«L’uomo supera infinitamente l’uomo». Breve riflessione sul transumano, di Fabrice Hadjadj

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 18 /06 /2011 - 21:23 pm | Permalink
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Presentiamo sul nostro sito una traduzione curata da Stefano De Luca della riflessione tenuta da Fabrice Hadjadj nel corso dell’incontro Il cortile dei Gentili, Parigi, UNESCO, 24/3/2011. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. L'intervento di Hadjadj è in video on-line al link http://www.ktotv.com/videos-chretiennes/emissions/a_la_une/le-parvis-des-gentils-unesco/00057217 a partire dal minuto 121 (dura circa 20 minuti): all'intervento di Hadjadj segue quello di Jean Vanier. Il testo nell’originale francese è disponibile al link L’uomo è l’animale che si stupisce di esistere... "L'homme passe infiniment l’homme". Brève réflexion sur le transhumain.

Di Fabrice Hadjadj vedi, su questo stesso sito, anche:

Il Centro culturale Gli scritti (18/6/2011)

1.

Per quale ragione siamo riuniti qui? Per una cerimonia ufficiale, un po’ compassata, nella quale ciascuno avrà svolto la sua funzione ma dove nessuno sarà venuto con il suo cuore? Per aprire una nuova “finestra di dialogo”, come se si trattasse di accrescere i nostri mezzi di comunicazione o di apparire come uomini aperti e tolleranti? Forse sto per rompere il rassicurante ronzio delle convenienze; ma non lo faccio per provocare, bensì per porre una semplice domanda. Il mio scopo non è quello di fare l’eccentrico, ma quello di essere un uomo che si rivolge ad altri uomini, al di là delle etichette e dell’ordine del giorno. Ora, essere uomini è anzitutto questo: non soltanto vivere, ma interrogarsi sulle ragioni della vita. E questa domanda sorge tanto più aspra perché l’uomo si colloca al centro di una tensione lacerante: egli desidera la gioia nella verità e nell’amicizia e tuttavia sa che è destinato a morire. Sì, noi tutti, qui – ministri o commessi – aspiriamo moralmente ad una beatitudine insieme. E allo stesso tempo, noi tutti, qui – ambasciatori o agenti di polizia – siamo fisicamente votati alla decrepitezza. Lo siamo a tal punto che sotto la luce dei riflettori e malgrado la potenza dei microfoni, siamo circondati da molta oscurità e da molto silenzio …

2.

Questo interrogativo è certamente ciò che caratterizza l’uomo sin dalla sua origine. L’essere umano è l’animale che si meraviglia di esistere. Siamo delle scimmie evolute, dei primati giunti al culmine della perfezione? Dubito che sia così. Perché il culmine della perfezione per il primate sta nell’agilità suprema con la quale spostarsi dal ramo o nella facilità assoluta di procurarsi delle banane. Essa non sta in questa capacità di meravigliarsi, in questa facoltà che vi lascia gli occhi sgranati, stupefatti, indifesi di fronte alla vertigine di essere vivi. Essa non sta in questa inclinazione alla contemplazione che, ad esempio, vi fa provare una tale meraviglia di fronte al manto striato della tigre che vi dimenticate di proteggervi contro i suoi graffi.

Alcuni dicono che l’affermazione dell’uomo, nel corso dell’evoluzione, sarebbe dovuta alla sua maggiore capacità di adattarsi al mondo. Eppure l’uomo sembra, al tempo stesso, un grande disadattato: invece di vivere pacificamente secondo l’istinto, cerca un senso, decifra il mondo come se fosse una foresta di simboli, desidera un al di là, un al di là non necessariamente come un altro mondo, ma come un modo di penetrare nel segreto di questo mondo, di intenderlo nel suo mistero, di bere alla sua fonte.

Noi tutti, quindi, ministri o agenti di polizia, ci sentiamo come dei passeggeri o dei passanti. Non solamente perché siamo mortali, ma anche perché nella nostra stessa vita desideriamo un superamento, non necessariamente un superamento verso un altrove (perché questo non sarebbe che turismo, e il turismo, nella spiritualità, è più frequente di quanto si immagini). Noi desideriamo piuttosto un superamento nell’intensità del nostro modo di essere qui e ora, gli uni verso gli altri, cercando infine di essere, gli uni con gli altri, senza ipocrisia, in una verità e in una amicizia profonda (confessiamolo, grattando un po’ la vernice del decoro: siamo ancora lontani da questa verità e da questa amicizia, perché queste presupporrebbero che la caduta di tutte la maschere e la messa a nudo del nostro spirito).

Nietzsche lo ricorda: «Ciò che è grande nell’uomo non è di essere uno scopo, ma un ponte: ciò che può essere amato nell’uomo è di essere un passaggio e una caduta». Con questa frase, Nietzsche fa pensare a Rousseau, secondo il quale l’uomo si distingue dagli altri animali non per la sua perfezione, ma per la sua «perfettibilità», e sembra soprattutto riprendere un’affermazione di Blaise Pascal: «Sappiate che l’uomo supera infinitamente l’uomo».

3.

Questa domanda dell’uomo che cerca un al di là acquista oggi, in questo luogo, un significato particolare. Perché noi viviamo oggi la crisi radicale dell’umanesimo. Senza dubbio si tratta della crisi più grande che dobbiamo affrontare oggi: non tanto una crisi finanziaria o ecologica o religiosa, ma una crisi antropologica e anche metafisica. Noi ci troviamo in una fase senza precedenti nella storia, se anche gli appelli a un nuovo umanesimo, così come gli appelli per un ritorno all’illuminismo, possono essere soltanto segni di accecamento.

Quando si pretende di fondare l’umanesimo sull’uomo stesso accade la medesima cosa che si verifica quando si pretende di erigere un edificio senza alcun appoggio esteriore: l’edificio crolla. Per elevare un palazzo, c’è bisogno di un terreno. Affinché l’uomo si elevi, ha bisogno di un Cielo. Per Cielo intendo una speranza. Gli altri animali si generano attraverso l’istinto. L’uomo ha bisogno di ragioni per dare la vita. Senza queste ragioni, senza una speranza, certamente egli non si suiciderà – perché vi è in lui questa forza d’inerzia che lo spinge a continuare la sua corsa, come un solido nello spazio vuoto –, ma quantomeno non donerà più la vita, perché non vede la ragione di fare figli, se tutto è destinato alla putrefazione. La speranza non è una ciliegia sulla torta, essa deve dichiararsi alla nostra stessa carne, al nostro stesso sesso. Gli Ebrei lo sanno bene: è nel loro sesso che essi trovano il segno dell’Alleanza con l’Eterno, perché, se io non credo in questa Alleanza, per quale ragione continuare l’avventura umana, per quale ragione ostinarsi ad alimentare il carnaio? Ecco ciò che caratterizza l’uomo tra tutti gli animali: egli deve elevarsi verso il Cielo prima di poter dormire con la sua donna.

E’ in questo – molto semplicemente – che l’uomo supera infinitamente l’uomo. Egli cerca le ragioni per vivere al di là di se stesso. Egli aspira a una gioia che non possiede ancora veramente e di cui attende il compimento in qualche cosa – diciamolo – di «soprannaturale». Noi possiamo riprendere qui un verbo inventato da Dante, e dire che l’uomo è fatto per «trasumanarsi».

4.

Ma come «trasumanarsi»? Cosa bisogna intendersi per «transumanesimo»? Questa parola deve risuonare in modo particolare tra queste mura. Perché il sostantivo, «transumanesimo», è stato forgiato nel 1947 dal biologo Julian Huxley, che fu il primo direttore generale dell’UNESCO. Ma ciò che è molto interessante è che questo il primo direttore generale dell’UNESCO non intendeva il «transumanesimo» al modo di Dante. Il suo pensiero andava anzi in senso radicalmente opposto a quello della Divina Commedia. Ma questa parola ha il vantaggio di manifestarci la sola alternativa che si offre oggi nel mondo moderno.

Julian Huxley era il fratello di Aldous Huxley, l’autore di Nuovo mondo selvaggio [A Brave New World] e quindi ci si potrebbe attendere che fosse vaccinato contro ogni tentazione eugenetica. E invece è proprio il contrario. Non che Julian Huxley fosse inconseguente: no, egli era estremamente coerente. Nel 1941, nel momento stesso in cui i nazisti gasavano i malati mentali, Julian Huxley scriveva con una certa audacia: «Una volta pienamente colte le conseguenze implicite nella biologia evolutiva, l’eugenetica diverrà inevitabilmente una parte integrante della religione dell’avvenire, o del complesso di sentimenti – quale che sia – che potrà, nell’avvenire, prendere il posto della religione organizzata». Queste parole sono state scritte nel 1941. Ma è nel 1947, quando Huxley è già direttore generale dell’UNESCO, che vengono pubblicate in francese. Non fu cambiata una sola parola. Certo, Huxley era antinazista, socialdemocratico e soprattutto antirazzista (il che peraltro non gli impediva, nel testo già citato, di scrivere : «Considero come assolutamente probabile che i negri autentici abbiano un’intelligenza media leggermente inferiore a quelle dei Bianchi o dei Gialli»);  ma pretendeva di rimpiazzare le religioni tradizionali con la religione delle biotecnologie.

Naturalmente qui non si tratta di fare il processo a Julian Huxley. Vorrei soltanto attirare la vostra attenzione su un’ideologia talmente diffusa da non aver risparmiato nemmeno questo luogo e da aver avuto come illustre rappresentante il suo primo direttore generale. Se, nel 1947, il primo direttore generale dell’UNESCO inventò il sostantivo «transumanesimo», lo fece per parlare di eugenetica, parola di difficile uso dopo l’eugenetica nazista. Tuttavia, è sempre la stessa cosa che viene perseguita: la redenzione dell’uomo attraverso la tecnica. Cito il testo del 1947 che inventa il termine. In esso Huxley  pone questo «nuovo principio»: «La qualità delle persone, e non la sola quantità, è ciò a cui dobbiamo mirare: di conseguenza, una politica concertata è necessaria per impedire all’onda crescente della popolazione di sommergere tutte le nostre speranze di un mondo migliore». Il Mondo migliore di Julian non era così lontano dal Nuovo mondo selvaggio di Aldous. Si trattava pur sempre di migliorare la “qualità” degli individui, come si migliora la “qualità” dei prodotti, e dunque, probabilmente, di eliminare o impedire la nascita di tutto ciò che appariva anormale o carente.

5.

Vedete che è la definizione stessa dell’uomo ad essere in gioco nel nostro incontro. E dunque l’avvenire dell’uomo. L’uomo cerca un al di là. Egli è per essenza transumano. Ma come si realizza il trans del transumano? Attraverso la cultura e l’apertura al Trascendente o attraverso la tecnica e la manipolazione genetica? Attraverso il mistero della parola o attraverso la volontà di potenza? Certo, l’UNESCO è un’organizzazione mondiale votata alla protezione e allo sviluppo delle culture. Ma, come tutte le organizzazioni attuali, è anche divorata dalla logica tecnocratica, vale a dire dal desiderio di risolvere i problemi invece di riconoscere il mistero. Ne è prova l’ambiguità di cui ha dato testimonianza il suo primo direttore generale.

Ed ecco la mia semplice domanda: dobbiamo prendere per direttore Julian Huxley o piuttosto Dante? La grandezza dell’uomo è nella facilità tecnica del vivere? O piuttosto sta in questa lacerazione, in questa apertura che è come un grido verso il Cielo, in questo appello verso ciò che ci trascende realmente? Notate che un transumanesimo di cui l’uomo sarebbe il produttore non è un vero transumanesimo: esso non si volge verso l’al di là dell’umano, ma verso l’al di qua, riducendo l’uomo ad un oggetto tecnico performante. Ora, lo ripeto, la meraviglia dell’uomo non è nella sua performance, perché in tal caso egli non sarebbe che una prodezza meccanica e bisognerebbe mettere tra gli scarti tutti i deboli. La meraviglia dell’uomo è nel mistero della sua presenza stupefatta. Essa non è nella sua efficienza, ma nell’epifania del suo viso, quale che sia, anche se questo viso è deforme, anche se è il viso di un crocifisso.

6.

La nostra modernità è dunque arrivata a questo punto estremo: noi abbiamo ormai la possibilità di realizzare concretamente il transumanesimo in termini tecnici e di considerare gli uomini quali sono oggi come bricolages arcaici e obsoleti. Ma questa estrema frontiera è anche una grazia. Essa ci permette, per opposizione, di accogliere meglio ciò che fa la nostra umanità: non uno sviluppo orizzontale della nostra potenza, ma un’elevazione verticale della nostra parola.

Tale è l’opportunità del Cortile dei Gentili, che consiste nel prendere atto di questa nuova situazione. Non si tratta soltanto di «dialogo tra credenti e non credenti». Si tratta di porre la questione dell’uomo e di riconoscere che ciò che fa la sua specificità non è di essere un super-animale più potente degli altri, ma di essere questo ricettacolo che raccoglie con amore ogni creatura, per volgerla, attraverso la sua parola, attraverso la sua preghiera, attraverso la sua poesia, verso la sua origine misteriosa.

(traduzione di Stefano De Luca)