Educare all’amore. Il senso della sessualità (da Roberto Lorenzini)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 03 /08 /2011 - 10:59 am | Permalink
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Riprendiamo alcuni brani dal volume di Roberto Lorenzini, Educare all’amore, Editrice Fiordaliso, Roma, 1989, pp. 9-26 esaurito da tempo. La discorsività del testo deriva dall’essere stato pensato per una riflessione educativa sull’amore nell’ambito dello scoutismo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri testi vedi la sezione Catechesi e pastorale (sottosezione Educare all'affettività).

Il Centro culturale Gli scritti (2/8/2011)

Indice

Maschi e femmine dalla testa ai piedi

Provate a pensare ad un essere umano, ad immaginarlo concretamente. Non potete fare a meno di pensarlo o maschio o femmina. Qualsiasi altro attributo fisico o psichico può venire meno nella vostra immaginazione, ma il sesso no. Quando incontrate una persona la prima domanda a cui rispondete dentro di voi è: è maschio o femmina? Poi continuate con le altre: è amico o nemico? È bello o brutto? È intelligente o stupido? E così via in maniera molto soggettiva perché ognuno ha le sue domande preferite per «catalogare» gli altri; ma la prima «di che sesso è?» la facciamo proprio tutti, immediatamente e inconsapevolmente.

La sessualità è dunque qualcosa di inscindibile dall'essenza stessa della persona ed è quasi impossibile parlarne come se fosse un capitolo a parte, un settore dell'esistenza umana come il lavoro o gli hobbies: la sessualità non si «fa» (fare sesso, fare la donna) perché non è un comportamento; la sessualità non si «ha» perché non è un oggetto, un attributo che si può possedere o meno; la sessualità si «è» che ci piaccia o no, che ci preoccupi o ci renda felici.

Ogni più piccola cellula del nostro organismo, anche quelle che si disperdono continuamente dalla nostra cute, sono marcate da un cromosoma che le fa maschili o femminili: non c'è un anfratto nel nostro organismo che non sia maschio o femmina. Allo stesso modo non c'è gesto, pensiero emozione che possa prescindere dal fatto di essere il prodotto di un essere sessuato. In questo senso tutti i rapporti tra le persone sono necessariamente dei «rapporti sessuali» anche se il fisico non è affatto coinvolto: la corporeità infatti è soltanto una delle dimensioni (anche se la più nota e la più evidente) in cui si declina la sessualità.

La sessualità è l'unico istinto dell'uomo che non può essere soddisfatto senza la partecipazione di un altro essere umano non fosse altro in fantasia. Essa costituisce dunque il dato biologico che ci ricorda che l'essere umano non può bastare a se stesso, che «non è bene che l'uomo sia solo». Il destino, o meglio la chiamata, dell'uomo è di essere «animale in relazione» che scopre se stesso nell'incontro-confronto con un altro essere sostanzialmente simile e sostanzialmente diverso: la diversità sessuale è, allo stesso tempo, invito all'unità.

Tutto il cammino di identificazione sessuale, la scoperta di sé come uomo o come donna, avviene attraverso la presa di coscienza della diversità dell'altro: conosco me stesso accorgendomi per contrasto che l'altro è diverso e più mi identifico separandomi, differenziandomi, distinguendomi, più sperimento il desiderio di essere in relazione con l'altro che proprio in quanto altro da me è novità e ricchezza.

La consapevolezza di essere di un certo sesso va di pari passo con la delusione di non essere «il tutto» ma soltanto una parte del tutto e con il desiderio di ricostruire attraverso la reciprocità il senso dell'assoluto (il che per altro nel rapporto tra esseri umani è una tragica illusione essendo l'assoluto altrove: comunque farsi venire l'appetito con l'antipasto è cosa buona purché non ci si aspetti di esserne sazi).

Il predominio del cervello e la nascita della libertà

Ho detto prima che la sessualità è un istinto, ma non è vero. Anzi l'uomo gli istinti non li ha proprio: ed è per questo che sono stati inventati gli educatori, altrimenti non ce ne sarebbe alcun bisogno.

Gli animali invece hanno gli istinti che sono una sorta di programma di calcolatore che li conduce, attraverso una serie di tappe precostituite e non modificabili, al raggiungimento di un certo scopo (l'alimentazione, la difesa dai predatori, l'accoppiamento, ecc.) che ha valore per la sopravvivenza individuale e della specie: il singolo individuo esegue ciò che l'evoluzione della specie nel corso di milioni di anni ha stampato sul «suo programma», ma non ne ha alcuna consapevolezza e soprattutto non può scegliere di fare altrimenti.

L'uomo invece è dotato di alcune pulsioni che sperimenta psicologicamente come desideri (mangiare, dormire, proteggersi dal caldo e dal freddo, avere rapporti sessuali, ecc.) che hanno ovviamente anch'esse un significato di sopravvivenza, ma deve inventarsi o imparare il modo per soddisfarle; nel suo programma c'è scritta soltanto la mèta finale e non il percorso per arrivarci.

È per questo che i cani di duemila anni fa facevano più o meno la stessa vita da cani che fanno oggi, mentre gli uomini hanno imparato molte cose, se le sono trasmesse di generazione in generazione e gli stessi obiettivi di allora li raggiungono in modo un po' più sofisticato. Ed è sempre per lo stesso motivo che gli uomini hanno colonizzato tutta la terra, in quanto sanno raggiungere gli stessi scopi in situazioni diverse adattandosi: ve lo immaginate un orso bianco in Costa d'Avorio o un formichiere al Polo Nord?

Ogni specie animale ad esempio ha un suo modo specifico e magari molto elaborato di alimentarsi (il ragno fa la ragnatela, l'orso pesca i salmoni e ruba la merenda ai turisti, le balene filtrano il plancton) ma conosce solo quello e se non lo può praticare muore; l'uomo invece si procaccia il cibo in mille modi diversi (lavorando o facendo lavorare gli altri, uomini e animali, per lui) e poi se è duro lo cuoce, lo pesta, lo macera, lo condisce e se va a male lo conserva con il sale, con lo zucchero, col freddo o sott'olio.

Questa caratteristica specifica dell'essere umano di potersi autodeterminare e di non essere schiavo dei propri istinti rende l'uomo nello stesso tempo libero di scegliere come e perché vivere e contemporaneamente responsabile delle proprie azioni (libertà e responsabilità vanno naturalmente di pari passo). L'enorme sviluppo nell'uomo della corteccia cerebrale ha determinato questa situazione del tutto nuova: siamo gli unici esseri viventi in grado di scegliere la nostra sorte e quella delle altre specie che coabitano con noi; è una responsabilità enorme.

Così anche la sessualità non è un dato biologico a cui sottostare, un istinto da soddisfare, ma un progetto di relazionalità che l'uomo può scegliere come realizzare: dipende molto più dal cervello che non dai genitali. L'uomo in nome di un ideale può scegliere il celibato, farsi uccidere o lasciarsi morire di fame; sono queste altrettante prove che il primato nella nostra vita spetta al cervello e ai suoi prodotti: le idee.

[...]

Vari modi di intendere la sessualità

Un fenomeno nuovo che ci troviamo a fronteggiare come educatori e che è allo stesso tempo ricco di opportunità e minacce, è il pluralismo culturale della nostra società. Mentre in passato ogni cultura aveva una sua visione dell'uomo diversa dalle altre culture, ma omogenea e coerente al suo interno, oggi convivono a fianco a fianco diverse antropologie e ad ognuna corrisponde un diverso modo di intendere la sessualità.

Tutti noi viviamo in un clima in cui questi «diversi modi» si fondono, si confondono, danno luogo a nuovi prodotti e prevale un intenso relativismo. Talvolta la mancanza di una prospettiva unitaria passa dalla società all'interno stesso del soggetto, che si abitua a vivere senza una direzionalità, senza una scala di valori stabile.

Per alcuni la sessualità in sé non ha alcun valore e alcun senso e quindi può essere utilizzata per raggiungere altri scopi come il profitto, il potere e il successo. Per altri essa è soltanto un modo di esprimersi, un gioco gratuito, salutare e piacevole che non va strumentalizzato per altri fini, ma che è del tutto lecito fino a che si pone lo scopo di produrre e ricercare piacere.

Per altri ancora la sessualità è un fatto puramente biologico, una funzione dell'organismo né più né meno della alimentazione o della respirazione; la scienza medica ne scoprirà progressivamente i meccanismi e ci indicherà come praticarla nel modo più «igienico», essa non ha nulla a che vedere con la morale o con le scelte personali.

Al contrario altri sottolineano il relativismo culturale delle espressioni sessuali e giungono alle stesse conseguenze dei precedenti sostenendo che poiché tutto dipende dalla cultura in cui si è nati, tutto è altrettanto valido e non esiste un bene morale da perseguire con la sessualità: non esistono valori assoluti ma soltanto sistemi di valori coerenti e chiusi in sé stessi, inconfrontabili gli uni con gli altri.

I teorici della rivoluzione sessuale poi (con W. Reich in prima fila) hanno affermato che l'uomo può raggiungere la vera felicità solo se pratica una sessualità libera da ogni tabù e pregiudizio: la tecnica amorosa prevale su ogni altra cosa ed è premessa di ogni altra conquista.

Altri autori hanno aspramente criticato questo riduzionismo sessuale (R. Reiche, H. Marcuse, J. Van Hussel) temendo che l'uomo, raggiunta la soddisfazione sessuale, si dimentichi di perseguire una liberazione totale da tutte le situazioni di sfruttamento di cui è vittima. Una rivoluzione solo sessuale allontanerebbe la rivoluzione globale perché il piacere sessuale costituirebbe una sorta di compensazione alle altre frustrazioni, la carota che fa accettare il bastone.

Infine c'è chi sostiene che la sessualità è un valore in sé nel suo aspetto procreativo, erotico, relazionale, sociale, etico e religioso e che spetta all'uomo scoprire questo valore che è inscindibilmente connesso al valore stesso dell'uomo in quanto creatura amata dal suo Creatore e chiamata all'amore.

Ora cercheremo di argomentare più dettagliatamente questa posizione che costituisce la premessa per un progetto di educazione all'amore consapevole e saldamente fondato.

La sessualita è per l'amore

In queste pagine non parleremo esclusivamente di sessualità non per un desiderio di completezza, ma perché riteniamo che essa non possa scindersi dal resto della persona umana senza distorcerne il senso che identifichiamo nella chiamata all'amore presente in ogni essere umano.

Il documento della C.E. I. del 1980 sull'educazione sessuale afferma:

«11... Il sesso infatti appartiene alla persona e dalla persona attinge valore e significato. In prospettiva pedagogica sussiste non il sesso come realtà a sé stante ma solo la persona sessuata. Parlare quindi di "educazione sessuale" nel suo senso corretto significa parlare di educazione integrale e armonica della persona, di cui la sessualità costituisce un elemento essenziale ma non unico. Isolare il problema dell'educazione sessuale da quello della formazione della persona significa non solo impoverirlo ma anche falsarlo: in pratica, renderlo insolubile.

12... D'altra parte, non c'è dubbio che la sessualità, intesa nella sua accezione piena, è una realtà che si riflette e si esprime in tutti i piani in cui è strutturata la persona, da quello bio-fisiologico a quello psicologico e affettivo sino a quello etico e spirituale. Essa pertanto non può essere considerata una dimensione marginale, bensì una realtà profonda, presente e operante in tutte le componenti della persona».

Dopo aver affermato l'importanza della sessualità e la sua presenza in ogni dimensione e rapporto pienamente umano, i vescovi indicano chiaramente in che direzione educare la sessualità e la persona tutta.

«24... Pertanto, qualsiasi progetto o itinerario educativo, in campo sessuale, è possibile solo nella prospettiva di una "educazione all'amore". La sessualità deve essere responsabilmente orientata all'amore: solo l'amore, infatti, inteso come incontro tra due persone, uomo e donna, costituisce il senso fondamentale che caratterizza la sessualità umana.

L'intero dinamismo della sessualità - dal piano fisiologico a quello affettivo e spirituale - è chiaramente orientato al dialogo d'amore e al dono di sé. Ma e l'uno e l'altro si possono realizzare a diversi livelli: non solo a livello di relazioni "sessuali-genitali", ma anche a livello di relazioni "sessuate"».

L'amore è uno solo

Molti equivoci nascono proprio dal significato della parola «amore» tanto è vero che si dice comunemente che esistono tanti tipi di amore (materno, filiale, paterno, fraterno, coniugale, ecc.) che non interferiscono uno con l'altro (quasi che l'unica interferenza possibile sia una reciproca diminuzione).

Noi sosteniamo invece che l'amore, quello vero, è uno solo e consiste nel dare la propria vita per gli altri. Di questo amore indivisibile si ama non una singola persona ma il «prossimo» in generale, in quanto esso è un particolare atteggiamento nei confronti della propria esistenza e degli altri e gli altri, appunto, non devono meritarselo o conquistarlo.

Scegliere ed essere capaci di vivere secondo l'amore vuol dire che una volta giunti consapevolmente al bivio tra le due grandi strade che si possono imboccare per la vita - «prendere» o «dare» - si è scelta quest'ultima.

I cosiddetti «diversi tipi» di amore sono diversi in quanto diverso è il modo di dare di una madre a un figlio da quello di un fratello ad una sorella e di due amanti fra loro ma, se si tratta di amore, identico è l'atteggiamento interiore: «Io cerco in ogni modo di fare il tuo bene anche a discapito del mio bene e persino della mia vita».

Amore: sentimento o scelta?

Certamente il vissuto emotivo che accompagna queste diverse reazioni affettive è molto differente, ma il sentimento ha a che fare con l'amore, come lo intendiamo noi, ben poco: quale sentimento prova un padre che si alza tutte le mattine ancora al buio per andare a lavorare e permettere ai figli di studiare? Quale sentimento prova un fratello che si fa togliere un rene per donarlo alla sorella? Quale sentimento prova una madre che si sveglia a cambiare il bambino che piange perché è bagnato? E quale sentimento provava Gesù verso quell'umanità per cui dava la vita quando si trovava nell'Orto degli Ulivi o lungo la salita del Calvario? Credo che tutti questi, che pure sono certamente gesti d'amore profondo, non siano accompagnati da tremolii di cuore, sospiri ed emozioni struggenti.

È vero del resto che «i diversi tipi di amore» non si diminuiscono a vicenda, non perché attingono da diversi serbatoi non comunicanti, ma perché il «dare» arricchisce sempre più la persona stessa che dà, la quale si realizza più pienamente in quanto risponde meglio alla chiamata di Dio, e quindi dopo un gesto d'amore le nostre scorte d'amore non sono diminuite ma aumentate.

Se io sono guidato dall'atteggiamento del «prendere» è chiaro che gli altri sono dei potenziali nemici in quanto ciò che prendono loro è sottratto a me, così le attenzioni che la mia fidanzata ha per sua madre o per i suoi amici le toglie a me: siamo in competizione per un qualcosa che è limitato e quindi la vittoria di uno equivale alla sconfitta dell'altro.

Al contrario se sono guidato dall'atteggiamento del «dare» non ricerco niente per me, non c'è limite nel mio donarmi all'altro che non può sottrarmi niente perché nulla voglio per me e tutto voglio per lui: le altre amicizie che la mia fidanzata ha sono per me motivo di gioia, perché il mio scopo è vederla felice. L'amore dunque è uno solo ed è la scelta di vivere per donarsi agli altri convinti che in ciò sta la vera felicità dell'uomo, che a questo è stato chiamato dal suo Creatore.

Non bisogna dunque credere a chi dice di amare una persona o la sua famiglia, ma di non amare gli altri: in realtà egli non ama nessuno, ma semplicemente ci tiene a quella persona od alla sua famiglia per le soddisfazioni e le emozioni piacevoli che gli comporta; ancora vive in atteggiamento di «prendere» e non di «dare».

Entrambi questi atteggiamenti sono pervasivi, vale a dire che sia che si scelga l'uno, sia che si scelga l'altro si finisce per comportarsi di conseguenza in tutte le situazioni della vita e con tutte le persone. Una persona che vive per prendere, anche quando in buona fede crede di dare lo fa per ricevere qualcosa in futuro per sé (magari la semplice autostima).

Inoltre si può affermare che l'atteggiamento del «dare» sia più maturo sia ontologicamente che filogeneticamente: infatti sia gli animali che i bambini sono incapaci di «dare» e per giungere ad esso è necessario superare il livello della spontaneità e della ricerca immediata del piacere, il che è possibile solo attraverso la riflessione consapevole su di sé e sul senso della propria vita.

L'innamoramento, una meravigliosa altra cosa

Se ormai è chiaro che quando parliamo d'amore non parliamo di un sentimento ma di una scelta consapevole, sarà altrettanto chiaro che l'innamoramento è tutt'altra cosa. Nell'innamoramento prevale ancora l'atteggiamento del «prendere»: io desidero l'altro per le emozioni piacevoli che mi provoca, ne ho bisogno, senza di lui sto male, non posso farne a meno, l'altro mi completa. C'è nell'innamoramento qualcosa di biologico come nella attrazione fisica: in entrambi i casi io sono spinto violentemente verso l'altro, ed in ciò non c'è alcunché di male, ed anzi sono un segno tangibile del nostro essere fatti per andare incontro agli altri, ma se sono una premessa all'amore non sono tuttavia ancora amore.

L'innamoramento è una sorta di periodo che viene dato gratuitamente e in cui dedicarsi all'altro non costa niente tanto è bello in sé il farlo; ma esso fatalmente prima o poi finisce e se non si è ben utilizzato questo tempo per imparare ad amare l'altro, allora anche il rapporto finisce. Sono moltissime le persone che nella loro vita continuano ad innamorarsi concludendo di volta in volta, quando l'innamoramento finisce, che il partner non era la persona giusta ed alla successiva occasione si illudono di aver finalmente trovato la persona ideale, il vero amore.

In realtà la persona giusta non esiste, ma esiste o non esiste la capacità di amare le persone così come sono per i loro pregi e per i loro difetti: non si ama qualcuno perché è bravo o forte o intelligente (ci si innamora di queste qualità) ma lo si ama soltanto perché è «lui», vale a dire che si vuole ad ogni costo il «suo» bene.

Dall'innamoramento all'amore

Ogni cosa comunque ha il suo tempo. Si pensi ad esempio all'incontro tra due persone. In un primo momento ciò che gioca un ruolo decisivo per avvicinare o allontanare i due è proprio l'aspetto fisico e le apparenze più esterne, non fosse altro per il fatto che la vista è un recettore a distanza che ci permette di farci un'idea dell'altro quando ancora non udiamo la sua voce, non sappiamo come la pensa e che tipo sia.

Quando siamo attratti da queste apparenze più esteriori ci avviciniamo all'altro e lo conosciamo meglio e può darsi che il suo mondo interiore, il suo modo di trattarci ci facciano innamorare: siamo innamorati di come lui è e di come ci fa sentire e immediatamente perde di importanza il suo aspetto fisico che pure era stato decisivo per scegliere se avvicinarlo e conoscerlo. Quando si è innamorati ci si può rendere conto che l'altro non è oggettivamente bello, non è perfetto agli occhi degli altri, ma ai nostri occhi tutto ciò che è suo diventa bello, non esiste più la bellezza oggettiva, l'altro stesso diventa il parametro della bellezza: è bello ciò che gli somiglia, è brutto ciò che è diverso da lui.

Se poi questo rapporto si trasforma in amore, se l'altro cioè diviene quel «tu» al quale decido di donare tutto me stesso, non solo perdono qualsiasi importanza gli aspetti fisici esteriori (per cui non si ama di meno la moglie perché invecchia o perché in un incidente ha perso un dito, anche se forse senza quel dito non l'avremmo inizialmente avvicinata), ma anche i suoi modi di essere, di fare, di pensare dei quali ci eravamo innamorati; ormai qualsiasi cosa l'altro faccia o pensi, io voglio dedicarmi a lui per farlo felice.

Questa caratteristica dell'amore profondo, che lo svincola dalle caratteristiche e dalle prestazioni della persona amata, perché è costituito essenzialmente da un «dare» che non deve essere meritato (Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori), è particolarmente evidente nel rapporto tra madre e figlio. La madre si dedica totalmente al figlio non per i suoi meriti o per i suoi pregi, ma soltanto perché è suo figlio ed anzi tra tanti figli riceve più cure e attenzioni proprio quello che è più bisognoso, più debole, più malato, più sciagurato e non il migliore.

Certo amare è più impegnativo del semplice innamorarsi, ma è anche più bello, nel senso che conduce ad una felicità più profonda e duratura della gioia che si sperimenta durante l'innamoramento.

Tra i due c'è la stessa differenza che passa tra l'entusiasmo che si solleva all'idea di raggiungere la vetta di una montagna che si contempla dal basso e ci si immagina mentre la si scala, e quindi «si sogna» la montagna ed il nostro essere arditi scalatori, e il vero e proprio salire sulla montagna.

Nella salita reale l'entusiasmo si attenuerà, occorrerà una lunga meticolosa ed anche noiosa preparazione, ci saranno dei momenti di fatica, si sperimenterà il freddo, la paura, la sete e a volte si maledirà l'idea di salire in cima e verrà la tentazione di lasciar perdere tutto e tornare a valle, ma una volta arrivati e durante lo stesso cammino si sperimenterà una felicità profonda che ha il sapore delle cose reali, magari talvolta aspro e amaro, ma senz' altro più consistente e più capace di riempire lo stomaco del sapore tenue e delicato dei sogni.

Infine una constatazione linguistica che fa pensare. «Innamorarsi» è un verbo riflessivo: io innamoro me stesso utilizzando qualcosa come un detonatore che fa partire un'esplosione affettiva che si consuma solo dentro di me. E una esplosione intensa che mi fa provare emozioni bellissime e dolorosissime, ma comunque mi fa sentire terribilmente vivo. Non ho quasi nessun controllo su questo processo che avviene e di cui mi ritrovo spettatore: mi innamoro anche se non voglio, sono travolto dalla passione anche contro ogni mia volontà; «mi innamoro» esattamente come «mi ammalo» o «mi perdo».

«Amare», al contrario, è un verbo transitivo: io amo qualcosa che è al di fuori di me; sono soggetto di una azione che posso fare e non fare; l'amore è una libera scelta, l'innamoramento no.

Amore e sessualità oltre il matrimonio

Abbiamo visto come la sessualità sia una dimensione profonda dell'essere umano che chiama l'uomo ad uscire da sé per donarsi agli altri e come questa donazione non possa limitarsi ad una singola persona, ma sia destinata a rivolgersi a tutto «il prossimo» sull'esempio di Cristo che è morto per tutti.

A tal proposito il documento della C.E.I. afferma: «24... L'intero dinamismo della sessualità - dal piano fisiologico a quello affettivo e spirituale - è chiaramente orientato al dialogo d'amore e al dono di sé. Ma e l'uno e l'altro si possono realizzare a diversi livelli: non solo a livello di relazioni "sessuali-genitali", ma anche a livello di relazioni "sessuate". Le prime sono caratterizzate dalla «totalità» e quindi presuppongono e sviluppano la donazione personale piena, in una complementarità unica e definitiva che pone l'uomo e la donna al servizio della vita e trovano il loro luogo significativo e normativo nel matrimonio.

Le seconde escludono l'aspetto propriamente genitale della sessualità umana e sono vissute dall'uomo e dalla donna, nei loro reciproci e quotidiani rapporti, all'insegna dell'amore di affetto, che non è né di origine né di natura genitale, ma è intessuto di rispetto, stima, scambio di aiuto, amicizia, dialogo e dono di sé a livello spirituale».

Potrebbe sembrare che a questo punto si pongano nuove distinzioni nell'amore come se esistesse un amore di serie A e altri di serie B, un amore genitale ed uno di affetto. Le cose non stanno affatto così. Se è vero che l'amore che si vive nei rapporti reciproci e quotidiani «non è di origine né di natura genitale», mi sembra che si possa dire altrettanto dell'amore coniugale che sarebbe ben povero amore se fosse di origine o di natura genitale. L'amore è sempre una scelta di vita, un atteggiamento fondamentale nel vivere i rapporti con gli altri e quindi non può mai essere di natura o di origine genitale, ma può semmai decidere se avere o no delle espressioni genitali e tale decisione non può che essere presa in base all'unico criterio valutativo che l'amore conosce: «la ricerca del sommo bene per l'altro».

Se così non fosse si finirebbe per dire che l'amore di Gesù per gli uomini non era caratterizzato dalla totalità e non presupponeva la donazione personale piena, solo per il fatto che non aveva delle espressioni genitali. Non è dunque la sessualità che dà origine all'amore, ma l'amore che sa quando è opportuno manifestarsi anche in termini genitali.

C'è poi da sottolineare che se non tutte le relazioni hanno una espressione genitale, tutte sono sessuate anche a livello della relazione corporea. Non c'è dubbio che la dimensione corporea dei rapporti interpersonali sia presente ben oltre il rapporto coniugale e non potrebbe essere altrimenti se abbiamo detto fino ad ora che la sessualità riguarda la totalità della persona. Del resto è esperienza comune il piacere di stringersi ad un amico o l'attenzione che tutti poniamo nel tentare di piacere anche fisicamente agli altri. La relazione tra due esseri umani coinvolge sempre la loro mente, il loro cuore ed il loro corpo, altrimenti si tratta di un rapporto parziale e monco. Questa della frammentazione è anzi una pericolosa tendenza della cultura contemporanea che con la dicotomia mente-corpo porta molte persone, e soprattutto gli uomini, a vivere delle relazioni sbilanciate in un senso o nell'altro.

Si pensi ad esempio al rapporto con le prostitute in cui l'intimità corporea non è sostenuta da alcun coinvolgimento affettivo e razionale, oppure a certi rapporti tra educatore ed educando in cui, a fronte di una forte risonanza affettiva e soprattutto cognitiva, è bandita ogni espressione fisica così come avviene in certi rapporti di amicizia tra maschi, mentre le donne più facilmente riescono anche nell'amicizia ad esprimere il loro amore con tutto se stesse.

La sessualità è dunque unica e si esprime sia al livello corporeo (fisicità - corporeità - genitalità), che a livello affettivo, che a livello razionale e cognitivo. Una sessualità adulta vede questi tre aspetti integrati ed espressi con la stessa intensità verso le stesse persone.

La sessualità dunque non conosce i confini del rapporto coniugale ed è presente in ogni relazione pienamente umana. Se nel rapporto coniugale e solo in esso si esprime attraverso il rapporto genitale, che peraltro non esaurisce l'espressione corporea della sessualità, ciò è dovuto al fatto che tale relazione, con le implicazioni di procreatività che comporta, richiede una tale dedizione sia di intensità che di durata che non gli permette di duplicarsi senza danneggiare l'altro. Il patto che lega due persone nel matrimonio è tale che non è possibile averne più di uno senza rompere il patto stesso [...].

È per questo che il matrimonio diventa il luogo privilegiato per l'espressione della sessualità, ma esso non è né l'unico né l'esaustivo. Non è l'unico perché abbiamo visto che i rapporti umani non sono classificabili dentro dei precisi confini, in vari cassetti su cui scrivere «matrimonio», «amicizia», «innamoramento», «conoscenza» ed invece la stessa espressione fisica della sessualità è presente con diverse connotazioni in ogni rapporto; così come la fedeltà, l'innamoramento o il coinvolgimento ideale non sono patrimonio esclusivo del matrimonio.

Non è esaustivo perché quel bisogno di essere amato e di amare totalmente, che l'uomo sperimenta sin dalla nascita, viene semplicemente assaporato nel matrimonio, ma mai pienamente soddisfatto per gli stessi limiti che la natura umana ci impone. Il matrimonio diventa così semplicemente metafora o preparazione o imitazione imperfetta dell'unico rapporto d'amore totale che finalmente appagherà il nostro desiderio: il rapporto definitivo tra Dio e l'uomo quando potremo guardarlo nel volto.

L'amore umano ci apparirà allora come il bicchiere d'acqua offerto al pellegrino nel deserto durante il suo cammino e Dio come le cascate del Niagara. Con ciò non voglio assolutamente sminuire il bicchiere d'acqua, ché anzi è per merito suo che il cammino può continuare e più intensa diventa la nostalgia di tornare alle fresche e ricche cascate da cui siamo partiti.

I paradossi dell’amore

L’amore è l’espressione più libera dell’essere umano e, proprio perché la più apparentemente distante dalle regole della natura che vogliono ogni individuo preoccupato soprattutto della sua sopravvivenza, anche la più umana. Esso contiene quindi tutti i paradossi della libertà che solo gli uomini sperimentano.

In primo luogo ognuno di noi aspira ad essere amato ed in ogni modo vorrebbe essere garantito sulla durata e l’intensità di questo amore, vorrebbe cioè che la persona che lo ama non fosse più libera di non amarlo, ma se tale situazione si realizzasse il suo amore non varrebbe più molto perché non sarebbe libero. Il piacere sta nell’essere liberamente scelti dall’altro e ciò comporta necessariamente la possibilità di essere invece rifiutati. Il tentativo della persona gelosa di trasformare in schiavitù la libertà che lo ama è dunque destinato necessariamente al fallimento: non si può costringere nessuno ad amare qualcun altro, al massimo gli si può imporre di comportarsi apparentemente come se lo amasse, ma questo non soddisfa nessuno.

L’amore dunque è un dono di sé libero e gratuito che non si può né conquistare né imprigionare senza snaturarlo e perderlo definitivamente; non si può ricevere un dono con la forza o comprarlo: infatti si otterrà ugualmente l’oggetto ma non sarà più un dono ed è proprio in ciò che risiedeva il suo valore.

L’altro paradosso dell’amore è più sottile ma ancor più del precedente riguarda i rapporti che sperimentiamo tutti i giorni, tanto spesso improntati ad un errato spirito di sacrificio e dedizione di cui noi per primi non vorremmo essere oggetto.

Dunque abbiamo già argomentato in precedenza [...] come la vera felicità la si sperimenti amando, cioè facendo non la propria ma la altrui felicità. Ora ovviamente questo vale per tutti ed anche per coloro che sono oggetto del nostro amore, ovvero dei nostri tentativi di farli felici: ciò vuol dire che la felicità vera della persona che abbiamo di fronte e che vogliamo amare non sta nel ricevere doni, attenzioni, servizi di ogni genere, ma nel poter a sua volta rendersi utile per far felice qualcuno. Alla fine dunque amare e far felice l’altro significa permettergli di farci felici perché quella è la più grande aspirazione di un essere umano: essere importante per un altro e riuscire a fare la sua felicità.

Molti rapporti sono invece connotati da un dare esclusivo di uno dei due all’altro, dal sacrificio e dalla rinuncia, e servono sicuramente di più a far sentire bravo e buono chi dà che non a far davvero felice l’altro, al quale è tolta l’unica possibilità di essere davvero felice donando a sua volta. Per amare dunque è necessario imparare a ricevere e a chiedere, perché non c’è niente di più bello per un uomo che poter dare.

Il segreto sta dunque nella reciprocità continua dello scambio che mette i due partner alla pari e li fa sentire ognuno la felicità dell’altro. Chi di voi vorrebbe essere amato da una persona che si sacrifica enormemente per la vostra felicità, che darebbe la vita per voi, ma che voi non potete in alcun modo far felice?

Sessualità e piacere

La sessualità è evidentemente connessa con il piacere, ma il piacere stesso è difficile da definire. È piacere l’estasi di fronte ad un capolavoro artistico, è piacere il grido che accompagna il gol della squadra del cuore, è piacere l’acqua che scorre nella gola dell’assetato; piacere è divertimento, esaltazione, serenità, distensione, interesse, soddisfazione, godimento, benessere, euforia, gioia, allegria, sollievo, compiacimento.

Non c’è area dell’esistenza umana che non possa diventare occasione di piacere e sembra che tutti i più diversi piaceri (fisici, estetici, spirituali, intellettuali, etici) abbiano una comune profondissima radice: il piacere di esistere, di esserci, di vivere, di essere se stessi. La depressione è la malattia che spegne questa radice di tutti i piaceri e trasforma l’esistenza in un peso insopportabile.

Il piacere è esperienza tipica della specie umana perché non è sufficiente una qualsiasi stimolazione sensoriale positiva, ma necessita di un “Io” cosciente che possa dire a se stesso “Io” sto provando piacere. Il piacere è dunque esperienza di intimità con se stessi, scoprire di essere esattamente come si vorrebbe essere, è accordo interiore del soggetto e quindi segno di intensità e pienezza di vita, è la consapevolezza della propria realizzazione.

Per questo è possibile provare piacere anche in situazioni drammatiche, come l’imminenza della propria morte personale, se si avverte che con essa si realizza il pieno compimento della propria umanità.

Il dolore, al contrario, è sempre un segnale della presenza di una minaccia alla nostra esistenza. In ciò, ad esempio, sta l’enorme utilità del dolore fisico che ci avverte che qualcosa sta danneggiando il nostro corpo e che quindi dobbiamo prendere immediati provvedimenti; il che non succede in quei soggetti con danni neurologici che impediscono di avvertire il dolore e che fatalmente vanno incontro a ustioni, traumi e malattie non curate.

In pratica dunque piacere e dolore sono dei cartelli indicatori che ci segnalano il primo la strada della pienezza di vita, il secondo la via che conduce alla morte. Con ciò non si tratta di riaffermare una posizione scioccamente edonista, tutt’altro. L’uomo che ha coscienza di sé e ricerca la pienezza della sua umanità sa rinunciare di buon grado a piaceri e soddisfazioni momentanei e sa impegnarsi in compiti che richiedono sacrificio, e tutto ciò non nello spirito dell’autopunizione ma come preparazione per il raggiungimento di un piacere più profondo e definitivo.

L’esistenza è regolata dunque da una gerarchia di piaceri e l’uomo sceglie per sé quelli che reputa più importanti anche se sono meno immediati. Il peccato in fondo consiste proprio nell’opposto: la volontaria ricerca della propria morte, del proprio danno; in ciò sta l’offesa alla vita ed al suo Creatore.

Nella nostra cultura troppo spesso il piacere è stato visto come tranello del demonio e quindi contrapposto al bene morale che si ottiene solo attraverso rinunce e sacrifici offerti al Signore quasi in modo propiziatorio. In verità Dio ci ha creato per essere eternamente felici in unione con Lui ed il “vero”, il “buono”, il “bello” sono occasioni per l’unico piacere autentico di cui è capace l’uomo: il piacere spirituale.

La ricerca del proprio piacere non conduce affatto all’egoismo ed alla lotta per la sopraffazione dell’altro. Il piacere personale infatti non è in alcun modo in contrasto con il piacere altrui, ma anzi se ne accresce. L’egoista non soltanto pensa solo a se stesso, ma lo fa in modo sbagliato, meschino, senza guardare al futuro e quindi, in fin dei conti, danneggia in primo luogo se stesso: prima ancora che cattivo, è sciocco e miope.

Si pensi ad esempio al più tipico dei piaceri: quello sessuale. Tutti sappiamo che il massimo del piacere lo si prova proprio nel rendersi conto di essere motivo di estremo piacere per il partner: il proprio piacere consiste nell’essere piacere per l’altro. E poiché per l’altro è la stessa cosa, non posso dargli piacere se non permettendogli di farmi, a sua volta, felice. In questo modo non sussistono più due individualità in competizione per qualcosa, ma una comunione che è felicità per essere l’uno dono per l’altro.

Il piacere non è mai possesso ed anzi chi “ha” molte cose spesso non riesce a goderne perché, distratto da esse, perde se stesso, si aliena, mentre il vero piacere ci conduce sempre dentro di noi alla radice dell’essere.

Educare al piacere significa dunque abituare a gioire della vita che ci è stata data, a stare in pace con se stessi e con gli altri, a conoscersi sempre di più, ad amarsi e rispettarsi perché siamo importanti agli occhi di Dio.