Nuova evangelizzazione in Europa, di mons. Rino Fisichella

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 26 /05 /2011 - 17:57 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito il testo della relazione tenuta da S. Ecc. mons. Rino Fisichella a Spoleto, il 12 maggio 2011, su invito dell’arcidiocesi spoletina. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/5/2011)

1. "Il punto cruciale della questione sta in questo: se un uomo, imbevuto della civiltà moderna, un europeo, può ancora credere; credere proprio nella divinità del Figlio di Dio Gesù Cristo. In questo infatti sta tutta la fede". Sono le parole cariche di provocazione che provengono da uno degli scrittori più significativi del secolo scorso: Dostoevskij.

Chiedersi se l'uomo di oggi è ancora disposto a credere in Gesù come Figlio di Dio comporta necessariamente la questione sottesa: se l'uomo di oggi sente ancora il bisogno della salvezza. Sta tutto qui il problema per noi credenti, per la nostra credibilità nel mondo di oggi; ma è il problema anche per quanti non credono e desiderano dare un senso compiuto alla loro vita.

Davanti alla possibilità di Gesù Cristo non si può rimanere neutrali; si deve dare una risposta se si vuole trovare un senso alla propria vita. Per alcuni versi, si concentrano qui le grandi questioni che toccano ognuno di noi e la semplice risposta che la Chiesa offre annunciando, come se il tempo non fosse mai passato, lo stesso contenuto dei primi anni della nostra esistenza come cristiani: Gesù, crocifisso e risorto; lui che è passato in mezzo a noi, annunciando il regno di Dio e facendo del bene a quanti si rivolgevano a lui.

Uno dei tratti peculiari del cristianesimo è la sua concezione di essere profondamente inserito nella storia. Le parole di Gesù ai suoi discepoli quando ricorda loro di essere nel mondo, ma di non essere del mondo (cfr Gv 15,19; 17,13-14), sono state interpretate come un impegno fondamentale a condividere le vicende della storia, pur sapendo che l'obiettivo ultimo che dà significato pieno agli avvenimenti, va oltre la storia stessa.

Viviamo un tempo di gradi sfide, che incidono non poco nei comportamenti di intere generazioni, dovute al fatto della conclusione di un'epoca con l'ingresso in una nuova fase per la storia dell'umanità. A tanti elementi positivi dovuti al progresso della scienza e della tecnica e di un impegno sempre più cosciente di tante persone nella vita di fede, ci scontriamo non di rado con forme di discriminazione ed emarginazione sociali di cui non avevamo esperienza fino a qualche decennio fa, come pure ad espressioni di un distacco dalla fede, conseguenza di una diffusa forma di indifferenza religiosa, preludio per un ateismo di fatto.

Spesso la mancanza di conoscenza dei contenuti basilari della fede e della cultura porta ad assumere comportamenti e forme di giudizio morale spesso in contrasto con quei principi su cui si è retta la civiltà nel corso di almeno venticinque secoli della nostra storia. Il relativismo, di cui Papa Benedetto ha sempre denunciato i limiti e le contraddizioni, proprio in vista di una coerente antropologia, emerge come la nota caratteristica di questi decenni segnati sempre più dalle conseguenze di un secolarismo teso ad allontanare il nostro contemporaneo dalla sua relazione fondamentale con Dio.

In questo senso, sono soprattutto le Chiese di antica tradizione come le nostre che risentono di questa condizione, creando un deserto interiore, perché di fatto l'uomo è allontanato sempre di più da se stesso.

2. È questo uno dei motivi per promuovere la nuova evangelizzazione. Essa, è la missione che "sempre e dovunque" la Chiesa ha sentito come suo compito fondamentale per corrispondere in pieno al comando del Signore di andare in tutto il mondo e fare suoi discepoli i popoli della terra. In questo senso, si potrà discutere molto su cosa il Vaticano II abbia rappresentato nella storia della Chiesa recente; da qualsiasi parte lo si osservi, comunque, esso permane con lo scopo di voler rimettere la Chiesa sulla carreggiata principale dell'evangelizzazione del mondo contemporaneo.

L'espressione di Paolo VI: "La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre" (EN 20), se da una parte manifesta il nocciolo della questione con la quale dobbiamo confrontarci, dall'altra, provoca ancora una volta dopo decenni a riflettere seriamente su come possiamo e dobbiamo dare spessore culturale alla nostra esperienza di fede.

Nella Caritas in veritate troviamo scritto: "Il mondo soffre per la mancanza di pensiero" (n. 53). Per questo motivo, senza retorica, dobbiamo ribadire che è necessario una nuova evangelizzazione capace di entrare nel cuore delle culture, di conoscerle, comprenderle e orientarle verso quel desiderio di verità che appartiene ad ogni uomo e ogni donna in ricerca del senso della propria vita.

3. Tutto questo obbliga a dover entrare più direttamente nel merito della questione. Per alcuni versi, nel passato era più facile annunciare il vangelo sia quando la Chiesa evangelizzava per la prima volta, sia quando entrava in rotta di collisione con le ideologie. Di fatto, il referente era facilmente identificabile e, soprattutto, si presentava in forma unitaria.

Il contesto di frammentazione odierno, al contrario, unito alla pluralità delle posizioni e soprattutto alla diversificazione dei linguaggi impone un'attenzione diversa e una fatica maggiore. A questo si aggiunga che nel momento in cui parliamo di nuova evangelizzazione dell'Europa questa stessa configurazione geografica si manifesta come un mondo non facilmente decifrabile per la varietà delle tradizioni culturali e dei linguaggi sottesi.

4. Per quanto si possa verificare circa l'attuale situazione di permanente crisi in cui il mondo si trova, è necessario ribadire da subito che questa non è primariamente di ordine economico e finanziario. Se così fosse, potremmo guardare con disinvoltura al futuro perché le soluzioni, essendo di natura essenzialmente tecnica, sarebbero facilmente rinvenibili. Inutile nascondersi che per la contingenza storica in cui ci troviamo, questa crisi si impone come il centro della vita sociale e politica; e, tuttavia, sappiamo quanto sia decisivo andare oltre il sistema economico e finanziario per essere capaci di un'analisi più profonda.

La crisi è, anzitutto, di ordine culturale e senza troppi distinguo dovremmo aggiungere antropologica. L'uomo è in crisi. Non è più capace di ritrovare se stesso dopo le lusinghe a cui aveva dato retta, soprattutto quando aveva creduto di aver raggiunto l'età adulta e di essere pienamente padrone di sé e dei propri atti. In effetti, questa voce delle sirene era allettante.

A un uomo sempre più al centro di tutto, sostenuto da un narcisismo offuscato per decenni, incapace di raggiungere la verità perché privo di ogni fondamento, si doveva solo aggiungere l'ultimo tassello per renderlo pienamente autonomo: l'allontanamento da Dio. Di fatto, il secolarismo, senza alcun timore di fraintendere i termini, sponsorizzava di vivere nel mondo etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse.

Tolto Dio, tuttavia, il nostro contemporaneo ha perso se stesso. Il desiderio della ricerca del volto di Dio, che da sempre contraddistingue l'ansia più profonda del cuore umano, è diventato ogni giorno più debole e la lontananza da lui più vistosa. L'unico volto che è rimasto riflesso è il proprio. Poco. Troppo poco per poter definirsi adulti e autonomi. Riflettere il proprio volto può aver soddisfatto, appunto, il narcisismo sempre più imperante che caratterizza i nostri tempi, ma alla fine si è scoperto che in quei pochi centimetri quadrati la tristezza aveva il sopravvento e il dramma della vita si riproponeva con maggiore intensità.

Sì, il dramma della vita, perché di questo si tratta. Da solo, l'uomo muore prima del tempo. Persa la relazionalità con gli altri, termina di essere persona e rimane solo individuo, monade che non ha alcuna possibilità di sopravvivenza, perché incapace di amore che genera, e la solitudine ha il sopravvento. Il cerchio si conclude così. Tristemente, ma in maniera inequivocabile; se Dio viene relegato in un angolo, il più oscuro e lontano della vita, l'uomo perde se stesso perché non ha più senso relazionarsi con sé e tantomeno con gli altri. L'uomo di oggi, per paradossale che possa sembrare, è un uomo solo.

È necessario, pertanto, riportare Dio al centro. Se non lo si vuole proporre per un motivo di natura religiosa, lo si dovrebbe fare almeno per ridare ossigeno a un uomo sofferente e, forse, in agonia. Le immagini di ostentazione e frastuono che spesso inondano le nostre giornate non sono altro che l'evidente segno di un uomo in profonda crisi. Se si vuole uscire dalla patologia che intacca la vita e ritrovare il posto centrale, si deve ricercare il volto di Dio. Questo è impresso in quello del Figlio fatto uomo, Gesù di Nazareth, che ha rivelato in maniera definitiva il suo amore. Sul volto di quell'uomo è impresso il volto di Dio (Col, 15). Non si trova altrove; per cercarlo è necessario fissare lo sguardo su di lui.

5. In questo contesto, il nostro discorso deve confrontarsi in modo più diretto con l'Europa. Da questa prospettiva, il cammino dell'Europa nel futuro dovrebbe essere, per molti versi, già segnato. L'unità di queste terre si è verificata nel passato remoto e ciò che si prospetta per il futuro o sarà in continuità con il percorso di questi 2000 anni oppure sarà destinato al fallimento.

Probabilmente, poche civiltà come la nostra conosce una ricchezza di cultura e di conquista scientifica. Se fossimo ripetitivi del passato, diventeremmo presto noiosi e incapaci di trasmissione che genera cultura; se, invece, saremo capaci di interpretare, secondo lo spirito proprio del nostro tempo, il patrimonio di cultura che abbiamo ricevuto e di cui viviamo, allora la ricchezza si accrescerà e con essa diventeremo significativi per scrivere un'ulteriore pagina di storia. Non vedo alternativa a questa condizione; essa si fa forte del pensiero che è chiamato a guardare sempre oltre per dare forza alla ragione nella sua capacità di puntare verso la verità.

A tutti noi il compito di accettare questa sfida per diventare produttori di pensiero in grado di creare una nuova sintesi feconda per il futuro di questo nostro continente. L'emergenza educativa di cui tutti i nostri Paesi sentono l'urgenza provoca in primo luogo i credenti a farsi promotori di un progetto per recuperare il senso di responsabilità di cui il mondo di oggi sente la mancanza.

6. La storia dell'Europa non inizia con i trattati di Roma del 1950. La condivisione delle risorse come il carbone e l'acciaio, l'Euratom; il mercato comune, la moneta unica sono solo tappe di un processo che deve guardare oltre gli strumenti per cogliere il senso sotteso e l'obiettivo da raggiungere. Questo dovrebbe essere l'unità riconquistata di popoli che pur nella diversità delle tradizioni e delle proprie storie hanno una matrice comune che è riconducibile al cristianesimo.

Questi valori realizzati con fatica, perché composti di una sintesi tra il pensiero greco e romano riletto alla luce della Sacra Scrittura, in questi ultimi secoli si sono ossidati e rischiano di essere sottoposti a uno struggente logorio non per il passare degli anni, ma per la corrosione di fenomeni culturali e legislativi che minano il tessuto sociale.

Avere spalancato le porte a presunti diritti degli individui non ha portato a maggior coesione sociale né tanto meno a un crescente senso di responsabilità. Ciò che è dato verificare, piuttosto, è un preoccupante rinchiudersi in un individualismo senza sbocco che, presto o tardi, porterà all'asfissia dei singoli, della società e dei diversi Paesi.

L'Europa di oggi, d'altronde, sembra vivere con una profonda paura. Essa diviene quasi congenita presso popolazioni che avevano vissuto un lungo periodo di ricostruzione dopo la violenza delle guerre, di crescente benessere e di pace; oggi vacillano molte certezze perché raggiunte, forse, con troppa fretta e senza la dovuta perspicacia. La sicurezza del lavoro, l'assistenza nella malattia, la casa, la pensione ... insomma, ciò che si conosce sotto il nome di progresso sociale tutto si sbriciola sotto la scure di una crisi che non lascia spazio se non all'incertezza, al dubbio e quindi alla paura e all'angoscia, resa ancora più forte dal vedere sempre di più abbandonati quei principi che ci hanno permesso di raggiungere tutto questo.

In che modo si potrà uscire da questo tunnel che non è solo di ordine economico e finanziario, ma primariamente culturale e in modo ancora più specifico antropologico, è facile affermarlo, ma più complesso poterlo realizzare se non cresce la responsabilità di tutti nel voler partecipare a questo progetto ognuno con il proprio contributo complementare.

7. Quanto vedo personalmente all'orizzonte, proprio in forza della nuova evangelizzazione, è l'esigenza di creare un modello antropologico capace di compiere la necessaria sintesi tra quanto è frutto della conquista dei secoli precedenti e la sensibilità con la quale interpretiamo il nostro presente. Per alcuni versi vorrei vedere all'orizzonte un neoumanesimo. Uso intenzionalmente questo termine, perché carico del significato acquistato con ragione nel corso dei secoli.

Esso ha determinato una tappa fondamentale per la cultura europea. L'umanesimo, infatti, segnò a suo tempo un autentico entusiasmo che investì tutti gli ambiti dell'attività umana; ciò che costituì la sua fortuna fu appunto la freschezza del movimento che si mise in atto e che coinvolse lo spirito del tempo in modo tale da reinterpretare in modo nuovo le problematiche di sempre.

L'Umanesimo fu la capacità di comprendere il cambiamento che si stava realizzando, ma ugualmente espresse la convinzione di poter rileggere e per alcuni versi risolvere i problemi che l'umanità possedeva da sempre. Non fu una visione frammentaria del mondo, ma unitaria; così come unitaria era la lettura dell'uomo che era stato posto al centro del creato. In questa fase, che si estese dalla filosofia alla letteratura, dall'arte alla scoperta di nuove terre, Dio non era escluso ma diventava l'orizzonte di senso della ricerca personale e della vita sociale.

Un umanesimo in cui la passione per la verità acquisita nel passato diventava vero traino di trasmissione di una cultura fortemente valorizzata, perché segno della conquista del sapere di cui ognuno si sentiva responsabile perché fosse custodito e reinterpretato. Ricreare questo orizzonte è un compito che spetta a tutti e la sua realizzazione non può essere unilaterale. Noi cattolici desideriamo dare il nostro contributo peculiare come lo è stato nei secoli passati. Abbiamo a cuore il destino dei popoli e dei singoli, perché la nostra storia ci ha resi Il esperti in umanità".

Il Vangelo che trasmettiamo di generazione in generazione è annuncio di un nuovo modo di vivere, realizzato per superare la paura più grande che l'uomo possiede: la morte come annientamento di sé. Qualcuno potrebbe avere paura che la nostra azione tenda a distruggere le conquiste della modernità a cui è particolarmente legato. Niente di più falso. Non c'è in noi volontà alcuna di distruzione delle vere conquiste operate nel corso dei secoli; non lo potremmo fare, non ne saremmo capaci e non possiamo contraddire gli insegnamenti del concilio Vaticano II.

Se il mondo di oggi conosce la ricchezza del patrimonio di cultura filosofico, letterario, artistico e giuridico dell'antica Atene e di Roma, lo deve a noi cristiani. Forti del nostro concetto di tradizione viva, noi esistiamo per conservare quanto la sapienza degli uomini ha saputo realizzare non per distruggerla; piuttosto, ci sentiamo responsabili per purificarla dalle incrostazioni che le inevitabili contraddizioni portano con sé. Nessuno, inoltre, può negare che le grandi conquiste operate nel corso dei secoli trovano il loro fondamento nel cristianesimo.

Nessuno tra di noi, pertanto, dovrebbe cadere nella trappola di pensare all'Europa prescindendo dal cristianesimo come qualcuno vorrebbe. Le sue radici affondano nella fede cristiana che ha alimentato per secoli la convivenza e il progresso di popoli diversi, dimenticarlo sarebbe prima di tutto ignoranza oltre che una colpa inescusabile. Noi non abbiamo una sola lingua e possediamo tradizioni culturali e giuridiche diverse; eppure, il nostro denominatore comune è facilmente rinvenibile nel cristianesimo.

Per questo, nessuno si illuda sul futuro. Non ci sarà un'Europa realmente unita, prescindendo da ciò che essa è stata nel suo inizio. Non si potrà imporre a cittadini così diversi un senso di appartenenza a una realtà senza radici e senza anima; il progetto non riuscirà, perché l'identità richiede certezze e queste possono essere consolidate non attraverso strumenti esterni, ma mediante la riscoperta della propria tradizione comune. Questo crea identità e desiderio di appartenenza; altrimenti, saremo destinati a veder prevalere i singoli egoismi di turno e la reazione sarà quella di rinchiudersi in nuovi confini, probabilmente non territoriali, ma certamente frustranti e fallimentari.

Solo una forte identità condivisa potrà debellare forme di fondamentalismo e di estremismo che ripetutamente si affacciano nei nostri territori. Perché questo avvenga, è necessario uscire da una forma di neutralità in cui l'Europa si è rinchiusa pur di non prendere posizione a favore di se stessa e della sua storia. Conati di anticattolicesimo sempre più frequenti in questi ultimi anni, presenti in diversi settori della società, dovrebbero vederla in una reazione attenta e pronta almeno tanto quanto viene riservato ad altre religioni. Se l'Europa si vergogna di ciò che è stata, delle radici che la sostengono e dell'identità cristiana che ancora la plasma allora non avrà futuro. La conclusione potrà essere solo quella di un declino irreversibile.

8. Mettere di nuovo al centro alcuni principi valoriali che sono frutto della nostra opera di evangelizzazione, non potrà che essere salutare per il suo futuro. In primo piano, la famiglia che rappresenta il soggetto determinante del tessuto sociale; se non lo si vuole fare per convinzione, lo si faccia almeno per calcolo economico. La centralità della famiglia appare come la trincea necessaria per evitare il declino della responsabilità sociale che ormai troppo spesso è dato verificare.

Il primato della vita umana, dal suo primo istante fino alla sua conclusione naturale, appare come l'urgente presa di consapevolezza davanti a una generalizzata forma di denatalità e di spregio per la vita che pone in crisi la stessa sopravvivenza della civiltà. La china dell'invecchiamento, verso cui i nostri Paesi si stanno dirigendo, mostrano la stagione invernale di questa Europa che ha scelto il declino pur di imporre un discusso diritto del più forte nei confronti della vita innocente.

A un uomo rinchiuso nella paura e sempre più solo, ciò che gli si propone è una morte veloce e chiamata beffardamente felice. L'ultima illusione, eufemisticamente, è una "dolce morte", come se la morte non portasse con sé il dramma del limite ultimo di una domanda esistenziale perenne che chiede di essere vinta e non subita. Questo pendio è troppo scivoloso per essere difeso come diritto quando, invece, nasconde la paura e la sopraffazione del nulla, per non saper dare senso completo all'esistenza.

L'economia e la finanza, inoltre, dinanzi al dilagare di una prospettiva di mercato che sembra schiacciare conquiste sociali raggiunte faticosamente nel corso dei secoli dovranno riscoprire l'istanza etica che la dottrina sociale della Chiesa non si stanca di richiamare per coniugare centralità della persona e raggiungimento del bene comune. Esiste, purtroppo, una visione della società cinica, tesa sempre più verso una sottile forma di discriminazione e incapace di salvaguardare la dignità della persona; questa non può essere determinata dallo stato sociale, dalla razza, dalla religione né tanto meno dal reddito o dalla prestanza fisica; si fonda, piuttosto, sull'uguaglianza che riconosce ognuno per ciò che è e non per quanto possiede.

L'impegno nella politica, in questo contesto, appare quanto mai fondamentale. Il nostro apporto non può mancare là dove si fanno le leggi, perché noi siamo ben consapevoli che una legge porta con sé di conseguenza nel corso degli anni una cultura consequenziale; la crisi che viviamo, d'altronde, è figlia di molte leggi che contraddicono il rispetto per la dignità della persona.

Come si può osservare, l'esemplificazione provoca a riflettere sulla nostra capacità di poter creare un processo di trasmissione di valori e contenuti che formano l'identità dei nostri popoli, così da radicarsi per consentire un significativo senso di appartenenza a una realtà nuova eppure antica. Noi cattolici non indietreggeremo in questa assunzione di responsabilità e non accetteremo di essere emarginati. Siamo convinti, infatti, che la nostra presenza sia essenziale perché il processo in corso possa giungere a buon fine.

Nessun altro potrebbe sostituirci nel portare quel contributo peculiare che ci appartiene e che ha segnato nel corso dei millenni una storia di umanizzazione senza confronti. Priva della presenza significativa dei cattolici, comunque, il mondo sarebbe più povero e meno attraente. Non vogliamo che questo avvenga; per questo chiediamo di essere ascoltati e messi alla prova per verificare ancora una volta la ricchezza del nostro contributo per il genuino progresso della società.

La speranza che noi portiamo ha qualcosa di straordinariamente grande, perché consente di guardare al presente, pur con le sue difficoltà, con uno sguardo carico di fiducia e di serenità. È la speranza che non delude perché forte di una promessa di vita che supera ogni limite e punta a fissare lo sguardo sull'unico necessario: un Dio che ama e che ha condiviso la nostra esistenza umana.

9. Sappiamo di essere nel mezzo di una profonda crisi che è divenuta anche crisi di Dio. Schematicamente si potrebbe dire: la religione sì, Dio no e tantomeno la Chiesa. Dove questo no, comunque, non è da intendere nel senso categorico dei grandi ateismi. Non esistono più grandi ateismi. La crisi odierna è determinata dal potere e sapere parlare di Dio; la cosa non ci può lasciare neutrali.

Dio oggi non è negato, è sconosciuto. Probabilmente, all'interno di quest'espressione c'è qualcosa di vero circa il modo di porsi del nostro contemporaneo dinanzi alla problematica che ruota intorno a "Dio". Per alcuni versi, si potrebbe dire che in questi anni, paradossalmente, è cresciuto l'interesse per la religione; ciò che si nota, tuttavia, è la forte connotazione emotiva e la sua declinazione al plurale. Non c'è interesse per la religione; ciò che oggi sembra prevalere sono, piuttosto, le esperienze religiose.

Si va alla ricerca, insomma, di diverse modalità religiose selezionate in modo che ognuno prenda quanto più gli aggrada così da approdare a un'esperienza religiosa che lo soddisfa nei suoi interessi e nelle sue esigenze del momento. Dovremmo essere capaci di gettare un sasso nello stagno: quello dell'indifferenza, che spesso domina il contesto culturale su questa problematica, e quello dell'ovvietà che evidenzia quanta ignoranza domini spesso sovrana sui contenuti religiosi. Indifferenza e ovvietà, purtroppo, rodono alla base quel comune senso religioso che è ancora presente, rendendo sempre più debole la domanda religiosa e, soprattutto, la sua scelta consapevole e libera.

Ritorna immediata, la scena familiare di Paolo per le vie di Atene (At 17,16-34). Non è cambiato molto da allora. Le strade delle nostre città sono cariche di nuovi idoli. L'interesse verso un generico senso religioso sembra voler riprendersi una sorta di rivincita; le espressioni religiose che si moltiplicano sono spesso prive di spessore razionale. In alcuni casi prende il sopravvento l'emotività, in altri, al contrario, forme di fondamentalismo; ambedue, comunque, non fanno altro che evidenziare la mancanza di spessore intellettuale. Da ultimo, appaiono all'orizzonte nuovi messia dell'ultima ora, predicando l'imminente fine del mondo. In questo contesto è necessario chiedersi chi sono i nuovi Paolo di Tarso coscienti di essere portatori di una bella notizia che entra nell'areopago del nostro piccolo mondo con la convinzione e la certezza di voler annunciare il "Dio sconosciuto".

10. La nuova evangelizzazione, dunque, richiede la capacità di saper dare ragione della propria fede, mostrando Gesù Cristo il Figlio di Dio, unico salvatore dell'umanità. Nella misura in cui saremo capaci di questo, potremo offrire al nostro contemporaneo la risposta che attende o che dobbiamo provocare in lui.

Come diceva Benedetto XVI alcuni giorni prima di essere eletto Papa: "Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo... Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all'intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini".

La nuova evangelizzazione, pertanto, riparte da qui: dalla credibilità del nostro vivere da credenti e dalla nostra convinzione che la grazia agisce e trasforma fino al punto da convertire il cuore. Il mondo di oggi ha bisogno profondo di amore, perché conosce, purtroppo, solo i suoi grandi fallimenti.

Qui, probabilmente, nasce il paradosso che si apre dinanzi ai nostri occhi e che provoca la mente a riflettere sul senso di una tale azione. Guardare al futuro con la certezza della speranza vera è ciò che consente a noi di non rimanere rinchiusi né in una sorta di romanticismo che guarda solo al passato né di cadere in un orizzonte di utopia perché ammaliati da ipotesi che non potranno avere riscontro. La fede impegna nell'oggi che viviamo, per questo non corrispondervi sarebbe ignoranza e paura; a noi cristiani, tuttavia, questo non è consentito.

Rimanere rinchiusi nelle nostre chiese potrebbe darci qualche consolazione ma renderebbe vana la Pentecoste. È il tempo di spalancare le porte e ritornare ad annunciare la risurrezione di Cristo di cui siamo testimoni. Secondo le parole del santo Vescovo Ignazio agli albori del cristianesimo: "Non basta essere chiamati cristiani, bisogna esserlo davvero" (Ai Cristiani di Magnesia, I,1). Se qualcuno vuole riconoscere i cristiani lo deve poter fare per il loro impegno nella fede non per le loro intenzioni.