Il battesimo dei bambini nella chiesa delle origini. Appunti su di un volume di Joachim Jeremias, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 01 /09 /2011 - 16:43 pm | Permalink
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Presentiamo sul nostro sito alcuni appunti di Andrea Lonardo sul volume di Joachim Jeremias, Le baptême des enfants dans les quatre premiers siècles, Le Puy-Lyon, 1967.

Il Centro culturale Gli scritti (1/9/2011)

«La nostra tesi ne è uscita rafforzata: la Chiesa cristiana ha praticato fin dalle origini il battesimo dei bambini e quando nel III secolo Origene parlava a questo proposito di “tradizione apostolica” era ben altra cosa che una “pia” formula»[1]: così J. Jeremias scrive nella Prefazione del 1966 al suo volume Le baptême des enfants dans les quatre premiers siècles, Le Puy-Lyon, 1967[2].

Il lavoro di Jeremias si presenta come un dossier che passa in rassegna tutte le fonti antiche in nostro possesso sul battesimo dei bambini, il cosiddetto pedobattesimo.

Indice

1/ Il I secolo

Nel I capitolo, Jeremias affronta le fonti del I secolo relativamente al battesimo di bambini al momento della conversione al cristianesimo dei loro genitori. Innanzitutto la famosa espressione «si battezzò con la sua casa», che si ritrova in 1 Cor 1,16 (la “casa” di Stefana), At 16,15 (Lidia e la sua “casa”), At 16,33 (il guardiano della prigione di Filippi con la sua “casa”), At 18,8 (Crispo, capo della sinagoga, con la sua “casa”). Sono quindi tre casi di pagani o di semi-proseliti ed uno di un giudeo.

Jeremias sottolinea come nel vocabolario del greco ellenistico la “casa” comprenda chiaramente anche i figli, compresi quelli molto piccoli (come prova la Lettera agli Smirnesi di Ignazio di Antiochia, 13,1 “Io saluto anche le “case” dei miei fratelli con le loro mogli ed i loro figli”).

D'altro canto anche nel greco della LXX, come ha dimostrato E. Stauffer, “casa” indica la famiglia tutta intera con i bambini piccoli, se ce ne sono. Jeremias cita a sostegno anche 1 Cor 1,16. Ne consegue che già nel Nuovo Testamento è chiaramente attestato il battesimo dei bambini.

Sempre nel I capitolo, in un lungo excursus Jeremias affronta la questione del battesimo dei proseliti nel giudaismo per dimostrare che, dalla fine del I secolo a.C., si afferma in alcune scuole rabbiniche l'usanza di battezzare con acqua i proseliti per renderli puri prima di procedere alla circoncisione. Quando questa prassi si instaura appare chiaramente che se a farsi ebreo è un genitore con un neonato o bambini piccoli, anche questi ultimi ricevono il battesimo.

Si noti – il fatto è estremamente significativo – che già il giudaismo intertestamentario apriva ai pagani la via della salvezza, prima che lo facesse Gesù.

Di passaggio Jeremias risolve la questione del discusso versetto di 1 Cor 15,29, dove si parla di alcuni che si facevano battezzare “uper tōn vekrōn”: egli traduce “per amore dei loro morti”, riferendo il passaggio a non cristiani che, avendo perso il coniuge od un'altra persona già cristiano, chiedevano il battesimo per essergli congiunti dopo la morte[3].

A supportare ulteriormente la tesi Jeremias cita anche At 2,38 ss. Il testo afferma, subito dopo aver parlato del battesimo, che la promessa è “per voi e per i vostri figli...” - Jeremias dichiara correttamente che qui la sua interpretazione è ipotetica.

Jeremias ricorda poi un'iscrizione di fine III secolo, quella di Aproniano, morto a 1 anno 9 mesi e 5 giorni: per lui che aveva genitori pagani fu la nonna cristiana a domandare alla chiesa che egli lasciasse questo secolo come fedele (“fidelis”). I genitori pagani – l'iscrizione si rivolge agli dei Mani, dis manibus – accettarono in questo caso il battesimo proposto dalla nonna probabilmente solo perché il figlio era ormai in pericolo di vita.

Nel II capitolo, Jeremias affronta le fonti del I secolo relativamente al battesimo di bambini nati da genitori già cristiani.

Analizza così i tre brani neotestamentari che la critica ha individuato come possibili testimoni in positivo o in negativo. Da 1 Cor 7,14, dove Paolo afferma che “i vostri figli non sono impuri, ma sono santi”, non si può inferire nulla di certo su di un eventuale battesimo.

Nemmeno da At 21,21 che riporta l'accusa rivolta a Paolo di invitare i giudei a non circoncidere più i loro figli.

L'unico testo che Jeremias ritiene pertinente alla questione del pedobattesimo è Mc 10,13-16. In quella pericope – nel raffronto con i paralleli – emerge il significativo comando “non glielo impedite”, con l'utilizzo del verbo kōluō. Lo stesso verbo è impiegato per indicare gli impedimenti battesimali. Jeremias sostiene allora che, se anche il brano non avesse nella vita di Gesù uno stretto significato battesimale, certamente il sitz im leben nel quale quel brano è stato riletto dalla comunità primitiva è battesimale.

Ad esempio, quando Tertulliano, primo fra i padri, cercherà di opporsi al battesimo dei bambini, si sentirà in dovere di affrontare quel testo che era evidentemente utilizzato in Africa in chiave battesimale.

A conclusione dei primi due capitoli Jeremias afferma che tutto depone, quanto alle fonti positivamente espresse, a ritenere che il battesimo dei bambini sia stato abituale nella comunità primitiva.

Vi aggiunge alcune osservazioni complementari molto importanti a conferma. Dalle fonti non risultano mai due tipi di cristiani, alcuni battezzati, altri no.

Mai in alcun testo dei primi due secoli si parla di una eventuale formazione pre-battesimale rivolta a ragazzi e giovani cristiani, ma non battezzati da neonati.

Soprattutto – egli sostiene – quando la prassi del battesimo dei bambini  diviene storicamente documentabile essa non appare mai come un'innovazione né figura mai alcuna discussione in merito fra suoi sostenitori e suoi detrattori: tale prassi appare pacifica, in continuità con la tardizione precedente al punto da non fare problema. Addirittura, quando sorgerà la questione del peccato originale, non si spingerà per il battesimo a motivo del peccato, bensì si argomenterà al contrario: il peccato originale è certamente esistente, altrimenti non si spiegherebbe la prassi antica del battesimo dei bambini.

2/ Dal II al III secolo

Nel III capitolo Jeremias analizza le fonti successive fino alla fine del III secolo per evidenziare i dati reperibili intorno allo sviluppo del pedobattesimo.

La pratica del pedobattesimo che a livello delle fonti poteva destare ancora qualche riserva per il periodo precedente diviene dal II secolo in poi assolutamente certa.

Per l'Asia Minore Jeremias cita il caso di Policarpo di Smirne che, al momento del processo cui seguirà il martirio, afferma: “Sono 86 anni che servo il Signore ed egli non mi ha mai trattato male” (Martirio di Policarpo, 18,3). Ora Policarpo era nato verso l'80, e venne martirizzato tra il 167 ed il 168: le sue parole lasciano chiaramente intendere che egli divenne cristiano grazie al battesimo ricevuto da bambino.

Analoga è un'espressione di Policrate di Efeso che afferma di aver vissuto “65 anni nel Signore”, nella Lettera indirizzata a Roma verso il 190-91 sulla datazione della Pasqua.

Nella famosa Lettera di Plinio a Traiano – cui Traiano risponderà con il rescritto che è la prima legge che esplicitamente regola il martirio dei cristiani – il governatore della Bitinia scrive all'imperatore che fra i cristiani vi sono oltre a robustiores (adulti) ed a multi omnis aetatis anche i teneri (i piccoli).

Più volte negli Atti dei martiri è reperibile l'affermazione di una fede che si ha fin dalla nascita. Ad esempio un tal Hierax dichiara: “Io sono sempre stato cristiano e sempre lo sarò”. Paion, sua compagna, attesta a sua volta: “Noi abbiamo ricevuto dai nostri genitori questa bella dottrina”.

Ma è nell'Egitto che i testi divengono assolutamente chiari, senza lasciare adito ad alcun dubbio. È Origene a dichiarare in tre testi superstiti la prassi uniforme del battesimo dei bambini.

Nell'Omelia 14 su Luca (Lc 2,21-24) egli scrive in riferimento alla purificazione di Gesù:

I bambini (paidia) sono battezzati per il perdono dei peccati. Quali? Quando essi hanno peccato? Difatti, mai. Ed allora “nessuno è puro di qualcosa di sordido”, anche se non ha che un giorno (Gb 14,4ss.). Ecco la  sordidezza che è levata per il mistero del battesimo. Ecco la ragione per la quale battezziamo anche i bambini”.

Nell'Omelia 8 sul Levitico (Lv 12,2-8), in riferimento ai riti di purificazione del sacerdote, afferma:

“A queste ragioni si potrebbe ancora aggiungere questa: ci si domanda perché il battesimo della Chiesa che è donato per la remissione dei peccati, è amministrato, secondo il costume della Chiesa, anche ai bambini; ora, se non ci fosse niente a reclamare la remissione ed il perdono, la grazia battesimale apparirebbe superflua”.

Nel Commentario alla Lettera ai Romani V,9 (Rm 6,5-7) scrive ancora:

Il parvulus che è appena nato ha già commesso dei peccati? C'è lo stesso un peccato per il quale è prescritto di compiere un sacrificio […] È per questo che la chiesa ha ricevuto dagli apostoli la tradizione di amministrare il battesimo anche ai parvuli. Perché gli uomini a cui furono trasmessi i segreti dei misteri divini, sapevano che c'era in tutti (in omnibus) delle reali sozzure dovute al peccato, che dovevano essere lavate per mezzo dell'acqua e dello Spirito”.

Di questi tre testi è importante sottolineare innanzitutto che presentano il battesimo dei bambini come un dato incontestato, che viene fatto risalire alla tradizione degli apostoli. Se ne deve dedurre che per Origene ed i suoi ascoltatori era prassi abituale e senza eccezione che i genitori cristiani battezzassero i figli, altrimenti i tre testi non avrebbero avuto significato. Inoltre il loro orizzonte geografico supera l'Egitto, perché alcuni di essi furono scritti quando Origene era già a Cesarea Marittima in Palestina.

Si deve ancora sottolineare che, perché Origene possa fare tranquillamente affermazioni di quel tipo, tale prassi non doveva essere recente, ma rimontare almeno ad alcune generazioni precedenti: lo stesso Origene doveva essere stato battezzato da bambino.

Un dato ancora merita di essere sottolineato. In Origene non si deduce la necessità del battesimo dalla fede nel peccato originale, bensì piuttosto l'inverso: dalla prassi assolutamente uniforme di battezzare i bambini si deduce che esiste un peccato differente da quelli volontariamente commessi. È uno dei casi in cui si dimostra vero il famoso assioma “legem credendi statuit lex orandi”: se la chiesa prega in una certa maniera, cioè battezza i bambini, ne consegue che essa crede che esista un peccato di origine che deve essere perdonato.

Jeremias ricorda anche che solo nelle chiese marcionite il battesimo veniva riservato a coloro che si votavano al celibato o comunque solo ad adulti.

Per quel che riguarda l'occidente si segnala innanzitutto l'Apologia di Giustino 1,15,6. In quel testo il filosofo cristiano scrive che anche fra “coloro che fin dall'infanzia divennero discepoli di Cristo” molti di loro sono restati casti.

Da parte sua Ireneo di Lione, in Adversus haereses II,22,4, scrive: “Gesù è venuto, in effetti a salvare tutti gli uomini: tutti quelli che per mezzo di lui sono rinati in Dio (qui per eum renascuntur in Deum), infantes, bambini, giovani e persone anziane”.

Il lavoro di Jeremias è superato solo quando tratta della Tradizione apostolica di Ippolito, ritenendo l'edizione del Botte un testo affidabile e affermando che essa ebbe una tale diffusione da essere poi citata in molti documenti disciplinari di diverse chiese antiche. Gli studi moderni hanno decisamente ed a ragione negato invece le tesi del Botte: la sua edizione della Tradizione apostolica non ha alcun valore storico ed è una pura ipotesi di lavoro, mentre i diversi testi disciplinari, come ad esempio le Costituzioni apostoliche, sono testi che hanno avuto un'esistenza effettiva. Per questi ultimi il pedobattesimo è un fatto indiscutibile.

A questi testi letterari, Jeremias aggiunge la menzione delle iscrizione funerarie per le quali appare evidente il pedobattesimo. Ad esempio, una di esse recita: “Zosimo, fedele nato da fedeli, ha vissuto 2 anni 1 mese 25 giorni”.

Una prassi uniforme si manifesta anche nell'Africa latina del tempo. Tertulliano, in Trattato sul battesimo, 18 (scritto fra il 200 ed il 206) è l'unico ad esprimere riserve sul pedobattesimo, affermando che sarebbe meglio evitarlo perché esso è un peso troppo grave per il battezzato e per i suoi padrini – è la prima volta che appare nei testi il ruolo dei padrini, detti sponsores.

Ma egli sconsiglia di battezzare i bambini proprio contro la prassi abituale che vedeva intorno a sé. L'intervento di Tertulliano è teso ad invertire una prassi consolidata: egli consiglia – non ordina – di aspettare a battezzare finché il candidato non si sia sposato o abbia deciso di vivere in continenza.

Per Tertulliano il rinvio del battesimo è consigliabile - cunctatio baptismi utilior est – perché se si battezzano i bambini non si ha la certezza che essi sapranno poi vivere senza peccati. Meglio allora prima vederli sposati e poi battezzarli.

Che la proposta di Tertulliano non abbia fatto scuola appare evidente alla metà del III secolo, come attesta la Lettera 64 di Cipriano di Cartagine.

Il testo in questione racconta della decisione presa dal Concilio di Cartagine del 251 (o 253) che si schiera unanimemente contro il vescovo Fidus che aveva proposto di battezzare l'ottavo giorno come per la circoncisione. Il concilio, d'accordo con Cipriano, respinge la prassi proposta da Fidus affermando che a causa del peccato originale non bisogna attendere l'ottavo giorno, ma battezzare il bambino appena possibile dopo la nascita (tra il secondo e il terzo giorno).

Sempre Cipriano, in Sugli apostati, 9, racconta che era d'uso dare la comunione ai bambini – il che implica che essi fossero già battezzati.

3/ La crisi del IV secolo: l'iscrizione al catecumenato ed il rinvio del battesimo

Nel capitolo IV Jeremias tratta della crisi del pedobattesimo che sopraggiunse nel IV secolo ed affronta poi la questione del suo superamento.

La crisi ha una prima avvisaglia già agli inizi del III secolo. Infatti, Tertulliano nell'anno 203, scrivendo il trattato Sulla penitenza (6,3-24) affronta la questione dei catecumeni che rinviano il battesimo, attaccando direttamente questo atteggiamento. Evidentemente si fa strada l'idea che il battesimo serve soprattutto alla remissione dei peccati e si attende di giungere in punto di morte per ricevere con il battesimo il perdono di tutti i peccati.

In questa maniera – si ritiene – se si commettono peccati non avendo ancora ricevuto il battesimo è come se fosse meno grave ed un giorno, giunti al battesimo, tutto sarà perdonato.

Si potrebbe chiamare questo atteggiamento come il desiderio di morire in albis, morire con le vesti bianche del battesimo appena ricevuto.

Questo atteggiamento appare dilagante dalla svolta costantiniana in poi. Famoso è innanzitutto proprio il caso di Costantino, che venne battezzato solo in punto di morte.

Ma se si guarda ai grandi teologi del IV secolo, ci si accorge quanto si era diffusa tale prassi a partire dal secondo quarto del IV secolo.

Basilio il Grande, nato nel 330/331 in una famiglia cristiana venne battezzato solo nel 358.

Ambrogio, nato nel 333/334 o nel 339/340 in una famiglia nella quale si ricordava una vergine martire uccisa sotto Diocleziano e nella quale una sua sorella si consacrò vergine al Signore nel 353, ricevette il battesimo solo nel 374 e solo dopo essere stato eletto vescovo.

Anche suo fratello Satiro non venne battezzato da bambino, bensì ricevette il battesimo solo dopo essere scampato ad un naufragio.

Giovanni Crisostomo nacque tra il 344 ed il 354, da una madre pia e credente, ma non fu battezzato che nel 372.

Girolamo, nato in Dalmazia da genitori cristiani tra il 340 ed il 350, fu battezzato solo nel 366 a Roma

Rufino, nato anch'egli da genitori cristiani verso il 345, non fu battezzato che a 25 anni circa nel 370.

Paolino di Nola, nato verso il 353, fu battezzato insieme al fratello solo verso il 390.

Notissimo è poi il caso di Agostino che in Confessioni I,11 ricorda addirittura di essere stato in punto di morte e quindi ormai ad un passo dal battesimo, ma, ripresosi, decise di differire ulteriormente il battesimo. In effetti Agostino, nato nel 354, fu battezzato solo nel 387. E così il suo amico Alipio e suo figlio Adeodato – vennero battezzati insieme.

Clamoroso è il caso di Gregorio di Nazianzo che, nato nel 329/330, non si fece battezzare che nel 360, dopo essere scampato ad una tempesta in viaggio d'Alessandria ad Atene. Eppure egli era figlio di un vescovo che aveva lasciato crescere senza battesimo anche il suo secondogenito Cesario e la figlia Gorgonia.

Fra i casi elencati, anzi, quello di Gregorio di Nazianzo è il più antico nel tempo, poiché la sua nascita è fissata al 329-330. Con lui, dunque, si ha la prima apparizione di un ritardo nel battesimo fra i grandi nomi. I casi, come si è visto, giungono poi fino ai nati nel 354 (è il caso di Agostino).

Ma nella seconda metà del IV secolo si assiste ad una svolta, dovuta in parte agli stessi che non erano stati battezzati da bambini.

Basilio il Grande si rivolge nel Discorso 13, Esortazione al santo battesimo, a coloro che sono educati da cristiani, ma differiscono l'iscrizione al catecumenato, perché invece aderiscano alla fede anche con i sacramenti.

Gregorio di Nissa scrive un Sermone contro coloro che differiscono il battesimo.

Gregorio di Nazianzo scrive nel 381 il Discorso 40 sul santo battesimo, invitando a non differire il battesimo dei bambini.

Oltre a questi casi eclatanti, che il ritardo del battesimo fosse divenuta una prassi largamente diffusa è attestato dalla frequenza con le quali le iscrizioni funerarie ricordano il defunto come neofitus, cioè appena battezzato. È a partire da Costantino che si assiste ad un crescendo di questa dicitura.

Jeremias ne cita diversi casi, ma non conosce ancora il sarcofago di Giunio Basso, praefectus urbi, che reca sull'iscrizione la stessa qualifica di neofita.

Il numero crescente di coloro che rinviavano il battesimo non faceva però cessare totalmente la prassi del pedobattesimo. Questo è evidente, ad esempio, dai decreti del Concilio di Elvira, l'odierna Granada, (fra 306 e 312): nel canone 1 si afferma che non sono colpevoli i bambini battezzati che hanno sacrificato agli idoli, nel canone 22 che non bisogna attendere a riammetterli se hanno sacrificato agli idoli (si vero infantes fuerint transducti). Evidentemente si tratta di bambini battezzati i cui genitori hanno apostatato.

Inoltre molte iscrizioni funebri recano la memoria del battesimo al momento della nascita.

Jeremias ricorda ancora la testimonianza di eretici del tempo che manifestano la prassi del pedobattesimo, segno che nelle loro chiese proseguiva l’usanza antica ricevuta prima di separarsi dalla grande chiesa.

Asterio l'ariano, detto anche il sofista (morto dopo il 341), in ben tre luoghi - Omelia XII,3s XXI,10 XXVII,2s – attesta la prassi del battesimo dei bambini.

È noto dalle fonti che i Simmachiani giudeo-cristiani praticavano insieme la circoncisione e il battesimo.

Sappiamo ancora, dal III Concilio di Cartagine celebrato nel 397, che i donatisti battezzavano i bambini (infantes) anche se la separazione dalla grande chiesa era avvenuta a partire dal 312.

Inoltre sia Agostino che Pelagio affermano di non aver mai sentito un eretico che rifiutasse il battesimo dei bambini.

Jeremias cita poi una serie di testi che mostrano che dopo il 365 il battesimo torna ad essere la prassi e la crisi del rinvio del battesimo al termine della vita sembra essere superata.

Il pedobattesimo è evidentemente di nuovo una prassi in Ottato di Milevi Contro Parmeniano donatista, V,10, in Ambrogio nel Su Abramo II,11,81 e II,11,84 che è del 387, in Giovanni Crisostomo, Otto catechesi battesimali inedite, III, 6, nel 388, in Girolamo verso il 400, nella Lettera 107,6, in Cirillo d'Alessandria nel 428, Commentario su San Giovanni, VII su Gv 11,26, in Didimo il cieco, Sulla Trinità II,14.

Nel 401 abbiamo la prima attestazione certa di un imperatore che viene battezzato alla nascita: è il caso di Teodosio II, nato appunto nel 401.

Fra tutti gli autori del tempo il solo Gregorio di Nazianzo invita a battezzare intorno ai 3 anni, come afferma il Discorso 40 pronunciato nel 381.

Jeremias ricorda poi come la crisi pelagiana e soprattutto la vittoria di Agostino in essa segnò la definitiva affermazione dogmatica di questa prassi già in uso: ne è testimonianza il XVI Concilio di Cartagine che è del 418.

4/Conclusioni provvisorie

Una conclusione si impone al termine dello studio di Jeremias. L'affermazione che la politica costantiniana ingenerò una corsa al battesimo e che da quel momento in poi nacque la prassi di battezzare i bambini è una leggenda senza fondamento storico. Altrettanto leggendaria è l'affermazione che il battesimo dei bambini divenne normale a motivo della crisi pelagiana, a motivo del dogma del peccato originale.

Invece, a livello storico, si deve ammettere che la prassi del battesimo dei bambini è originaria nella chiesa. La svolta costantiniana si accompagna piuttosto ad un sentire che conduce molti al differimento del battesimo al termine della vita, per cui i genitori iscrivono i figli come catecumeni ma essi non ricevono il battesimo se non in punto di morte.

La prassi di battezzare i bambini non viene però mai abbandonata e, a partire dalla seconda metà del IV secolo torna a riaffermarsi come abituale.

Il dibattito teologico fra Agostino e Pelagio fornisce un ulteriore motivo teologico ad una prassi già radicata.

Si noti – come non manca di sottolineare Jeremias – che in Origene, il primo autore che lascia precise attestazioni sulla questione, non è la dottrina del peccato originale a motivare il battesimo dei bambini, ma è piuttosto la prassi abituale del battesimo dei piccoli ad essere un argomento per difendere la realtà del peccato di origine.

Tutt’altra questione, che lo studio di Jeremias lascia da parte e che per sua stessa ammissione richiederebbe un altro volume, è la questione del significato che le diverse generazioni di cristiani dei primi secoli hanno attribuito al battesimo: l’accentuazione a volte eccessiva del tema del peccato che viene lavato nel fonte battesimale lascia talvolta in ombra la novità della comunione con Dio in Cristo che infinitamente supera il perdono ricevuto. Jeremias dichiara che anche nei primi secoli è esistito il pericolo di dimenticare talvolta tutta la ricchezza del vangelo. 

Note al testo

[1] Nostra traduzione, p. 12.

[2] La nuova edizione curata da Jeremias è una risposta a Kurt Aland, Le baptême des nourrissons dans le Nouveau Testament, Munich, 1963 (Die Säuglingstaufe im Neuen Testament und in der alten Kirche), che aveva contestato alcune tesi della prima edizione.

[3] J. Jeremias, Le baptême des enfants dans les quatre premiers siècles, Le Puy-Lyon, 1967, p. 47 in nota.