamo amato la pace, abbiamo costruito piccoli villaggi presso torrenti dalle acque cristalline che serpeggiano ai piedi delle verdi montagne dove i nostri antenati avevano pregato il Supremo Dio (B.C. 3000).

Prima ancora che arrivassero i missionari a condividere con noi, la grazia dei Sacramenti della Salvezza in questa piccola penisola dell’estremo oriente, i nostri antenati cercavano per conto loro la verità eterna. Guidati dal loro grande antenato Lee Byok, un vero dono della Divina Provvidenza, fecero del loro meglio per adorare Dio.

Lee Byok ha saputo sviluppare la “Gang-Hak-Hwe” [che significa “riunione per dialogare sulla scienza”]. Essa è stata un centro di ricerca culturale, nella Valle di Cheon-Jin-Am, ora chiamata ‘‘la Culla della Chiesa Cattolica in Corea’’ in un centro di formazione nella fede. Fece un compendio del Vecchio e Nuovo Testamento e li scrisse in forma lirica chiamata “Riassunto dell’insegnamento della Chiesa”. Compose pure un inno, il “Canto per rispettare Dio”.

Jeong Yak Jong, uno dei membri del “Gang-Hak-Hwe” compose e celebrò in versi “L’Inno dei 10 Comandamenti”. Sebbene fossero ignari del calendario basato sul sistema solare sentirono però il bisogno di fissare il giorno del Signore e così stabilirono che il settimo, il quattordicesimo ed il ventottesimo giorno di ciascun mese del calendario lunare, fossero tenuti sacri come Giorno Santo del Signore, ossia come domenica. Questi giorni erano dedicati alla preghiera, alla contemplazione ed al digiuno. Fecero anche del loro meglio per osservare i Comandamenti e le regole della Chiesa. (A.D. 1779).

Per ricevere la grazia sacramentale della salvezza per mezzo della Chiesa cattolica, i fondatori della Chiesa Coreana inviarono di propria iniziativa Lee Seung-Hoon, un membro del “Gang-Hak-Hwe” alla Chiesa cattolica di Pechino. Malgrado le dure prove ed i ripetuti insuccessi ricevettero finalmente la grazia sacramentale del Battesimo. Dopo di che i nostri antenati giunsero a stimare da se stessi il sacramento di salvezza e le verità del Vangelo la cosa più importante, più utile della loro stessa vita. Seguendo l’esempio degli apostoli e mossi dallo Spirito Santo divisero il paese in distretti e si addossarono la responsabilità di propagare il Vangelo e portare la grazia della salvezza alla loro gente per tutta la Corea. Lavorarono indefessamente superando indicibili ostacoli e difficoltà d’ogni genere (A.D. 1784).

Dal punto di vista umano e pastorale, la Chiesa cattolica Coreana, sorta spontaneamente, senza aiuto di sacerdoti o religiosi, era come un orfano o come pecora abbandonata e senza pastore, eccetto per il fatto che i loro fondatori erano guidati dalla grazia del Sacramento e sotto l’influsso dello Spirito Santo. Ma la spada della persecuzione cadde improvvisamente sui primi germogli come un improvviso gelo. Nonostante questa prima terribile persecuzione tutti i fondatori della Chiesa Cattolica Coreana camminarono coraggiosamente sulla via cosparsa di spine e portando la Croce di Nostro Signore. Testimoniarono la verità del Vangelo offrendo volontariamente la loro vita pronti a spargere il loro sangue per Dio e per la Chiesa, confidando solo in Dio, non avendo alcuno che li potesse incoraggiare e aiutare.

Giovanni Battista Lee Byok, fondatore della Chiesa in Corea, fu imprigionato in casa sua dalla sua stessa famiglia. Questa persecuzione nell’ambito familiare fu ancora più dura a causa della forte pressione da parte del governo ed anche per le usanze della società di allora. Suo padre minacciò d’impiccarsi se il figlio non avesse smesso di prender parte alle attività della Chiesa. Ma pur in mezzo a queste terribili persecuzioni, Giovanni Battista Lee Byok confessò la sua fede col digiuno, meditando giorno e notte, senza cambiarsi i vestiti e stando seduto per terra senza muoversi. Dopo quindici giorni di digiuno, morì santamente e coraggiosamente all’età di 31 anni. Questa eroica e santa morte fu la prima offerta fatta a Nostro Signore dalla Chiesa Coreana in un paese completamente non cristiano (A.D. 1785).

Giovanni Battista Lee Byok e altri letterati divennero il sostegno della Chiesa e testimoniarono la loro fede in Dio con il sacrificio della propria vita. Tra questi vi fu Tommaso Kim Beom-Woo, proprietario di Myong Rye Bang (che è l’attuale terreno della cattedrale di Myong Dong nell’archidiocesi di Seoul) che venne arrestato dal governo durante la prima persecuzione. Gravemente percosso ed esiliato non cessò mai di pregare a voce alta sia in prigione che in esilio e coraggiosamente diede testimonianza alle verità della salvezza. Con il nome di Dio sulle labbra, morì in esilio per l’infezione causata dalle percosse ricevute. Questo fu il secondo sacrificio offerto al Signore dalla Chiesa Coreana. (A.D. 1787).

Nonostante la mancanza di sacerdoti, la perdita del loro fondatore, della loro chiesa temporanea, soffrendo forti persecuzioni da parte della famiglia, dei vicini, della gente del villaggio, sopportando l’odio del governo e della società, i fondatori della Chiesa Coreana non si lasciarono scoraggiare né tradire nelle loro speranze. Con grande entusiasmo si diedero a propagare la verità, e per poter tenere uniti i fedeli che erano sparsi un po’ ovunque, fare nuove conversioni, costruire e sviluppare la Chiesa di Dio, istituirono una specie di struttura gerarchica. Tuttavia avendo sentore dell’esistenza di una struttura ufficiale sacerdotale e del sacramento dell’Ordine consultarono il Vescovo di Pechino. Venuti a conoscenza delle vere strutture sospesero subito il loro ministero sacerdotale e umilmente si sottomisero in tutto al Vescovo (A.D. 1789).

A quei tempi, come pure oggi, il rispetto per i genitori e gli antenati formava la più importante norma di vita nella società Coreana. Quando il Vescovo di Pechino proibì loro il culto degli antenati, fu per i nuovi convertiti al cattolicesimo un vero sacrificio. Gli occidentali non riusciranno a comprendere pienamente il sacrificio che esso racchiudeva. Tuttavia venuti a conoscenza di quest’ordine obbedirono senza esitazione seguendo l’esempio dei loro capi. Paolo Yoon Ji-Choog e Giacomo Kwon Sang-Yen morirono di spada. Anche Francesco Saverio Kwon Il-Shin, grande letterato che tanto fece per la propagazione della fede, inviando discepoli in ciascuna provincia della Corea, morì in seguito a battiture ricevute in prigione, durante la prima notte, prima di essere esiliato. Questo fu il terzo sacrificio offerto a Dio dalla Chiesa Coreana (A.D. 1791).

I capi laici della Chiesa, desiderosi di avere dei sacerdoti, fecero più volte appello alla Chiesa di Pechino. Finalmente ricevettero un sacerdote cinese, Padre Giacomo Joo Moon Mo, frutto delle loro preghiere e della loro fede ed anche perché i capi laici non esitarono a rischiare la loro vita percorrendo 1200 km. da Seoul a Pechino con un viaggio di tre mesi. Il governo Coreano venuto a conoscenza della presenza di un sacerdote straniero diede ordine di arrestarlo. Ma il grande martire Mathias Choi In-Ghil, facendosi passare per il sacerdote cinese andò in prigione al suo posto, salvando così il Padre e la vita di tanti altri cattolici. Conosciutasi la sua vera identità fu picchiato a morte assieme a Savas Chi Whang e Paolo Yoon Yoo-I1 che avevano fatto il viaggio dalla Corea alla Chiesa di Pechino. Tutti e due furono torturati ma nessuno rivelò il nascondiglio del sacerdote. Morirono invocando Dio. Il sacrificio della loro vita permise a Padre Giacomo di lavorare per la Chiesa Coreana per altri cinque anni. (A.D. 1795).

I primi cristiani della Corea furono dei veri eroi della fede che incominciarono a costruire la loro chiesa nel deserto del loro Paese, dedicando se stessi e tutto ciò che possedevano per la sua crescita. Pietro Lee Seung-Hoon inviato alla Chiesa di Pechino fu il primo Coreano ad essere battezzato e a portare la grazia del sacramento in Corea. Fu ucciso di spada per la fede. Il grande letterato, Ambrogio Kwan Cheol-Shin, uno dei principali conferenzieri del Gang-Hak-Hwe, fu imprigionato all’età di 66 anni e battuto a morte, mentre invocava Dio. Agostino Jeong Yak-Jong, autore di un libro sulla dottrina della Chiesa cattolica, fu un grande apostolo nella città di Seoul organizzando un gruppo di azione apostolica tra i laici. Egli pure diede testimonianza della sua fedeltà a Dio con la decapitazione. Alessandro Whag Sa-Yeong fu arrestato per aver scritto una lettera su seta al Vescovo di Pechino chiedendo aiuto. Lui pure testimonia la sua fede in Dio e nella Chiesa. Il suo corpo venne crudelmente smembrato in 6 parti (1801).

Dopo che i fondatori della Chiesa in Corea ebbero sparso il loro sangue sotto la spada, i cattolici si riunirono spontaneamente assieme per consolarsi e aiutarsi a vicenda. Rischiando la vita si diedero a ripristinare la chiesa e coraggiosamente si misero a cercare i cattolici che si erano nascosti nelle campagne. Continuarono pure a tenersi in contatto con il Vescovo di Pechino pregandolo d’inviare sacerdoti in Corea. Continuarono a mettere a repentaglio la loro vita e a soffrire maltrattamenti da schiavi in questi viaggi di 1200 km. da Seoul a Pechino. Eppure furono fatti per ben venti volte in una generazione. Paolo Jeong Ha-Sang e Agostino Yoo Jin-Ghil guidarono questa Chiesa, priva di pastore, ed inviarono molte lettere al Santo Padre a Roma. Finalmente ricevettero la grazia dell’erezione della diocesi di Cho-Seon (A.D. 1831).

I nuovi capi della Chiesa Coreana seguirono le orme dei loro padri. Chiamarono i missionari stranieri e spesero la loro vita costruendo e sviluppando la Chiesa. Paolo Jeong Ha Sang che tanto fece per la fondazione della diocesi di Cho-Seon, fu decapitato nel medesimo luogo dove suo padre, il famoso Agostino Jeong Yak-Jong fu decapitato 40 anni prima.

Una generazione dopo l’altra di capi della Chiesa Coreana seppero dare la loro vita col martirio. Essi stessi e i loro discendenti fino alla seconda, terza, quarta e persino quinta generazione, in un secolo di persecuzione, furono tutti decapitati per la fede. Sebbene questi prigionieri e capi della Chiesa Coreana diedero, la loro vita per la Chiesa e soffrirono l’eroico martirio, nessuno venne canonizzato. Un tale fatto è causa di una costante e dolorosa sensazione di perdita e di privazione da parte dei cattolici Coreani. Perciò in occasione del duecentesimo anniversario della fondazione della Chiesa in Corea desideriamo avviare il processo per la loro beatificazione.

Seguendo gli esempi dei loro ardenti fondatori, i martiri Coreani, per ben 20 volte in 30 anni fecero la strada fino a Pechino per chiedere d’inviare loro dei missionari. Finalmente con l’erezione della diocesi di Cho-Seon i capi del laicato poterono fare entrare in Corea i primi missionari francesi. La Chiesa Coreana aveva così la struttura comune di una chiesa locale con un Vescovo e sacerdoti; essa era ormai una chiesa di martiri con 50.000 cattolici (A.D. 1836).

Un’altra persecuzione si scatenò sulla Corea. I primi 3 missionari dell’occidente, Mons. Laurentius Imbert, e i due sacerdoti, Padre Pietro Maubant e Padre Giacomo Chastan, i capi laici Paolo Jeong Ha-Sang con Agostino Yoo Jin-Ghil, che avevano lavorato per fondare la diocesi di Cho-Seon, offrirono coraggiosamente la loro vita per la fede assieme a molti altri cattolici (A.D. 1839).

Siamo grati ai missionari francesi per il loro interessamento a promuovere vocazioni sacerdotali native. Infatti per la loro sollecitudine pastorale riuscirono a mandare 3 giovani a Macao a studiare per il sacerdozio. Uno di loro morì nel seminario ma gli altri due raggiunsero la meta. Il primo ad essere ordinato e poi far ritorno in Corea, come primo sacerdote coreano fu Padre Andrea Kim Dae-Gheon, che purtroppo in una nuova persecuzione fu ucciso di spada l’anno stesso in cui fece ritorno. Così mori gloriosamente martire l’unico sacerdote coreano di quel tempo (A.D. 1846).

La Chiesa in Corea passò attraverso continue persecuzioni. La mancanza di sacerdoti fu continua, ma il laicato ha saputo mantenere saldamente la fede, divulgare la Parola di Dio ed espandere la Chiesa. La storia della Chiesa in Corea è un miracolo più grande e più utile alla Chiesa di oggi che non una guarigione miracolosa di uno o due ammalati. Decine di migliaia di cattolici sparsi per tutto il Paese hanno sopportato volentieri le sanguinose persecuzioni ed hanno accettato il martirio, sopratutto durante l’ultima e più terribile persecuzione del 1866.

Dall’inizio fino ai giorni nostri la Chiesa Coreana ha ricevuto un numero di grazie speciali per mezzo di eventi soprannaturali. Purtroppo la gente in Corea non è ancora abituata ad andare dal medico regolarmente, come usano in occidente, e neppure tutti i fatti vengono catalogati sistematicamente e scientificamente, per cui risulta molto difficile raccogliere dati precisi e confermare possibili guarigioni miracolose. Tuttavia i cattolici della Chiesa Coreana di oggi sono convinti che ricevono aiuti soprannaturali in tempi di crisi e di estreme difficoltà dai loro martiri antenati. Tutti i cattolici Coreani credono fermamente nei loro martiri, chiedono il loro aiuto nelle loro difficoltà e li imitano nel loro fervore e nello spirito che li ha animati.

La Chiesa in Corea, camminando sulle orme insanguinate per duecento anni, ha perso tutte le tracce delle tombe dei loro pionieri; solo recentemente li scopersero miracolosamente in vecchi pubblici cimiteri. Vennero pure alla luce in parecchi posti parti di lettere personali scritte da loro e si ritrovarono pure libri che erano stati nascosti. Recentemente fu pure trovato il luogo ove ebbe inizio la Chiesa Coreana.

Lo stesso posto dove 200 anni fa i nostri antenati letterati si radunavano per studiare le verità eterne e adorare il Supremo Dio, è ora divenuto il cimitero ove riposano i 5 pionieri fondatori uno dei quali e Francesco Saverio Kwon Il-Shin, il cui corpo fu trovato incorrotto. Inoltre al raduno per celebrare il 150o anniversario della erezione a diocesi di Cho-Seon, alla presenza di 800.000 persone tra credenti e non credenti, quando le reliquie dei Beati Martiri Coreani venivano portate all’altare, una grande croce risplendente, che riempiva il cielo, apparve sulle dense nubi. La folla fu profondamente commossa e piena di religiosa gratitudine. Ciò avvenne due soli anni fa il 18 ottobre 1981.

Ci rincresce assai, che quantunque in diverse parti del Paese avvengono delle guarigioni che sembrano miracolose, non possediamo alcuna documentazione medica che riguarda la malattia prima della guarigione. Ma nessun Cattolico Coreano nutre alcun dubbio che il costante aumento di conversioni e le molte vocazioni sacerdotali e religiose siano il frutto del sangue sparso dai fondatori pionieri e dai Beati Martiri della Chiesa in Corea. Questi sono stati i nostri modelli, la base e la sorgente della nostra pietà trasmessa da una generazione all’altra nella nostra Chiesa Coreana. La nostra gente emula lo spirito e lo zelo dei nostri Beati Martiri nelle loro attività apostoliche. L’esempio dei Santi Pionieri e Martiri della nostra Chiesa, che con costanza e zelo predilessero la loro fede e la propagarono anche senza sacerdoti, sacrificando la loro vita per delle generazioni, sarà una lezione salutare ed efficace e fonte di coraggio per i nostri fratelli e sorelle del continente cinese e della chiesa del silenzio in altre parti del mondo. Non c’è alcun dubbio che i Beati Martiri della Chiesa Coreana stiano ora pregando per la missione di tutta la Chiesa universale e per la Chiesa del Silenzio in particolare.

3/ Naissance de l'Église en Corée

dal sito Les Missions Etrangères de Paris

Des non-chrétiens qui spontanément cherchent la foi et qui la découvrent par eux-mêmes. Une fois baptisés, ils bâtissent des communautés, puis ensuite, cherchent des prêtres pour s'occuper de ces communautés. Telle est l'étonnante et merveilleuse histoire de la naissance de l'Église en Corée. Saint Paul n'avait pas prévu cela quand il expliquait, dans son épître aux Romains, que pour croire en la Bonne Nouvelle, il fallait d'abord l'avoir entendue et qu'on ne pouvait pas l'entendre si un missionnaire n'avait pas d'abord été envoyé pour la proclamer.

Tout a commencé, il y a quelques deux cent-vingt ans, à peu près à l'époque de la Révolution française. La Corée était alors vassale de la Chine. À la cour de l'empereur, la Chine accueillait des Européens, spécialistes ès-sciences de l'époque, en géographie, astronomie, etc, mais spécialistes aussi en religion puisque c'était des prêtres catholiques. Alors que la Corée, sûre d’elle-même, fermait hermétiquement ses portes et se vantait même d’être le "royaume ermite", de jeunes intellectuels coréens, friands d'idées nouvelles et désireux de servir leur pays, se passaient secrètement des livres chinois dont un certain nombre de livres chrétiens, écrits deux siècles auparavant par le père Matteo Ricci et ses compagnons jésuites. Ces intellectuels avaient bien quelques idées politiques en tête mais, comme ils ne pouvaient en parler en public, ils pensèrent qu'il leur fallait d'abord se former. Un certain Hong Yu-han par exemple, qui tel un nouveau Jean-Baptiste était mort sans n'avoir jamais rencontré aucun chrétien ni reçu le baptême, avait lu plusieurs livres chrétiens et, d'emblée, avait été conquis, au point de prendre, tout seul, des habitudes de prière. Il célébrait même, à sa façon, une fois par semaine un "jour du Seigneur" et mettait en pratique la charité en partageant généreusement ses biens. Saint André Kim, le premier prêtre coréen, mort martyr 70 ans après, disait de lui que c'était "le premier Coréen qui ait pratiqué la religion chrétienne".

Ce qui n'était pas tout à fait exact, car deux siècles plus tôt, dans les fourgons d'une armée d'invasion japonaise, plusieurs missionnaires étrangers avaient baptisé des Coréens. Malheureusement cette première communauté chrétienne disparut sans laisser de traces.

Un certain Lee Byeok, alla plus loin, fasciné en quelque sorte par le christianisme tel qu'il l'avait entrevu dans les livres, il voulut en savoir davantage. Or, pour en savoir davantage, il lui fallait aller en Chine, à Pékin, et rencontrer l'un ou l'autre de ces "sages" occidentaux. Pour cela il devait, impérativement faire partie du groupe des ambassadeurs nommés par le roi, qui une fois par an allaient porter allégeance à l'empereur de Chine et recevoir en échange le calendrier. Comme il n'était pas question qu'il puisse se faire nommer lui-même, il eut l'idée de s'adresser à un jeune ami de son âge, Lee Seung-hun, qui devait accompagner à Pékin son père, nommé secrétaire d'ambassade. Lee Byeok lui montra les livres qu'il possédait et ui demanda d'aller en chercher d'autres à Pékin. Il lui conseilla même, pour faire plaisir aux prêtres et pour s'assurer leurs faveurs, de se faire bapti- ser : il pourrait peut-être ainsi rapporter des appareils scientifiques.

Lee Seung-hun, après un temps d'hésitation, finit par accepter. À Pékin, il rencontra trois jésuites à l’église du Nord : le Père d'Almeida de nationalité portugaise, et les Pères Grammont et de Ventavon de nationalité française. Lee Seung-hun ne parlait pas chinois mais il avait appris, tout comme les prêtres, un certain nombre de caractères dans cette langue : ils purent ainsi communiquer par écrit. Les pères durent bien réaliser que leur visiteur était intéressé par la religion puisqu'il demandait le baptême et c'est le Père Grammont qui entreprit de l'enseigner. Un enseignement rudimentaire qui dura moins d’un mois, puis les deux Français lui firent passer un examen de catéchisme qui fut satisfaisant. Ils demandèrent alors l'accord de son père qui accepta. Il n'y avait plus qu'à le baptiser, ce que fit le Père Grammont en lui donnant le prénom de Pierre pour qu'il soit la pierre angulaire de l'Église coréenne.

Quand il repartit de Chine fin janvier 1784, il emportait des livres d'astronomie, de mathématiques, de géométrie et de religion. Lee Byeok fut enchanté, avec ses amis, ils se lancèrent à corps perdu dans l'étude du christianisme, tant et si bien qu'au début de l'hiver de cette même année 1784, Pierre Lee jugea qu'il pouvait baptiser les trois plus avancés dont Lee Byeok. Peu après, un autre groupe reçut le baptême, puis d'autres suivirent. Les premiers baptisés donnaient le baptême aux nouveaux chrétiens quand ils les jugeaient prêts et les invitaient à former ce qu'on appelerait maintenant des communautés de base: l'une se réunissait en plein coeur de Séoul, à l'emplacement de la cathédrale actuelle, d'autres en province. Très vite, les livres les plus importants, dont plusieurs livres de prières, furent traduits en coréen et largement diffusés. Ces nouveaux chrétiens avaient l'esprit missionnaire: sur des ritournelles traditionnelles ils firent passer le message, inventèrent des histoires allégoriques pour les petites gens. L'Église se développait, sans la présence d'aucun missionnaire.

Fin 1784, on chuchota dans les milieux officiels que des éléments dangereux se réunissaient secrètement et risquaient de troubler l'ordre public. L'affaire éclata au grand jour quand des policiers pénétrèrent chez un certain Thomas Kim qui réunissait les chrétiens chez lui au centre de Séoul. Ayant entendu du bruit de l'extérieur, ces policiers avaient pensé surprendre une bande de trafiquants jouant illégalement à des jeux d'argent. L'affaire fit beaucoup de bruit: la
communauté fut dispersée et Thomas Kim envoyé en exil.

L'année qui suivit son baptême, Pierre Lee, qui ne put aller lui-même à Pékin, fit passer ces nouvelles, par un ami, au Père Grammont. Cet ami revint avec de nombreux livres mais, à son arrivée, ils furent confisqués par les autorités. Déjà les chrétiens étaient indésirables, les persécutions commençaient. La situation devenait critique, mais le nombre des chrétiens augmentait.

L'enthousiasme des débuts n’aurait pu être qu'un feu de paille ou rester l'apanage d'une élite, mais dans toutes les classes de la société, les premiers chrétiens se multiplièrent, de quelques centaines, ils passèrent à un millier, puis à deux mille. Il leur fallait alors plus de prêtres. Pierre Lee avait bien vu le rôle que ceux-ci remplissaient à Pékin. Dans leur ignorance mais aussi dans leur simplicité, ces nouveaux chrétiens pensèrent qu'il suffisait de faire des élections et de désigner certains d'entre eux pour être prêtres. C'est ce qu'ils firent, l'un d'entre eux fut même choisi comme évêque. Mais certains eurent des doutes et en firent part à la communauté. Après discussion, il fut décidé d'en référer à l'évêque de Pékin. Comme les relations n'étaient possibles qu'une fois par an et à condition de ne pas se faire prendre, il fallut attendre longtemps une réponse. Quand elle arriva, elle était négative quant à la validité des élections à la prêtrise, mais positive en ce sens que l'évêque de Pékin promettait l'envoi d'un prêtre.

Le premier missionnaire fut un jeune prêtre chinois du nom de Jacques Chu. Entré secrètement en Corée en 1794, dix ans après la naissance de la communauté, il fut admirable. Il vivait caché mais ne cessait de parcourir tout le pays la nuit pour encourager les chrétiens, leur donner les sacrements, prêcher la Bonne Nouvelle. Les chrétiens étaient 4.000 à son arrivée; leur nombre passa à 10.000. Mais quand il apprit un jour que la police arrêtait et torturait les chrétiens pour qu'ils le dénoncent, il se livra lui-même. Il fut arrêté, impitoyablement torturé, condamné à mort et exécuté. C'était en 1801. Sa mission avait duré 6 ans et 4 mois. Les chrétiens supplièrent l'évêque de Pékin de leur envoyer un autre missionnaire, celui-ci mourut en route. L’évêque n’ayant plus personne à dépêcher sur place, les chrétiens écrivirent au pape.

Une première lettre fut interceptée et son auteur éxécuté; une deuxième n'eut pas de succès parce que le pape lui-même, Pie VII, était prisonnier de Napoléon Bonaparte à Fontainebleau: la troisième fut agréée par le pape Léon XII qui demanda aux Missions Étrangères de Paris d'envoyer des missionnaires en Corée.

4/ Corea del Sud. Laici testimoni della fede nel nuovo libro sulla storia del cristianesimo in Corea, di Matteo Choi Seok Kyoon

dal sito asianews, 6/11/2010

Con il titolo “Dentro la Chiesa cattolica della Corea”, il Research Institute for Korean Church History, ha pubblicato di recente il primo libro che riassume la storia del cattolicesimo coreano dalle prime persecuzioni nel XVIII secolo fino ad oggi.

Nella prefazione don Joseph Kim, Seong Tae, direttore dell'istituto, afferma: “Abbiamo sentito il bisogno di un libro che riassumesse in modo sintetico la storia della nostra Chiesa in modo da renderlo fruibile a tutti. Penso che esso sia un aiuto per coloro che desiderano conoscere la Chiesa cattolica coreana.”

La Chiesa di Corea è stata fondata dai laici coreani nel 1784 in modo autonomo, senza aiuto diretto di missionari. A causa della loro fede oltre 20mila persone hanno subito il martirio tra il XVIII e il XIX secolo.

Il volume presenta il percorso dell’evangelizzazione della Corea in 6 periodi, mettendo in rilievo soprattutto il ruolo dei laici. Questi avevano conosciuto il cristianesimo per la prima volta attraverso il catechismo scritto in cinese da Matteo Ricci, portato in patria da un coreano inviato alla corte cinese. L’ultima parte del libro tratta invece la storia moderna, concentrandosi sull’importante ruolo della Chiesa e del cristianesimo nella democratizzazione del Paese.

Monsignor Andrea Yom, Su Jeong, vescovo ausiliare di Seoul e presidente dell’istituto di ricerca della storia della Chiesa coreana, dice: “Questo libro contiene la storia gloriosa della nostra Chiesa possibile grazie al lavoro dei laici coreani, ma racconta anche il loro sforzo nel diffondere il messaggio cristiano nel presente”. Il prelato invita i lettori a domandarsi:‘Come avrei agito, in qualità di cristiano, se avessi vissuto in quell’epoca di persecuzione?”.

L’edizione in coreano del libro è già in fase di pubblicazione. La traduzione in inglese sarà invece presentata nei prossimi mesi ed è stata realizzata da Padre Patrick McMullan della Società Missionaria di San Colombano (Missonary Society of Saint Columban) in Corea.