Come tutto ricomincia. Sui passi di don Karol nella Roma del ’46. Non la fama ma la croce. Tre articoli di Marina Corradi e Davide Rondoni sulla beatificazione di Giovanni Paolo II

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 03 /05 /2011 - 17:06 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire tre articolo di Marina Corradi (vedi su questo stesso sito la pagina Articoli di Marina Corradi) e Davide Rondoni. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (3/5/2011)

1/ Come tutto ricomincia. Wojtyla e i testimoni di Cristo, gemme nuove più forti dei rami secchi, di Marina Corradi (da Avvenire del 3/5/2011)

Quante volte, nel centro delle nostre antiche città, passando davanti a una chiesa dai portoni sprangati, o a un ex seminario, o a antichi istituti religiosi di cui restano pochi e anziani membri, veniamo presi da un sentimento confuso, ma affine in fondo alla malinconia. Quelle mura, quegli affreschi, quei locali un tempo affollati di vita e ora abbandonati, o diventati tutt’altro, tacitamente non ci suggeriscono forse l’idea di un fatale inarrestabile declino della Chiesa? Pure credenti, molti di noi vivono, magari non consciamente, arresi a una decadenza inevitabile della fede in cui sono stati educati. Come se la modernità ineluttabilmente premesse, e la spingesse ai margini, fuori dalla corrente veloce della vita del Terzo millennio, e a noi non rimanesse che rimpiangere i secoli 'davvero' cristiani.

Ma a Roma domenica abbiamo visto con i nostri occhi qualcosa che dovrebbe indurci a dubitare della verità di questo spleen da decadenza. Abbiamo visto come un uomo, come la faccia di un singolo uomo, semplicemente forte della sua profonda fede in Dio, abbia acceso la Storia, e ne abbia smosso i cardini. E, cosa ancora più sorprendente, abbia smosso anche il cuore di gente lontana o distratta, suscitando una meravigliata attenzione: chi era quest’uomo, per potere incidere tanto in noi, chi era, perché istintivamente ci fosse caro?

Era, semplicemente, uno che così totalmente si è affidato a Cristo che nella sua faccia il volto di Cristo affiorava; prima forse sommesso, e poi col tempo sempre più evidente – e acuta e dolorosa anzi, quell’eco, negli ultimi giorni di Giovanni Paolo II, quando dalla sua malattia sembrava crocefisso. Allora anche dentro il rumore del nostro tempo abbiamo riconosciuto in quello straniero un padre. E quando è morto lo abbiamo pianto come un padre, e anche gente che in chiesa non va mai. E domenica piazza San Pietro, gremita di una folla che aveva dormito per strada pur di esserci, ha vibrato di gioia nel fragore del lunghissimo applauso, quando Benedetto XVI ha annunciato: è Beato.

Allora ci siamo accorti che la Chiesa può apparentemente invecchiare, e vedere rinsecchire rami un tempo fiorenti, e agli occhi del mondo decadere; e però ogni volta che la santità di un cristiano lascia trasparire in sé il volto di Cristo, tutto ricomincia; e nuovi figli si innamorano di quell’uomo, e lo seguono, e la Chiesa continua. È l’audacia di un Dio che ha voluto incarnarsi, e che ancora sceglie, per essere tra noi, di passare attraverso la povera faccia degli uomini.

Attraverso nuovi carismi, e ordini, e movimenti, che un giorno forse invecchieranno, come quelli di cui oggi vediamo le case abbandonate sotto a insegne che vanno sbiadendo. Ma lo straordinario è che i rami si seccano, e però altrove, inaspettata, spunta una gemma nuova.

E forse è sempre andata così, e ogni volta la storia è ricominciata. Ogni volta che la faccia di un uomo è limpida e fedele abbastanza da lasciare trasparire quell’altro volto. Come sussurrava, senza forse accorgersi di essere ascoltato, un vecchio romano in piazza San Pietro, contemplando domenica sullo schermo Giovanni Paolo II: «È che – diceva lo sconosciuto – aveva qualcosa nello sguardo, qualcosa che ti afferrava…».

Qualcosa cui molti non sanno dare un nome; qualcosa, o meglio qualcuno.

Duemila anni di Chiesa, e quella gioia viva, domenica, in san Pietro. Ancora una volta.

E chissà, ci siamo chiesti tra la folla immensa, se un altro come lui non percorre già forse queste strade, stamattina; ragazzo, bambino magari, a tutti sconosciuto, forse un santo è qui, inconsapevole, in cammino.

2/ Sui passi di don Karol nella Roma del ’46. Dal Collegio Belga all’Angelicum: i luoghi frequentati da Wojtyla studente, di Marina Corradi (da Avvenire dell’1/5/2011)

 «Camminava in modo molto leggero, piegato in avanti, un ciuffo di capelli che cadeva sulla fronte. Nella sua faccia si leggeva una strana assenza, come se fosse dentro di sé, e nello stesso tempo vedesse tutto intorno». Questa era l’andatura del giovane Wojtyla, testimoniata dalle sue più antiche alunne polacche. Ma don Karol, ordinato a Cracovia il 1° novembre 1946, mosse i primi passi da sacerdote proprio in questa Roma che oggi, gremita di pellegrini, festeggia la sua beatificazione.

Wojtyla visse a Roma tra il novembre ’46 e il luglio ’48, studente di teologia all’Angelicum, la Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino. E allora in questa mattina di oltre sessant’anni dopo proviamo a ripercorrere i suoi giovani passi. Passi affascinati e attenti, giacché, scrisse egli stesso molti anni dopo, il rettore del seminario di Cracovia nel congedarlo gli aveva detto che la teologia si può imparare anche altrove, ma un sacerdote a Roma deve «imparare Roma stessa». Imparare dalle chiese, dalle catacombe – imparare dalle pietre segnate da duemila anni di fede.

Dunque don Karol parte da Cracovia; ha 26 anni e quindici giorni appena di sacerdozio. In Dono e mistero racconterà: «Salii sul treno con grande emozione. Per la prima volta uscivo dalle frontiere della mia patria. Ci fermammo a Parigi (...). Ne ripartimmo ben presto: giungemmo a Roma negli ultimi giorni di novembre».

Com’era Roma nel 1946?

Povera, le case senza riscaldamento, poche auto, pochi mezzi pubblici, era una fortuna possedere una bicicletta, ha raccontato l’altro giorno all’Angelicum il cardinale Jorge Mejìa, forse l’ultimo compagno rimasto di quanti studiarono teologia con Wojtyla. In questa Roma ancora convalescente dalla guerra, don Karol prende provvisoriamente alloggio al Collegio internazionale dei padri Pallottini, in via dei Pettinari. Via dei Pettinari è una vietta corta e stretta dietro a Campo dei Fiori, che sbuca davanti a Ponte Sisto, sul Tevere. Oggi l’ingresso di quel collegio non c’è più. Invece sulla piazzetta affacciata al fiume c’è la Casa generalizia dei padri Pallottini. «Il portone della nostra casa è stato spostato – spiega il vicerettore, padre Weis – fino al ’58 era in via dei Pettinari. E Papa Wojtyla infatti quando venne da noi lo notò: 'Io entravo da un’altra porta', disse».

Giri attorno al vecchio palazzo, cercando di immaginare. Certo don Karol si affacciò dal Ponte Sisto sul Tevere, che scorreva verdastro e placido come ora. E, alzando lo sguardo, a nordovest incontrò la sagoma del cupolone, stagliata alta sui tetti. E non resistette al desiderio di vedere, finalmente, San Pietro: «La prima domenica dopo l’arrivo – scrisse – mi recai nella Basilica per assistere alla solenne venerazione di un nuovo Beato da parte del Papa. Vidi di lontano la figura di Pietro XII portato sulla sedia gestatoria».

Si inoltrò, in quei primi giorni, nelle stradine del quartiere, costellate di immagini di Madonne inscurite dal tempo? E largo Librari, con la chiesa di Santa Barbara e la piazzetta dove i bambini giocano a palla, era davvero molto diversa da adesso? Certo, non c’erano queste auto, e le turiste in shorts. Ma il mercato di Campo dei Fiori, era molto diverso da questa mattina? («Camminava in modo leggero, piegato in avanti, come se fosse dentro di sé eppure vedesse tutto attorno»).

Dopo un mese in via Pettinari, Wojtyla si trasferisce al Collegio Belga, in via del Quirinale 26. È un palazzo poco oltre le mura del Quirinale, antico. Oggi ospita studi legali e uffici, ma sul portone, in alto, c’è ancora scolpito 'Collegium belgicum'. Parte delle finestre si affacciano su un bel giardino di palme e alberi secolari. Forse anche quella di don Karol? Come deve essere sembrata rigogliosa, a lui nordico, la primavera romana. Anche a lui, come ai pellegrini polacchi calati in massa oggi, si arrossava il viso, sotto al sole di Roma?

Accanto all’ex Collegio Belga c’è la chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, piccolo gioiello barocco disegnato dal Bernini. Per Wojtyla, scriverà egli stesso, era la chiesa di tutte le mattine, prima di andare all’Angelicum. Con la luce d’oro che, oggi come allora, scende dalla cupola, e il crocifisso ligneo, in una cappella, più alto di un uomo. E con la tomba di un giovane santo polacco, Stanislao Kostka, che morì nel noviziato gesuita adiacente nel 1568. (Singolare come, nella grande Roma, il destino di Wojtyla si sia incrociato proprio con quella di un santo polacco).

Poi, uscito di chiesa, per andare all’Angelicum don Karol doveva percorrere via del Quirinale e via XXIV Maggio. Agevole discesa, per le sue gambe allora veloci. Ogni mattina si affacciava sul piazzale del Quirinale dove sventolava il tricolore della giovane Repubblica; e di nuovo, sullo sfondo, la cupola di San Pietro – come guardasse quel prete ragazzo, come se lo stesse aspettando.

L’Angelicum, ex convento domenicano del XVII secolo, si apre in un bel chiostro fiorito; aule austere e corridoi silenziosi, dove ti insegue il chiocciare dell’acqua da una fontana. L’aula in cui don Karol discusse la tesi è intatta, con la grande lavagna nera sormontata dal crocifisso. Nel chiostro, che profumo viene dall’aranceto: lo stesso profumo che, ha raccontato il cardinale Mejìa, don Karol amava così tanto che strappava le foglie e se le strofinava sulle dita, annusando l’odore dolce del Mediterraneo.

Compagno schivo, di poche parole, che amava passeggiare solo nel giardino; e sempre si soffermava davanti al grande ulivo secolare che ancora meraviglia i visitatori, perché dai suoi grossi rami si dipartono – incredibile – un tralcio di palma, uno di fico e uno di alloro. L’«albero miracoloso», lo chiamava don Karol, che ogni giorno andava a trovarlo.

Restano qui all’Angelicum, di lui, le pagelle ingiallite – 'eminenter' o 'valde bene', tutti buoni voti nei corsi rigorosamente in latino.

Resta il libretto di Carolus Wojtyla, matricola C 905, e la tesi su san Giovanni della Croce, che all’epoca non pubblicò, perché non aveva i soldi. La foto, in cui sembra più severo, o timido, di quando lo abbiamo conosciuto; come se, invecchiando, il viso gli fosse diventato più misericordioso. Quel viso che oggi ci guarda sorridente da tutti i muri di Roma. Quasi a dire a noi, uomini normali venuti a Roma oggi, che c’è davvero una strada per vivere per sempre, oltre la morte, oltre il tempo. Sessantatré anni dopo, una folla immensa ama ancora quel Papa: il giovane prete che camminava veloce, assorto, «come se fosse dentro di sé, e nello stesso tempo vedesse tutto intorno».

3/ Non la fama ma la croce, di Davide Rondoni (da Avvenire del 30/4/2011)

Un santo non è un divo. Un santo non somiglia a un uomo di successo. I cri­stiani lo sanno. E sanno che c’è una bella differenza tra il successo nelle cose del mondo, e quello nelle cose del cielo. Che poi sono quelle della terra ma vissute, per così dire, in modo centuplicato, in modo più vero. In modo senza fine. Perché è scrit­to così nel Vangelo. Ed è scritto nella vita di tutti i santi, quelli noti e quelli meno noti. Gente che ha vissuto nel mondo. Come se non finisse tutto nel mondo. Gente che ha sperimentato e fatto vedere agli altri l’infi­nito nelle cose finite. Il cielo dentro la ter­ra, il centuplo quaggiù, che è una ricchez­za di senso. Una ricchezza incalcolabile.

La beatificazione, domani, di Giovanni Paolo II non è l’apoteosi di un divo. Anche se certe apparenze, anche se certe parole enfatiche – usate spesso da chi non sa co­s’è il cristianesimo – vorrebbero farlo cre­dere. Come se fosse un divo dei nostri tem­pi. Che si può esaltare (o criticare) come un divo, secondo le categorie dell’uomo di successo a partire dai canoni, dalle idee che oggi prevalgono per decretare il suc­cesso di un uomo. Il divo, come insegna­no l’arte e la letteratura dell’u­manesimo e del rinascimento che riprendevano ideali pre-cri­stiani o anticristiani, è l’uomo che cerca compimento nel so­migliare a un dio. Allargando il suo potere, provando a deter­minare la propria fortuna in tut­to e per tutto. Il divo è chi sem­bra possedere il proprio destino. L’uomo che in fondo non ha bi­sogno di Dio, poiché basta a se stesso: la fama acquistata con le imprese che l’epoca ritiene degne di gloria e il potere che ne consegue sono la sua realiz­zazione.

Il santo è tutta un’altra faccen­da. Una faccenda di cielo mi­schiato alla terra. Spesso di nes­suna riuscita, nessuna fama. So­no santi uomini oscurissimi, di nessuna notorietà pubblica. O, come nel caso di Giovanni Pao­lo II, è una faccenda che riguar­da ciò che è noto e ciò che è se­greto nella vita di un uomo. Ciò che è stato visibile alle folle e ciò che è stato visibile a pochi te­stimoni o solo a Dio. Non c’en­tra la fama. C’entra la croce. Non si fonda sul successo, ma sul sacrificio di sé.

E sull’amore a Cristo. Tutte cose – specie l’ul­tima – che non sono necessarie, anzi non sono proprio richieste, per essere divi dei nostri giorni. I divi odierni sono spesso am­mantati di aura morale. Oggi va di moda l’uomo 'buono' o me­glio 'corretto'. E in un certo senso è un bene, anche se spes­so si tratta di una morale ta­gliata su misura sui valori esaltati dai me­dia e delle classi al potere. E i media e le classi al potere sono disposti forse ad ac­cettare Giovanni Paolo II come un divo, ma non del tutto. Perché non sta del tut­to dentro la immagine di divo comune. Ha certe cose che non tornano. Che sono poi le cose che lo fanno santo. Le classi dominanti – ma diciamolo: la mentalità che domina anche in noi – è disposta a e­saltarlo come divo, ma parzialmente. E di più: vorrebbero che la santità coincides­se con il loro rilascio di patente di divo. Che il divo coincidesse con il santo. E dun­que che se qualcosa non funziona nel­l’immagine del divo, allora si deve mette­re in discussione anche la realtà del san­to. Ma i cristiani lo sanno: non sono per nulla la stessa cosa.

A Roma ci recheremo in tanti a festeggiare un uomo speciale, a pregarlo. Un uomo vi­vo e operante nella santità dei secoli dei se­coli. Non a esaltare un divo morto. Guarde­remo un uomo santo come a un esempio per le nostre pene e ferite. E per il nostro a­more a Cristo. Non invidieremo acidamen­te la sua fuggente fortuna – come accade coi divi – ma gli affideremo dolcemente la nostra povera esistenza, deponendola ai piedi della sua paternità senza fine.