Quando la rivoluzione divorò se stessa. Fra il 1937 e il 1938 vennero uccisi circa 750.000 cittadini sovietici, di Gaetano Vallini

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 28 /05 /2011 - 22:35 pm | Permalink
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 28/5/2011 un articolo scritto da Gaetano Vallini. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti vedi su questo stesso sito la sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (29/5/2011)

Sono trascorsi due decenni dalla rivoluzione socialista d'ottobre e il regime sovietico, sotto l'implacabile dittatura di Stalin, pianifica e attua il più grande massacro di Stato mai compiuto in Europa in tempo di pace. Dall'agosto del 1937 al novembre del 1938, appena sedici mesi, circa 750.000 cittadini sovietici vengono giustiziati dopo essere stati condannati a morte da un tribunale speciale al termine di processi farsa.

Durante quello che viene ricordato come il Grande Terrore un sovietico adulto su cento è messo a morte con una pallottola alla nuca, ovvero 50.000 esecuzioni al mese, 1.600 al giorno. Nello stesso periodo oltre 800.000 cittadini sono condannati a dieci anni di lavori forzati e spediti in uno dei campi del famigerato Gulag. A questo capitolo nerissimo della storia sovietica Nicolas Werth dedica il suo ultimo libro Nemici del popolo. Autopsia di un assassinio di massa. Urss, 1937-1938 (Bologna, Il Mulino, 2011, pagine 295, euro 26), ponendo al centro della sua ricerca le vicende della gente comune intrappolata nel meccanismo delle "operazioni di massa".

L'intento dello studioso - ricercatore del Centre national de la recherche scientifique presso l'Institut d'histoire du temps présent a Parigi - è quello di spiegare come fu possibile attuare quest'"orgia di terrore" nel più grande segreto, chi furono le vittime e chi i carnefici. Ma anche di capire se è legittimo collocare, come avvenuto a lungo, questo crimine tra le cosiddette "grandi purghe".

E la prima chiarificazione riguarda proprio tale aspetto, visto che, settant'anni dopo i tre grandi processi di Mosca del 1936, 1937 e 1938 e cinquant'anni dopo il rapporto segreto di Nikita Chrusvcëv al XX congresso del Pcus - "che sono stati, ciascuno alla sua maniera, formidabili avvenimenti schermo" - è finalmente possibile avere l'esatta misura di ciò che fu davvero il Grande Terrore: "Da principio e prima di tutto - afferma Werth - una vasta impresa d'ingegneria e di "purificazione" sociale, volta a sradicare, con operazioni segrete decise e pianificate al più alto livello da Stalin e Nikolaj Ezov (commissario del popolo agli Interni), tutti gli elementi "socialmente pericolosi" ed "etnicamente sospetti" che, agli occhi dei dirigenti stalinisti, apparivano non soltanto come "estranei" alla nuova società socialista in corso di edificazione, ma anche, nell'eventualità ormai probabile di un nuovo conflitto mondiale, come altrettante potenziali reclute di una mitica "quinta colonna di spie e terroristi al soldo delle potenze straniere ostili all'Urss". Naturalmente, nel corso di queste operazioni, un numero estremamente elevato di persone che non appartenevano ad alcuna delle categorie colpite dalle direttive segrete fu travolto dalle repressioni di massa".

Prima dell'apertura degli archivi dell'ex Unione Sovietica, pur giungendo a conclusioni differenti, i più autorevoli studiosi di quel periodo - Robert Conquest alla fine degli anni Settanta e John Arch Getty a metà degli Ottanta - focalizzarono l'attenzione, sottolinea Werth, sull'aspetto politico del Grande Terrore, "visto come punto culminante di una purga diretta in primo luogo contro le élite politiche, economiche, militari e culturali; come processo di autodistruzione dei bolscevichi; come sfogo dei conflitti personali o interburocratici fra centro e periferia".

Fu necessario attendere l'inizio degli anni Novanta, con l'accesso agli archivi, per un cambiamento di prospettiva fondamentale. Cambiamento che in questo volume trova un'esposizione chiara. Nelle purghe, si legge, era in gioco la sostituzione di una élite con un'altra, più giovane, politicamente meglio formata e ideologicamente più obbediente. Di fatto si dovevano distruggere tutti i legami, politici, amministrativi, professionali e personali, generatori di solidarietà, "per promuovere un nuovo strato di giovani dirigenti, debitori della loro vertiginosa carriera alla Guida, a cui sarebbero stati totalmente devoti". Ma per quanto spettacolari e politicamente significative, tali operazioni rappresentarono solo una piccola frazione, appena il sette per cento, degli arresti e delle esecuzioni del Grande Terrore.

Le operazioni segrete, messe a punto al più alto livello, erano raggruppate in due grandi categorie, due "linee" nel codice dei funzionari della polizia politica, l'Nkvd: la "linea kulak" e la "linea nazionale". La prima, contenuta nell'"ordine operativo" n.00447 del 30 luglio 1937, mirava a "eliminare una volta per tutte" un largo ventaglio di nemici per così dire tradizionali del regime bolscevico, ovvero, specifica Werth, "ex kulaki, persone del passato, élite dell'antico regime, membri del clero, vecchi esponenti di partiti politici non bolscevichi, nonché una vasta corte di marginali sociali, raggruppati sotto l'espressione generica di "elementi socialmente pericolosi"". La linea "nazionale", pianificata con una decina di operazioni segrete, riguardava invece gli emigrati politici, ma non solo, rifugiatisi in Urss, nonché cittadini sovietici che erano originari o avevano qualche legame con un certo numero di Paesi considerati ostili: Polonia, Germania, Paesi baltici, Finlandia, Giappone.

"In un contesto di crescenti tensioni internazionali, la "linea nazionale" traduceva la comparsa di nuove categorie di nemici, un orientamento che si sarebbe confermato nel corso degli anni seguenti", precisa lo storico, secondo il quale "la scoperta di queste grandi operazioni segrete di massa ha imposto di ripensare il Grande Terrore come un fenomeno molto più complesso, multiplo, combinazione di processi repressivi differenti che, in un dato momento, sono venuti a convergere in un "nodo di radicalizzazione cumulativa", in un parossismo repressivo e sterminazionistico unico nella storia sovietica. I sedici mesi del Grande Terrore, dal luglio del 1937 al novembre del 1938, concentrano in effetti, da soli, quasi i tre quarti delle condanne a morte pronunciate tra la fine della guerra civile (1921) e la morte di Stalin (marzo 1953) da una giurisdizione speciale dipendente dalla polizia politica o dai tribunali militari".

Così, mentre i rituali di annientamento dei nemici del popolo invadevano la sfera pubblica, i gruppi operativi dell'Nkvd lanciavano le "operazioni segrete di massa", note solo a un numero estremamente ristretto di alti dirigenti. È proprio questo l'aspetto del Grande Terrore che Werth focalizza, dando spazio alla presentazione dei documenti d'archivio che permettono di comprendere il meccanismo di tali operazioni, la loro preparazione e il successivo svolgimento. E tra i documenti più rilevanti figurano, in particolare, le risoluzioni segrete del Politbjuro e gli "ordini operativi" dell'Nkvd relativi alle azioni "repressive di massa".

"Questi documenti - scrive lo storico - chiariscono l'altra faccia, fino ad allora totalmente nascosta, del Grande Terrore: i meccanismi di repressione contro i "cittadini ordinari", vittime anonime scomparse senza traccia e di cui le famiglie non conoscevano, il più delle volte, né la condanna inflitta né la data di morte".

In quegli anni, in una miscela devastante, si fusero tragicamente la spietatezza di Stalin, la disumanità della burocrazia sovietica, lo spirito di emulazione dei dirigenti e l'eccesso di zelo degli esecutori. Di fatto ci fu un ampliamento incontrollato degli arresti, alimentati da una paranoia collettiva che, complice la propaganda dei più assurdi complotti antisovietici, portò a un aumento delle delazioni - tanto che uno degli aspetti più rilevanti resta il grado di partecipazione sociale al Terrore - così come del ricorso alla tortura negli interrogatori per sveltire le pratiche.

Ciò ebbe come conseguenza una crescita esponenziale e quasi incontrollabile del potere della polizia politica rispetto al partito, ma anche il peggioramento dei raccolti agricoli e della produzione industriale. Il tutto in un contesto internazionale affatto tranquillizzante. Rischi sul lungo periodo, questi, che Stalin capì di non poter correre. Cosicché, raggiunto, e di fatto ampiamente superato, l'obiettivo di epurazione, decise che il Grande Terrore fosse fermato.

Ma non fu una operazione semplice. Il meccanismo burocratico messo in moto richiese quasi per inerzia, e in modo perfidamente perverso, altra violenza, trasformando i volenterosi e solerti carnefici di prima in vittime. La conseguenza fu un'altra epurazione, che culminò nella fucilazione di Ezov, nel 1940.

(©L'Osservatore Romano 28 maggio 2011)