La questione educativa, di Giuseppe Mazzocato

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /07 /2011 - 15:49 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito Medicina e persona un testo di Giuseppe Mazzocato, prof. della Facoltà Teologica del Triveneto e Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti sulla questione educativa vedi la sezione Catechesi e pastorale. Sui rapporti fra psicologia e fedel la sezione Scienza e fede.

Il Centro culturale Gli scritti (25/7/2011)

Iniziamo con alcune considerazioni sull’oggetto della nostra riflessione. Intendo partire dal fatto che sta sotto gli occhi di tutti: la malattia mentale ha visto una diffusione incredibile, nelle nostre società occidentali, a partire soprattutto dalla seconda metà del secolo scorso. Inizialmente con un carattere prevalentemente nevrotico, successivamente psicotico.

La sua estensione si accompagna ad un mutamento di natura: i nuovi fenomeni patologici si collocano in una terra di nessuno, tra pazzia e normalità, tra malattia dell’individuo e disagio della società, tra questioni cliniche e problemi esistenziali.

É dunque accaduto che gli argini tradizionalmente solidi che separavano la pazzia dalla normalità si sono infiltrati e, a seguito di ciò, molte figure e pratiche sociali si sono contaminate: il medico si comporta come curatore d’anime e il curatore come un medico, lo psichiatra si sostituisce alle figure parentali ed i genitori si improvvisano psicologi dei loro bambini e così via.

Assieme alle figure si sono contaminate anche le funzioni sociali: il politico cerca il consenso raccontandosi ai suoi elettori e la pratica psicoterapeutica diviene il luogo dove meglio si vedono i mali del sistema politico. Il sacerdote sottopone ad analisi i suoi fedeli e lo psichiatra scopre il potere terapeutico della fede.

Che dire di tale situazione? C’è da star allegri o preoccuparsi di tale contaminazione?

Da un certo punto di vista essa non è positiva. Mi riferisco, in particolare, alla colonizzazione psicologica della funzione educativa, a seguito della quale è caduta in oblio la sua vera natura e dinamica. Di queste possiamo rammentare gli elementi fondamentali: il profilo testimoniale dell’educatore, l’immediatezza pratica della relazione educativa (vedi appunto la testimonianza o il buon esempio) ed infine la necessaria mediazione sociale.

Al genitore si insegna la psicologia evolutiva, ma spesso egli non sa instaurare un minimo di regola di vita nella sua vita di coppia e nella sua famiglia. Va a casa contento dopo aver appreso, alle riunioni per la cresima, il metodo per far parlare il figlio che gli sta sfuggendo di mano, ma non si è ancora mai chiesto seriamente perché lo ha battezzato e mandato al catechismo.

Accanto a questi aspetti negativi, ci sono anche aspetti positivi della contaminazione di cui si diceva sopra. Essa ha rimescolato le carte, riproponendo la questione del soggetto o della persona nell’epoca in cui si vuol sancirne la morte, dopo averne fatto un assoluto. La psicoterapia è uno dei luogo di maggior evidenza di cosa significa “esseri umani” e cosa significa “società”, oggi.

Dai luoghi di recupero dell’umano traspare con evidenza sconcertante il bisogno di incontro e di riconoscimento di ogni persona, la terribile potenzialità distruttiva che si libera in assenza di amore, il fondamento relazionale della sua identità, la domanda di senso che solo la morte fa tacere. Se l’uomo greco elaborava la sua antropologia contemplando la tecne e la prassi, noi uomini post moderni la elaboriamo attraversando la sofferenza mentale. All’agire si è sostituito il patire, come luogo antropologico.

In tale contesto l’interrogativo sulla relazione tra la speranza e la cura appare nevralgico non solo per la pratica clinica, ma anche per l’annuncio cristiano oggi in occidente.

Percorrendo questo secondo versante incontriamo subito le due encicliche di Papa Benedetto, dedicate, appunto, all’amore e alla speranza. Esse affermano che il tema della speranza è divenuto cruciale per l’occidente sazio e disperato, dopo la stagione delle grandi ideologie. Il vuoto da esse lasciato, lamentato a suo tempo già da Paolo VI, appare oggi nella sua vera portata. Non è solo vuoto di idee, ma vuoto più profondo e radicale, lasciato dal fallimento dei tentativi umani di darsi da sé una speranza. Dalla disumanità delle ideologie si è passati al disumano della tecnocrazia.

L’annuncio della speranza cristiana sembra dunque riproporsi sulle ceneri della pretesa umana di bastare a se stessi, di cui la vulnerabilità psicologica è uno dei segni più evidenti.

La Spe salvi è stata preceduto dalla Deus caritas est alla luce della quale l’annuncio cristiano sull’amore appare inclusivo e promuovente. Nel simbolo cristiano dell’amore trova espressione massima tutto ciò a cui gli uomini danno il nome di amore. Nella Croce di Cristo non trova spazio la contrapposizione tra un amore carnale ed uno spirituale; essa è anche l’espressione massima dell’amore carnale, in tutte le sue espressioni, a partire da quelle proprie dell’unione coniugale tra uomo e donna.

Ma l’amore può anche ripiegarsi su se stesso, creando un circolo vizioso e distruttivo tra la domanda di aiuto e la risposta. In tal caso, malattia e cura si alimentano a vicenda e rischiano di distruggersi a vicenda, in un modo analogo a quello dell’affermazione tecnocratica dell’uomo. In entrambe trova espressione la pretesa umana di autosufficienza e la negazione della necessità di Dio. Nella tecnocrazia è il potere che nega Dio, nella cura è la passività dell’uomo e la sua impotenza a negarlo. Assieme a Dio negano la libertà della persona.

Ebbene, la speranza cristiana rafforza, da un lato, ogni espressione di amore e dunque di cura, dall’altro impedisce che la stessa cura si ripieghi su se stessa, creando una sorta di involuzione terapeutica della sofferenza.

Non ogni sofferenza è di natura clinica e molte sofferenze, divenute malattia, hanno una causa di ordine morale e spirituale. Vanno curate, ma la guarigione presuppone una casa a cui tornare, uno stile di vita buona a cui affidarsi, un tessuto relazionale motivante e non alienante e, alla fine, presuppone un futuro per l’uomo, un futuro di vita e non di morte.

La speranza non è funzione consolatoria, analoga al placebo. Essa è invece la rottura del cerchio distruttivo dell’immanenza.

La questione della cura rimanda dunque alla questione del senso e dell’educazione. Il senso non lo si produce, ma lo si incontra come dono, come gratuità sorprendente.

L’educazione serve a conferire al bambino una struttura psichica capace di supportare lo slancio attivo e generoso verso il Bene e il peso della fedeltà. C’è un’analogia tra l’idea moderna di strutturazione della personalità e quella antica di habitus, con la differenza che la prima appare oggi come una sorta di costrutto da smontare e rimontare, mentre la seconda riconsegna l’uomo alla sua condizione creaturale e alla sua libertà. Ciò che conferisce solidità all’io è la forma di vita e l’autorevolezza con cui gli è proposta. La forma psichica o dell’animo si costituisce per contagio e non mediante un qualsiasi artificio, sia pur esso linguistico.

Il tema della cura rimanda dunque a quello della vita buona, così come la malattia rimanda ad una normalità. Tra il sequestro clinico del malato in strutture protette ed il suo riabbandono in una società che non riconosce nessuno ed è all’origine della malattia c’è lo spazio per una ricostruzione civile del vivere quotidiano, a partire dalla famiglia e dalle relazioni educative.