«Senza la verità non esiste buona politica», di Robert Spaemann

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 15 /04 /2011 - 14:09 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire  del 7/4/2011 un articolo scritto dal filosofo Robert Spaemann. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. 

Il Centro culturale Gli scritti (14/4/2011)

Se non c’è alcuna verità, se la ragione non è l’organo della verità, allora c’è solo il potere degli uomini sugli altri. I discorsi sono allora, come scrive Michel Foucault, solo scontri di forze. Solo dove la verità è la norma, tutti i partecipanti sono uguali. Qui non ci sono vincitori o vinti. Chi si lascia persuadere della verità della sentenza di Pitagora, questi non si è sottomesso a Pitagora bensì, riguardo a questa frase, è ora al suo stesso livello. Altrimenti anche i diritti umani prescritti dalla nostra Costituzione non sarebbero che l’espressione della volontà particolare dei padri costituenti e quindi per noi, che siamo nati dopo, non potrebbero pretendere alcuna validità vincolante. Al posto del potere della verità, farebbe il suo ingresso la verità del potere dei morti sui vivi.

Alla democrazia compete solo ciò che vale per ogni sovrano legittimo. Questo è obbligato alla verità, ma non possiede nessun accesso privilegiato a essa e perciò nessuna aprioristica pretesa di potere. Il diritto della maggioranza in democrazia non significa che la maggioranza è nel giusto, ma che nessuno ha sempre ragione, che certamente sempre qualcuno deve decidere. Qui vale la parola di Thomas Hobbes: «Non veritas, sed auctoritas facit legem». Il portatore dell’autorità non è nello stesso tempo garante della verità, nella democrazia non in misura minore rispetto alla monarchia. Tuttavia la necessità di una autorità statale è essa stessa una verità, per cui il potere dello Stato in ogni legittima forma di Stato non viene dal popolo, ma da Dio.

Platone ha scritto che nessuna legge scritta dagli uomini può regolare ogni situazione. Il giudizio dei saggi non è sostituibile da nessuna legge. D’altra parte si deve affermare che nessuna situazione è di per sé incommensurabile con altre situazioni. Non c’è perciò anche alcuna situazione in cui ogni cosa sia permessa. Nessun combattimento è l’«ultimo scontro» come proclamava l’Internazionale Socialista. Mai ne va della totalità nel senso stretto della parola. Non ci è permesso mai dire come Hitler: «Se perdiamo, la storia ha perso il suo senso». La vita umana continua. Ogni caso è quindi un caso precedente. Perciò ci sono cose che un uomo non può fare in ogni caso, anche se teologi morali consequenzialisti insegnano il contrario.

Non c’è alcuna buona politica senza verità. Se il riscaldamento terrestre aumenta e se viene causato dall’uomo, non può essere una questione che possa essere decisa dai gruppi di interesse o da interessi economici. Si tratta invece solo di individuare la verità della cosa. La domanda se vi sono limitate differenze etniche in riferimento alla tollerabilità del lattosio, alla musicalità e alle capacità matematiche, non ha nulla a che vedere col razzismo, ma può trovare risposta solo empiricamente e con un sì o un no a seconda della verità. E questo vale anche per lo sviluppo spirituale del bambino se sia meglio avere un padre e una madre, invece di permettere fin dall’inizio una mascolinità o femminilità raddoppiata.

Ancora, per nominare un ultimo esempio: quando ebrei e armeni furono vittime di un genocidio, dopo hanno preteso che questo evento fosse conosciuto pubblicamente. La domanda se questo evento abbia avuto luogo è appunto una domanda nella quale ne va della verità. La politica che crede di poter ignorare la verità non è dunque una buona politica. Tuttavia laddove la negazione di questa verità viene punita, ciò suscita inevitabilmente dei dubbi nei suoi confronti. Lo splendore della verità non deve essere offuscato dalla costrizione alla sua professione.