Blog dei redattori de Gli scritti. Appunti su alcune esperienze di Iniziazione cristiana

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 05 /05 /2011 - 17:29 pm | Permalink
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1/ Dialogo con un esperto di teologia pastorale sull’Iniziazione cristiana (di L.d.Q.)

Quali sono le condizioni dell’IC?

Si potrebbe dire, lavorando su antichi termini, che l’IC ha tre direzioni di lavoro inseparabili.

In primo luogo una praeparatio evangelica. L’Iniziazione cristiana nasce quando le persone comprendono che il Vangelo è il “sì alla vita”, intuiscono che l’ipotesi-Dio rende migliore la vita. Nell’evangelizzazione si attua come una sorta di “irradiazione”, termine che l’Evangelii nuntiandi utilizza. In questo senso, questa praeparatio evangelica è un’attenzione a quello che la persona è.

In secondo luogo l’Iniziazione cristiana implica i prolegomena fidei. Qui l’attenzione va a quello che Gesù è, a quello che Dio è. L’Iniziazione cristiana lavora sull’essenziale della fede ed, in particolare, sull’Incarnazione e sulla Pasqua. Manifesta così lo specifico cristiano: Dio che entra nel mondo. Il “sì alla fede” è qui centrale. Insieme all’Incarnazione ed alla Pasqua sono centrali anche la proiezione verso il futuro, verso la vita eterna, e la questione del male.

In terzo luogo è importante l’intellectus fidei. Si tratta di una maggiore comprensione dell’unicità irripetibile del cristianesimo. Qui è centrale l’esposizione del Credo, a partire dalla creazione, che è un punto centrale! Bisogna combattere contro ogni forma di riduzionismo, come quando si dice che “Dio è debole”. Qui è in gioco il “sì della fede”. Penso anche ai Dieci comandamenti, con i nuclei esistenziali fondamentali che vi sono espressi.

Non si tratta tanto qui di un’insistenza kerygmatica, quanto piuttosto di un’insistenza sull’essenziale della fede. La chiave per entrare nella fede è la mia vita. Debbo capire che la mia vita è una domanda. E che nella vita di Gesù c’è una risposta.

Certo la questione della famiglia è anch’essa decisiva. L’Iniziazione cristiana ha bisogno della messa domenicale, della preghiera familiare, del servizio. Qui il “consenso” dei genitori è decisivo. Bisogna aiutarli a comprendere che i figli si accorgono da come i loro genitori vivono a casa di qual è la proposta di vita cristiana: è da come vivono i genitori che si accorgono se questi cercano di vivere come Lui. E’ in questione non solo l’“ascoltare-parlare” direttamente di Cristo, ma anche del servire insieme, dell’imparare a pregare, del giudicare la vita come Gesù, ecc. E’ chiaro che questo tocca le famiglie. Se tu genitore non viene mai a messa, il dono è già un po’ abortito! Bisogna cominciare a venire a messa. Ma è in questione anche come vivi, cosa dici, cosa pensi!

L’Iniziazione cristiana non deve aver paura di essere “esigente”. Deve chiedere, deve proporre.

Nel rinnovamento non bisogna mai partire da un passaggio “pratico”, passando da un modello ad un altro. Bisogna invece lavorare sul cambio di mentalità. Il passaggio, infatti, non è di prassi, bensì di obiettivi e di mentalità: è su questo che si deve insistere.

Non bisogna dimenticare che oggi il problema è antropologico. Per questo è una grande impresa e per questo non è mai stato importante come oggi. De-rubricare l’Iniziazione cristiana da una preparazione ai Sacramenti per passare ad un atto educativo della comunità.

Non è nemmeno utile partire dai problemi: ad esempio affermando “la famiglia oggi è così, allora...”

E’ utile cercare ciò che accomuna i i diversi itinerari (es, scoutismo, ACR, ecc.).

E’ necessario arrivare insieme ad un rinnovamento, maturandolo pian piano. Proprio perché ciò che è decisivo è il cambio di mentalità, non il ricettario. Bisogna avere coscienza di essere dinanzi ad una sfida, ma che questa è anche un’opportunità. Bisogna attrezzarsi per una lunga traversata, capendo che è una sfida che possiamo sostenere.

Il metodo vedere/giudicare/agire è profondamente sbagliato. Parte dal presupposto che ci sia da fare prima un lavoro sociologico (è il sociologo che vede), per passare poi ad un lavoro biblico (é il biblista in questa prospettiva che giudica ciò che ha detto il sociologo), per giungere infine al pastoralista che ne trae le conseguenze per l’azione ecclesiale. Con questo metodo non si è più consapevoli che già nel porre determinate domande è in gioco una prospettiva teologica. Lo dice, ad esempio, Introvigne su Danièle Hervieu-Léger[1]. La Hervieu-Léger legge i dati a partire dalla sua idea di chiesa e di fede che la ispira. I dati oggettivi, sono letti a partire dal suo punto di vista che è chiaramente determinato da una prospettiva.

Così anche Diotallevi che ti dice, ne Il rompicapo della secolarizzazione, cosa dovrebbe fare la chiesa! Non si limita a fare analisi. Perché un sociologo non è mai solo un sociologo, ma ha una determinata impostazione filosofica e teologica che deve essere discussa! Emerge che il cosiddetto “sociologo”, in realtà ha già una prospettiva teologica. Legge i dati a partire dal progetto che ha in mente! Per questo Lanza sostiene giustamente che le domande le deve porre il teologo pastoralista. La prima parola va alla teologia, non alla sociologia. Prendiamo ad esempio la parrocchia: la parrocchia vive in una territorialità che la rende creatrice di cultura. La parrocchia entra dentro quelle relazioni che sono creatrici di senso, che sono quelle veramente significative.

In un’analisi si deve partire dalle motivazioni, non dai “dati che si hanno”. E’ tutto qui il problema educativo: è il problema di una società che non educa, perché parte dai “dati”!

Uno dei nodi è certamente quello del clero. C’è troppa burocratizzazione nelle parrocchie. Ma la soluzione non è quella dello spostamento continuo dei preti. La prospettiva di un prete di parrocchia non deve essere quella dell’itineranza, bensì quella della stabilità La parrocchia dice il valore della stabilità. Nel variare di tutto, il parroco è il punto fermo insieme alla comunità, è colui che c’è! Questa è la forza della parrocchia.

Qui salta la logica “la parrocchia obbligata a darti i sacramenti e tutto il resto non conta”. No! La parrocchia è quella comunità che c’è sempre, qualsiasi cosa accada. Qui è la forza del rapporto parrocchia-Iniziazione cristiana. E’ in questa permanenza della parrocchia, più che nei proclami, che salta l’idea di una Iniziazione fatta solo di preparazione ai Sacramenti. La parrocchia si prende carico con te genitore dei tuoi figli che hai generato. Per questo il rigorismo va espulso. Perché sono i tuoi figli che hai generato... la comunità li deve sentire come i propri figli; la parrocchia li ha generati.

Ma la parrocchia qui non è solo l’Iniziazione cristiana, è anche la carità, sono i poveri del territorio, la scuola del territorio ecc. In questo senso, la parrocchia che è certamente un servizio, non è solamente una stazione di servizi: invita infatti ad assumersi responsabilità nel territorio.

E’ comunità che non cerca solo persone che svolgano servizi intra-ecclesiali, ma si preoccupa che la gente lavori bene nel proprio posto di lavoro. In questo senso, una parrocchia che ha nel suo territorio una casa di cura o una scuola e se ne disinteressa, non è una buona parrocchia!

Perché la chiesa mi pone costitutivamente in rapporto con la vita. Mi chiede un servizio, ma non primariamente chiedendomi soldi.

Le potenzialità ci sono. Serve una campagna “culturale” Bisogna far passare che questo è il punto. La mancanza di chiarezza negli obiettivi rende debole l’educatore.

2/ Un'interessante proposta da meditare: il “cammino” ed il post-cresima (di A.L.)

Alcuni appunti a partire da un dialogo sulla nuova proposta di “post-cresima” che il “cammino neo-catecumenale” sta elaborando. Ovviamente questi appunti non possono esprimere tutto ciò che la proposta vuole mettere in atto: sono stati messi per iscritto solo per tenere memoria di quanto ascoltato e perché possano essere utili per ulteriori approfondimenti e per trarre giovamento da un’esperienza proficua.

E’ importante che nel cammino della cresima ed in quello successivo si abbiano delle coppie sposate come catechisti. Questo perché la preadolescenza e l’adolescenza sono età nelle quali l’affettività deve maturare. E deve maturare in un contesto pubblico nel quale la famiglia è in crisi. Sono preziose allora coppie catechiste, fatte da marito e moglie che abbiano figli, nelle quali il giovane possa vedere uno stile familiare cristiano, che fa bene alla propria maturazione affettiva.

E’ bene che alcuni incontri avvengano in casa della coppia catechista, perché è la casa della famiglia. La parrocchia non è l’ambiente “normale” di vita. La casa lo è di più.

Il piccolo gruppo dei ragazzi (ma questo discorso non vale solo per loro) permette una interazione. E’ importante, però, che un sacerdote visiti a turno i diverso gruppi, in maniera da non lasciare tutto alla dimensione familiare, ma integrarla sempre con quella parrocchiale.

I contenuti che vengono suggeriti sono quelli dei Comandamenti, delle Virtù, dei Vizi capitali, delle Opere di misericordia. Come testo riferimento viene utilizzato il Catechismo della Chiesa Cattolica. L’itinerario, che è ancora in fase di strutturazione, prevede 2 anni sui Comandamenti, 1 anno sulle Virtù, 1 anno sui Peccati capitali, 2 anno sulle Opere di misericordia.

Riguardo alle scelte metodologiche, per capire ulteriormente il progetto, si possono aggiungere alcune ulteriori annotazioni:

- vengono estratti a sorte i ragazzi che faranno insieme per il cammino

- ogni tema (ad esempio, un Comandamento) viene sviluppato per un mese

- la coppia ha la funzione di “padrinato”: ci si vede sempre in parrocchia – lì è l’appuntamento dove ci si ritrova – ma poi i “padrini” portano i ragazzi nella loro casa, dove si tiene l’incontro; saranno gli stessi “padrini” a riaccompagnarli tutti a casa, uno per uno

- ogni tema viene scandito da 4 tappe: si vede prima come l’ambiente in cui vivono i ragazzi valuta quel tema (I tappa); già questa tappa si conclude con un brano biblico

- si vede poi (II tappa), come la Scrittura valuta quel tema (si tiene una scrutatio di 30 minuti cui segue una messa in comune di 30 minuti)

-ci si domanda poi cosa dice il magistero della Chiesa su quel tema; questo incontro si tiene in parrocchia, con una Liturgia della Parola, con canti e monizioni, cui seguono le confessioni

- nella IV tappa ci si chiede cosa ha aiutato nell’approfondimento del tema. E si celebra poi come un’alleanza con quel determinato Comandamento, con una vera e propria cena di festa, nella quale partecipa tutta la famiglia della coppia che guida; questo è importante anche perché il nostro tempo ha perso il senso della festa, il senso della tavola

- importante è poi il campo estivo che dura 5 giorni; c’è la preghiera (ad esempio, sempre le lodi), ma anche molto gioco; il campo ha poi un tema formativo, ad esempio l’affettività, avendo come riferimento Sara e Tobia; si affronta sempre un tema che ha a che fare con le problematiche scolastiche (ad esempio, cosa dice l’ambiente scolastico sul “corpo”); si fa anche un pellegrinaggio notturno recitando il rosario e si celebra poi la messa in cima alla montagna che si è raggiunta; si celebra anche una messa finale con le risonanze

- nel corso del cammino dei 5 anni l’Eucarestia domenicale è sempre quella parrocchiale, in maniera che i ragazzi vivano la liturgia insieme con gli altri coetanei e con la comunità parrocchiale

- si sceglie la “coppia guida” tra famiglie che abbiano almeno alle spalle una decina di anni di cammino di fede

- si presenta sempre prima l’itinerario ai genitori (con testimonianze che vengono presentate a ragazzi e genitori); si prepara l’itinerario con un campo estivo che vede insieme cresimandi e “post-cresima”

- si vivono insieme esperienze di annunzio-carità, come, ad esempio, visite in ospedale

Note al testo

[1] Così M. Introvigne, in Secolarizzazione, "eccezione europea" e caso francese: una recensione di Europe: The Exceptional Case di Grace Davie e Catholicisme, la fin d'un monde di Danièle Hervieu-Léger: «La sociologa afferma di “(…) guardarsi bene dall’avventurarsi sul terreno teologico e delle prospettive, cui la sociologia è doppiamente estranea. Così dovrebbe essere: ma in un’opera di questo respiro è inevitabile che emergano anche opinioni personali dell’autrice. Così, non è difficile leggere fra le righe dei capitoli sulla famiglia e sull’ordine naturale per rendersi conto che la sociologa francese considera assurde e anacronistiche le prescrizioni cattoliche [...]. Inoltre, nonostante si affermi di volersi limitare alla diagnosi, emerge qua e là anche qualche elemento di terapia. Le simpatie dell’autrice vanno a quei sacerdoti e vescovi francesi che tacitamente – senza proclamare in modo aperto un dissenso teologico – resistono alle norme “romane” facendo accedere alla comunione i divorziati, adottando posizioni autonome in materia di omosessualità, e così via. “La fine di un mondo – scrive – non è necessariamente la fine del mondo”: la Chiesa di Francia secondo Danièle Hervieu-Léger non ha speranze di riconquistare una posizione culturale e sociale di centralità, ma può sopravvivere attraverso una profonda riforma in cui non solo si proponga come “cattolicesimo fragile” – secondo le proposte di Mons. Simon – ma sia capace di compiere una “(…) rivoluzione ecclesiologica che dia un senso a questa fragilità”. Senza assolutamente forzare il suo discorso, sembra che la sociologa francese pensi qui a una Chiesa di Francia capace di liberarsi delle “(…) costrizioni legate al quadro romano all’interno del quale essa rimane tenuta a esprimersi”, ponendosi in sintonia con l’opinione comune in tempi di “ultramodernità” particolarmente sui temi della morale sessuale, come hanno fatto quelle comunità protestanti che hanno accettato di benedire i matrimoni omosessuali, di “(…) ordinare pastori omosessuali” e così via. Qui si pongono naturalmente problemi teologici e filosofici complessi cui, appunto, “(…) la sociologia è doppiamente estranea”. Vi è tuttavia un terreno su cui la sociologia può invece certamente “avventurarsi”, ed è quello delle previsioni – e, prima ancora, delle constatazioni –relative al successo di proposte teologiche esigenti rispetto ad altre che si limitino a rispecchiare le tendenze prevalenti nell’opinione pubblica postmoderna (o “ultramoderna”). Se vi è un dato che la teoria dell’economia religiosa ha dimostrato con dovizia di dati empirici è che, nelle società contemporanee, vi è una domanda davvero scarsa per forme religiose che si limitino ad applaudire il relativismo morale dominante anziché contestarlo. Ovunque nel mondo le comunità religiose che propongono un accostamento più rigoroso guadagnano membri, mentre quelle lassiste ne perdono».