La storia di Giacobbe immagine di riconciliazione: l'iconografia del chiostro romanico di Sant'Orso in Aosta negli studi di Paolo Papone. Breve nota di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 01 /09 /2011 - 22:32 pm | Permalink
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Le foto sono di Paolo Papone. Restiamo a disposizione per l'immediata rimozione se la loro presenza on-line non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Centro culturale Gli scritti (1/9/2011)

«Al centro della galleria occidentale [del chiostro di Sant'Orso] si trova il supporto n. 19, di cospicue dimensioni, a sezione quasi quadrata. La narrazione si sviluppa in modo circolare ma non in senso unidirezionale, poiché all'incirca al centro del lato ovest due personaggi si trovano schiena contro schiena, mentre sul lato nord (uno dei due lati maggiori) i due protagonisti, Giacobbe ed Esaù, si abbracciano; lo scultore, così, ha rappresentato sulle facce del calato il provenire dei due gruppi da direzioni diverse e l'incontro di rappacificazione dei due fratelli (Gen 32,3-21; 33,1-15)».

Così Paolo Papone, nella sua tesi di dottorato presso la Pontificia Università Lateranense, Teologia pastorale e iconologia: l'interpretazione del chiostro romanico di Sant'Orso in Aosta, Roma, 2011, che sarà prossimamente pubblicata in una versione aggiornata.

L'autore sottolinea che in questo modo la galleria occidentale evidenzia una vera e propria struttura retorica che pone al centro della serie dei capitelli quello che è, in realtà, l'elemento cronologicamente finale. Volendo rappresentare come culmen dell'azione la riconciliazione di Giacobbe ed Esaù la si pone al centro e non all'estremità conclusiva della sequenza.

Giacobbe è seguito da Lia e Rachele, dalla familia Iacob, dai filii e dal grex pecorum e dalla turba camelorum che sono i doni per Esaù, mentre Esaù è seguito dalle ancillae e dalla familia Esau, tutti debitamente identificati dalle iscrizioni latine.

Papone suggerisce che la scelta del ciclo di Giacobbe con questa peculiare sottolineatura dipenda da una vertenza che era in corso all'epoca tra i canonici della Cattedrale e quelli della collegiata di Sant'Orso per i quali è attestata la dicitura di fratres uterini: i secondi, in particolare, sorti successivamente, si identificavano in Giacobbe che riceveva la primogenitura, pur essendo secondogenito.

Ma, al di là, della concreta determinazione storica delle ragioni del ciclo, il chiostro di Sant'Orso mostra chiaramente l'interesse che il medioevo nutriva per le storie dei patriarchi proprio in quanto vicende istruttive per la condotta umana e foriere di una riconciliazione ricercata e attesa.

L'esegesi del ciclo di Giacobbe in Sant'Orso non appare così dissimile dalla lettura proposta – con ben altra metodologica scientifica – dal grande L. Alonso Schökel che, nel suo Dov'è tuo fratello?, Paideia, Brescia, 1987, si sofferma sulle vicende dei patriarchi come storie di tensioni fra fratelli che cercano una luce che le illumini.

P.S.

Tre notazioni ulteriori.

Prima.

Non esiste “storia della salvezza” senza Adamo ed Eva, senza la loro creazione ed il loro peccato. Per il medioevo – ma questo avrebbe qualcosa da insegnare anche alla teologia ed alla catechetica moderna! - non ha senso parlare dell'incarnazione senza aver prima parlato di creazione e peccato. All'apparenza il chiostro di Sant'Orso sembrerebbe smentire questa affermazione: in effetti non c'è un capitello con Adamo ed Eva! Ebbene non c'è – dimostra Papone – perché è stato asportato, ma si può vedere – insieme al capitello con l'annunzio ai pastori - al Museo Civico d'Arte Antica di Torino, dove è giunto per vie che non è facile individuare.

Seconda.

Nei tre lati del chiostro affascina l'unità della storia della salvezza. Su di un lato, l'Antico Testamento, con la storia di Giacobbe ed Esaù. Su di un secondo, il Nuovo Testamento, con l'incarnazione del Signore. Sul terzo la storia della chiesa, che prosegue l'Antico ed il Nuovo, con la storia di Sant'Orso e dei canonici regolari della collegiata: senza di essa i due Testamenti sarebbero lettera morta.

Terza.

Papone accenna ad uno – non certamente l'unico, ma anche certamente presente – dei significati della rappresentazione di mostri nel romanico: i teologi del tempo, leggendo i padri, conoscevano bene il brano di Agostino che, nella Città di Dio, spiega che nella creazione di creature “prodigiose” Dio prefigurava che niente gli era impossibile.

Così Agostino, De civitate Dei, XXI,8,5:

«Come dunque non fu impossibile a Dio creare le nature che volle creare, così non gli è impossibile trasformarle, perché le ha create, in quel che vuole. Da qui s'infittisce come in un bosco una moltitudine di fatti miracolosi che si denominano monstra, ostenta, portenta, prodigia. Se li volessi rievocare e passare in rassegna tutti, non si vedrebbe la fine di quest'opera. Affermano comunque che monstra derivano da monstrare, perché dimostrano facendo conoscere qualcosa; ostenta da ostendere; portenta da portendere, cioè perché fanno presagire, e prodigia, perché dicono in appresso, cioè preannunziano il futuro. [...] Dunque quei fenomeni che si denominano monstra, ostenta, portenta, prodigia devono mostrare, ostendere, portendere e predire che Dio compirà gli atti che ha preannunziato di compiere sul corpo degli uomini perché non lo trattiene alcuna difficoltà, non l'ostacola una legge di natura. Penso di avere informato a sufficienza nel libro precedente in quali termini lo ha preannunziato, spigolando dai libri della Bibbia del Nuovo e Antico Testamento non tutti i brani attinenti all'argomento, ma quelli che ho ritenuti sufficienti a quest'opera».