Il rito del battesimo dei bambini e l'accoglienza della vita, di Luigi Girardi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /06 /2011 - 10:59 am | Permalink
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Riprendiamo dal web un articolo scritto da Luigi Girardi per «Rivista Liturgica» 96/2 (2009) 203-217. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per ulteriori approfondimenti sul Battesimo, vedi la sezione Catechesi e pastorale.

Il Centro culturale Gli scritti (25/6/2011)

L’accoglienza che una comunità offre a un nuovo nato costituisce un momento cruciale e decisivo, tanto per il neonato quanto per la comunità. Il rito con cui tale accoglienza viene celebrata mette in scena normalmente ciò che sta al fondamento della vita e della comunità stessa e lega simbolicamente a tale fondamento anche la vita del nuovo nato, che così diventa membro della comunità a tutti gli effetti.

Da questo punto di vista, si può parlare del battesimo come rito di accoglienza della vita[1]. Tuttavia questa espressione potrebbe celare una visione parziale e riduttiva del sacramento. La stessa prassi pastorale del battesimo patisce questa ambiguità, per superare la quale è necessario chiarire che cosa si intenda per «vita» e quali dimensioni venga ad assumere la sua accoglienza. In questo modo l’esperienza del rito apparirà anzitutto come apertura alla vita che viene da Dio. Su queste considerazioni si snoderà il percorso di questo contributo, avendo come guida la pratica celebrativa del Rito del battesimo dei bambini (= RBB).

Indice

1. Il tempo della celebrazione del battesimo

La vicinanza cronologica tra la nascita e la celebrazione del sacramento del battesimo è così radicata, e da così tanto tempo, nelle Chiese di antica evangelizzazione, da sembrare naturale e pienamente giustificata, quasi dovuta. Tuttavia in questi ultimi decenni la proposta pastorale battesimale registra alcune modificazioni significative. Al di là della percentuale di genitori che non chiedono (ovvero non chiedono immediatamente) il battesimo dei loro figli, si dà di fatto una diminuzione della rapidità con cui si chiude la sequenza nascita-battesimo. Ciò è sancito anche dalle recenti indicazioni normative e pastorali. I Praenotanda dell’Ordo baptismi parvulorum precedente la riforma del concilio Vaticano II affermavano: «Infantes quamprimum baptizentur» (Praenotanda de sacramento Baptismi rite administrando, n. 39); l’introduzione al nuovo RBB, invece, dice: «La celebrazione del battesimo si faccia entro le prime settimane dopo la nascita del bambino» (RBB 8)[2].

Le motivazioni di questa indicazione, se da un lato ribadiscono il dovere di provvedere al battesimo senza troppa dilazione per il «bene spirituale del bambino», dall’altro fanno spazio a istanze ulteriori: le «condizioni di salute della madre», auspicandone la presenza alla celebrazione, e l’esigenza pastorale che richiede il «tempo indispensabile per preparare i genitori e disporre la celebrazione in modo che appaia chiaramente il significato e la natura del rito» (ivi)[3]. Diverse iniziative pastorali stanno saturando questo intervallo temporale, a volte dilatandolo fino a qualche mese e altre volte contenendolo nelle poche settimane.

Questo rallentamento della sequenza cronologica non è, a mio avviso, un fatto trascurabile, dal momento che agisce su un costume sociale che, pur essendo già in evoluzione, rimane ancora fortemente tradizionale e culturalmente accettato. Ne fanno fede, per ragioni diverse, tanto il permanere dell’ansia dei pastori quando si verifica la mancata richiesta immediata del battesimo da parte di alcune famiglie, quanto la fatica da parte di altre famiglie di accettare proposte pastorali che impegnino per un certo tempo e che costringano a rinviare la data del battesimo. In ogni caso, il progressivo distanziarsi della celebrazione del battesimo dai giorni immediatamente seguenti alla nascita non è privo di conseguenze per la percezione del significato del battesimo stesso[4].

Dal punto di vista pastorale, la vicinanza più o meno immediata con l’evento della nascita dà al battesimo un contesto esistenziale particolarmente forte e pregnante. Il venire alla luce del figlio/figlia introduce una novità che porta con sé una domanda di senso e che rende urgente il compimento di gesti simbolici con cui fare spazio a questa nuova presenza all’interno del contesto sociale ed ecclesiale. Sembra quasi che sia lo stesso neonato (la sua condizione) a invocare presso i genitori e la comunità il riconoscimento radicale della sua presenza e la piena integrazione nel contesto relazionale. Quanto più ci si allontana dalla nascita, invece, tanto più si attenua la percezione di questa urgenza. È come se il motivo che spinge a richiedere il battesimo non venga sollecitato anzitutto dalla novità della nascita, ma sia prevalentemente a carico dei genitori e del cammino dentro il quale potranno maturare i motivi per chiedere il battesimo per il loro figlio. Le due situazioni non si escludono a vicenda, ma offrono un terreno differente per innestare l’annuncio cristiano e favorire un itinerario di fede. Forse gli stessi riti battesimali acquistano connotazioni o tonalità differenti. Occorre esserne consapevoli, per cogliere le opportunità e affrontare le sfide pastorali che sono legate alle due circostanze.
In ogni caso, il profilarsi di questa situazione complessa invita a interrogarsi sul senso specifico del battesimo in relazione all’esigenza di accogliere la vita.

2. Il battesimo come rito di accoglienza?

Bisogna riconoscere che l’abitudine a connettere immediatamente il battesimo con l’evento della nascita porta con sé anche il rischio di una percezione sfuocata del significato del sacramento. In effetti, per tanto tempo il rito battesimale ha svolto anche una rilevante funzione socio-culturale, dal momento che l’integrazione nella Chiesa coincideva con l’integrazione nella società[5]. Anche se oggi le cose si pongono in modo differente, rimane però la tendenza a fare del battesimo un atto solenne e festoso esigito dall’evento della nascita come momento simbolico socialmente rilevante: un rito di passaggio legato alla nascita; un rito a cui ancora si ricorre, seppur in un contesto sociale secolarizzato, perché supplisce la mancanza di un momento simbolicamente forte sul piano civile; un rito che, nello stesso tempo, rischia di esaurire il suo significato sul piano civile, attenuando la sua valenza religiosa e propriamente cristiana. In relazione a ciò, il battesimo condivide la stessa tensione che attraversa gli altri sacramenti dell’iniziazione:

«Possono, in molti casi, essere sentiti come riti di nascita o riti d’infanzia, in breve, come riti di passaggio. Non ci si chiede più, del resto, qual è il passaggio che simboleggiano: il passaggio della nascita, dell’infanzia, dell’adolescenza o il passaggio alla vita in Cristo?»[6].

In questa situazione, non si può non rilevare l’ambiguità della lettura del battesimo come un rito che esprime l’accoglienza della vita, se non si chiarisce su quale piano si pone tale affermazione. Certo, il fatto che alla recezione dei sacramenti cristiani sia connessa una certa rilevanza sociale è inevitabile e non è in sé un male[7]. Questo fatto però impone di discernere con più attenzione il senso proprio del sacramento come è vissuto nella prassi pastorale, soprattutto in una società secolarizzata e pluralista, nella quale rischia di essere trascinato in una deriva di significati.

Non è inutile ricordare, a questo proposito, che il legame del battesimo con la vita del battezzando non implica per necessità dogmatica una connessione immediata con il momento cronologico della nascita. Tale immediatezza non era ritenuta necessaria, ad esempio, dalla Chiesa dei primi secoli. Se anche allora si può avere traccia di pedobattesimo, rimane oltremodo evidente che la Chiesa ha iniziato la sua missione evangelizzando e portando al battesimo gli adulti che si convertivano. Il sacramento era quindi legato al sorgere della fede e alla maturazione di una domanda consapevole e convinta, verificata dal discernimento ecclesiale. È significativo, ad esempio, che Giustino, scrivendo verso la metà del sec. II, presentando il battesimo come «rigenerazione», metta in luce prevalentemente la sua differenza dalla prima generazione, insistendo piuttosto sulla scelta consapevole di essere rigenerati:

«Nella nostra prima nascita, noi siamo stati generati, senza averne coscienza, né poterne fare a meno, da umido seme, per il mutuo rapporto d’unione dei genitori; e siamo stati procreati in una natura perversa e con inclinazioni malvagie; per non rimanere però figli di necessità o d’incoscienza, ma di elezione e di scienza, e per ottenere la remissione dei peccati prima commessi, per colui che ha scelto di essere rigenerato e di convertirsi dai peccati, si invoca sull’acqua il nome di Dio Padre e Signore dell’universo» (I Apologia, 61,10).

Rimane vero anche oggi, del resto, che al battesimo si può giungere a qualsiasi età, in ragione del contesto di fede nel quale matura la domanda del sacramento. Evidentemente ciò non impedisce di vedere un legame del battesimo con la nascita o generazione, ma vieta di pensarlo nei termini di una successione cronologica immediata e naturale, e soprattutto proibisce di ridurre il suo significato a un semplice rito di integrazione del nuovo nato nel contesto sociale[8].

Per certi aspetti, quando il rito del battesimo viene celebrato in prossimità della nascita, non può non caricarsi della particolarità di questa situazione antropologica, e ciò rappresenta certamente anche una risorsa preziosa per la celebrazione, che potrà e dovrà raccogliere tutte le domande e le aspirazioni che tale situazione comporta. Tuttavia il rito, inserendo l’evento della nascita alla vita nella memoria dell’evento pasquale di Gesù Cristo, ha il compito di introdurre e celebrare una novità che non è immediatamente leggibile nella nascita né è deducibile da essa, anche se nel contempo risponde proprio alla domanda che ogni nascita porta con sé. Connettere il battesimo con l’accoglienza della vita significa parlare propriamente e anzitutto della vita che viene da Dio. E, di conseguenza, significa rimodulare il concetto di accoglienza alla luce di questa realtà. Questo è quanto emerge chiaramente dal RBB. Una breve analisi di alcuni suoi tratti rituali può mettere in risalto più ampiamente questa prospettiva.

3. Il Rito del battesimo dei bambini e il dono della vita che viene da Dio

Già a un primo sguardo, il rituale mostra che il tema della vita e della sua accoglienza presenta diversi livelli di lettura e di profondità. All’inizio della celebrazione, è suggerito al celebrante di rivolgere un saluto ai presenti, accennando «alla gioia con cui i genitori hanno accolto i loro bimbi come un dono di Dio: è lui, fonte della vita, che nel battesimo vuole comunicare la sua stessa vita» (RBB 36). Sembra quindi che l’approdo al battesimo già presupponga l’accoglienza della vita a un livello umano e religioso, che sa scorgerne l’eccedenza del dono di Dio. Nello stesso tempo, lo sguardo viene riorientato verso la vita divina (chiamata nel rituale «vita nuova», «vita eterna», «vita immortale»...), donata da Dio; ad essa ci si apre progressivamente lungo il cammino della vita, venendo accompagnati tanto dall’aiuto di Dio (cf. RBB 56) quanto dall’aiuto dei propri cari (genitori, padrini).

Dopo il richiamo all’accoglienza che i genitori hanno accordato al loro figlio, si giunge al gesto di accoglienza da parte della Chiesa, espresso nel tradizionale segno di croce tracciato sulla fronte dei bambini. L’intervento ecclesiale non è semplicemente «altro» rispetto a quello dei genitori. Significativamente, infatti, anche a loro (e ai padrini) è chiesto di fare sulla fronte del bambino il segno di croce che traccia il celebrante. Vengono posti anch’essi dal lato della Chiesa che accoglie. Si può dire che sono chiamati a ricevere il loro figlio in un’altra prospettiva, a un livello più profondo, inserendosi in una relazionalità le cui dimensioni non sono più solo quelle della famiglia e il vincolo dei legami non è più solo quello parentale/amicale, ma è la fraternità ecclesiale. Il gesto del segno della croce, infatti, dice un’iniziale appartenenza a Cristo che muta la condizione del bambino, determinando un legame di solidarietà con Cristo e con quelli che sono di Cristo.

In questo modo, i genitori sono aiutati ad accogliere in modo nuovo colui che hanno generato: non solo come loro figlio, ma come loro fratello in Cristo. Sullo sfondo, naturalmente, sta sempre l’azione di Dio, continuamente invocata: Egli, comunicando al battezzato la sua stessa vita, lo introduce alla «nuova vita» e lo fa entrare a far parte del suo popolo.
Si possono ulteriormente esplicitare, ora, alcuni caratteri che questo tema assume nello sviluppo della celebrazione.

3.1. Rinascere dalla pasqua: desiderabilità e affidabilità della vita in Cristo

Lo svolgimento del RBB è attraversato da una tensione dinamica tra due poli: da una parte, l’invocazione del dono del battesimo e la preparazione a riceverlo; dall’altra, l’accoglienza data a questo dono e lo spazio che esso acquista nella vita del battezzato. Il primo polo è il terreno su cui fiorisce il secondo, come dall’annuncio scaturisce la risposta di fede. Punto di incontro e di svolta tra i due poli di questa tensione è il gesto battesimale compiuto invocando il «nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

La triplice immersione o infusione nel nome della Trinità è figura del nostro prendere parte alla vicenda pasquale di Gesù. Come lui e in lui, nel simbolo rituale, moriamo e risorgiamo a vita nuova, come figli del Padre che dona la vita, animati dallo stesso Spirito che unisce il Padre e il Figlio Gesù. Così, cominciata con il segno della croce sulla fronte («il segno di Cristo Salvatore»: RBB 40), la celebrazione del battesimo si compie con l’inserimento del battezzato nel mistero pasquale di Cristo, dal quale riceve significato e valore la vita, e terminerà con la recita del Padre nostro, la preghiera dei figli di Dio. Il dono della «nuova vita di figli», quindi, al quale il battesimo conduce, scaturisce dalla morte e risurrezione di Gesù. A ciò, forse, non si pensa spontaneamente, quando il battezzando è un bambino appena nato. Eppure anche il suo battesimo si intreccia con questo tema fondamentale.

La rinascita battesimale ha come primo punto di partenza la morte di Gesù. Il rito ci ricorda che possiamo decifrare pienamente il senso dell’inizio della vita solo a partire dalla sua fine. Così è stato, eminentemente e in modo unico, anche per Gesù: la sua morte e risurrezione ha rivelato pienamente e compiutamente chi egli era, il valore della sua umanità, la verità della sua storia. La sua pasqua ci ha consegnato una vita totalmente vissuta nell’amore, fino alla morte; di più, ci ha consegnato una vita vittoriosa sulla morte, una vita non più soggetta ai limiti della nostra realtà, perché ormai è pienamente e per sempre compiuta nell’amore. Chiunque viene alla luce, non dispone della propria origine e non tiene in mano tutta la sua vita, il suo futuro e il suo esito. Solo in Gesù morto e risorto vediamo il tutto della vita (anche oltre la morte) e solo in lui possiamo sperare di aver parte alla pienezza della vita. Per questo motivo, l’affidarsi a Gesù che dona se stesso morendo e risorgendo rende possibile accogliere la nostra vita (la vita di ciascuno) nel suo senso più pieno e nuovo, che affronta e supera anche il contro-senso della morte. Il gesto battesimale è veramente «illuminazione», una luce proiettata sul battezzato, che gli rivela da chi attinge l’origine della propria vita e in chi può sperare il suo compimento.

Appare evidente, ora, che la tensione dinamica tra l’invocazione del dono battesimale e la sua accoglienza non si pone semplicemente su un piano di successione cronologica. È sempre la stessa grazia di Cristo, infatti, che è all’opera: come muove l’annuncio del Vangelo, così muove la risposta della fede; come suscita il desiderio di invocarla e dispone a riceverla, così si dà a conoscere nel frutto che matura in chi l’accoglie. Il dono di essere come Cristo appare desiderabile, al punto da muovere alla decisione di chiedere di essere uniti a lui nel battesimo. E tale desiderabilità «graziosa» (ossia mossa dalla grazia) si fonda sull’affidabilità della vita di Gesù giunta al suo compimento, per il quale anche la nostra vita (la vita di ogni persona) può essere accolta e affrontata con piena fiducia. I riti della celebrazione battesimale possono essere vissuti come gesti che raccolgono, esprimono e fanno sperimentare nei confronti del bambino la tensione del desiderio di una vita piena e l’affidabilità del suo orientamento a Gesù. La fede dei genitori potrebbe facilmente prendere forma con autenticità dentro questi atteggiamenti e rappresenterebbe l’espressione simbolicamente più alta del loro amore genitoriale.

3.2. L’orizzonte escatologico della vita come dono e come compito

Essere battezzati nella morte e risurrezione di Gesù significa anticipare nel simbolo rituale il compimento a cui vogliamo sia orientata la nostra esistenza. La vita del battezzato comincia da lì. Lo si vede chiaramente nei gesti rituali che seguono l’atto battesimale[9]. I neofiti sono rinati dall’acqua e dallo Spirito e la loro nuova identità si riflette nel modo in cui vengono accolti dalla comunità e dalla famiglia. L’unzione con il crisma sul capo allude alla consacrazione che Dio opera nel battesimo e con la quale sigilla la loro unione a Cristo, rendendoli partecipi della sua qualità sacerdotale, regale, profetica. La veste candida, con cui vengono rivestiti i bambini dopo il bagno battesimale, li mostra nella dignità propria di coloro che si sono rivestiti di Cristo[10]. La candela accesa al cero pasquale ricorda che i battezzati sono divenuti figli della luce: cominciano ad ardere dello stesso fuoco di Cristo.

Ma questi riti completano la presentazione della vita cristiana con l’indicazione del compito che il battesimo rende possibile e verso cui conduce. Così la consacrazione del crisma porta a un’appartenenza attiva alla Chiesa: «Inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, siate sempre membra del suo corpo per la vita eterna» (RBB 71). La dignità che hanno ricevuto coloro che sono rivestiti di Cristo li impegna a una condotta rinnovata: «Aiutati dalle parole e dall’esempio dei vostri cari, portatela [= la veste bianca] senza macchia per la vita eterna» (RBB 72). Anche la partecipazione alla luce pasquale di Cristo accompagna il cammino dei battezzati, in solidarietà con i loro cari:

«Abbiate cura che i vostri bambini, illuminati da Cristo, vivano sempre come figli della luce; e perseverando nella fede, vadano incontro al Signore che viene, con tutti i santi, nel regno dei cieli» (RBB 72).

È fortemente sottolineato l’orizzonte escatologico in cui è inserita la vita cristiana. Nell’esistenza del battezzato si ripete sacramentalmente quanto è avvenuto nella vita di Gesù (immersione nella sua pasqua). Questo rito definisce la nuova identità del battezzato, dando senso alla sua vita nella sua interezza. Nello stesso tempo, ciò lo impegna ad attuare l’identità cristiana nella concretezza storica; così la sua vita, rimanendo aperta alla grazia che l’ha generata, conseguirà pienamente il compimento della vita eterna. Come si vede, la tensione escatologica tra la pasqua di Cristo e la nostra partecipazione ad essa, passa dal piano sacramentale al piano esistenziale. Il rito racchiude in boccio la totalità della vita. Tutto il corso della storia personale non sarà altro che un dispiegare, nelle situazioni e nelle decisioni concrete, la grazia di essere figli, accompagnati sempre da quella promessa di compimento che precede e supera le nostre capacità.

L’accoglienza della vita come dono di Dio, quindi, non si limita a solennizzare la pregnanza simbolica del momento pur significativo della nascita, né si riduce a un auspicio riguardante il futuro del bambino, ma eventualmente inserisce tutto ciò nell’orizzonte escatologico aperto da Cristo risorto. Da tale orizzonte ricevono tutto il loro valore sia la vita del battezzato, sia le relazioni che egli intreccia con i suoi cari e con le altre persone: anch’esse sono coinvolte nella promessa di compimento; non si perderanno, ma si ritroveranno «per la vita eterna».

3.3. La vita alla prova del male e la potenza della risurrezione di Cristo

Un altro aspetto merita di essere segnalato per comprendere adeguatamente il battesimo come accoglienza della vita. Il rito del battesimo fa emergere sempre anche la presenza del «nemico» della vita (il diavolo), lo spirito del male, l’ostilità che talora il mondo oppone alla vita cristiana. Esplicitamente tutto ciò compare, con accenti diversi, nell’Orazione di esorcismo (RBB 56) e nella Rinuncia a satana (RBB 65-66). La presenza di queste sequenze rituali può ingenerare un certo fastidio o disagio, soprattutto quando si tratta del battesimo di un bambino. La sua condizione sembrerebbe parlarci solo di innocenza, di bellezza e di tenerezza della vita, o almeno così si vorrebbe[11].

Eppure non è difficile capire l’importanza della presenza di questo tema all’interno del percorso rituale del battesimo. Gli adulti che portano il bambino al battesimo conoscono la realtà della vita. È facile, con loro, rendersi conto quanto l’esperienza del male sia presente e pesi sulla vita di ciascuno e quanto la nostra vita ne sia vulnerabile. In particolare, il male viene sperimentato sia come qualcosa che appartiene alle condizioni entro cui conduciamo la vita, sia come ciò che deriva dalle nostre scelte sbagliate. Un atteggiamento di accoglienza della vita che non si misurasse con questa realtà risulterebbe alla fine ingenuo, illusorio, precario. Il male non si esorcizza nascondendolo, ma facendo spazio a una forza superiore ad esso, alla quale ci si affida e dalla quale si viene rafforzati[12].

Il RBB fa riferimento anzitutto al male come una presenza che ci precede e che determina la condizione in cui si dà la nostra esistenza umana (cf. il peccato originale, le seduzioni del mondo, il potere delle tenebre…). Rispetto a ciò, nelle orazioni di esorcismo si ricorda la vittoria di Cristo sul male e su colui che ne è l’origine (ha distrutto «il potere di satana, spirito del male»: RBB 56). In senso positivo, si afferma che Dio ha mandato il suo Figlio per trasferire l’uomo dalle tenebre nel regno della luce, per dargli la libertà dei figli liberandolo dalla schiavitù del peccato. Perciò si invoca il Padre chiedendo che, per la potenza della risurrezione di Cristo, i battezzandi siano liberati dal potere delle tenebre, rafforzati e protetti nel cammino della vita, consacrati come tempio della gloria, dimora dello Spirito Santo. Come si vede, davanti all’esperienza del male vengono messi in primo piano Dio, la sua potenza, ciò che lui ha operato e può ancora operare. A questo punto, l’orazione di esorcismo può risultare consolante proprio perché, di fronte alla radicalità del male e alla nostra fragilità, invoca la presenza e l’azione del «più forte», nella certezza che proprio e unicamente nella potenza di Cristo (non nella nostra) si può essere in grado di sostenere e contrastare la forza del peccato e di ciò che si oppone alla vita. Compito del battezzando, rispetto a questa contrapposizione radicale, è lasciar agire nella propria vita la potenza di Cristo. Il gesto dell’unzione con l’olio dei catecumeni ne diventa espressione tangibile: «Vi fortifichi con la sua potenza Cristo Salvatore» (RBB 57).

Questa sequenza rituale appartiene ancora alla sezione della liturgia della Parola ed è pensata come un aiuto per giungere alla rinascita battesimale. Al momento dell’atto battesimale, invece, il tema del male riemerge sotto un’altra angolatura, come ciò a cui si rinuncia, prima di affermare la propria fede nella Trinità[13]. Sostenuti dalla potenza di Cristo prima invocata, ora è chiesta al battezzando questa scelta di campo radicale, che a suo modo diventa una cifra della decisione che il cristiano è chiamato a confermare in tutta la sua vita: collocarsi dalla parte di Dio, sotto la sua protezione, rinunciando alla seduzione del male e del peccato[14]. Il rito guida i partecipanti a porsi, senza presunzione ma con consapevolezza e fiducia, dalla parte del Dio della vita, di colui che promette e offre in Cristo la partecipazione a una vita sempre degna di essere vissuta, capace di sostenere anche l’esperienza del male e del limite.

Il tema del male, quindi, non viene evocato per alimentare la paura, ma per annunciare anche da questo versante la novità di un Dio che nella pasqua di Gesù apre un orizzonte di speranza che dà nuovo senso e nuova luce alla vita. Si può così accogliere il bambino tenendo conto anche di ciò che lo metterà alla prova, invocando colui che ne ha già riportato la vittoria e consegnandosi a lui nella fede.

4. Per un rito significativo

Le osservazioni ricavate dal RBB richiamano con evidenza in quale senso il battesimo possa essere inteso come un rito di accoglienza della vita. Esso è anzitutto il luogo nel quale si invoca il dono della vita che viene da Dio e che scaturisce dal compimento della vita di Cristo, a cui si viene associati; perciò è anzitutto il luogo dove i bambini si aprono alla «vita divina che ricevono in dono» (RBB 64). Viene in primo piano l’azione di Dio che accoglie i battezzati come figli in Cristo.

In questo modo i bambini stessi sono resi recettori di un dono; la gestualità dei riti post-battesimali ha la sua verità proprio nel fatto di trattare realmente i bambini secondo la loro nuova identità.
Ma anche i genitori, i padrini e tutta la comunità cristiana sono chiamati ad accogliere in modo nuovo la vita dei piccoli battezzati, segnati dalla grazia di Dio. Condividendo con loro la stessa nascita «da acqua e Spirito» (Gv 3,5), accolgono la vita filiale che in loro comincia a esprimersi in modo inedito e sono resi, insieme a loro, compagni di viaggio nella fraternità ecclesiale, verso la pienezza della partecipazione alla vita. L’orizzonte di questa accoglienza è aperto sulla totalità della vita, comprensiva dell’esperienza del male che la minaccia e dell’eternità che la attende, perché si misura sulla realtà escatologica di Colui che ha già compiuto umanamente la sua vita, oltrepassando vittorioso anche la minaccia suprema del peccato e della morte.

La significatività del RBB è legata alla capacità del gesto rituale di raccogliere le istanze fondamentali della vita e di aprirle all’incontro con il Dio che Gesù Cristo ci ha rivelato. Per valorizzare la significatività del rito, non serve frammentare il corso della celebrazione con spiegazioni che tendono ad anticipare ed esaurire il significato dei gesti. Si deve ricordare che, in ultima istanza, il vero significato del rito non sta prima di esso, ma scaturisce dall’azione rituale compiuta; è frutto dell’incontro tra la grazia e tutte le variabili personali che entrano a far parte dell’evento rituale; si sviluppa non anzitutto sul piano concettuale, ma sul piano esistenziale, rispetto al quale l’intelligenza potrà esercitare il suo servizio di comprensione, verificandone anche la continuità con l’esperienza del vangelo e la sua tradizione.

A servizio del rito, sarà utile piuttosto qualche intervento teso a decodificare le situazioni esistenziali per le quali i gesti rituali hanno motivo di essere compiuti[15]. Si tratta di fare in modo che le realtà della vita, implicate dai riti, possano emergere non in una didascalia, ma nello spessore del coinvolgimento esistenziale dei partecipanti. Questo aggancio può essere favorito già con l’avvio della celebrazione, che il rituale prevede con un buon margine di adattabilità (e, in parte, di informalità).

Le stesse domande iniziali, relative al nome e alla richiesta dei genitori, si prestano a tale scopo. Ad esempio, si potrebbe dialogare sul senso del nome che è stato scelto per il bambino, sull’individualità che il nome esprime e sulla relazionalità a cui rimanda[16]. Nello stesso modo, si potrebbe tenere maggiormente aperta la domanda: «Per N. che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?». Una tale domanda potrebbe far emergere i desideri e le attese più profonde dei genitori e della comunità rispetto al nuovo nato; nello stesso tempo, potrebbe dar modo di orientare tali attese e desideri a ciò che riconosciamo come più fondamentale per la vita, e quindi a ciò che possiamo invocare e ricevere unicamente come dono da parte di Dio[17].

Un’altra attenzione può riguardare il modo e il tono con cui vengono coinvolti i genitori. Nel rituale, più volte viene ricordato a loro l’impegno che si assumono con il battesimo e viene chiesto di confermarlo; ciò sembra quasi caricare in senso moralistico la figura dei genitori. Pare importante, invece, pur tenendo certamente conto delle diverse situazioni, aiutarli a vivere lo stupore di poter vedere e accogliere in modo nuovo la vita del loro figlio e a esprimere la gratitudine per l’esperienza della maternità/paternità[18]. In questo senso, anzi, anche qualora tra la nascita e il battesimo venisse interposto un considerevole lasso di tempo, è auspicabile che, nei limiti del possibile, non venga a mancare un gesto ecclesiale che aiuti i genitori a vivere cristianamente la densità di significato che l’evento della nascita porta con sé[19].

Per concludere, possiamo evocare un’attenzione di squisita (ancorché molto realistica) umanità, che il rituale precedente esigeva dai parroci al termine della celebrazione: «Curet Parochus parentes infantis admoneri, ne in lecto secum ipsi, vel nutrices parvulum habeant, propter oppressionis periculum» (Ordo baptismi parvulorum, n. 32). La stessa attenzione premurosa alla vita del battezzato potrebbe suggerire oggi di mettere in guardia i genitori rispetto a un altro rischio mortale che potrà correre il loro figlio: quello di non avere relazioni buone e significative con persone che potranno aiutarlo a crescere umanamente e cristianamente. Il valore di un simile ammonimento si basa sulla consapevolezza dell’importanza delle relazioni umane fraterne e solidali grazie alle quali ogni vita può crescere e sviluppare la propria potenzialità; nello stesso tempo, esso vorrebbe ricordare, ai genitori ma anche (e soprattutto) a tutta la comunità, la disponibilità e l’impegno della Chiesa a offrirsi come luogo in cui poter allacciare gratuitamente simili relazioni, dal momento che l’accoglienza che Dio ci ha riservato nel battesimo ci ha resi tutti figli suoi, in Gesù Cristo.

Note al testo

[1] In prospettiva ecclesiologica e in relazione all’iniziazione cristiana degli adulti, il tema è stato trattato in modo interdisciplinare in Facoltà teologica di Sicilia (ed.), L’accoglienza nella comunità ecclesiale. Il Rica a vent’anni dalla promulgazione, Edi Oftes, Palermo 1993.

[2] Il corsivo è nostro. L’indicazione è stata recepita anche dal Codice di diritto canonico del 1983, al can. 867 § 1.

[3] L’urgenza espressa dal quamprimum rimane, ma viene connessa con il dovere dei genitori di chiedere al parroco il battesimo per i loro figli, in modo che si possa preparare adeguatamente la celebrazione del sacramento.

[4] Questo distanziamento cronologico è connesso anche con un diverso modo di percepire l’urgenza del battesimo e con un diverso rilievo che viene riconosciuto a vari aspetti del sacramento. Ad es., il tema del peccato originale pare diminuire il proprio peso nel motivare il ricorso immediato al battesimo, mentre il tema di una scelta libera e matura che porti all’appartenenza ecclesiale (da parte dei genitori, se non del battezzando) influisce nel collocare il battesimo dopo un opportuno cammino.

[5] Dal tardo Medioevo, ad es., l’attribuzione del nome al bambino, che avveniva al momento del battesimo, era un atto di natura eminentemente sociale oltre che religiosa, e la sua registrazione, per i secoli passati, ha costituito una fonte documentaria di grande rilevanza pubblica e amministrativa. Si ha uno spaccato di questa stretta connessione tra dimensione religiosa e funzione sociale e pubblica dell’atto battesimale in M. Urbaniak, La registrazione dei battesimi nella Firenze del tardo Medioevo, in A. Prosperi (ed.), Salvezza delle anime disciplina dei corpi. Un seminario sulla storia del battesimo, Edizioni della Normale, Pisa 2006, pp. 159-211.

[6] G. Routhier, Le devenir des rites d’initiation chrétienne dans une société marquée par le pluralisme, in B. Kaempf (ed.), Rites et ritualités, Cerf - Lumen Vitae - Novalis, Paris 2000, pp. 131-151.

[7] Positivamente, all’evento battesimale dovrà essere riconosciuta quella rilevanza sociale che corrisponde alla socialità propria della Chiesa, e sarà connotata globalmente dal modo in cui la Chiesa entra in rapporto con il mondo. Del resto, l’esigenza di riconoscere il nuovo nato e di riconoscergli un’identità sociale (come grembo in cui sviluppare la sua identità personale) non è affatto trascurabile, ma è essenziale e viene assunta dalla Chiesa nel momento in cui celebra il sacramento.

[8] Ovviamente queste osservazioni non mettono in discussione il riconoscimento del peccato originale e della necessità del battesimo, ma evidenziano la diversa scansione temporale entro cui può collocarsi il percorso che porta al battesimo. Allo stesso modo, non è in questione l’attuale saggia indicazione della Chiesa che fa obbligo ai genitori cristiani di far battezzare i loro bambini entro le prime settimane; piuttosto si fa riferimento alla diversità delle situazioni pastorali che possono presentarsi, anche nel contesto attuale.

[9] Ritengo preferibile non chiamarli «riti esplicativi», in quanto tale dicitura facilmente li piega (tanto nella comprensione quanto nell’esecuzione) a una logica meramente didascalica, che francamente finisce per renderli artificiali e banali. In effetti, l’edizione italiana del RBB ha fatto cadere il titolo con cui venivano indicati nell’editio typica, ossia Ritus explanativi.

[10] In ordine a una partecipazione piena al battesimo, non è trascurabile l’indicazione rubricale del Rituale a proposito della veste bianca: «È bene che questa sia portata dalle singole famiglie» (RBB 72).

[11] Recentemente mi è capitato il caso di una coppia che avrebbe desiderato fare la Professione di fede togliendo però dal rito la Rinuncia a Satana, proprio per il disturbo che certe espressioni provocavano loro. Più in generale, il termine «esorcismo» nell’uso attuale risulta indubbiamente compromesso, e ciò che esso evoca nelle persone non aiuta a comprendere il senso della presenza di questa preghiera nell’itinerario verso il battesimo. Si potrebbe forse pensare di chiamarla con un altro nome. Cf. S. Lanza, Quali linguaggi per l’iniziazione cristiana, in APL (ed.), Iniziazione cristiana degli adulti oggi. Atti della XXVI Settimana di studio, Seiano di Vico Equense (NA) 31 agosto - 5 settembre 1997, CLV-Ed. Liturgiche, Roma 1998, pp. 208-210.

[12] È evidente, nella pratica pastorale, quanto oggi possa influire sull’accoglienza della vita la precarietà della condizione in cui si vive, la percezione di essere in un mondo ostile dove sembra prevalere la cattiveria umana. Talvolta questa percezione fa domandare se vale la pena «mettere al mondo» una nuova vita o se si è in grado si assicurarle una prospettiva degna di vita. Il rito, affrontando anche questo tema, consente un reale e importante aggancio esistenziale da valorizzare, per disporsi a sperimentarne più pienamente l’efficacia.

[13] Cf. I. Parmentier, Renonciation et acte de foi, in «La Maison-Dieu» 216 (4/1998) 111-126.

[14] Va ricordato che le domande relative alla rinuncia e alla professione di fede erano anticamente rivolte al battezzando. Ciò era rimasto anche quando si battezzavano gli infanti, incapaci di parlare: rispondeva per loro il padrino. Nell’attuale riforma del RBB si è voluto che la rinuncia e la professione di fede fossero chieste direttamente ai genitori e padrini. Così è chiaro che le «promesse» del loro battesimo sono ciò che ancora li guida nel loro compito educativo. Ma esse rimangono fondamentalmente a esprimere la posizione in cui viene collocato il battezzando dall’azione rituale e rimangono in rappresentanza della fede che egli potrà in seguito ratificare personalmente: ora è costituito fidelis, partecipe della fede della Chiesa, nella quale viene battezzato.

[15] Un’indicazione simile, seppure in altro contesto argomentativo, si trova nell’interessante contributo di L.-M. Chauvet, Della mediazione. Quattro studi di teologia sacramentaria fondamentale, Cittadella - Pontificio Ateneo S. Anselmo, Assisi 2006, pp. 214-219.

[16] Normalmente oggi il nome del bambino è già stato scelto ed è già stato dato prima del battesimo. Quindi, anche se il battesimo fosse celebrato in prossimità della nascita, la domanda: «Che nome date al vostro bambino?», non va intesa con valore anagrafico. Si può però evidenziare il senso dell’aver scelto e dato un nome al figlio, atto che esprime il suo radicamento in un contesto di tradizione familiare e sociale. Inoltre il battesimo realizza l’inserimento del bambino come «fedele» nella comunità ecclesiale, e ciò comporta il riconoscimento e l’accoglienza dell’unicità della sua persona e la possibilità che egli possa presentarsi come tale agli altri e, in ultima istanza, davanti a Dio.

[17] La risposta che il rituale indica come prima possibilità («il battesimo») appare fin troppo affrettata, rischiando di risultare persino superficiale. La trepidazione nei confronti del bambino apre un orizzonte molto più ampio, fatto di desideri, attese, sogni, ansie. Tutto ciò è un buon terreno per porre il seme di una prospettiva di vita raggiungibile per la grazia di Dio. Del resto, il dialogo con il bambino che il rito precedente la riforma proponeva (traccia di un dialogo che poteva aver luogo anticamente con l’ingresso di un adulto nel catecumenato) era certamente più profondo e più ricco: «[Sacerdote:] Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio? [Padrino:] La fede. [Sacerdote:] E la fede che cosa ti dona? [Padrino:] La vita eterna. [Sacerdote:] Se dunque vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso».

[18] Questa tonalità di gratitudine appare chiaramente nei formulari della benedizione finale (RBB 78-79). Significativa di questo aspetto, e meritevole di essere maggiormente valorizzata, è anche l’ultima indicazione rubricale: «Dopo la benedizione è bene che tutti eseguano un canto, che esprima gioia pasquale e azione di grazie; si può anche cantare il Magnificat. Dove si è soliti portare i neobattezzati all’altare della Madonna, tale consuetudine si può mantenere» (RBB 80).

[19] Il Benedizionale fornisce schemi di riti di benedizione che possono essere opportunamente valorizzati o possono ispirare interventi oranti adatti a circostanze simili.